mercoledì 12 febbraio 2014

12 modi per abbassare la pressione sanguigna senza ricorrere ai farmaci

12 modi per abbassare la pressione sanguigna senza ricorrere ai farmaci

Camminate ogni giorno, lasciate stare il caffè, ma non rinunciate a un bicchiere di vino. I piccoli gesti quotidiani per stare bene col proprio cuore
  • Respirare Profondamente

     
    Magari facendo tai chi, aiuta ad allontanare gli ormoni dello stress
  • Potassio

     
    Mangiare frutta e verdura che lo contengono, aiuta il vostro benessere
  • Sodio

     
    Da evitare a tutti i costi per chi soffre di ipertensione
  • Cioccolato

     
    Quello fondente potrà lenire la mancanza di sali per gli ipertesi
  • Vino

     
    Un bicchiere sì, due no
  • Caffè

     
    Da evitare in quanto la caffeina è un vasocostrittore
  •  
    Quello all'ibisco, bevuto con la frequenza di tre tazze al giorno, diminuisce la pressione arteriosa sistolica
  • Lavorare meno

     
    Fare tardi in ufficio comporta un'alimentazione disordinata
  • Musica

     
    Quella che piace, ascoltata regolarmente, abbassa la pressione sistolica secondo una ricerca dell'Università di Firenze
  • Controllate il sonno

     
    Le apnee notturne alzano i livelli di aldosterone, ormone che aumenta la pressione del sangue
  • Soia

     
    Adottando cibi che ne sono pieni in sostituzione di alcuni carboidrati raffinati, migliorerete la circolazione del sangue
01/12

Camminare

 
30 minuti al giorno a ritmo sostenuto, aiutano il cuore a pompare meglio il sangue
La pressione alta sanguigna è uno di quei fattori da tenere perennemente sotto controllo per prevenire brutte sorprese, difatti, anche se non è causa diretta di decessi, può aumentare sensibilmente il rischio di infarti, ictus, aneurismi e insufficienza renale. Certo, la medicina ha fatto passi da gigante in tal senso, tuttavia gli effetti collaterali sono sempre dietro l’angolo e spesso sono assai fastidiosi (crampi, nausea, vertigini). In primo luogo, i medici consigliano che per tenere sotto controllo la pressione sanguigna è bene avere cura del proprio peso corporeo ma potrebbe non bastare…
Wired.it vi consiglia 12 passi senza ricorrere ad alcun farmaco.
1. Camminate a passo sostenuto
I pazienti ipertesi possono contare su delle sane camminate a passo sostenuto, difatti, l’esercizio fisico aiuta il cuore ad “usare” l’ossigeno in modo più efficiente e così il sangue viene pompato in modo più vigoroso. Un consiglio? Una camminata di 30 minuti al giorno a passo rapido è un buon modo per cominciare. In seguito, potrete anche allungare la distanza da percorrere, sfidando voi stessi.
2. Respirare profondamente
Volete tenere a bada la renina? Cominciate ad avere cura della vostra respirazione. Per tenere sotto controllo la renina, l’enzima proteolitico secreto dai reni che aumenta la pressione sanguigna, ci si può rivolgere a pratiche meditative come il qigong, lo yoga e il tai chi. 5 minuti al mattino e 5 alla sera, vi aiuteranno ad allontanare gli ormoni dello stress e a far piazza pulita delle tensioni. Provare per credere.
3. Potassio
Il potassio può essere un alleato determinante per il vostro benessere e dunque, non lesinate con frutta e verdura per riuscire ad ingerire fra i 2,000 e i 4,000 mg al giorno. Cosa mangiare? Patate dolci, pomodoro, banane, fagioli, piselli, prugne e uva secca.
4. Guerra al sodio
Il sodio è, invece, da evitare a tutti i costi per chi soffre di ipertensione e in generale gli esperti consigliano di non ingerire più di 1,500 mg al giorno. Di quanto stiamo parlando? Tenete conto che mezzo cucchiaino di sale ne contiene 1,200 mg di sodio! Ma la maggior parte del sodio lo ingeriamo nelle pietanze e dunque, occhi alle etichette: meglio sciapo che saporito.
5. Cioccolato dark
Il cioccolato fondente potrà lenire la mancanza di sale per gli ipertesi, visto che questa saporita pietanza contiene i flavanoli, capaci di rendere i vasi sanguigni più elastici. 15 grammi di cioccolato fondente al giorno faranno al caso vostro, a patto che contengano almeno cacao al 70%.
6. Un bicchierino sì. Due no.
Ovviamente nessun medico vi dirà mai di alzare il gomito eppure bere quantità moderate di alcool al giorno, secondo diverse ricerche, non solo aiuta a prevenire malattie cardiache ma potrebbe aiutare la vostra pressione sanguigna a diminuire. Ovviamente si parla di minime quantità: da un quarto a metà di 0,34 litri di birra (o 0,14 litri di vino) al giorno. Senza barare.
7. Dal caffè al dek
Gli scienziati hanno a lungo dibattuto sul destino riservato alla caffeina per gli ipertesi ma uno studio della Duke university ha stabilito che questa sostanza sarebbe da evitare semplicemente perchè si tratta di un vasocostrittore. E la situazione peggiora sotto stress: il cuore pompa più velocemente e la pressione inevitabilmente, sale. Meglio passare al decaffeinato.
8. Meglio un tè all’ibisco
I ricercatori della Tufts University hanno evidenziato come i partecipanti ad uno studio che hanno sorseggiato tre tazzè di tè all’ibisco, hanno riscontrato una diminuzione netta della pressione arteriosa sistolica di ben 7 punti in 6 settimane mediamente (chi prendeva un placebo ha avuto solo un punto di diminuzione). Le proprietà fitoterapiche dell’ibisco sembrano dunque capaci di diminuire la pressione alta e visto che molte tisane ne sono ricche, vale la pena farne uso.
9. Lavorare un po’ meno
Con la crisi economica attuale è difficile ipotizzare una vita rilassata in ufficio ma è certo che lavorare troppo fa salire la pressione e non solo per lo stress diretto: far tardi in ufficio, comporta spesso pasti frugali ed errati ed impedisce di andare in palestra o di fare sport. La California University ha studiato 24,205 soggetti e il 15% di questi, trascorrendo 41 ore in ufficio, ha avuto un aumento dell’ipertensione. Mettere un timer sul vostro pc e appena possibile…scappate a casa.
10. Relax musicale
Secondo i ricercatori dell’università di Firenze, se gli ipertesi sono liberi di scegliere quale musica ascoltare ogni giorno, in totale relax, per 30 minuti al giorno, gli effetti sono assicurati. 28 adulti già in cura con farmaci, hanno riscontrato 3,2 punti in meno di pressione sistolica media in una settimana e 4,4 punti in meno dopo un mese.
11. Meglio non russare
I ricercatori della Alabama University hanno evidenziato che la maggior parte dei soggetti che soffre di apnee notturne, ha alti livelli di aldosterone, un ormone che può far aumentare la pressione del sangue. Dunque curare le apnee notturne non solo vi farà riposare meglio ma, al diminuire dell’aldosterone, dovrebbe diminuire anche la pressione.
12. W la soia
Secondo il Journal of the American Heart Association, sostituendo alcuni carboidrati raffinati con alimenti ricchi di soia o delle proteine del latte, si può migliorare nettamente la circolazione e dunque, abbattere l’ipertensione. Dunque occhio alla vostra dieta.

Adriatico: una immensa discarica di armi chimiche “made in USA”

Adriatico: una immensa discarica di armi 

chimiche “made in USA"

Le polemiche sul trasferimento nel porto di Gioia Tauro delle armi chimiche siriane non devono farci dimenticare che, fin dalla Seconda Guerra Mondiale, l’Adriatico è sempre stato utilizzato dalle forze armate americane e britanniche come discarica di ordigni letali, radioattivi e altamente inquinanti
Nelle ultime settimane tutti i giornali hanno dedicato spazio alle polemiche suscitate dalla decisione di trasferire nel porto calabrese di Gioia Tauro le armi chimiche provenienti dalla Siria che, nel quadro degli accordi internazionali, dovranno essere trattate per divenire inoffensive. Ma raramente i nostri mezzi d’informazione si ricordano di una terribile e sconcertante verità: il Mare Adriatico è un immenso cimitero di armi chimiche, radioattive e di ogni genere di ordigni letali. E questo già dalla fine del secondo conflitto mondiale, quando le forze armate occupanti, i cosiddetti “alleati”, decisero di farne la principale discarica per tutte le sostanze più pericolose e vietate dai trattati internazionali.
Le nostre autorità, sia politiche che militari, sono bene al corrente della cosa, come sanno bene del resto che questo allucinante “stoccaggio” di ordigni letali non ha conosciuto soste, protraendosi negli anni fino a tempi a noi molto vicini. Anche durante e dopo il barbaro attacco della NATO contro la Serbia del 1999, infatti, il nostro mare orientale è stato continuato ad essere utilizzato come discarica prediletta dall’esercito americano per occultare un numero impressionante di ordigni, comprese le micidiali bombe a grappolo (clustrer bombs) e quelle all’uranio impoverito.
Pochi giornalisti hanno fino ad oggi avuto il coraggio di denunciare la cosa e di evidenziare gli enormi rischi per la salute che questa discarica rappresenta per milioni di nostri concittadini che vivono e risiedono sulle coste adriatiche. Fra questi pochi si è sempre distinto Gianni Lannes, autore di numerose inchieste che hanno fatto luce su questa realtà drammatica.
Attraverso il suo blog Sulatesta!, Lannes è tornato recentemente sulla questione, denunciando come l’intero ecosistema dell’Adriatico sia ormai irrimediabilmente compromesso e rilevando come già dieci anni fa l’ICRAM (l’Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare) denunciava, alla luce di un accurato studio scientifico, l’inquinamento subito dall’intera catena alimentare.
Pezzi di questo ammasso informe (che si stima sia di oltre un milione di ordigni caricati con aggressivi chimici come l’Iprite e il Fosforo, soltanto se si contano quelli affondati nell’immediato dopoguerra) emergono sempre più spesso per via delle correnti marine che li depositano sulle spiagge. E capita spesso che questi ordigni rimangano impigliati nelle reti dei pescatori, che risultano i più esposti alla nocività di certe sostanze. Tanto che, come denunciato sempre da Lannes, viene applicato il Segreto di Stato sulle cartelle cliniche di tutti gli addetti del settore della pesca.
Già nel Marzo 2007 Gianni Lannes aveva pubblicato sul settimanale Left (di cui era condirettore Andrea Purgatori, il giornalista che sul Corriere della Seraaveva indagato fin dalle prime battute sulla strage di Ustica, scoprendone il “muro di gomma”) un’accurata inchiesta a riguardo, approfondendola poi sul campo in varie occasioni e pubblicando poi gli sconcertanti risultati delle sue scoperte cinque anni dopo, nel 2012, dedicandovi un intero capitolo (intitolato “Bombe amare”) del suo libro Il Grande Fratello, strategie del dominio.
Apprendiamo, dalle sue denunce, che la pratica di utilizzare i mari come discariche di ordigni letali e sostanze chimiche è sempre stata adottata dagli eserciti, soprattutto quello americano e quello britannico. Tanto che, al termine della Seconda Guerra Mondiale – tra il 1945 ed il 1947 – gli “alleati” hanno affondato un po’ ovunque a largo delle coste europee (oltre che nell’Adriatico anche nel Tirreno, nel Baltico e nell’Atlantico del Nord) enormi quantità di ordigni, tra cui oltre 60.000 tonnellate di agenti nervini. E, sempre parlando di gas nervini, risulta che le forze armate americane abbiano inabissato nell’Atlantico decine di migliaia dei propri razzi M-55, non stagni, e pieni del micidiale Sarin. Razzi che, essendo appunto non stagni, e quindi soggetti all’azione erosiva dell’acqua marina, hanno già iniziato da tempo a liberare il loro micidiale contenuto.
Ed anche il Pacifico, oggi sconvolto dagli effetti dell’inquinamento radioattivo di Fukushima, risulta essere costellato da discariche contenenti migliaia di tonnellate di armi chimiche affondate, oltre che dagli Americani, anche dalle forze armate britanniche e australiane.
Il Bulletin of the Atomic Scientists, citando uno studio condotto nel 1993 dalla US Arms Control and Disarmament Agency (ACDA, Agenzia USA per il controllo delle armi e il disarmo), riporta testualmente che  “in tutto, gli Stati Uniti sono responsabili di aver effettuato 60 scarichi in mare, per un totale di 100.000 tonnellate di armi chimiche piene di materiali tossici. I siti statunitensi si trovano nel Golfo del Messico, al largo del New Jersey, della California, della Florida, di New York e del South Carolina e nei pressi di India, Italia, Norvegia, Danimarca, Giappone e Australia”.
Ma l’Adriatico rappresenta, soprattutto per noi Italiani, alla luce di ciò che nasconde sui suoi fondali, una vera e propria bomba ad orologeria.
Secondo quanto emerge da documentati rapporti della Questura di Bari, consultati da Gianni Lannes presso l’Archivio di Stato del capoluogo pugliese, le forze armate di Sua Maestà Britannica, al termine del secondo conflitto mondiale, hanno deliberatamente affondato a poche miglia dal litorale barese, in fondali bassi e pescosi, migliaia di ordigni contenenti armi chimiche. Sulla vicenda il Governo di Londra ha imposto una censura militare tutt’oggi in vigore, nonostante che i primi documenti sanitari sui pescatori italiani contaminati da quelle sostanze risalgano al 1946.
La cosa più sconvolgente è che l’ubicazione esatta di queste discariche, oltre ad essere talvolta scarsamente nota alle nostre autorità militari, non viene criminalmente segnalata alla popolazione, mettendo così a rischio, oltre a quelle dei pescatori, le vite di chiunque lavori sul mare e degli ignari sub e dei bagnanti, che sempre più spesso si imbattono in distese di ordigni che le mareggiate portano alla luce sui fondali.
Emblematico è il caso di Pianosa, la più remota delle isole dell’arcipelago delle Diomedee, ultimo lembo nell’Adriatico di suolo italiano prima del confine con le acque internazionali, di fronte al Gargano. Come denuncia sempre Gianni Lannes, quella che è classificata come un’incontaminata riserva naturale marina con fondali cristallini e varietà di flora e fauna marine uniche in tutto il Mediterraneo, è in realtà un cimitero di ordigni letali.
Eppure un decreto interministeriale del  14 Luglio 1989 stabilisce che sull’isola e attorno ad essa è vietata «l’alterazione con qualsiasi mezzo dell’ambiente geofisico o delle caratteristiche biochimiche dell’acqua, nonché l’introduzione di armi, esplosivi e di qualsiasi mezzo distruttivo o di cattura, nonché sostanze tossiche o inquinanti» e né il Portolano della navigazione né le carte nautiche, neanche le più aggiornate, fanno menzione alcuna del tappeto di bombe che si estende su quei fondali. Nessuna comunicazione a riguardo viene ufficialmente data alla popolazione ed ai turisti, nonostante che le nostre autorità militari siano ben consapevoli di ciò che le acque di Pianosa nascondono.
Presso la Capitaneria di Porto di Manfredonia, infatti, nonostante la mancata collaborazione istituzionale, lo stesso Lannes ha avuto modo di verificare una precisa ordinanza classificata come “numero 27″, risalente al 18 Ottobre 1972. Il documento, firmato dal Tenente Colonnello Mariano Salemme, rende noto che «Nella zona di mare circostante l’isola di Pianosa, per una profondità di metri 100, sono depositate su fondo marino un numero imprecisato di bombe aeree che rendono quella zona pericolosa alla navigazione, ancoraggio e sosta di qualsiasi natante, e per la pesca, la pesca subacquea e la balneazione». Pertanto, prosegue il documento,  «Dalla data odierna fino a nuovo ordine, nella zona di mare sopra indicata, per una profondità di mare di metri 500 (cinquecento), sono vietata la navigazione, l’ancoraggio e la sosta di qualsiasi natante, la pesca, la pesca subacquea e la balneazione».
Ai numerosi ordigni rilevati dalla Marina Militare nel 1972, sui fondali di Pianosa si sono poi aggiunti quelli risalenti al recente conflitto nei Balcani. E numerosi involucri esplosivi, inclusi quelli risalenti all’attacco NATO alla Serbia del 1999, perdono il loro micidiale contenuto, alterando l’habitat marino con gravi conseguenze ambientali e sanitarie. Lo confermano i dati dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, che ha censito fino ad oggi soltanto una minima parte delle bombe americane presenti nell’area. «Le indagini hanno evidenziato un notevole stress per gli animali marini campionati – rivela Luigi Alcaro, ricercatore dell’ISPRA – segni di sofferenza e alterazioni a livello biochimico e istologico che possono essere diretta conseguenza del TNT disperso dalle bombe».
Il TNT, secondo la letteratura scientifica, è un composto solido, giallo e inodore prodotto dalla combinazione di acido nitrico e adido solforico. Numerose ricerche hanno dimostrato la tossicità di questa sostanza sull’organismo umano che si manifesta a diversi livelli provocando epatite e anemia emolitica, danni all’apparato respiratorio, eritemi e dermatiti. Inoltre essa è stata qualificata a livello internazionale anche come potenziale agente cancerogeno.  
Lo studio dell’ICRAM datato Maggio 2003 parla chiaro, come ha rilevato Gianni Lannes nelle sue inchieste. Non a caso il rapporto è intitolato “Contaminanti rilasciati dalla corrosione di residuati bellici sui fondali dell’isola Pianosa”.
Un’interrograzione parlamentare rivolta il 13 Luglio 2004 dal deputato dei Verdi Mauro Bulgarelli ai Ministri dell’Ambiente e della Difesa, affermava testualmente: «Nelle acque di Pianosa operano abitualmente pescatori di frodo e in prossimità dell’isola transitano petroliere e spesso gettano l’ancora natanti fuoribordo, circostanze che rendono possibile l’esplosione degli ordigni una volta che essi venissero a contatto con gli scafi». Bulgarelli aveva chiesto inoltre: «quali iniziative si intendano adottare per rimuovere nel più breve tempo possibile gli ordigni giacenti sui fondali, fonti di gravissimo pericolo per l’ecosistema, per la navigazione e la salute delle popolazioni dell’arcipelago delle Tremiti?»
L’unica risposta “istituzionale” agli allarmi lanciati dagli scienziati, ai rapporti dell’ICRAM e alle interpellanze dei Verdi risale al 14 Ottobre 2005. L’allora Ministro della Difesa Antonio Martino si limitò ad ammettere, nel caso di Pianosa «il rinvenimento di un numero imprecisato di ordigni bellici risalenti alla Seconda Guerra Mondiale» (tacendo quindi su tutti gli ordigni inabissati intenzionalmente dal dopoguerra fino ad oggi), ma si guardò bene dall’adoperarsi per predisporre una qualsiasi bonifica dei fondali.
Ma, sia nel caso delle Tremiti che per tutti gli altri numerosi siti contaminati dell’Adriatico e del Tirreno, nonostante la gravità inaudita della situazione, l’opinione pubblica è ancora tenuta colpevolmente all’oscuro dalle autorità e i vari governi che si sono succeduti negli ultimi anni non sono mai seriamente intervenuti, né mai si è parlato di dare inizio a delle bonifiche.
Si preferisce, da parte dei politici, nascondere la testa sotto la sabbia e fingere che il problema non esista, come è stato fatto per ben diciassette anni nel caso della “Terra dei Fuochi”, su cui si arrivò addirittura a imporre il Segreto di Stato, mentre la gente continua ad ammalarsi e a morire.
«Oggi siamo tutti danneggiati. Il problema non si deve ignorare ma risolvere. Tutto purtroppo è ancora nell’ombra», ammonisce Antonio Savasta, sostitutore procuratore a Trani.
Infrangere il muro di gomma, secondo Gianni Lannes, è un bene per tutti: i responsabili – soprattutto il governo USA – dovrebbero assumersi le proprie responsabilità e caricarsi gli oneri delle bonifiche, ammesso che vi siano le condizioni per poterle ancora fare, ammesso che per i nostri mari non sia ormai già troppo tardi.
Ma quali assunzioni di responsabilità ci si potrebbe mai aspettare, aggiungo io, da un esercito, quello degli Stati Uniti d’America, che dal 1945 continua ad occupare militarmente il nostro territorio e che ha sempre considerato i nostri mari alla stegua di un immenso immondezzaio?
E quali assunzioni di responsabilità ci potremmo aspettare da una classe politica che non solo ha permesso tutto questo, ma che ha anche contribuito a nasconderlo per decenni all’opinione pubblica e ai cittadini?

venerdì 31 gennaio 2014

L'ufficiale che rifiutò di inquinare il mare

L'ufficiale che rifiutò di inquinare il mareIn evidenza

29 Gennaio 2014Scritto da  Redazione
David Grassi2Un ufficiale di Marina si oppone allo sversamento in mare di liquidi oleosi inquinanti e viene sottoposto a sanzioni e costretto al congedo. Lui ha combattuto nelle aule giudiziarie e oggi racconta la sua storia.





Fonte: Il Tirreno. Abbiamo deciso di rilanciare l'articolo comparso sul quotidiano toscano Il Tirreno perchè racconta una storia che dice molto di questa Italia con cui oggi ci ritroviamo a fare i conti. E la riportiamo anche per dare conto dell'esistenza di persone come David Grassi, che speriamo possano essere tantissime e trovare il coraggio di farsi sentire.
David Grassi
LIVORNO. Invece di abbassare la testa e obbedire rispondendo: «Signorsì, signore», ha guardato il superiore negli occhi e ha risposto: «No, signor capitano, questo non lo possiamo fare. E se lo dovesse fare lei, sappia che ho già fatto delle foto e alcuni filmati che invierò a chi di dovere, anche alla stampa se necessario, per denunciare quello che è successo a bordo».
L'ordine che l'ufficiale David Grassi, insieme ad altri due colleghi, si è rifiutato di eseguire e che ha cambiato la sua vita per sempre, era quello di sversare in mare migliaia di litri di liquidi oleosi, provenienti dal motore, che si erano accumulati nella sentina; in barba alla tutela dell'ambiente, al rischio inquinamento e al regolamento internazionale che prevede, anche per le navi militari, di svuotare le sostanze inquinanti nel porto più vicino e con l'intervento di una ditta specializzata.
Era il 23 febbraio 2002 e l'allora tenente di vascello nato a Oristano ma residente da 4 anni a Livorno, aveva appena compiuto 30 anni, era imbarcato sulla nave da guerra "Maestrale" impegnata nella missione Eduring Freedom nel corno d'Africa. E soprattutto pensava che le battaglie più importanti le avrebbe combattute in mare, non certo nelle aule di un tribunale, tantomeno per riavere indietro la propria dignità dopo essere stato condannato - per quel «No» - a 15 giorni di arresto e a una macchia che ne ha pregiudicato la carriera fino al congedo, avvenuto due anni fa.
Invece la guerra civile dell'ufficiale ambientalista è durata 12 anni, un quarto della sua esistenza, e si è conclusa con una (parziale) vittoria: il Tar di Genova, tribunale al quale si era rivolto per far sentire valere le proprie ragioni, giovedì scorso ha cancellato quella sanzione disciplinare ma non gli ha riconosciuto il risarcimento danni che aveva chiesto tramite il avvocato.
David Grassi1
«In questo lasso di tempo - racconta Grassi che adesso lavora come ingegnere civile e nel tempo libero allena i ragazzi di atletica e basket della Libertas Livorno - ho perso molte cose, sia a livello personale, familiare e professionale. Ma tornando indietro rifarei quello che ho fatto, forse non proprio tutto. Ma certamente non ubbidirei a quell'ordine. Perché? Perché è in certe situazioni che vieni fuori chi sei davvero, da dove vieni, e i valori che ti hanno insegnato i tuoi genitori. E in quel momento non potevo far altro che comportarmi in quel modo senza abbassarmi alle prepotenze ma reagendo con coscienza. Eppure, dico anche che l'affetto e l'attaccamento nei confronti della Marina Militare non sono mai cambiati. Nonostante tutto continuo a credere che le persone nelle quali mi sono imbattuto siano una minoranza e che quel tipo di mentalità sia in via di estinzione».

mercoledì 29 gennaio 2014

Caso marò, Barroso: «No alla pena di morte La decisione dell’India avrà un impatto sull’Ue»

Caso marò, Barroso: «No alla pena di morte
La decisione dell’India avrà un impatto sull’Ue»

Il n. 1 della Commissione europea avvisa New Delhi. Poi loda l’Italia per gli sforzi nei conti, anche se il Paese resta «fragile»

Enrico Letta e José Manuel Barroso a colloquio (Ansa)

Enrico Letta e José Manuel Barroso a colloquio (Ansa)
Latorre e Girone, i due marò trattenuti in India da quasi due anni: la fotostoria
  • Latorre e Girone, i due marò trattenuti in India da quasi due anni: la fotostoria   
  • Latorre e Girone, i due marò trattenuti in India da quasi due anni: la fotostoria   
  • Latorre e Girone, i due marò trattenuti in India da quasi due anni: la fotostoria   
  • Latorre e Girone, i due marò trattenuti in India da quasi due anni: la fotostoria   
  • Latorre e Girone, i due marò trattenuti in India da quasi due anni: la fotostoria
«L’Unione europea è contraria alla pena di morte in qualunque situazione» ed è convinta che «qualunque decisione» dell’India sul caso dei due marò «avrà un impatto su tutta la Ue»: questa è la posizione del presidente della Commissione José Manuel Barroso al termine dell’incontro con il presidente del Consiglio Enrico Letta e 5 ministri del governo. Ogni decisione sul caso dei due militari italiani sotto processo in India «può avere un impatto sulle relazioni complessive fra l’Unione europea e l’India e deve essere valutata con attenzione». Di conseguenza, l’Ue , che ricorda di essere «impegnata a combattere la pirateria», «continua a seguire caso molto da vicino». Da parte sua Letta ha ribadito: «Vogliamo che la vicenda si concluda presto». Più tardi, su Twitter, il premier ha aggiunto: «A Bruxelles incontro con Barroso che ha risposto positivamente e con forza alla nostra sollecitazione di rendere europea la questione #Marò».
LA PRESIDENZA ITALIANA - Il semestre di presidenza italiana dell’Unione europea, nella seconda parte del 2014, è «ancora più importante» del solito perché coincide con «un momento di transizione per le istituzioni» ed «è importante che l’Italia la gestisca senza che si interrompa il lavoro su alcuni temi europei importanti» come l’Unione bancaria e il patto per la crescita e l’occupazione.
I CONTI PUBBLICI - Riguardo al risanamento dei conti pubblici, Barroso riconosce che l’Italia «ha compiuto notevoli sforzi per uscire dalla procedura di deficit eccessivo nel 2013 e questo è stato il più importante risultato per ristabilire la fiducia e ridurre gli spread». Il presidente della Commissione ha anche aggiunto che «il successo dell’Italia dipende dalla riduzione del debito».
PAESE VULNERABILE E FRAGILE - Anche perché, «nonostante inizi l’anno senza emergenze finanziarie, le sfide per l’Italia restano: il debito alto è ancora lì e la competitività è bassa, è ancora un Paese vulnerabile e fragile e non c’è motivo di compiacersi, l’aggiustamento strutturale deve proseguire». Il paese non deve «crogiolarsi sugli allori» e fare «in fretta sul percorso di riforme» per trovare la «stabilità strutturale» necessaria a inviare messaggi chiari e di fiducia agli investitori e ai mercati. «I dubbi negativi sull’Italia persistono, di investitori e cittadini», e per questo «l’Italia deve raggiungere la stabilità strutturale con misure a lungo termine perché gli altri partner ritrovino la fiducia». Inoltre l’Ue avvisa di attendere le stime di fine febbraio sulla «clausola» degli investimenti.

Foa: l’Italia è già in mano agli uomini di Mario Draghi

Foa: l’Italia è già in mano agli uomini di Mario Draghi


«Povero Renzi, non ha ancora capito che, se mai andrà al governo, non potrà comandare». Idem gli altri “volti nuovi” (o semi-nuovi) della politica, da Grillo a Vendola fino al leghista Salvini, tutti «destinati a vedere vanificate le loro riforme: che siano di destra o di sinistra, sono accomunati dallo stesso destino. Perché il vero potere è altrove. Così vicino, eppure invisibile», incarnato dagli uomini dislocati a Roma dal vero dominus dell’Italia, Mario Draghi. Secondo Marcello Foa, se la Seconda Repubblica ha portato ad esecutivi più longevi ma non troppo stabili – Berlusconi, Prodi – fino al super-tecnocrate Monti e alle larghe intese di Letta, è per via del «male endemico che però non spiega la cronica inefficienza dei governi», a cui è stato impedito di cambiare la politica. Chi frena? Per capirlo, si tratta di scoprire «chi ha in mano l’apparato del governo, chi pubblica sulla Gazzetta Ufficiale disposizioni di legge illogiche, incongruenti, contraddittorie al punto da vanificare, casualmente, la riforma generando sconcerto nell’opinione pubblica, che naturalmente se la prende con i soliti partiti».
La spiegazione: «Chi ha la facoltà di velocizzare o di rallentare l’immenso apparato dello Stato: le persone che hanno questa facoltà esistono e 
Daniele Franco, Ragioniere Generale dello Stato
possiedono le chiavi del potere», scrive Foa in un post sul “Giornale”, citando un articolo di “Italia Oggi” del maggio scorso, firmato da Roberto Narduzzi. Titolo: “Draghi ha già piazzato i suoi uomini in tutti i posti chiave dell’economia”. Per attivare lo scudo anti-spread, scrive Narduzzi, occorre «offrire garanzie manageriali ai prestatori che devono di fatto approvare la qualità della squadra italica chiamata a gestire il programma». Draghi lo sa bene, aggiunge “Italia Oggi”, e non ha perso tempo: «Non è affatto casuale l’arrivo di uomini di Bankitalia ai posti chiave della finanza pubblica. Fabrizio Saccomanni come ministro dell’economia e Daniele Franco alla Ragioneria dello Stato». Sono «persone di qualità e di cui Draghi si fida», ovvero «persone giuste per interagire con la Bce, il Fmi o la Commissione se l’attivazione dello scudo si fa realtà». Altre pedine strategiche: alla direzione generale del Tesoro un certo Vincenzo La Via, proveniente dalla Banca Mondiale, e all’Agenzia delle Entrate un tecnocrate come Attilio Befera, «molto stimato da Draghi». A questo punto, «soltanto il bilancio dell’Inps,
Vincenzo La Via e Attilio Befera
oggetto di feroci critiche per Inpdap ed esodati, sfugge al controllo tecnico di un Draghi boy».
Il “vero premier italiano”, quello che governa dall’Eurotower Bce di Francoforte in perfetta sintonia con Napolitano, ha messo a punto ogni casella chiave per gestire gli effetti operativi dell’attivazione italiana dello scudo anti-spread, osserva Foa, rileggendo “Italia Oggi”. «Il tono dell’articolo è compiaciuto e compiacente. Come dire: bravo Draghi!». Con questi sistemi, aggiunge Foa, si governano le istituzioni grazie a «tecniche di occupazione del potere», vanificando ogni dialettica politica fondata sul confronto democratico, grazie al super-potere di «membri altolocati delle élite che contano davvero». Lo conferma un altro servizio, firmato da Andrea Cangini sul “Quotidiano Nazionale”: “Leggi e governanti ‘ostaggio dei tecnici’. Così i grandi burocrati guidano la politica”. «Lo Stato sono loro», taglia corto l’ex ministro Altero Matteoli, «e la repubblica è appesa alle loro decisioni». Destra e sinistra non contano, di fronte al potere dei super-burocrati: ragioniere generale dello Stato, capi di gabinetto, direttori di dipartimento, capi dell’ufficio legislativo dei ministeri più importanti. «Hanno dunque in pugno il paese, e da quasi vent’anni sono 
Vincenzo Fortunato
sempre gli stessi», restando nel recinto di «una casta chiusa, irresponsabile ed autoreferenziale».
Osserva ancora Cangini: sono 15-20 individui, sempre quelli. «Il più noto è Vincenzo Fortunato, ex Tar, più di 500.000 euro di stipendio l’anno fino a poco tempo fa». I super-tecnocrati nostrani «sono il vero e inamovibile potere italiano», sintetizza un ex ministro diessino, confortato da un suo omologo ex forzista. Entrambi sostengono che le bollinature, cioè il via libera contabile della Ragioneria ad ogni provvedimento di spesa, «vengono concesse solo se il provvedimento rientra nella ‘visione’ politica del ragioniere generale. In caso contrario vengono negate o subordinate a scelte ‘politiche’ diverse». C’è un’altra cosa su cui i due ex ministri, pur di opposti schieramenti, concordano: «I burocrati ministeriali scrivono le norme e gestiscono le informazioni in maniera iniziatica, in modo da risultare indispensabili». Un monopolio difficile da scalfire, chiosa Foa. «Capito chi governa davvero l’Italia?». Loro, gli yes-men che rispondono al signore della Bce, privatizzatore del sistema bancario italiano, uomo del Bilderberg e della Goldman Sachs nonché esponente del Gruppo dei Trenta, vera e propria cupola del super-potere finanziario mondiale attraverso cui l’élite planetaria domina il nostro destino.

martedì 28 gennaio 2014

Parlano di Napoli: A Torino circolano 54 mila auto senza assicurazione

A Torino circolano 54 mila auto senza assicurazione

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Sta diventando preoccupante la piaga delle automobili che circolano senza assicurazione. Secondo uno studio dell’Aci Torino sarebbero almeno 54 mila solo in città. Il calcolo è fatto applicando la stima nazionale dell’8% sul totale dei veicoli presenti nel Comune di Torino, che è di circa 680 mila. A confermare i numeri elevati è anche la crescita delle multe redatte dai vigili urbani. Erano 2.339 nel 2011, sono divenute 2.769 nel 2012 mentre i dati del 2013, ancora incompleti, confermerebbero i numeri del 2012. Un aiuto per invertire la tendenza potrebbe arrivare a partire dal 15 febbraio, quando entrerà in vigore un sistema di controllo elettronico. Le telecamere presenti sulle nostre strade (Ztl, Tutor e Telepass) saranno infatti autorizzate ad inviare i dati delle targhe alla polizia per un controllo incrociato più dettagliato