giovedì 2 maggio 2013

Italia, potenza scomoda: dovevamo morire, ecco come


Italia, potenza scomoda: dovevamo morire, ecco come


Il primo colpo storico contro l’Italia lo mette a segno Carlo Azeglio Ciampi, futuro presidente della Repubblica, incalzato dall’allora ministro Beniamino Andreatta, maestro di Enrico Letta e “nonno” della Grande Privatizzazione che ha smantellato l’industria statale italiana, temutissima da Germania e Francia. E’ il 1981: Andreatta propone di sganciare la Banca d’Italia dal Tesoro, e Ciampi esegue. Obiettivo: impedire alla banca centrale di continuare a finanziare lo Stato, come fanno le altre banche centrali sovrane del mondo, a cominciare da quella inglese. Il secondo colpo, quello del ko, arriva otto anno dopo, quando crolla il Muro di Berlino. La Germania si gioca la riunificazione, a spese della sopravvivenza dell’Italia come potenza industriale: ricattati dai francesi, per riconquistare l’Est i tedeschi accettano di rinunciare al marco e aderire all’euro, a patto che il nuovo assetto europeo elimini dalla scena il loro concorrente più pericoloso: noi. A Roma non mancano complici: pur di togliere il potere sovrano dalle mani della “casta” corrotta della Prima Repubblica, c’è chi è pronto a sacrificare l’Italia all’Europa “tedesca”, naturalmente all’insaputa degli italiani.
E’ la drammatica ricostruzione che Nino Galloni, già docente universitario, manager pubblico e alto dirigente di Stato, fornisce a Claudio Messora per il Nino Galloniblog “Byoblu”. All’epoca, nel fatidico 1989, Galloni era consulente del governo su invito dell’eterno Giulio Andreotti, il primo statista europeo che ebbe la prontezza di affermare di temere la riunificazione tedesca. Non era “provincialismo storico”: Andreotti era al corrente del piano contro l’Italia e tentò di opporvisi, fin che potè. Poi a Roma arrivò una telefonata del cancelliere Helmut Kohl, che si lamentò col ministro Guido Carli: qualcuno “remava contro” il piano franco-tedesco. Galloni si era appena scontrato con Mario Monti alla Bocconi e il suo gruppo aveva ricevuto pressioni da Bankitalia, dalla Fondazione Agnelli e da Confindustria. La telefonata di Kohl fu decisiva per indurre il governo a metterlo fuori gioco. «Ottenni dal ministro la verità», racconta l’ex super-consulente, ridottosi a comunicare con l’aiuto di pezzi di carta perché il ministro «temeva ci fossero dei microfoni». Sul “pizzino”, scrisse la domanda decisiva: “Ci sono state pressioni anche dalla Germania sul ministro Carli perché io smetta di fare quello che stiamo facendo?”. AndreottiEccome: «Lui mi fece di sì con la testa».
Questa, riassume Galloni, è l’origine della “inspiegabile” tragedia nazionale nella quale stiamo sprofondando. I super-poteri egemonici, prima atlantici e poi europei, hanno sempre temuto l’Italia. Lo dimostrano due episodi chiave. Il primo è l’omicidio di Enrico Mattei, stratega del boom industriale italiano grazie alla leva energetica propiziata dalla sua politica filo-araba, in competizione con le “Sette Sorelle”. E il secondo è l’eliminazione di Aldo Moro, l’uomo del compromesso storico col Pci di Berlinguer assassinato dalle “seconde Br”: non più l’organizzazione eversiva fondata da Renato Curcio ma le Br di Mario Moretti, «fortemente collegate con i servizi, con deviazioni dei servizi, con i servizi americani e israeliani». Il leader della Dc era nel mirino di killer molto più potenti dei neo-brigatisti: «Kissinger gliel’aveva giurata, aveva minacciato Moro di morte poco tempo prima». Tragico preambolo, la strana uccisione di Pier Paolo Pasolini, che nel romanzo “Petrolio” aveva denunciato i mandanti dell’omicidio Mattei, a lungo presentato come incidente aereo. Recenti inchieste collegano alla morte del fondatore dell’Eni quella del giornalista siciliano Mauro De Mauro. Probabilmente, De Mauro aveva scoperto una pista “francese”: agenti dell’ex Oas inquadrati dalla Cia nell’organizzazione terroristica “Stay Behind” (in Italia, “Gladio”) avrebbero sabotato l’aereo di Mattei con l’aiuto di manovalanza mafiosa. Poi, su tutto, a congelare la democrazia italiana Ciampiavrebbe provveduto la strategia della tensione, quella delle stragi nelle piazze.
Alla fine degli anni ‘80, la vera partita dietro le quinte è la liquidazione definitiva dell’Italia come competitor strategico: Ciampi, Andreatta e De Mita, secondo Galloni, lavorano per cedere la sovranità nazionale pur di sottrarre potere alla classe politica più corrotta d’Europa. Col divorzio tra Bankitalia e Tesoro, per la prima volta il paese è in crisi finanziaria: prima, infatti, era la Banca d’Italia a fare da “prestatrice di ultima istanza” comprando titoli di Stato e, di fatto, emettendo moneta destinata all’investimento pubblico. Chiuso il rubinetto della lira, la situazione precipita: con l’impennarsi degli interessi (da pagare a quel punto ai nuovi “investitori” privati) il debito pubblico esploderà fino a superare il Pil. Non è un “problema”, ma esattamente l’obiettivo voluto: mettere in crisi lo Stato, disabilitando la sua funzione strategica di spesa pubblica a costo zero per i cittadini, a favore dell’industria e dell’occupazione. Degli investimenti pubblici da colpire, «la componente più importante era sicuramente quella riguardante le partecipazioni statali, l’energia e i trasporti, dove l’Italia stava primeggiando a livello mondiale».
Al piano anti-italiano partecipa anche la grande industria privata, a partire dalla Fiat, che di colpo smette di investire nella produzione e preferisce comprare titoli di Stato: da quando la Banca d’Italia non li acquista più, i tassi sono saliti e la finanza pubblica si trasforma in un ghiottissimo business privato. L’industria passa in secondo piano e – da lì in poi – dovrà costare il meno possibile. «In quegli anni la Confindustria era solo presa dall’idea di introdurre forme di flessibilizzazione sempre più forti, che poi avrebbero prodotto la precarizzazione». Aumentare i profitti: «Una visione poco profonda di quello che è lo sviluppo industriale». Risultato: «Perdita di valore delle imprese, perché le imprese acquistano valore se hanno prospettive di profitto». Dati che parlano da soli. E spiegano tutto: «Negli anni ’80 – racconta Galloni – feci una ricerca che dimostrava che i 50 gruppi più importanti pubblici e i 50 gruppi più importanti privati facevano la stessa politica, cioè investivano la metà dei loro profitti non in attività produttive ma nell’acquisto di titoli di Stato, per la semplice ragione che i titoli di Stato italiani rendevano tantissimo e quindi si guadagnava di piùAgnellifacendo investimenti finanziari invece che facendo investimenti produttivi. Questo è stato l’inizio della nostra deindustrializzazione».
Alla caduta del Muro, il potenziale italiano è già duramente compromesso dal sabotaggio dellafinanza pubblica, ma non tutto è perduto: il nostro paese – “promosso” nel club del G7 – era ancora in una posizione di dominio nel panorama manifatturiero internazionale. Eravamo ancora «qualcosa di grosso dal punto di vista industriale e manifatturiero», ricorda Galloni: «Bastavano alcuni interventi, bisognava riprendere degli investimenti pubblici». E invece, si corre nella direzione opposta: con le grandi privatizzazioni strategiche, negli anni ’90 «quasi scompare la nostra industria a partecipazione statale», il “motore” di sviluppo tanto temuto da tedeschi e francesi. Deindustrializzazione: «Significa che non si fanno più politiche industriali». Galloni cita Pierluigi Bersani: quando era ministro dell’industria «teorizzò che le strategie industriali non servivano». Si avvicinava la fine dell’Iri, gestita da Prodi in collaborazione col solito Andreatta e Giuliano Amato. Lo smembramento di un colosso mondiale: Finsider-Ilva, Finmeccanica, Fincantieri, Italstat, Stet e Telecom, Alfa Romeo, Alitalia, Sme (alimentare), nonché la Banca AndreattaCommerciale Italiana, il Banco di Roma, il Credito Italiano.
Le banche, altro passaggio decisivo: con la fine del “Glass-Steagall Act” nasce la “banca universale”, cioè si consente alle banche di occuparsi di meno del credito all’economia reale, e le si autorizza a concentrarsi sulle attività finanziarie peculative. Denaro ricavato da denaro, con scommesse a rischio sulla perdita. E’ il preludio al disastro planetario di oggi. In confronto, dice Galloni, i debiti pubblici sono bruscolini: nel caso delle perdite delle banche stiamo parlando di tre-quattromila trilioni. Un trilione sono mille miliardi: «Grandezze stratosferiche», pari a 6 volte il Pil mondiale. «Sono cose spaventose». La frana è cominciata nel 2001, con il crollo della new-economy digitale e la fuga della finanza che l’aveva sostenuta, puntando sul boom dell’e-commerce. Per sostenere gli investitori, le banche allora si tuffano nel mercato-truffa dei derivati: raccolgono denaro per garantire i rendimenti, ma senza copertura per gli ultimi sottoscrittori della “catena di Sant’Antonio”, tenuti buoni con la storiella della “fiducia” nell’imminente “ripresa”, sempre data per certa, ogni tre mesi, da «centri studi, economisti, osservatori, studiosi e ricercatori, tutti sui loro libri paga».
Quindi, aggiunge Galloni, siamo andati avanti per anni con queste operazioni di derivazione e con l’emissione di altri titoli tossici. Finché nel 2007 si è scoperto che il sistema bancario era saltato: nessuna banca prestava liquidità all’altra, sapendo che l’altra faceva le stesse cose, cioè speculazioni in perdita. Per la prima volta, spiega Galloni, la massa dei valori persi dalle banche sui mercati finanziari superava la somma che l’economia reale – famiglie e imprese, più la stessa mafia – riusciva ad immettere nel sistema bancario. «Di qui la crisi di liquidità, che deriva da questo: le perdite superavano i depositi e i conti correnti». Come sappiamo, la falla è stata provvisoriamente tamponata dalla Fed, che dal 2008 al 2011 ha trasferito nelle banche – americane ed europee – qualcosa come 17.000 miliardi di Draghidollari, cioè «più del Pil americano e più di tutto il debito pubblicoamericano».
Va nella stessa direzione – liquidità per le sole banche, non per gli Stati – il “quantitative easing” della Bce di Draghi, che ovviamente non risolve la crisi economica perché «chi è ai vertici delle banche, e lo abbiamo visto anche al Monte dei Paschi, guadagna sulle perdite». Il profitto non deriva dalle performance economiche, come sarebbe logico, ma dal numero delle operazioni finanziarie speculative: «Questa gente si porta a casa i 50, i 60 milioni di dollari e di euro, scompare nei paradisi fiscali e poi le banche possono andare a ramengo». Non falliscono solo perché poi le banche centrali, controllate dalle stesse banche-canaglia, le riforniscono di nuova liquidità. A monte: a soffrire è l’intero sistema-Italia, da quando – nel lontano 1981 – la finanzia pubblica è stata “disabilitata” col divorzio tra Tesoro e Bankitalia. Un percorso suicida, completato in modo disastroso dalla tragedia finale dell’ingresso nell’Eurozona, che toglie allo Stato la moneta ma anche il potere sovrano della spesa pubblica, attraverso dispositivi come il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio.
Per l’Europa “lacrime e sangue”, il risanamento dei conti pubblici viene prima dello sviluppo. «Questa strada si sa che è impossibile, perché tu non puoi fare il pareggio di bilancio o perseguire obiettivi ancora più ambiziosi se non c’è la ripresa». E in piena recessione, ridurre la spesa pubblica significa solo arrivare alla depressione irreversibile. Vie d’uscita? Archiviare subito gli specialisti del disastro – da Angela Merkel a Mario Monti – ribaltando la politica europea: bisogna tornare alla sovranità monetaria, dice Galloni, e cancellare il debito pubblico come problema. Basta puntare sulla ricchezza nazionale, che vale 10 volte il Pil. Non è vero che non riusciremmo a ripagarlo, il debito. Il problema è che il debito, semplicemente, non va ripagato: «L’importante è ridurre i tassi di interesse», che devono essere «più bassi dei tassi di crescita». A quel punto, il debito non è più un problema: «Questo è il modo sano di affrontare il tema del debito pubblico». A meno che, ovviamente, non si proceda come in Merkel e MontiGrecia, dove «per 300 miseri miliardi di euro» se ne sono persi 3.000 nelle Borse europee, gettando sul lastrico il popolo greco.
Domanda: «Questa gente si rende conto che agisce non solo contro la Grecia ma anche contro gli altri popoli e paesi europei? Chi comanda effettivamente in questaEuropa se ne rende conto?». Oppure, conclude Galloni, vogliono davvero «raggiungere una sorta di asservimento dei popoli, di perdita ulteriore di sovranità degli Stati» per obiettivi inconfessabili, come avvenuto in Italia: privatizzazioni a prezzi stracciati, depredazione del patrimonio nazionale, conquista di guadagni senza lavoro. Un piano criminale: il grande complotto dell’élite mondiale. «Bilderberg, Britannia, il Gruppo dei 30, dei 10, gli “Illuminati di Baviera”: sono tutte cose vere», ammette l’ex consulente di Andreotti. «Gente che si riunisce, come certi club massonici, e decide delle cose». Ma il problema vero è che «non trovano resistenza da parte degli Stati». L’obiettivo è sempre lo stesso: «Togliere di mezzo gli Stati nazionali allo scopo di poter aumentare il potere di tutto ciò che è sovranazionale, multinazionale e internazionale». Gli Stati sono stati indeboliti e poi addirittura infiltrati, con la penetrazione nei governi da parte dei super-lobbysti, dal Bilderberg agli “Illuminati”. «Negli Usa c’era la “Confraternita dei Teschi”, di cui facevano parte i Bush, padre e figlio, che sono diventati presidenti degli Stati Uniti: è chiaro che, dopo, questa gente risponde a questi gruppi che li hanno agevolati nella loro ascesa».
Non abbiamo amici. L’America avrebbe inutilmente cercato nell’Italia una sponda forte dopo la caduta del Muro, prima di dare via libera (con Clinton) allo strapotere di Wall Street. Dall’omicidio di Kennedy, secondo Galloni, gli Usa «sono sempre più risultati preda dei britannici», che hanno interesse «ad aumentare i conflitti, il disordine», mentre la componente “ambientalista”, più vicina alla Corona, punta «a una riduzione drastica della popolazione del pianeta» e quindi ostacola lo sviluppo, di cui l’Italia è stata una straordinaria protagonista. L’odiata Germania? Non diventerà mai leader, aggiunge Galloni, se non accetterà di importare più di quanto esporta. Unico futuro possibile: la Cina, ora che Pechino ha ribaltato il suo orizzonte, preferendo il mercato interno a quello dell’export. L’Italia potrebbe cedere ai cinesi interi settori della propria manifattura, puntando ad affermare il made in Italy d’eccellenza in quel mercato, 60 volte più grande. Armi strategiche potenziali: il settore della green economy e quello Xi Jinping, nuovo leader cinesedella trasformazione dei rifiuti, grazie a brevetti di peso mondiale come quelli detenuti da Ansaldo e Italgas.
Prima, però, bisogna mandare casa i sicari dell’Italia – da Monti alla Merkel – e rivoluzionare l’Europa, tornando alla necessaria sovranità monetaria. Senza dimenticare che le controriforme suicide di stampo neoliberista che hanno azzoppato il paese sono state subite in silenzio anche dalle organizzazioni sindacali. Meno moneta circolante e salari più bassi per contenere l’inflazione? Falso: gli Usa hanno appena creato trilioni di dollari dal nulla, senza generare spinte inflattive. Eppure, anche i sindacati sono stati attratti «in un’area di consenso per quelle riforme sbagliate che si sono fatte a partire dal 1981». Passo fondamentale, da attuare subito: una riforma dellafinanza, pubblica e privata, che torni a sostenere l’economia. Stop al dominio antidemocratico di Bruxelles, funzionale solo alle multinazionali globalizzate. Attenzione: la scelta della Cina di puntare sul mercato interno può essere l’inizio della fine della globalizzazione, che è «il sistema che premia il produttore peggiore, quello che paga di meno il lavoro, quello che fa lavorare i bambini, quello che non rispetta l’ambiente né la salute». E naturalmente, prima di tutto serve il ritorno in campo, immediato, della vittima numero uno: lo Stato democratico sovrano. Imperativo categorico: sovranità finanziaria per sostenere la spesa pubblica, senza la quale il paese muore. «A me interessa che ci siano spese in disavanzo – insiste Galloni – perché se c’è crisi, se c’è disoccupazione, puntare al pareggio di bilancio è un crimine».

Cremaschi: si è arresa anche la Fiom, fine del sindacato?


Cremaschi: si è arresa anche la Fiom, fine del sindacato?


«Se in un contratto nazionale o aziendale si aumenta l’orario di lavoro, si abbassano le qualifiche, si toglie ai lavoratori il diritto ad ammalarsi, e se la maggioranza dei rappresentanti sindacali e dei lavoratori accetta, la minoranza non può più opporsi. Non può fare sciopero, non può andare in tribunale, non può neanche tutelare quei lavoratori che non ci stanno. Altrimenti è fuori». In puro “sindacalese” questo si chiama “esigibilità”: ed è esattamente la clausola-capestro che ora ha accettato anche la Cgil, con la sola opposizione della componente “Rete 28 aprile”, alla stipula del nuovo patto sulla rappresentanza. Risultato: insieme a Cisl e Uil, anche la Camusso firma con Confindustria. D’ora in avanti, lo stesso Landini può scordarsi una “resistenza” come quella ingaggiata a Pomigliano, quando la Fiom trascinò la Fiat di Marchionne in tribunale. Fine dell’ultimo brandello di radicalismo sindacale: per Giorgio Cremaschi, è una capitolazione storica. Addio sindacato.
«Ovunque ci sia una lotta o una ribellione vera allo sfruttamento – scrive Cremaschi sul sito di “Rete 28 aprile” – il sindacato dev’essere Maurizio Landinipreventivamente esigibile». Già oggi, invece, «le lotte sindacali più importanti e partecipate della Lombardia, Trenord e San Raffaele, vedono Cgil, Cisl Uil ostili ed estranee, come accade alla lotta dei lavoratori migranti della logistica e a tanti altri». Il problema degli accordi separati è superato, aggiunge l’ex leader della Fiom. «Tutti gli accordi sono preventivamente unitari perché non esiste più il diritto a non firmare ciò che non piace: si supera il problema del dissenso cancellando il diritto a dissentire, come la Fornero che ha superato la divisione tra chi è o non è tutelato dall’articolo 18, togliendo l’articolo 18 a tutti». Questo accordo, aggiunge Cremaschi, costituisce un esproprio di quella tanto auspicata legge sulla rappresentanza, che avrebbe dovuto finalmente garantire ai lavoratori il diritto alla democrazia sindacale, realizzando al contrario «una privatizzazione corporativa di questo loro diritto».
Del resto, questo è ciò che le “parti sociali” ricercano su un piano ben più ampio: i gruppi dirigenti di Cgil, Cisl e Confindustria hanno visto travolti dalle elezioni i rispettivi progetti politici. E le presidenziali, con la catastrofe del Pd, hanno scatenato l’angoscia tra i quadri della Cgil, i cui più anziani hanno già vissuto la crisi del Pci e la distruzione del Psi. I grandi sindacati confederali, accusa Cremaschi, escono da vent’anni di concertazione, di moderatismo rivendicativo, di istituzionalizzazione. «Tutta la struttura è stata selezionata da queste basi. Come si fa a cambiare? Così ci si aggrappa ad una Confindustria anch’essa colpita da crisi di rappresentanza ed efficacia. E si rilancia il patto corporativo tra i produttori, che oggi più che mai è prima di tutto una patto di sopravvivenza tra grandi burocrazie incrisi». E ora, Susanna Camussomentre tutti i riflettori sono concentrati sul “governissimo” di Napolitano, sindacati e Confindustria «stanno definendo il governissimo sindacale».
La Cgil, continua Cremaschi, aderisce al patto sulla rappresentanza con il concorso determinante di Maurizio Landini: senza il suo apporto, la segreteria di Susanna Camusso non avrebbe avuto oggi la forza politica di andare avanti. Perché? Si sprecano le analisi sui retroscena, mettendo in secondo piano il vero problema: Landini ha dato speranza e coraggio al mondo del lavoro, acquisendo fama e prestigio, con il “no” a Pomigliano, non firmando un accordo accettato dalla maggioranza dei sindacati e dei lavoratori. «Ora quel “no” diventa un “sì”, attraverso l’accettazione della esigibilità». Landini, insiste Cremaschi, «ha il dovere di spiegare questo ribaltamento della sua posizione e di quella della Fiom, senza sotterfugi, senza inutili sprechi di retorica». In ogni caso, «contro questo accordo che normalizza e centralizza autoritariamente tutte le relazioni sindacali, bisognerà lottare: tutte le forze e le esperienze sindacali che non ci stanno – dice Cremaschi – debbono organizzare la disobbedienza, il contrasto, la crisidel patto corporativo sulla rappresentanza». Bisogna reagire subito, perché «un regime sindacale degli “esigibili”, quando su tutti pesano i danni e i ricatti della disoccupazione di massa, è un altro macigno che precipita sul mondo dellavoro».

La tela atlantica: Obama e Letta, governissimo di guerra


La tela atlantica: Obama e Letta, governissimo di guerra


L’approdo al governo di Enrico Letta ha molti punti di contatto con il viaggio nel potere di Barack Obama. A molti questo potrebbe apparire come un complimento rivolto a due campioni progressisti. Per chi obamiano non è, come chi scrive, è invece la critica a due conservatori impegnati a salvaguardare creativamente gli interessi dell’Impero, Obama al centro e Letta in periferia. Tralasciamo per ora le scontate differenze fra Usa e Italia, il divario in termini di loro ruolo e peso internazionale, la diversità dei sistemi politici ed elettorali. Quel che interessa qui sottolineare è il fatto che un sistema in profonda crisi di legittimità ha trovato una soluzione “creativa” all’interno delle proprie classi dirigenti. Gli Stati Uniti erano segnati da un “impresentabile” come il presidente Bush. In Italia venivamo da un livello di fiducia nei partiti politici ormai prossimo allo zero.
In entrambi i casi il rimedio è stato covato dalle classi dirigenti promuovendo un leader relativamente giovane, messaggero di una retorica Emma Bonino e Giorgio Napolitanoche necessariamente promette il cambiamento, ma protegge i rapporti di forza esistenti. Obama vince le elezioni promettendo di stare dalla parte della strada (Main Street), contro la finanza (Wall Street), ma poi fa il contrario, al netto di qualche concessione secondaria da sbandierare sui media, fino a riempire l’esecutivo di esponenti di Wall Street e del complesso militare-industriale. Si fa poi rieleggere dicendo che gli altri sono peggio. Letta raccoglie voti promettendo innovazione e nessun governo con Berlusconi, ma poi si accorda con lui e accoglie i suoi esecutori nel governo, assieme a volti nuovi. Anche Letta riesce a contare su quelli che soccombono continuamente al presunto meno peggio. O almeno: nel Pd funziona strutturalmente così, finché, salasso dopo salasso, rimarranno soltanto gli ultimi veterani menopeggisti, una manica di cinici e di poveri illusi.
Per le cariche istituzionali c’è una certa competizione all’interno delle élites, con strategie diverse, sgambetti, trame, giravolte, cordate di potere contrapposte, contestazioni reciproche, ricatti. Gli oligarchi giocano la loro partita in mezzo alle masse, e le associano, cercando di inquadrare interessi diffusi di milioni di persone dentro le battaglie di pochi potenti. La manipolazione mediatica è lo strumento principe in questa partita. Interi spezzoni del sistema politico un tempo riuscivano a sottrarsi in parte al gioco, e gli interessi popolari non erano senza peso negoziale e politico. Negli ultimi decenni la cooptazione di vaste componenti semi-autonome della società e del sistema politico si è invece perfezionata, al punto da non tollerare più nulla che non obbedisca al Pensiero Unico. Chi non obbedisce Occupy Wall Streetvede via via deperire gli strumenti e le relazioni che rendevano politicamente spendibile la sua autonomia.
In questo deserto, rimangono in piedi gli strumenti e le relazioni della nuova tecnopolitica, le reti di cui Letta è certamente un primatista. Per molti l’alternativa è essere assimilati o non trovare nessun luogo politico dove stare. Anche il più sofisticato network di potere non riesce tuttavia a convincere enormi porzioni dell’elettorato a farsi rappresentare dai suoi avatar, soprattutto durante una crisi sistemica che sconvolge la società e l’economia. Negli Stati Uniti la larghissima voragine dei non rappresentati è più facilmente neutralizzata perché non vota o perché le sue proteste (come Occupy Wall Street) non puntano a scalfire il gioco politico alle elezioni. In Italia però è accaduto qualcosa di diverso: la formidabile spallata elettorale del “Movimento Cinque Stelle” guidato da Beppe Grillo è stata talmente aggregante da aver ricostituito un grande polo di opposizione, molto più vasto e variegato del nucleo militante del M5S.
La creatura politica di Grillo e Casaleggio ha i gravi limiti che più volte abbiamo sottolineato, in molti articoli su queste pagine. Ha il problema di dover maturare in fretta per contribuire a una grande alleanza di forze politiche alternative in seno al popolo italiano, mentre i tempi della crisi galoppano e non aspettano i balbettii tattici e le lacune culturali e strategiche di Vito Crimi & Co. Nondimeno, la sola presenza di questo coagulo di opposizione ha fatto crollare per sempre tutti gli alibi della sinistra istituzionale italiana. Quella sinistra stava semplicemente gestendo un eredità derivante dai decenni in cui aveva schierato vaste forze popolari, i tempi in cui aveva vasti margini di autonomia, programmi propri, grandi spinte intellettuali, una propria idea di geopolitica, una sua coscienza degli interessi nazionali. Per due decenni quel patrimonio storico è stato usato dai dirigenti della sinistra in funzione sempre più subalterna: hanno guidato Beniamino Andreattamilioni di persone sotto l’ala di altri centri di potere che avevano e hanno una loro fermissima agenda “atlantica”.
Mentre le forze un tempo antioligarchiche non studiavano più nulla e smantellavano ogni luogo in cui avrebbero potuto formare un proprio pensiero autonomo, l’oligarchia atlantica si incuneava profondamente nel loro campo e lo egemonizzava, fino ad assoggettarle. Il vecchio patrimonio è ora totalmente dilapidato. Il maestro di Letta, Beniamino Andreatta, faceva studiare suo figlio Filippo all’Atlantic College. Altri si legavano a istituzioni analoghe. Uno per uno, i rampolli stavano dentro strutture legate al nucleo vero del potere transnazionale dominante. Perciò le lobby lettiane non hanno quasi nulla di misterioso. L’Aspen Institute, VeDrò, la partecipazione alla Commissione Trilaterale, la cooptazione alle riunioni del Club Bilderberg, gli accademici che ovunque diffondono il Verbo Atlantico e le fesserie teoretiche sul nesso fra austerità e crescita economica, tutte queste relazioni sono reti solide in mezzo a un oceano di dispersione.
In quell’oceano le proposte alternative non raggiungono massa critica, e in troppi si perdono nelle illusioni di ricostituire la sinistra senza fare i conti con le vere cause del suo disastro. Basti pensare ai tanti abbagli in cui sono incorsi i Godot che attendevano inutilmente una qualche riformabilità del Pd. Una generazione perduta. Nulla di misterioso nell’arroccamento del potere nel corso della crisi: è il momento in cui contano solo i rapporti di forza e non sono tollerati esperimenti che possano minimamente mettere in discussione l’agenda atlantica e il pensiero unico della rapina europea. L’unica realtà dirigente rimasta nel campo della fu-sinistra è perciò legata mani e piedi alla ragnatela politicadi Letta e simili. I presunti dissensi dei parlamentari durano lo spazio di qualche tweet, e il gregge torna a testa bassa a votare la fiducia, anche se sa che perderà un mare di voti. Sel si Amatoagiterà fuori dal Pd, ma non ha grandi potenzialità espansive. Figuriamoci un Civati, dentro il Pd.
Intendiamoci, anche Giuliano Amato era un grand commis della tela washingtoniana e londinese. E Romano Prodi era “chairman” del Bilderberg, e via elencando. La novità, con Letta, è che ora non c’è più nient’altro in grado di porsi all’altezza di quei network. I partiti, i sindacati e altre formazioni sociali si permettevano di esercitare una semisovranità, qualche libertà d’azione sub-dominante. Ora non più, e perciò non c’è più sovranità alcuna. Non c’è più nemmeno la cauta subordinazione di quando c’era la Dc – quando si percorrevano anche certe vie detestate dalle capitali atlantiche importanti – in virtù di interessi che non si voleva liquidare: l’Italia aveva una sovranità limitata, ma non nulla. Basta scorrere l’elenco Obama e Napolitanodei ministri chiave del governo Letta per capire che adesso il blocco atlantico è il cuore della coalizione.
Questo implica un risvolto da non trascurare. Sia prima dell’attacco alla Jugoslavia nel 1999, sia prima dell’aggressione alla Libia nel 2011, le instabilità del sistema politico italiano furono rapidamente regolate da un via vai di parlamentari che si collocavano in modo “innaturale” rispetto ai loro riferimenti. Tutto serviva a rinsaldare il quadro politico per fare meglio laguerra, una guerra decisa altrove. Le occasioni di guerra non mancano nemmeno stavolta. Perciò l’urgenza di costruire un blocco sociale e politico alternativo, con una sua proposta di governo, è un compito storico di importanza capitale. La tela c’è, ma va rafforzata, perché quelli non scherzano mica, e a chi rimane troppo liquido, se lo bevono.

martedì 30 aprile 2013

Terremoti: scossa 6 al largo Azzorre Sisma registrato a 60 km da Ponte Delgada


Terremoti: scossa 6 al largo Azzorre

Sisma registrato a 60 km da Ponte Delgada



(ANSA) - ROMA, 30 APR - Una scossa di terremoto, di magnitudo 6, e' stata registrata nell'oceano Atlantico a 60 chilometri da Ponta Delgada nell'arcipelago delle Azzorre. Lo rende noto il centro sismologico americano spiegando che il sisma e' stato segnalato a 9,4 miglia di profondita'.

'Stop dell'Imu a giugno e no aumento Iva'. Oggi a Letta arriva la fiducia del Senato Pd, Pdl, Scelta Civica e gruppo misto ieri a Montecitorio hanno dato il via libera al nuovo governo, con 453 voti a favore, 153 quelli contrari. Inizia il tour europeo


'Stop dell'Imu a giugno e no aumento Iva'. Oggi a Letta arriva la fiducia del Senato

Pd, Pdl, Scelta Civica e gruppo misto ieri a Montecitorio hanno dato il via libera al nuovo governo, con 453 voti a favore, 153 quelli contrari. Inizia il tour europeo


Enrico Letta

Dopo il pieno di sì ottenuto ieri alla Camera, stamattina il governo Letta si appresta ad incassare la fiducia anche in Senato. A Montecitorio 453 i voti a favore e 153 i contrari. Il programma: stop dell'Imu a giugno, niente aumento dell'Iva a luglio, lavoro prima priorità, abolire il finanziamento pubblico ai partiti e i doppi stipendi dei ministri-parlamentari.
di Milena Di Mauro
Eroico, giovane, agile, pieno di coraggio e pronto alla sfida, alla lotta col gigante. Enrico Letta presenta così alle Camere il suo neonato governo delle larghe intese, e sprona ministri e Parlamento a gettare lontano la corazza delle incomprensioni durate vent'anni e abbattere con sassi e fionda i giganteschi problemi che impediscono al Paese di entrare nella Terza Repubblica. Come Davide, il più piccolo dei figli maschi del vecchio Iesse, che fa stramazzare al suolo il gigante filisteo Golia con i soli 5 sassi della sua fionda. E ottiene la fiducia da Montecitorio con 453 sì. 
Oggi il via libera definitivo dal Senato. In 50 minuti di discorso Letta chiede la fiducia e alla fine può contare sull'annunciato sostegno di Pd-Pdl-Scelta Civica e sulla astensione della Lega, mentre Sel, Fratelli d'Italia e M5s votano contro. Il programma è ambizioso e di legislatura: stop dell'Imu a giugno (per poi rivedere la politica fiscale sulla casa nel suo complesso, ma intanto il Pdl registra una apertura non da poco alle sue richieste), rinuncia all'aumento dell'Iva a luglio, lavoro come prima tra le priorità, la promessa di risolvere il problema degli esodati, forme di reddito minimo per famiglie bisognose con figli piccoli, incentivi per le assunzioni dei giovani taglio degli stipendi ai ministri anche parlamentrai, giro di vite su rimborsi parlamentari, riforma dei partiti, abolizione delle province. Ma i grillini affossano lo stesso il governo:"Una mano di vernice su un muro rovinato dalla muffa, sembra un esecutivo stato-mafia". Letta tuttavia non si perde d'animo e invita di nuovo il Movimento 5 stelle a "scongelarsi", perché le riforme vanno fatte insieme. E proprio sulle riforme (legge elettorale, superamento del bicameralismo perfetto, federalismo fiscale) il giovane premier lega i suo governo ad un orizzonte temporale preciso e ai lavori della Convenzione (che Silvio Berlusconi vorrebbe guidare). "Tra 18 mesi verificherò se il progetto è avviato verso un porto sicuro. Se sarà così il governo potrà continuare a lavorare, altrimenti non esiterei a trarne le conseguenze", dice Letta in singolare coincidenza con le parole del Capo dello Stato. Freddo il Pd, che non vede di buon occhio l'idea del Cavaliere padre costituente e teme di mettere nelle mani del Pdl la vita del governo. Berlusconi intanto apprezza soddifatto "I patti sembrano rispettati - dice ai suoi -. Ma se ci fosse un fallimento del governo si dovrebbe andare a elezioni e chi si fosse assunto la colpa ne subirà la pena". "Mi pare che ci siano le condizioni perché il voto di fiducia non sia solo formale e l'intenzione di aiutare tutti quanti il governo a camminare di fronte ai problemi enormi che ha il Paese", benedice anche l'ex segretario del Pd Pierluigi Bersani, che Letta ha il garbo di ringraziare, così come fa con Giorgio Napolitano. Un pensiero va poi al 'maestro' Beniamino Andreatta, del quale il premier ricorda l'attitudine a distinguere tra "la politica e le politiche", per favorire il dialogo. Parole di pacificazione vengono pronunciate da molti, negli interventi di replica. E il premier invita tutti a cogliere "l'ultima occasione", mettendo in chiaro"non dobbiamo vivacchiare a tutti i costi, e nemmeno sopravvivere". Letta è convinto che "di solo risanamento si muore". Per questo fin da oggi, con la fiducia in tasca, si metterà in viaggio tra le Cancellerie europee, cercando nuove aperture per adattare le nostre necessità di ripresa alle rigide politiche dell'unione. Berlino, Bruxelles, Parigi, per dimostrare che il nuovo governo italiano "é europeo ed europeista" e che "pensare ad un'Italia senza Europa è la più pericolosa perdita di sovranità". Intanto, l'applauso più forte Letta lo chiama per il Carabiniere ferito ieri proprio mentre il governo giurava e per la dignità della sua giovane figlia, che da tre mesi ha perso la madre e ora, per vegliare sul padre, si è licenziata.

Per Bruxelles siamo solo bestiame: fanno zootecnia sociale


Per Bruxelles siamo solo bestiame: fanno zootecnia sociale





Tanto rumore per il solito commissariamento del governo italiano. Si dà grande risalto mediatico al fatto che Pd e Pdl si mettano insieme, per nascondere la vera notizia: «Lo fanno per imporre decisioni prese al di fuori dell’Italia, sebbene si dimostrino rovinose». Ci portano al macello: con metodi di “allevamento” sperimentati precisamente nella zootecnia. Parola di Marco Della Luna, scettico nei confronti del governo Letta per un motivo semplicissimo: «Il potere politico è nelle mani di chi ha le leve macroeconomiche, soprattutto di decidere quanta moneta mettere in circolazione, a chi darla, a che tassi, a che condizioni, e di decidere se e quanto lo Stato possa investire, anche a deficit, per indurre l’attivazione dei fattori di produzione, l’occupazione, la crescita», oltre che «decidere sulla regolazione dei cambi valutari e regolamentare le importazioni di beni, servizi e capitali». Quindi, il conflitto d’interessi «non è tra Pd e Pdl, ma tra chi impone quelle decisioni e la gente che ne subisce gli effetti». 
Uno Stato senza più potere di spesa può solo “tirare un po’ la coperta”, e stop. L’ennesimo governo “commissariato” dal super-potere che condiziona Enrico Lettal’Italia potrà al massimo «spostare un po’ di soldi da un capitolo all’altro della spesa pubblica», magari alleggerire il peso fiscale trasferendolo da una categoria all’altra, «ma non può intervenire sulla recessione strutturale». I paesi dell’Eurozona, ricorda Della Luna, hanno devoluto questi poteri, interamente, ad organismi esterni, in primis la Bce per quanto riguarda il controllo della moneta. E la missione della Bce non è evitare la recessione, ma solo proteggere il potere d’acquisto dell’euro: quindi Francoforte «non può comprare titoli pubblici dai governi, cioè non può finanziarli direttamente, diversamente da altre banche centrali, come la Fed». A differenza della Federal Reserve, la Bce «non può intervenire per invertire una recessione strutturale, né per riequilibrare le disponibilità monetarie e creditizie nei vari paesi dell’Eurozona». Al più, Draghi lancia allarmi e interviene comprando titoli sui mercati secondari di quei paesi che rischiano, col loro default, di far saltare in aria l’euro.
Questo assetto, aggiunge Della Luna, paralizza qualsiasi soluzione positiva: senza possibilità di ottenere finanziamenti, gli Stati non possono usare le leve strategiche macroeconomiche (investimenti produttivi e infrastrutturali) per indurre crescita e piena occupazione, rimediando alla recessione. Via libera invece ai mercati, padronissimi di fare business “dribblando” gli Stati, incastrati dai vincoli di bilancio e impossibilitati a spendere denaro pubblico per il benessere dei cittadini. Un assetto mai sottoposto a validazione popolare, ricorda Della Luna: la politica in Italia ha preferito dividersi su Berlusconi, cioè su un tema praticamente irrilevante rispetto alla vera partita sul nostro futuro, che non si è mai giocata a Roma bensì a Bruxelles. In questo modo, si sta operando una drammatica “ristrutturazione sociale”: una piramide di super-tecnocrati concentra tutto Angela Merkelil potere e la ricchezza in poche mani, mentre il grosso della popolazione è ormai «povero sia di denaro che didiritti politici e civili», e resta in balia “del mercato”.
Per meglio affermare un simile piano egemonico, continua Della Luna, si fa in modo che, almeno per un certo periodo, questo comporti un vantaggio concreto per qualcuno, cioè la Germania, permettendole di «risucchiare capitali, aziende e tecnici dai paesi più deboli e abbattendo la loro competitività industriale». Gioco sleale, che va in porto grazie alla complicità dei paesi forti: «Il vecchio “divide et impera” funziona sempre». Complotto? «No, applicazione alla società dello schema gestionale della zootecnia, stabile e sicuro». E nei circoli che hanno formulato quell’insieme di scelte oligarchiche che producono questo insieme di effetti – Aspen, Trilateral, Bilderberg – troviamo anche il neo-premier Enrico Letta, «che quindi è parte e origine di quei mali che, al popolo, si racconta che dovrebbe risolvere attraverso la tormentosa unione con Berlusconi combinata dalla saggezza di Napolitano nello spirito del patriottismo, rinegoziando anche il patto di Maastricht con i poteri forti: si potrebbe immaginare una balla più grossa?».
In ogni caso, nell’Eurozona gli Stati un tempo sovrani sono stati declassati al rango di enti locali, non più dotati cioè di vero potere di spesa né di autonomia finanziaria. «Marginali sono anche le scelte di politica interna, sicché è risibile presentare come importante la scelta di fare un governo con Berlusconi: cambia ben poco». Tant’è vero che «i governi Berlusconi, esattamente come quelli Prodi e D’Alema, hanno seguito la linea dettata da Berlino e Bruxelles, e il modello economico prescritto da Washington». Il governo Letta? «Farà la medesima cosa, anche perché Enrico Letta, come pure suo zio Gianni, è uomo della finanza internazionale, esecutore dei suoi piani “europeisti” e difensore dei suoi dogmi, come ha messo nero su bianco nel suo libro “Euro sì: morire per Maastricht”. Sicché, «enfatizzare l’inciucio Pd-Pdl o la novità del “governissimo” è risibile, anche perché l’inciucio destra-sinistra, Dc-Pci, è in atto dalla fine degli anni ’40, col ben noto sistema di spartizione dei territori, delle poltrone, della spesa pubblica, dei ruoli morali e politici – sistema in cui, di fatto, il Pci votava oltre l’80% delle Marco Della Lunaleggi di spesa. Il “governissimo” è sempre stato il vero sistema di gestione del paese».
La novità, semmai, sta nel fatto che i due maggiori partiti ora «si accordano per mettere insieme la faccia nella gestione di un periodo pessimo», che genera scontento crescente, in vista di «provvedimenti ancora più impopolari». Il che, per i cittadini, non è una bella notizia: stare insieme al governo significa non dover temere la concorrenza dell’opposizione di fronte a decisioni dure, che magari comporteranno anche disordini e repressioni. La vera instabilità, aggiunge Della Luna, non è nella contrapposizione (fittizia) tra Pd e Pdl, ma in quella (reale e drammatica) tra l’élite mondiale e i cittadini italiani, certo non tutelati dalle comparse politiche nazionali. «Questa contrapposizione reale – aggiunge Della Luna – continuerà a generare e a gonfiare forze rappresentative della protesta dei delusi e degli oppressi di ieri e di oggi, anche se questa volta si riesce a integrare la Lega e a inertizzare provvisoriamente Grillo». Da Monti a Letta: «Non si riesce più ad evitare che l’opinione pubblica percepisca che i governi italiani sono tutti e inevitabilmente governi “Bildermerkel”», con programmi «imposti da burattinai stranieri», chiaramente «a danno di un paese e di un elettorato ormai svuotati di ogni autonomia, ridotti a colonia, e i cui riti elettorali e parlamentari non hanno alcun effetto o utilità».

sabato 27 aprile 2013

In Italia quando inizieremo??Slovenia in piazza contro corruzione


Slovenia in piazza contro corruzione

Dimostranti a Lubiana respingono misure di austerita'



(ANSA) - LUBIANA, 27 APR - Circa 2.500 dimostranti sono scesi in piazza a Lubiana per protestare contro la corruzione della classe politica e le misure di austerita', per la prima volta dall'entrata in carica del nuovo governo di centro sinistra il 20 marzo. Il precedente governo conservatore di Janez Jansa era caduto in gennaio anche grazie alla pressione della piazza proprio a causa di uno scandalo di corruzione. In quell'occasione erano scese in strada a protestare fino a 20.000 persone. (ANSA).