martedì 26 agosto 2014

La guerra (non dichiarata) degli Usa al resto del mondo

GEO-FINANZA/ La guerra (non dichiarata)
degli Usa al resto del mondo

La Prima guerra mondiale (1914-
18) fu un conflitto europeo,
ancora una volta sulla scia degli
aggiustamenti della caduta
dell’Impero romano. Al di là dei
richiami patriottici, il tentativo
era di semplificare la mappa
geopolitica d’Europa, e
soprattutto di dividersi le spoglie
dell’Impero Ottomano e di quello
Austroungarico. Inoltre, la
Grande guerra, che ebbe un
effetto di riduzione demografica
significativa in Europa, ebbe anche conseguenze economiche e geopolitiche enormi.
Tutti settori produttivi, industriali, agricoli, dei trasporti, furono potenziati,
costituendo un vero boom economico.
L’Inghilterra era il principale finanziatore degli alleati fino al 1916, quando chiese
prestiti agli Usa. Il Pil inglese crebbe del 14% (1914-18), quello francese decrebbe del
23% rispetto al 1913 e gli Usa si trovarono a gestire una seria crisi finanziaria (dovuta
a numerosi errori di gestione). Nel 1916 l’Inghilterra convinse la Francia a firmare un
accordo (Sykes-Picot) per la spartizione delle regioni dell’Impero Ottomano in Medio
Oriente: l’Inghilterra prese così il controllo di tutti i territori produttori di petrolio.
Nel 1919, il Trattato di Versailles impose alla Germania sconfitta delle draconiane
riparazioni di guerra che avrebbero dovuto ripagare dei danni alle economie civili
europee. Invece, la grande maggioranza di quelle ingenti somme finì a ripagare i
crediti delle banche Usa.
La Seconda guerra mondiale (1942-45) può essere ben considerata ancora come un
episodio di chiusura dei contenziosi rimasti dopo il 1918. Questa volta, però, il
risultato economico per gli Usa fu di otto dollari per ogni dollaro investito nel conflitto,
e sul piano geopolitico la presa di controllo dell’Europa occidentale, nonché il passaggio
di consegne dei territori mediorientali fino ad allora controllati dall’Inghilterra, con il
famoso incontro tra Roosevelt e il re saudita nel 1945 a bordo di un incrociatore
americano.
La gestione militare della Guerra fredda e dei suoi corollari, portò ben presto a capire
che la spinta positiva della Seconda guerra mondiale sull’economia del dollaro si stava
esaurendo. La dollarizzazione del mondo, iniziata con gli accordi di Bretton Woods,
negoziati tra 44 paesi nel luglio 1944 ed entrati in vigore nel 1958, serviva a imporre
un nuovo standard di dominio: il sistema monetario e finanziario. Nonostante ciò,
dopo la sconfitta militare in Vietnam (1969-72) apparve chiaro che si doveva
procedere a un’ulteriore aggiustamento del sistema euro-americano e mondiale.
La terza rivoluzione industriale dagli anni ‘70 ha portato l’era delle telecomunicazioni
e dell’informatica progressivamente diventate di massa. In coincidenza con questo
evento è iniziata la compressione dei salari e la crescita delle diseguaglianze sociali ed
economiche. Una tendenza che si è aggravata con il laissez faire finanziario degli anni
‘90, la deregolamentazione finanziaria e commerciale su scala globale. La crisi del
sistema finanziario americano nel 2007 e poi l’installarsi della recessione economica in
Europa, pongono serie domande sulla possibilità di tenuta dei sistemi socio-economici
euro-americani.

Egitto ed Emirati hanno attaccato in Libia?

Egitto ed Emirati hanno attaccato in Libia?


libia

Negli ultimi sette giorni, Egitto ed Emirati Arabi Uniti avrebbero condotto segretamente una serie di attacchi aerei contro alcune milizie islamiste, impegnate da mesi nella battaglia per il controllo di Tripoli, in Libia, secondo un’accusa dei leader di alcune milizie libiche smentita nei giorni scorsi ma oggi confermata da fonti interpellate dal New York Times.
La notizia delle operazioni militari è stata confermata da quattro funzionari del governo statunitense, ma era stata smentita dai due paesi coinvolti che hanno negato di avere organizzato o partecipato ad attività simili negli ultimi giorni. L’ipotesi era nata dopo alcuni attacchi aerei su Tripoli di cui non era chiara la responsabilità. Egitto ed Emirati sono tra i più importanti alleati degli Stati Uniti nell’area medio orientale ed araba e per questo il governo statunitense è rimasto sorpreso dalla decisione di agire senza preavviso, hanno spiegato i funzionari al New York Times.

Stando alle fonti consultate dal giornale, già in passato Egitto ed Emirati avrebbero collaborato in almeno un’altra circostanza per condurre alcuni attacchi contro gruppi islamisti in Libia. Le operazioni avrebbero comportato l’utilizzo di squadre speciali sul territorio, forse dei soli Emirati, e non esclusivamente attacchi aerei coordinati tra i due paesi. Egitto ed Emirati Arabi Uniti sono tra i principali sostenitori di iniziative politiche, mediatiche e militari per ridurre il più possibile il ruolo dei gruppi islamisti in molti paesi arabi. Il governo egiziano è esplicitamente, e lo ha mostrato nei mesi passati con violenza, contro il movimento dei Fratelli Musulmani, messo al bando dall’Egitto dopo una sua breve fase di controllo del paese seguita alla caduta della presidenza Mubarak.
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Gli Stati Uniti temono che un impegno diretto e continuativo di Egitto ed Emirati in Libia – paese nel caos da mesi, con istituzioni fortemente indebolite e continue battaglie tra diversi gruppi di miliziani che mirano al controllo di parte del territorio – possa portare a nuovi squilibri nei rapporti diplomatici tra i paesi arabi e a nuove tensioni. Tra i principali sostenitori delle organizzazioni islamiste come i Fratelli Musulmani ci sono Qatar e Turchia, che hanno dato nei mesi scorsi il loro sostegno e in alcuni casi fornito armi ad alcuni gruppi. Attraverso le complicate vie diplomatiche, la comunità internazionale prova da mesi a mantenere buoni rapporti tra i paesi dell’aerea, ma gli sforzi sarebbero vanificati se le attività militari di Egitto ed Emirati Arabi Uniti proseguissero nelle prossime settimane, hanno spiegato sempre al New York Times alcuni funzionari statunitensi.
Il presidente egiziano al Sisi domenica scorsa aveva comunque negato che “forze militari e dell’aeronautica dell’Egitto” siano state impegnate in territorio libico. Ma riservatamente il governo egiziano avrebbe fatto intendere altro, dicono le fonti statunitensi. Gli Emirati Arabi Uniti non hanno diffuso commenti sulle voci degli attacchi aerei condotti segretamente in Libia, ma su alcuni giornali sono state riportate frasi di alcuni membri del governo che hanno negato un coinvolgimento diretto del paese.

Quattro anni sprecati, di Luciano Gallino

Quattro anni sprecati, di Luciano Gallino

Quattro anni sprecati, di Luciano Gallino (da la Repubblica del 19 agosto 2014)
“I governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi saranno ricordati come quelli che hanno dimostrato la maggiore incapacità nel governare l’economia in un periodo di crisi. I dati sono impietosi. Dal 2009 ad oggi il Pil è calato di dieci punti. Qualcosa come 160 miliardi sottratti ogni anno all’economia. L’industria ha perso un quarto della sua capacità produttiva. La produzione di autovetture sul territorio nazionale è diminuita del 65 per cento. L’indicatore più scandaloso dello stato dell’economia, quello della disoccupazione, insieme con quelli relativi alla immensa diffusione del lavoro precario, ha raggiunto livelli mai visti. La scuola e l’università sono in condizioni vergognose. Sei milioni di italiani vivono sotto la soglia della povertà assoluta, il che significa che non sono in grado di acquistare nemmeno i beni e i servizi di base necessari per una vita dignitosa. Il rapporto debito pubblico-Pil sta viaggiando verso il 140 per cento, visto che il primo ha superato i 2100 miliardi. Questo fa apparire i ministri che si rallegrano perché nel corso dell’anno saranno di sicuro trovati tre o quattro miliardi per ridurre il debito dei tristi buontemponi. Ultimo tocco per completare il quadro del disastro, l’Italia sarà l’unico Paese al mondo in cui la compagnia di bandiera ha i colori nazionali dipinti sulle ali, ma chi la comanda è un partner straniero.
Si possono formulare varie ipotesi circa le origini del disastro. La più nota è quella avanzata da centinaia di economisti europei e americani sin dai primi anni del decennio. È un grave errore, essi insistono, prescrivere al cavallo maggiori dosi della stessa medicina quando è evidente che ad ogni dose il cavallo peggiora. La medicina è quella che si compendia nelle politiche di austerità, richieste da Bruxelles e praticate con particolare ottusità dai governi italiani. Essa richiede che si debba tagliare anzitutto la spesa pubblica: in fondo, a che cosa servono le maestre d’asilo, i pompieri, le infermiere, i ricercatori universitari? In secondo luogo bisogna privatizzare il maggior numero possibile di beni pubblici. Il privato, dicono i medici dell’austerità, è sempre in grado di gestire qualsiasi attività con superiore efficienza: vedi, per dire, i casi Ilva, Alitalia, Telecom. Infine è necessario comprimere all’osso il costo del lavoro, rendendo licenziabile su due piedi qualunque tipo di lavoratore. I disoccupati in fila ai cancelli sono molto più disposti ad accettare qualsiasi lavoro, a qualsiasi condizione, se sanno che al minimo sgarro dalla disciplina aziendale saranno buttati fuori come stracci. Altro che articolo 18.
Nell’insieme la diagnosi appare convincente. Le politiche di austerità sono un distillato delle teorie economiche neoliberali, una macchina concettuale tecnicamente agguerrita quanto politicamente misera, elaborata dagli anni 80 in poi per dimostrare che la democrazia non è che una funzione dell’economia. La prima deve essere limitata onde assicurare la massima espansione della libertà di mercato (prima di Draghi, lo hanno detto senza batter ciglio Lagarde, Merkel e perfino una grande banca, J. P. Morgan). La mente e la prassi di tutto il personale che ha concorso a governare l’economia italiana negli ultimi anni è dominata sino al midollo da questa sofisticata quanto grossolana ideologia; non c’è quindi da stupirsi che essa abbia condotto il Paese al disastro.
Domanda: come mai, posto che tutti i governanti europei decantano e praticano i vantaggi delle politiche dell’austerità, molti dei loro Paesi se la passano meglio dell’Italia? La risposta è semplice: perché al di sotto delle coperture ideologiche che adottano in pubblico, le iniziative che essi prendono derivano piuttosto da una analisi spregiudicata delle reali origini della crisi nella Ue. In Italia, non si è mai sentito un membro dei quattro “governi del disastro” proporre qualcosa di simile ad una tale analisi, con la conseguenza che oltre a praticare ciecamente le politiche neoliberali, i nostri governanti ci credono pure. Facendo di loro il personale politico più incompetente della Ue.
Si prenda il caso Germania; non a caso, perché la Germania è al tempo stesso il maggior peccatore economico d’Europa (copyright Flassbeck), e quello cui è meglio riuscito a far apparire virtuoso se stesso e peccatori tutti gli altri. Il motivo del successo tedesco è noto: un’eccedenza dell’export sull’import che col tempo ha toccato i 200 miliardi l’anno. Poco meno di due terzi di tale somma è dovuta ad acquisti da parte di altri paese Ue. Prodigio della tecnologia tedesca? Nemmeno per sogno. Prodigio, piuttosto, della formula “vai in malora te e il tuo vicino” (copyright Lapavitsas) ferreamente applicata dalla Germania a tutti i Paesi Ue. Grazie alle “riforme” dell’Agenda 2010, dalla fine degli anni 90 i lavoratori tedeschi non hanno visto un euro in più affluire ai loro salari; il considerevole aumento complessivo della produttività verificatosi nello stesso periodo si è tradotto per intero nella riduzione dei prezzi all’esportazione. In un regime di cambi fissi come quello imposto dall’euro, questo meccanismo ha trasformato la Germania in un Paese a forte surplus delle partite correnti e tutti gli altri Paesi dell’Eurozona in Paesi deficitari.
Ha voglia la Cancelliera Merkel di decantare le virtù della “casalinga dello Schlewig-Holstein”, che spende soltanto quel che incassa e non fa mai debiti. La virtù vera dei tedeschi è consistita, comprimendo i salari interni per favorire le esportazioni, nel diventare l’altezzoso creditore d’Europa, mettendo in fila tutti gli altri Paesi come debitori spreconi. È vero che negli incontri ufficiali è giocoforza che ognuno parli la neolingua del regime neoliberale che domina la Ue. Invece negli incontri dove si decidono le cose serie bisognerebbe chiedere ai governanti tedeschi che anziché della favola della casalinga si discuta magari delle politiche del lavoro — quelle tedesche — che hanno disastrato la Ue. Potrebbe essere utile quanto meno per condurre trattative per noi meno jugulatorie. Tuttavia per fare ciò bisogna avere una nozione realistica della crisi, e non è chiaro se esiste un solo governante italiano che la possegga.

Nei discorsi con cui verso metà agosto Matteo Renzi ha occupato gran parte delle reti tv, si è profuso in richiami alla necessità di guardare con coraggio alla crisi, di non lasciarsi prendere dalla sfiducia, di contare sulle risorse profonde del paese. Sarà un caso, o uno spin doctor un po’ più colto, ma questi accorati richiami alla fibra morale dei cittadini ricordano il discorso inaugurale con cui Franklin D. Roosevelt inaugurò la sua presidenza nel marzo 1933. In Usa le conseguenze furono straordinarie. Ma non soltanto perché i cittadini furono rianimati di colpo dalle parole del presidente. Bensì perché nel giro di poche settimane Roosevelt creò tre agenzie per l’occupazione che in pochi mesi diedero un lavoro a quattro milioni di disoccupati, e attuò la più grande ed efficace riforma del sistema bancario che si sia mai vista in Occidente, la legge Glass-Steagall. Ci faccia vedere qualcosa di simile, Matteo Renzi, in tempi analoghi, e cominceremo a pensare che il suo governo potrebbe anche risultare meno disastroso di quanto oggi non sembri.”

(da La Repubblica, 19 agosto 2014

martedì 15 luglio 2014

Che scandalo! Unicredit

 Che scandalo! Unicredit sottrae cifre da paura al correntista, e occulta i ricalcoli. Ecco le prove


RICA UNI
Sembra una storia surreale ma invece è quanto è capitato ad un utente di banca Unicredit a San Martino Buonalbergo, in provincia di Verona.  Un utente che ha lottato per più di 7 anni con ogni azione legale possibile ma solo per un caso fortuito della vita, qualche mese fa, nel richiedere  la documentazione completa al proprio legale, è venuto in possesso di documenti che comprovano tutte le colpe di Unicredit, possibili strumenti di prova, importanti ammissioni occultate relative a cifre ingenti sottratte.

Il  sig. Remigio Tuppini, così si chiama l’amministratore della Tierre, società del comparto orafo coinvolta in questa incredibile storia, nel giugno 2005 si è azzardato a richiedere il rimborso degli interessi anatocistici illegittimi applicati al conto corrente dell’azienda. Successivamente nel marzo 2006,  ha richiesto nuovamente il rimborso attraverso un legale ma di tutta risposta Unicredit  ha revocato le linee di credito e ha chiuso i rapporti bancari. Evidentemente la sede centrale della Banca si è edotta sullo stato reale di questo conto corrente, e ha prodotto un ricolacolo. Nell’Aprile 2006 Unicredit  rispondeva  affermando “la correttezza dell’operato e che dalle verifiche effettuate non risultava alcun superamento del tasso soglia  di usura, oltre il quale si commette l’illecito”.  Solo ad agosto 2012 quando Tuppini sfinito da una situazione che non portava a nulla, ha deciso di richiedere al proprio legale tutta la documentazione e di chiedere una consulenza altrove.
Avete capito? La Banca sapeva benissimo di aver trattenuto illecitamente del denaro ma questo documento non ha mai raggiunto il cliente, forse nella speranza di trovare qualche cavillo tramite i loro bravissimi avvocati. La prova è che in cima al documento si legge una trasmissione fax avvenuta a luglio del 2009 dall’avvocato di Unicredit all’ex legale del sig. Tuppini che si è guardato bene dal sottoporglielo.  E mentre il sig. Tuppini si batteva per avere giustizia facendo denunce penali regolarmente poi archiviate dal Tribunale di Verona (in quanto si basa su circolari fuorvianti di Banca d’Italia anziché svolgere indagini presso le banche e applicare la Legge), in sede civile a nulla è servito affrontare un estenuante procedimento in quanto sono stati sottratti gli indispensabili strumenti di prova.  Ma questo lo ha saputo solo in fase conclusiva quando il Giudice non ha potuto ammettere i documenti a causa della  tardiva presentazione.
Ora il Tuppini ha dato Procura al Presidente della ConFedercontribuenti di Padova, sig. Belluco, che ha tentato un approccio conciliativo con Unicredit ma inutilmente.  Nel frattempo  sono partite nuove denunce, sia nei confronti degli Avvocati coinvolti che nei confronti della Banca.  E’ il caso che gli inquirenti vadano a controllare le false scritture contabili, visto che sugli estratti conto dell’azienda sono riportate, a questo punto si può dire,  cifre di fantasia.
Se è vero che la Legge è uguale per tutti lo vedremo. Certo che i nostri occhi da questo caso non si abbasseranno mai. E’ uno scandalo tutto italiano che ha fatto chiudere un’azienda con ottime chance, ha portato alla disperazione e alla fame delle famiglie ma il più penalizzato è soprattutto l’anziano signor Tuppini che ormai di chance non ne ha più, le hanno portate via con un’ordinanza di sfratto, emessa da  un Giudice del Tribunale di Verona, stranamente velocissima, insieme ai macchinari che lui aveva costruito con la sua genialità, e i residui di lavorazione ossia l’argento… allo smaltimento, in discarica!

lunedì 7 luglio 2014

I 10 quesiti Pd sulle riforme, i grillini rispondono sì a tutto: «ora i dem non hanno più alibi»



I 10 quesiti Pd sulle riforme, i grillini rispondono sì a tutto: «ora i dem non hanno più alibi»



Giornata in altalena per i rapporti Pd-5 Stelle, che oggi

avrebbe dovuto avere il secondo incontro-confronto sulla legge
elettorale. Prima la conferma del grillino Di Maio, poi lo stop
del capogruppo dem alla Camera, Roberto Speranza, e il rinvio
a «dopo che saranno pervenute formali risposte alle questioni
indicate nei giorni scorsi». E dopo un duro post di Beppe Grillo
(«Sbruffoni della democrazia», passaggio cancellato in serata )
che però non chiude al dialogo, il blog del leader M5S pubblica
un lungo testo con le risposte chieste dal Pd come pregiudiziale
per la ripresa del confronto bilaterale: «Dieci risposte a 
dieci domande». E sono tutti dei sì(in neretto), per mostrare «la massima disponibilità al confronto e al dialogo», fare in modo
che il Pd «non abbia più alibi». 
Riforme, senatori dem riuniti, verso uno slittamento alla prossima settimana
Intanto, nella riunione in corso dei senatori Pd sulle riforme costituzionali (una novantina ipresenti), aperta da un appello del capogruppo Luigi Zanda a «fare presto» perchè il tema
del tempo «non è un capriccio» ma «un tema reale», si delinea un nuovo calendario per la riforma del Senato, al momento ancora all'attenzione della Ia commissione. Per Giorgio Tonini, vicecapogruppo Pd, che ha citato quanto riferito dalla relatrice del ddl Anna Finocchiato, il tema potrebbe infatti arrivare in Aula «giovedì o al più tardi martedì prossimo», il 15 luglio. Parlando della riunione in corso, Tonini l'ha descritta come «molto
serena e tranquilla, attenta al merito e ai contenuti, ci sono dei nodi da sciogliere ma la commissione sta lavorando da mesi e il testo che esce è interessante e maturo». Stasera non é comunque prevista nessuna votazione sul ddl boschi nella riunione dem. Il capogruppo proporrà di farla solo una volta che la commissione Affari costituzionali avrà licenziato il testo per l'aula che molto probabilmente slitterà alla prossima settimana.
Ballottaggio, premio di maggioranza nuovi collegi? Sì a tutto Il documento postato da Grillo affronta punto per punto i dieci quesiti del Pd. Prima domanda Pd: «Siete disponibili a prevedere un ballottaggio, così da avere sempre la certezza di un vincitore?», risposta: «Sì». «Per noi quello che voi chiamate "vincitore" -
puntualizzato tuttavia i 5 Stelle - è il conquistatore di una vittoria di Pirro, che non garantisce in alcun modo la governabilità». In ogni caso - aggiungono i 5 Stelle - «al fine di evitare un pessima legge elettorale quale è la legge Berlusconi-Renzi nella sua attuale
formulazione» siamo «disponibili a prevedere un ballottaggio che dia ad una forza politica la maggioranza dei seggi, a condizione di evitare che la conquista del primo posto si trasformi
in una corsa all'ammucchiata di tutto e il suo contrario (come è stato per l'Unione di Romano Prodi e per le coalizioni guidate da Silvio Berlusconi) che ha provocato la caduta

martedì 24 giugno 2014

Attenzione all'aumento di Capitale ,truffa, della Banca Popolare di Puglia e Basilicata


Attenzione all'aumento di Capitale ,truffa, della Banca Popolare di Puglia e Basilicata



Hanno venduto le azioni a € 8,80,ma se l'azionista ha bisogno di venderle offrono € 6,00/5,50.
E' capitato a tantissimi azionisti,l'anno scorso,di aver in carico le azioni a 9,60 e la banca le acquistate a 6.60,questa la chiamano operazione vantaggiosa ma per chi??La banca Ha bisogno dell'aumento di capitale per non andare in default.
Cari sottoscrittori ritirate le promesse di acquisto ,tra l'altro,molti azionisti  che avevano anche impegni con la banca(mutui,Fidi etc) e hanno ricevuto un terzo in meno del valore delle azioni,stanno procedendo azioni legali per anatocismo ed usura nei confronti della banca.


Articolo della Gazzetta Economica
La Banca Popolare di Puglia e Basilicata ha collocato interamente l’aumento di capitale. E’ stata infatti completamente sottoscritta l’offerta di nuove azioni ordinarie per un controvalore di circa 46,7 milioni di euro. Il prezzo di collocamento, pari a euro 8,80 per azione è stato considerato vantaggioso dai sottoscrittori in relazione al valore patrimoniale dell’azione e alla solidità dell’emittente. L’operazione si è pertanto conclusa con pieno successo con l’adesione di oltre 11.500 tra soci e possessori di obbligazioni convertibili. La domanda di nuove azioni ha superato l’offerta tanto da rendere necessarie le operazioni di riparto. “Sono molto soddisfatto del risultato ottenuto - commenta il Presidente avv. Raffaele D’Ecclesiis, i nostri soci e obbligazionisti ancora una volta ci hanno dato fiducia, valore che è per noi il più forte stimolo a crescere ancora.
Il rafforzamento patrimoniale infatti, consente alla Banca di sostenere adeguatamente il proprio sviluppo non solo dimensionale e di continuare a supportare l’economia reale dei territori serviti attraverso il sostegno finanziario alle imprese che vi operano”. “La piena adesione all’aumento di capitale - aggiunge il Direttore Generale dott. Errico Ronzo - in un momento di grande difficoltà per i mercati finanziari è motivo di grande soddisfazione perché consentirà di presidiare ulteriormente la stabilità e l'autonomia della Banca, di sfruttare le opportunità di crescita e di sostenere anche nei momenti difficili le famiglie e le imprese.” In proposito è importante ricordare quanto la Banca Popolare di Puglia e Basilicata si sia sviluppata in pochi anni sia in termini dimensionali sia dal punto di vista patrimoniale e reddituale.
Con l’acquisizione dal Gruppo Montepaschi di 15 sportelli in Piemonte Lombardia e Lazio e l’apertura avvenuta nel corso dell’anno delle filiali di Rimini e Bassano del Grappa, la Banca conta 142 filiali in dodici regioni italiane. Oltre alle 79 filiali ubicate in Puglia e Basilicata, la Banca opera con 27 filiali nell’Italia settentrionale in Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli ed Emilia Romagna; 24 in Campania e Lazio; 12 in Molise, Abruzzo e Marche. Inoltre per la prima metà del 2010, saranno operative ulteriori quattro nuove filiali a Civitavecchia, Ostuni, Castellammare di Stabia e San Donà di Piave che porteranno il totale della rete della Banca a 146. Mantenendo la propria autonomia e forte di una storia di 127 anni, la Popolare di Puglia e Basilicata è dunque riuscita a svilupparsi nel tempo in modo equilibrato. I soci hanno visto sempre accresciuto il valore delle proprie azioni e le aree servite hanno beneficiato di particolari ritorni sia in termini di supporto all’economia, sia di sostegno alle iniziative socio culturali e di volontariato del territorio.

martedì 27 maggio 2014

La Finanza creativa di Unipol e Coop Rosse, “la Consob di Vegas chiuse gli occhi su un ‘buco’ di almeno 400 milioni”

Unipol, “la Consob di Vegas chiuse gli occhi su un ‘buco’ di almeno 400 milioni”


Nelle carte della Procura di Milano le scottanti accuse alla gestione dell'ex vice di Tremonti della maxi fusione che ha fatto grande il gruppo delle coop e tutelato i crediti di Mediobanca verso i Ligresti

Unipol, “la Consob di Vegas chiuse gli occhi su un ‘buco’ di almeno 400 milioni”

Nel discusso via libera alla fusione tra Unipol e Fondiaria Sai tanto caldeggiata dal creditore Mediobanca, il presidente della Consob Giuseppe Vegas non volle vedere un potenziale buco di almeno 400 milioniche si aggirava nei conti della compagnia delle coop. Che avrebbe così abbassato il controvalore dell’operazione a suo carico. E’ quanto emerge dal decreto di perquisizione firmato la scorsa settimana dal procuratore di Milano, Luigi Orsi, in seguito al quale la Guardia di Finanza si è recata sia presso la sede di Unipol a Bologna, sia presso la stessa Consob, sequestrando tra il resto 60 computer. In particolare nelle carte si legge che la documentazione dell’Ufficio analisi quantitative della Commissione di vigilanza dei mercati guidato da Marcello Minenna, quella arrivata sul tavolo dei vertici della Consob a dicembre per il via libera definitivo alla più importante operazione finanziaria italiana degli ultimi tempi, indicava come Unipol attribuisse ai suoi derivati un valore decisamente superiore a quello di mercato: la differenza è stata quantificata in una cifra compresa tra 592 e 647 milioni di euro. La valutazione, però, è rimasta praticamente inascoltata: anche tenendo conto delle rettifiche per 240 milioni che la Consob aveva imposto a Unipol nell’aprile di quell’anno, ballerebbero ancora almeno 400 milioni. Certo, il valore reale degli strutturati a distanza di tempo potrebbe essere cambiato in linea con l’andamento dei mercati, ma ciò non toglie che la fotografia di partenza potrebbe essere stata ritoccata, falsando così anche il risultato finale. Tutto a scapito delle minoranze che non erano della partita.  
I VALORI SBALLATI E IL TELEFONO SENZA FILI CON LA VIGILANZA ASSICURATIVA - In particolare il decreto parla di “un differenziale negativo di fair value” nel portafoglio strutturati “rispetto ai valori comunicati da Unipol, che si colloca tra i 592 e i 647 milioni di euro” e del fatto che le valutazioni di Minenna non sono state accolte nella delibera sugli strutturati adottata il 13 dicembre 2013 dalla Consob. Quel giorno la Commissione – con il voto decisivo del presidente Giuseppe Vegas che vale doppio, quello contrario di Michele Pezzinga e l’astensione di Paolo Troiano – non ha chiesto nuove correzioni a Unipol e ha approvato in via definitiva la fusione, preferendo fare proprie le valutazioni della Divisione Informazione Emittenti guidata da Angelo ApponiLo stesso personaggio, cioè, che in una serie di telefonate del luglio 2012 con Flavia Mazzarella, l’allora vicedirettore della vigilanza delle assicurazioni (la ex Isvap oggiIvass)  raccontava di aver incontrato l’ad di Unipol Carlo Cimbri, a sua volta indagato proprio per le irregolarità dell’operazione, che “era preoccupato (per le decisioni in corso sulla fattibilità della fusione, ndr) ma lui lo ha rassicurato”. Pochi giorni dopo era arrivato il via libera della Commissione all’esenzione di Unipol dal lancio di una costosa Offerta pubblica di acquisto sulla Milano Assicurazioni.
A proposito di Ivass, dallo stesso decreto della settimana scorsa emerge come l’ex commissario della Consob, Michele Pezzinga, abbia accusato il presidente Vegas di non aver fornito alla vigilanza delle assicurazioni, nel giugno 2013, gli esiti parziali dell’analisi del portafoglio strutturati di Unipol, allora “già altamente affidabili”. Pezzinga ha in particolare riferito al pm quanto aveva dichiarato nella seduta del 13 dicembre 2013 della Commissione. Da quel verbale emerge lo stupore dell’ex Commissario per uncarteggio tra Vegas e l’Ivass, che nel giugno del 2013, mentre si accingeva a chiudere l’istruttoria sulla fusione tra Unipol e FonSai, aveva chiesto informazioni alla Consob sul valore del portafoglio titoli strutturati di Unipol. “I titoli sino ad ora esaminati non costituiscono un affidabile campione dell’insieme” era scritto nella lettera di risposta firmata da Vegas il 7 giugno e citata da Pezzinga. “I dati ad oggi disponibili risultano parziali e non hanno un sufficiente grado di definizione”.
In realtà, ha affermato Pezzinga, “i risultati allora raggiunti erano già altamente affidabili ai fini di una proiezione di quelli finali, tant’è che da allora (analizzati circa la metà dei 358 titoli complessivi) il differenziale di pricing successivamente riscontrato si è modificato solo di pochi milioni di euro”. L’Ivass, emerge ancora dalle dichiarazioni dell’ex commissario, espresse in una nuova lettera del 27 giugno il suo “disappunto per non essere stati aggiornati circa le risultanze dell’esame del portafoglio titoli strutturati UGF (Unipol Gruppo Finanziario, la controllante di Unipol Assicurazioni, ndr), atteso che questo esame, così veniva loro comunicato, non era ancora concluso e ogni risultanza preliminare poteva non essere indicativa del risultato finale”. Eppure venerdì scorso la stessa Consob in scia alla notizia che il nuovo filone dell’inchiesta milanese sul dissesto del gruppo Ligresti si stava occupando anche di lei, ha mandato a dire tra il resto che la propria delibera era comunque successiva a quella dell’Ivass sottolineando come la fusione tra Unipol e Fondiaria Sai “era stata già autorizzata, nell’estate 2013, dall’Ivass, autorità competente per i profili di stabilità”. Come dire che il danno l’aveva fatto qualcun altro, non certo la Commissione, mentre oggi emerge al contrario che la vigilanza delle assicurazioni non aveva le stesse informazioni del presidente della Consob. 
L’INCARICATO DI VERIFICARE NON VERIFICANDO - Pezzinga ricorda poi che l’Ufficio Analisi Quantitative, i cui risultati sono stati disattesi dalla Consob, “insisteva affinché l’analisi” fosse condotta “su un campione rappresentativo di titoli contenenti le maggiori criticità, già allora individuato” e non su tutti i 358 strutturati in pancia a Unipol e “fosse riproposta su altre scadenze più utili per le verifiche della Commissione”, cioè al 30 settembre 2012, data rilevante per i concambi, cioè i valori alla base del prezzo della fusione tra le compagnie. Ma la volontà del direttore generale della Consob e braccio destro di Vegas,  Gaetano Caputi, era che si dovessero analizzare tutti i 358 derivati. E così, secondo Minenna, l’incarico affidatogli da Caputi di valutare il portafoglio titoli strutturati di Unipol “presentava caratteristiche che ne inficiavano l’efficacia“. La verifica,  ha spiegato Minenna, ”doveva focalizzarsi sul valore dei titoli strutturati alle date del 31 dicembre 2011 e 30 giugno 2012 senza considerare il valore dei titoli al 30 settembre 2012, data di riferimento per i concambi”, per la fusione tra Unipol Assicurazioni, FonSai, Milano Assicurazioni e Premafin. Gli fa eco Pezzinga lamentando “che non fummo mai coinvolti nella soluzione di questo dilemma su durata e utilità di un’analisi completa del portafoglio in questione, né circa l’individuazione di modalità differenti e sicuramente più efficaci per proseguire l’istruttoria, con il risultato che il lavoro si protrasse in tempi non compatibili con le finalità per le quali era stato richiesto dalla Commissione ed erano state inoltrate richieste informative da parte di Ivass e Procura”. L’ex commissario racconta quindi come l’8 ottobre “il commissario Troiano e il sottoscritto chiedemmo ad una voce aggiornamenti sulle note vicende esenzione da Opa su Fonsai e stato dell’arte dell’analisi del portafoglio strutturati Ugf, da prodursi in Commissione prima che le fusioni venissero deliberate a fine ottobre. Nuovi incarichi agli uffici, ma sempre nuovi silenzi“.
LE FALSE NOTIZIE DIFFUSE DA UNIPOL - Infine, per quanto riguarda le responsabilità dei vertici della Unipol, la Procura ha iscritto Cimbri e gli altri tre manager nel registro degli indagati per aggiotaggio perché “con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso diffondevano notizie false sul valore del portafoglio titoli strutturati detenuti da Unipol”. E lo hanno in particolare fatto in due comunicati stampa, nel progetto e nel documento informativo sulla fusione. Nel dettaglio, si legge nel provvedimento, il riferimento è al progetto di fusione sottoscritto e approvato dai cda di Unipol e dell’ex galassia Ligresti (Fondiaria, Milano Assicurazioni e Premafin) il 20 dicembre 2012, al comunicato stampa diffuso il 27 dicembre 2012, a un altro comunicato del 24 aprile 2013, al documento informativo sulla fusione datato 9 ottobre 2013 e infine al documento informativo aggiornato sulla fusione datato 24 dicembre 2013.
Sulla scorta “di dette false notizie sul valore dei titoli strutturati di Unipol e quindi sul valore delle azioni emesse da questa società, le assemblee delle quattro società approvavano il progetto di fusione e i legali rappresentanti delle società stipulavano l’atto di fusione per incorporazione del 31 dicembre 2013 secondo i concambi erronei e artificiosi individuati il 20 dicembre 2012″, scrive il pm Orsi. “Tutte condotte concretamente idonee a provocare una sensibile alterazione del prezzo delle società fondende e – osserva il procuratore – a manipolare il peso degli azionisti delle rispettive società nell’ambito della UnipolSai, oggetto della fusione”. Tra l’altro nel progetto di fusione sottoscritto e approvato dai cda di Unipol e dal gruppo assicurativo dell’ex galassia Ligresti (Milano Assicurazioni, Fondiaria e Premafin), documento reso noto al mercato attraverso il Nis della Borsa Italiana, si tace sul fatto che il 30 ottobre 2012 la Consob “aveva inviato a Unipol una lettera che comunicava l’avvio del procedimento finalizzato all’accertamento della non conformità dei bilanci d’esercizio e consolidato al 31 dicembre 2011 e del bilancio consolidato semestrale abbreviato al 30 giugno 2012 ai principi contabili”. E anche che Unipol “dubitava del valore di mercato di alcuni titoli strutturati già dal settembre 2012 quando aveva avviato accertamenti sulla valorizzazione del titolo denominato ‘willow’”. Non solo: nel comunicato del 24 aprile 2013 Unipol “non segnala che i 240 milioni di riduzione di fair value (la rettifica del valore di mercato scritto nel bilancio, ndr)” relativi a 48 titoli strutturati “sono dovuti per circa 200 milioni (ossia oltre l’80%) al solo titolo willow” e qualifica “come affinamento metodologico quello che in realtà è correzione di un errore di valutazione” rispetto al quale “si impone la correzione retroattiva anche sui bilanci degli esercizi precedenti” e dunque sulla situazione patrimoniale presa a riferimento per i concambi della fusione tra Unipol e FonSai.
E I CONTI ANCORA NON TORNANO - Dopo quasi due anni dalla pubblicazione del Progetto Plinio “pare dunque ancora controverso quale sia il valore del portafoglio titoli strutturati di Unipol e quale sia, quindi, ilpatrimonio netto di questa impresa“, è la conclusione del provvedimento del Procuratore. Una circostanza che “ha un riflesso rilevante sulla veridicità delle comunicazioni sociali di questo emittente. Ma soprattutto questa opacità può essersi riflessa sulla correttezza dei concambi di fusione. Pare chiaro che, se i valori rispettivamente ascritti alle quattro società fuse (Fondiaria, Premafin, Milano Assicurazioni e Unipol) non fossero stati correttamente individuati, ne sarebbe conseguita una iniqua ripartizione del peso dei soci delle quattro società in quella – UnipolSai – scaturita dalla fusione”.