venerdì 2 marzo 2012

Il carnevale di Berlusconi e la quaresima di Monti


 Il carnevale di Berlusconi e la quaresima di Monti

venerdì 2 marzo 2012
SCENARIO/ 2. Il carnevale di Berlusconi e la quaresima di MontiMario Monti (Infophoto)

Il lungo “carnevale” berlusconiano è terminato, inghiottito dalla crisi. E oggi avanza quello che il ministro Andrea Riccardi ha definito “il tempo della Quaresima”, scandito da un governo impegnato a salvare il paese dagli abissi della recessione con toni sorprendentemente vicini a quelli dei vecchi manuali di penitenza.
“Vanità è ambire agli onori e montare in alta condizione” (da L’Imitazione di Cristo, cap. 1).
“Dobbiamo sempre ricordarci che siamo qui per poco tempo… lasceremo tra non molto questo interessante compito temporaneo” (Mario Monti, discorso a Piazza Affari, Milano, 20 febbraio 2012).
“Vanità è occuparsi soltanto della vita presente e non guardare fin d’ora al futuro” (da L’Imitazione di Cristo, cap. 1).
“I sacrifici richiesti sono piccoli e i benefici saranno grandi soprattutto per i figli di coloro che si ritengono toccati da queste riforme” (Mario Monti, intervista a Otto e mezzo, La7, 20 gennaio 2012).
“Quando hai dolori e tribolazioni, allora è il momento di farti dei meriti” (da L’Imitazione di Cristo, cap. 22).

“Io ho considerato nostro dovere e non esercizio di sadismo toccare sia le pensioni che buone componenti del patrimonio… molta gente va recuperando gioia e non umiliazione di essere italiani” (Mario Monti, intervista a Matrix, Canale 5, 1 febbraio 2012).
Le nuove parole d’ordine imposte dal magro “Mercoledì delle ceneri” post berlusconiano sono: sacrificio, sforzo, compito, equità, rigore.
“Rigor Montis” ha scritto qualcuno.
D’altra parte il premier stesso ha abitudini in linea coi tempi di “penitenza tecnocratica”. A Capodanno uno sprovveduto Calderoli ha provato a montare il caso su un presunto “party” di Monti a Palazzo Chigi, con immediata associazione ai festini berlusconiani. Mal gliene incolse. La risposta gli è arrivata via comunicato stampa: macché party, una cenetta con la famiglia. Cotechino con un cucchiaione di lenticchie cucinate dalla moglie Elsa e alle 12,15 tutti a nanna. Infine due righe che esprimono bene lo spirito montiano, un misto di austerità e ironia gelida: “il presidente Monti non può escludere, dato il numero relativamente elevato degli ospiti, oneri lievemente superiori per consumo di luce, acqua e gas”.
Il fatto è che nell’Italia in cerca di riscatto contro lo spread la nuova pietra di paragone anche morale è la sobrietà etica ed estetica: ministri che viaggiano per Roma con il car-sharing, riduzione del 92% dei voli di Stato, seguendo il modello del “premier in loden” che per spostarsi predilige il treno.

L’understatement è forse uno dei pochi vezzi di questo professore bocconiano che ama presentarsi come un precario della politica, mentre intorno a lui si consuma la crisi dei partiti: “Io confermo che questa sarà una parentesi di breve, brevissima durata”, ha ripetuto alla comunità finanziaria radunata in Piazza Affari lo scorso 20 febbraio.
Un compito limitato, ma difficile il suo. L’amara medicina dei mercati va somministrata a tutti, nessuno escluso, secondo lo slogan “guardare bene in faccia a tutti, ma non guardare in faccia a nessuno, noi che siamo stati spesso qualificati dalla cronaca veloce come vicini ai poteri forti” (Mario Monti, discorso a Piazza Affari, Milano, 20 febbraio 2012).
E se il premier tecnico non ha un elettorato di riferimento, la base sociale in nome della quale Monti giura di battersi per il cambiamento è la parte dei più deboli, degli esclusi e soprattutto dei giovani. La stessa a cui il presidente Napolitano, padre morale dell’esecutivo, spera “non venga lasciato il debito in eredità”.
È questa la voce da ascoltare quando il governo si siede al tavolo per discutere di riforme: “una parte non seduta a quel tavolo che è quella dei giovani, compresi quelli che non sono ancora nati” (Mario Monti, discorso a Piazza Affari, Milano, 20 febbraio 2012).
Proprio verso i giovani, si rivela meglio l’attitudine  pedagogica e quasi “rieducativa” di Monti: “La nostra è una riforma della mente, non del mercato del lavoro. Quasi tutte le operazioni che stiamo cercando di fare sono creazioni di consapevolezza… diciamolo: che monotonia il posto fisso tutta la vita!” (Mario Monti, intervista a Matrix, 1 febbraio 2012).

Certo la terapia shock del governo può a volte essere dolorosa: ne sa qualcosa Elsa Fornero. Le lacrime del ministro sono state un vero segno dei tempi: è giunta per noi la stagione del pianto, l’etica del godimento lascia il posto all’etica della penitenza. Se il “Martedì grasso” del Cavaliere blandiva spesso i nostri desideri proibiti, sussurrandoci “io posso” e dunque “potete anche voi”, la “Quaresima dei tecnici” vorrebbe “riformare il nostro ciclo di vita” (Fornero dixit) nel segno della colpa per i debiti contratti. Siamo tutti indebitati e perciò tutti meritevoli di atti di costrizione dolorosa su noi stessi. Ma non sarà per caso che su Roma sono calati i teologi ginevrini?

Cervello depresso incapace di andare in 'stand by'


Cervello depresso incapace di andare in 'stand by'

Mente depressi non si placa mai per colpa di un recettore

01 marzo, 18:41
Cervello depresso incapace di andare in 'stand by'Cervello depresso incapace di andare in 'stand by'
Nella depressione non c' e' pace per il cervello: infatti ricercatori viennesi hanno scoperto che nei depressi non funziona bene un recettore cruciale per raggiungere uno stato di calma interiore quando non abbiamo niente da fare, cioe' quando la mente e' a riposo e vaga, come nei cosiddetti sogni ad occhi aperti.

Senza pace interiore, cioe' se non riusciamo a mettere il cervello in 'stand by', e' spiegato sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), rimaniamo sempre sul filo in uno stato di perenne tensione. La ricerca e' stata condotta da Siegfried Kasper, capo del dipartimento di psichiatria e psicoterapia dell'universita' Medica di Vienna.

Nel nostro cervello c'e' una serie molto intricata di aree neurali, chiamate ''default mode network'', che si attivano solo quando non abbiamo niente da fare, in pratica quando il cervello entra in stand by e la mente vaga, si riposa, fino alla calma interiore per i fortunati che ci riescono. Nei depressi, sempre ansiosi e in preda a ruminazioni continue, la calma mentale e' un dono raro.

I ricercatori viennesi hanno scoperto per la prima volta che il motivo di cio' e' che nel cervello depresso non si attiva per bene questa modalita' di default in quanto e' disfunzionale il recettore 1 A della serotonina.

Questo recettore ha un potente effetto inibitorio che permette al cervello di andare in stand by; ma nei depressi, secondo gli psichiatri viennesi, questo effetto e' pesantemente ridotto.

Tale studio potrebbe dunque aprire le porte a nuove terapie contro depressione e ansia.

Se i banchieri sfiduciano il “governo dei banchieri”


 Se i banchieri sfiduciano il “governo dei banchieri”

venerdì 2 marzo 2012
FINANZA/ 1. Se i banchieri sfiduciano il “governo dei banchieri”Gi
Sbaglierebbe chi attribuisse a una difesa corporativa le dimissioni annunciate dall’intero comitato di presidenza dell’Abi, capeggiato da Giuseppe Mussari. Il problema non è il merito del pressing contenuto dal maxi-emendamento del governo al decreto liberalizzazioni sul taglio di ogni commissione dalle operazioni di prestito bancario. Il problema è il metodo, cioè la demagogia “anti-bancaria” (gemella - in fondo - di quella “anti-politica”) alla base di un provvedimento adottato da un esecutivo sedicente “tecnico”, popolato di alti esponenti dell’establishment bancario come lo stesso premier Mario Monti, il suo viceministro dell’Economia Vittorio Grilli, il super-ministro per lo Sviluppo Corrado Passera e anche il ministro del Welfare Elsa Fornero. Si è mai visto un governo tecnocratico cedere a una campagna di stampa? Eppure è quello che è successo: e non c’è del resto da stupirsi se il primo ad allinearsi è stato il neo-governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco.
Le polemiche sul “credit crunch” (stretta sul credito) hanno trasformato in giudizio di parte un fatto: la compressione degli impieghi bancari. Che ha anzitutto una causa: la recessione (se il Pil è annunciato in ulteriore frenata dell’1,5%, dopo quella del 2011, è plausibile attendersi che i crediti all’economia non progrediscano: questo, anzitutto, perché le imprese stesse rallentano la domanda di finanziamenti per investimenti e gestione). La concausa - non meno importante - è che anche le banche italiane (su pressione dell’Eba, della Bce, del Fmi, di tutti i governi e le authority) stanno riequilibrando i loro bilanci riducendo la leva: rafforzando la base patrimoniale e selezionando i rischi (e i contribuenti italiani dimenticano che - a differenza di quelli americani, inglesi, tedeschi, inglesi, belgi, ecc. hanno potuto evitare salassi per salvare le banche del Paese). Invece il sistema bancario è diventato il principale imputato delle attuali difficoltà dell’Azienda-Italia. E l’impressione è che - una volta di più - anche in questo caso il fragile vaso di coccio italiano sia “finito in mezzo” a giochi più grandi e pesanti; com’è stato quest’estate lo “spread” italiano nel mezzo della furiosa “battaglia dell’euro”.
Appena ieri la Bce ha nuovamente rifornito di liquidità il sistema bancario europeo (tutto, non solo quello italiano). Un’asta - quella di Francoforte - che ha suscitato rinnovate perplessità: soprattutto da parte della Germania, che vede nelle ondate di “easy money” decise da Mario Draghi qualcosa di pericolosamente vicino al “quantitative easing” della Fed appoggiato da Wall Street, l’esatto contrario della ripresa “via austerity” immaginata a Berlino. Che non ha tutti i torti: sui mercati gli addetti ai lavori sanno benissimo che la liquidità “gratis” (erogata dalla Fed, prima che dalla Bce) non serve a rilanciare il credito alle imprese, ma a sostenere le banche (tutte alla fine “troppo grandi per fallire”).
Poi ciascun caso-Paese ha il suo esito specifico: negli Usa la liquidità serve alle investment bank sopravvissute per speculare; nell’Eurozona la grandi banche sostengono i titoli sovrani sotto attacco (magari da quelle stesse banche Usa); nell’Euramerica in recessione tutti, in cuor loro, vorrebbero un po’ di “sana” inflazione per tonificare (o “drogare”) il ciclo economico e scontare un po’ gli enormi debiti accumulati qua e là, in bilanci pubblici e bancari.
Tutto questo, però, si è tradotto nella miserevole storia della “banche italiane che strozzano le imprese italiane”: un po’ come la salvezza dell’euro sembra dipendere dall’abolizione dell’“article eighteen” in Italia. La presidenza dell’Abi, dimettendosi in blocco, ha semplicemente avvertito l’opinione pubblica nazionale che non ci si può prendere in giro all’infinito. Soprattutto: non può farlo un governo “di salute pubblica”. Che finora ha varato solo una banale manovra fiscale e ha allungato “per decreto” l’età pensionabile. Se il presidente della Repubblica ci nomina senatori e vita, siamo capaci quasi tutti.
Premier Monti, ministro Passera, dite qualcosa di veramente “tecnocratico” (in attesa che il nuovo presidente di Confindustria, con ogni probabilità Giorgio Squinzi, restituisca credibilità anche alla lobby degli imprenditori).

LIBERALIZZAZIONI una farsa che premia i soliti “intoccabili”


LIBERALIZZAZIONI una farsa che premia i soliti “intoccabili”

venerdì 2 marzo 2012
DECRETO LIBERALIZZAZIONI. Il professor Francesco Forte, ex ministro delle Finanze, non cambia idea di fronte al nuovo “pacchetto” emendato delle liberalizzazioni approvato ieri dal Senato: «Qui di liberalizzazioni con la “l” maiuscola non se ne vede neppure l’ombra. In questo modo, le nuove disposizioni sembrano un optional». È un giudizio duro, quasi irridente, ma di certo non compiaciuto da parte di un economista che vorrebbe che questo Paese cambiasse veramente, che voltasse pagina una volta per tutte.

In sostanza, Professore, che cosa ha ottenuto il governo Monti con questo “pacchetto”?

Insomma hanno sistemato un poco le farmacie, con la possibilità di averne altre cinquemila in Italia. Chissà quale importanza può avere ai fini dello sviluppo economico del Paese. Hanno fatto marcia indietro, una sorta di retrocessione per i taxisti e hanno messo nuove regole sugli ordini professionali. Una serie di disposizioni simboliche, che non risolvono affatto i problemi di fondo. Hanno rinviato, forse con un criterio condivisibile, lo scorporo della rete tra Snam ed Eni. E tutto il resto se lo sono dimenticato. Sarebbe meglio dire che, quel tutto, non vogliono affatto toccarlo.

A che cosa si riferisce in particolare?

Tutte le reti dei servizi pubblici locali, i trasporti ferroviari, che sono gestiti malissimo, la rete della modernizzazione, quella della banda larga. Ma come si fa a dire che questo “pacchetto” di liberalizzazioni è veramente necessario al Paese? Faccio alcuni esempi. Ci sono tratti ferroviari che sono stati cancellati: la Colico-Chiavenna, ad esempio, che servirebbe a convogliare molti turisti; la Reggio Calabria-Catanzaro, lasciando così il capoluogo di una regione senza un collegamento importante. Per carità di patria, non parliamo della gestione ferroviaria della Sicilia. Ma sto solo facendo esempi indicativi. Ecco questi problemi non vengono neppure considerati.

Secondo lei, chi frena le vere liberalizzazioni in questo Paese?

Guardi, sulla liberalizzazione dei servizi locali ha avuto una grande responsabilità anche la Lega Nord, legata a un localismo che non aveva senso. Per il resto c’è il Pd, che è un partito corporativo, collegato alle idee della Cgil. Poi c’è l’Udc che non dice niente oppure ripete che va tutto bene. Infine, io credo che lo stesso Mario Monti e il Pdl abbiano anche voglia di voltare pagina in alcuni settori importanti, ma con questo governo di coalizione, talmente vasto, non si cambia nulla. Poi ci sono le grandi lobbies, quelle che, in un intreccio di interessi, non vogliono affatto liberalizzare le grandi reti.

Il problema è certamente di difesa di interessi, ma probabilmente anche di mentalità.

Sicuramente. Si è mai visto che a fare le liberalizzazioni siano persone che sono, come cultura economica, ideologicamente dirigiste? Non è stato ancora liberalizzato l’appalto delle grandi opere. Un discorso si dovrebbe fare anche sulla Protezione civile, per interventi più rapidi in alcune occasioni. Non parliamo del mercato del lavoro, che sarà poi un altro dei veri banchi di prova. Qui il punto di riferimento resta la proposta di Pietro Ichino, che parte dal contratto unico nazionale. Il contrario di quello che si dovrebbe fare. E cioè, una volta stabilite delle regole generali, in ogni azienda le parti sociali raggiungono il contratto che vogliono, tenuto conto di necessità differenti, di un’enormità di differenze. Da noi, quando si fa il contratto per i metalmeccanici bisogna mettere al suo interno anche quello degli elettromeccanici.

L’impressione è che sia uno Stato che non ha voglia di affrontare questa svolta necessaria. Non lo ha fatto in passato, quando ha privatizzato alcuni settori dell’economia, ma non lo fa neppure adesso.

Qui c’è un modo paternalista di gestire i problemi. Mi scusi, ma liberalizzare significa togliere alcuni vincoli. Guardiamo anche la questione degli ordini professionali. Una volta fissate nuove regole, che cosa si liberalizza? Si fanno solamente nuove regole, si stabiliscono nuovi obblighi. È la concezione contraria ai processi di liberalizzazione. Ed è per questa mentalità, che certamente è il prodotto antico di una serie di interessi, che le vere liberalizzazioni, quelle che servirebbero a creare nuova occupazione e sviluppo, non si fanno.

A questo punto, mi pare che lei sostenga che l’azione del governo si riduce solo a una questione di immagine con questo nuovo “pacchetto” emendato.

Finora è così. Ripeto, queste cosiddette liberalizzazioni sono un optional. Magari ce le avrà chieste qualcuno, perché siamo in una condizione di “guardati a vista”. Ma non ne sono nemmeno sicuro. Non so quale interesse possano suscitare anche da chi ci osserva come Paese che dovrebbe liberalizzare la sua economia.

Il vero nome dell'uccellino di Twitter è Larry



Il vero nome dell'uccellino di Twitter è Larry

Il vero nome dell'uccellino di Twitter è Larry

Durante una presentazione ufficiale, in cui si riassumeva proprio l’evoluzione del logo, Douglas Brown, direttore creativo del social network, ha mostrato una foto in cui spiegava come “si lavora al design di Twitter. L’evoluzione del logo di Larry l’uccellino”.
Su Twitter stesso tra le fotografie pubblicate da Ryan Sarver, product manager della piattaforma API di Twitter, c'è lo scatto della conferenza stampa. Potrebbe così essere stato svelato un mistero, ma per ora Twitter non ha inviato comunicati stampa, non ha confermato né smentito la notizia.

No Tav, la situazione in Val di Susa e le proteste in Italia



No Tav, la situazione in Val di Susa e le proteste in Italia

In risposta alle ultime dichiarazioni sui militanti No Tav apparse sui giornali, in particolare quelle del PD, e per dimostrare che i manifestanti della Val di Susa non sono soli, circa in cinquanta nel primo pomeriggio hanno occupato la sede del Partito Democratico di Roma.
Nella notte tra mercoledì e giovedì le forze dell'ordine hanno sgomberato il blocco sulla A32, da giorni occupato dal presidio dei No Tav. Il bilancio della nottata di scontri è di 13 feriti e 5 fermi. Quattro tra i fermati sono stati identificati e rilasciati, uno è in stato di arresto. Il movimento accusa le forze dell'ordine, denunciando "Cariche violentissime, caccia all'uomo, vetrate dei bar distrutti per un rastrellamento di antica memoria, macchine parcheggiate vandalizzate e altro".
Alberto Perino, leader del movimento, annuncia altre manifestazioni e iniziative per la giornata odierna: "Alle 18 blocchiamo tutto, dappertutto". L'idea sarebbe quella di bloccare nuovamente lo svincolo di Chianocchio - attualmente presidiato dalle forze dell'ordine in tenuta antisommossa - e contemporaneamente dare il via ad altre iniziative nel maggior numero possibile di città italiane. 
Nella questione è intervenuto anche il Ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri che, dopo aver elogiato il Carabiniere insultato da un manifestante, oggi ha incontrato a Roma il presidente della Regione Piemonte, Roberto Cota, il sindaco di Torino, Piero Fassino, e il presidente della provincia di Torino, Antonio Saitta. La Cancellieri ha espresso la sua linea: 
"I sindaci della Val di Susa non possono cavalcare le spinte più estremiste pensando così di assolvere al loro mandato elettorale. Spero nel loro senso di responsabilità. Sono pronta ad ascoltarli ma nello stesso tempo vorrei che a loro fosse chiaro che non esistono margini di trattativa per bloccare i lavori della Tav"
Intanto in varie città italiane è esplosa la protesta dei No Tav: dalle 18 di giovedì gli aderenti al movimento si sono radunati davanti alla sede Rai di Torino, mentre 150 attivisti bloccavano il centro di Roma e di Bologna. Tensioni anche alla Stazione Centrale di Milano, dove la polizia è intervenuta con una carica di alleggerimento. Blocchi anche nel centro di Trieste, Bergamo eNapoli.
Restano gravi, ma stazionarie, le condizioni di Luca Abbà, uno dei leader della protesta caduto lunedì da un traliccio.

"Non me ne frega niente se la gente dice che sono gay": la svolta di George Clooney



"Non me ne frega niente se la gente dice che sono gay": la svolta di George Clooney 

Non è chiaro perché George Clooney dopo aver tenuto una cortina di ferro per anni sulla sua presunta omosessualità abbia scelto proprio il magazine The Advocate per aprire all'argomento, ma intanto non solo ha spiegato il perché della sua reticenza ad affrontare l'argomento
"L'ultima cosa che mi vedrete mai fare è saltare su e giù dicendo che sono tutte bugie! Sarebbe poco corretto e gentile verso tutti i miei amici nella comunità gay. Non permetterò a nessuno di far sembrare che essere gay sia una cosa brutta"
e infatti Clooney da anni appoggia le lotte lgbt e i matrimoni omosessuali. Su di sé però non rivela nulla:
"A chi fa male se qualcuno pensa che sono gay? Quando sarò morto da un pezzo ci sarà ancora gente che dirà che ero gay. Non mi importa affatto".