martedì 2 settembre 2014

La classifica dei migliori piatti della cucina romana

La classifica dei migliori piatti della cucina romana

2 settembre 2014

Tracciare un percorso o una classifica dei migliori piatti della tradizione non è impresa facile. In un pomeriggio di quelli grigi, brutti e afosi ai quali ci ha abituato un estate avida di belle giornate, il gruppo dei redattori romani di Agrodolce si è riunito per scegliere quali, tra i piatti che continuano a deliziare i nostri palati, siano le preparazioni più vocate per rappresentare l’intera cucina romanesca. Creare un elenco ordinato di quelli che per molti di noi sono piatti del cuore non è stata affatto una questione semplice. Alla fine ce l’abbiamo fatta: ecco i piatti migliori della cucina romana secondo la redazione di Agrodolce.
  1. 14
    Cacio e pepe. Tre ingredienti: una buona pasta (meglio se fatta in casa) cacio e pepe. Un’ode alla semplicità che richiede una giusta dose di maestria nell’arte della mantecatura. Per tradizione il sugo sapido e speziato si accompagna ai tonnarelli, ma non manca chi predilige gli gnocchi, anche fritti. Numerose le rivisitazioni che fanno del magico duo di formaggio e pepe il ripieno per i ravioli o il legante cremoso del risotto o l’aroma che non ti aspetti all’interno del supplì.
  2. 13
    Pollo con peperoni. Un classico che nella mente del romano doc si associa al ricordo di giornate roventi di mezza estate passate nella calura della capitale. Il piatto tipico di ferragosto unisce il sapore delicato del pollo all’aroma ricco dei peperoni, che di solito vengono cucinati a parte e uniti alla carne bianca solo in seguito.
  3. 12
    Carbonara. Tracciare la vera storia di una delle paste più amate tanto a Roma quanto in Italia è un compito davvero difficile. Il suo successo è recente, sono pochissime ed effimere, infatti, le tracce di questa preparazione anteriori alla fine della seconda guerra mondiale. Che sia figlia dello sbarco alleato o una trasformazione del cacio e ova ciociaro o ancora che sia sempre esistita a livello popolare ma mai codificata, la carbonara resta uno dei capisaldi dell’offerta gastronomica romanesca.
  4. 11
    Coratella. Il nome romano delle interiora di agnello o abbacchio si è via via diffuso per tutta la penisola, sostituendo in qualche caso o accompagnando lemmi regionali. Le ricette tradizionali prevedono che il quinto quarto possa essere insaporito da abbondante trito di cipolla ed eventualmente dal carciofo romanesco, varietà locale di questo ortaggio.
  5. 10
    Carciofi alla giudia. La cucina ebraica ha influenzato quella romanesca lasciando tracce evidenti nelle preparazioni e in alcuni piatti tipici. I carciofi, introdotti in Italia nel XV secolo ad opera degli arabi sono man mano diventati un elemento fondamentale della cucina laziale. Per questa preparazione occorre una discreta manualità ma il successo è assicurato. Tornito il carciofo e allargate le foglie, si immerge in olio bollente fino a che il cuore non è cotto, successivamente si procede ad alzare la fiamma e a rendere croccanti i carciofi.
  6. 9
    Trippa alla romana. Preparato tradizionalmente con il reticolo di vitello o manzo, questo piatto è arricchito da pecorino e menta anche se ne esistono numerose varianti. La ricetta tradizionale si è via via modificata semplificando la cottura e preferendo partire spesso da una trippa sbiancata o precotta che ha un sapore meno intenso e risulta più digeribile: a ragione i puristi storceranno il naso.
  7. 8
    Abbacchio alla scottadito. La tenerezza dell’agnello da latte caratterizza queste costolette che vengono cotte sulla brace nel periodo pasquale, la cottura perfetta non è facile da ottenere. Le costolette sono spesso molto piccole e il rischio è che, cotte per troppo tempo, risultino secche. Per tradizione questo piatto è mangiato molto caldo e direttamente con le mani, è d’obbligo poi leccarsi le dita.
  8. 7
    Vignarola. Che accompagni la pasta o sia presentato nella sua versione tradizionale (zuppa che si assapora intingendovi del pane), questo è il piatto che celebra la primavera. Fave, piselli, carciofi, lattuga, cipolle novelle e guanciale compongono una pietanza gustosa tra le più amate e reinterpretate.  
  9. 6
    Coda alla vaccinara.  In passato questo taglio di carne povera aveva un valore economico così esiguo che era spesso regalato a coloro che macellavano i capi di bestiame. Deriva proprio da questa abitudine il nome di questo piatto goloso di difficile preparazione. Vi è ben poca carne tra le vertebre caudali del bovino e solo una cottura lenta alla giusta temperatura riesce a conferire la consistenza morbidissima  a cui siamo abituati. Il sugo poi è un ottimo intingolo in cui immergere fette di pane.
  10. 5
    Amatriciana. Il sugo accompagna rigorosamente i bucatini. Originario della città di Amatrice (un tempo città abruzzese) nasce come variante creativa della gricia. Fondamentale per la riuscita di questo primo piatto è un guanciale asciutto che conferisca al sugo quella parte grassa e succulenza di cui i bucatini hanno bisogno per risultare ben mantecati.
  11. 4
    Fettuccine con le rigaglie di pollo. Le interiora di pollo (fegatini, cuore, stomaco ma anche bargigli e testicoli) rendono questa pasta all’uovo tanto amata dai romani da sfiorare il podio della nostra classifica.
  12. 3
    Broccoli e arzilla. La zuppa tradizionale della cucina ebraica stupisce per la sua semplicità. I broccoli romaneschi (quelli che con le loro punte formano graziosi frattali) ben si sposano con le carni sapide della razza, il brodo è reso corposo e vellultato da un ricco soffritto. Alla zuppa sono spesso aggiunti spaghetti o pasta corta  per creare un primo piatto di sicuro impatto.
  13. 2
    Baccalà. I filetti fritti sono l’antipasto più adatto per iniziare al meglio una serata in pizzeria. Le carni leggermente sapide del merluzzo vengono avvolte da una pastella croccante che non deve affatto inzupparsi di olio. Il risultato è un finger food di rara bontà. Si rischia di abusarne.
  14. 1
    Pajata. La prima parte dell’intestino sia vitello sia di angello, viene cotta per intera con il chimo al suo interno. Si prepara alla griglia o alla cacciatora ma comunemente è utilizzata per insaporire un sugo denso realizzato con pomodori freschi o con triplo concetrato di pomodoro. Il connubio perfetto? Un abbondante piatto di rigatoni cotti al dente.

martedì 26 agosto 2014

La guerra (non dichiarata) degli Usa al resto del mondo

GEO-FINANZA/ La guerra (non dichiarata)
degli Usa al resto del mondo

La Prima guerra mondiale (1914-
18) fu un conflitto europeo,
ancora una volta sulla scia degli
aggiustamenti della caduta
dell’Impero romano. Al di là dei
richiami patriottici, il tentativo
era di semplificare la mappa
geopolitica d’Europa, e
soprattutto di dividersi le spoglie
dell’Impero Ottomano e di quello
Austroungarico. Inoltre, la
Grande guerra, che ebbe un
effetto di riduzione demografica
significativa in Europa, ebbe anche conseguenze economiche e geopolitiche enormi.
Tutti settori produttivi, industriali, agricoli, dei trasporti, furono potenziati,
costituendo un vero boom economico.
L’Inghilterra era il principale finanziatore degli alleati fino al 1916, quando chiese
prestiti agli Usa. Il Pil inglese crebbe del 14% (1914-18), quello francese decrebbe del
23% rispetto al 1913 e gli Usa si trovarono a gestire una seria crisi finanziaria (dovuta
a numerosi errori di gestione). Nel 1916 l’Inghilterra convinse la Francia a firmare un
accordo (Sykes-Picot) per la spartizione delle regioni dell’Impero Ottomano in Medio
Oriente: l’Inghilterra prese così il controllo di tutti i territori produttori di petrolio.
Nel 1919, il Trattato di Versailles impose alla Germania sconfitta delle draconiane
riparazioni di guerra che avrebbero dovuto ripagare dei danni alle economie civili
europee. Invece, la grande maggioranza di quelle ingenti somme finì a ripagare i
crediti delle banche Usa.
La Seconda guerra mondiale (1942-45) può essere ben considerata ancora come un
episodio di chiusura dei contenziosi rimasti dopo il 1918. Questa volta, però, il
risultato economico per gli Usa fu di otto dollari per ogni dollaro investito nel conflitto,
e sul piano geopolitico la presa di controllo dell’Europa occidentale, nonché il passaggio
di consegne dei territori mediorientali fino ad allora controllati dall’Inghilterra, con il
famoso incontro tra Roosevelt e il re saudita nel 1945 a bordo di un incrociatore
americano.
La gestione militare della Guerra fredda e dei suoi corollari, portò ben presto a capire
che la spinta positiva della Seconda guerra mondiale sull’economia del dollaro si stava
esaurendo. La dollarizzazione del mondo, iniziata con gli accordi di Bretton Woods,
negoziati tra 44 paesi nel luglio 1944 ed entrati in vigore nel 1958, serviva a imporre
un nuovo standard di dominio: il sistema monetario e finanziario. Nonostante ciò,
dopo la sconfitta militare in Vietnam (1969-72) apparve chiaro che si doveva
procedere a un’ulteriore aggiustamento del sistema euro-americano e mondiale.
La terza rivoluzione industriale dagli anni ‘70 ha portato l’era delle telecomunicazioni
e dell’informatica progressivamente diventate di massa. In coincidenza con questo
evento è iniziata la compressione dei salari e la crescita delle diseguaglianze sociali ed
economiche. Una tendenza che si è aggravata con il laissez faire finanziario degli anni
‘90, la deregolamentazione finanziaria e commerciale su scala globale. La crisi del
sistema finanziario americano nel 2007 e poi l’installarsi della recessione economica in
Europa, pongono serie domande sulla possibilità di tenuta dei sistemi socio-economici
euro-americani.

Egitto ed Emirati hanno attaccato in Libia?

Egitto ed Emirati hanno attaccato in Libia?


libia

Negli ultimi sette giorni, Egitto ed Emirati Arabi Uniti avrebbero condotto segretamente una serie di attacchi aerei contro alcune milizie islamiste, impegnate da mesi nella battaglia per il controllo di Tripoli, in Libia, secondo un’accusa dei leader di alcune milizie libiche smentita nei giorni scorsi ma oggi confermata da fonti interpellate dal New York Times.
La notizia delle operazioni militari è stata confermata da quattro funzionari del governo statunitense, ma era stata smentita dai due paesi coinvolti che hanno negato di avere organizzato o partecipato ad attività simili negli ultimi giorni. L’ipotesi era nata dopo alcuni attacchi aerei su Tripoli di cui non era chiara la responsabilità. Egitto ed Emirati sono tra i più importanti alleati degli Stati Uniti nell’area medio orientale ed araba e per questo il governo statunitense è rimasto sorpreso dalla decisione di agire senza preavviso, hanno spiegato i funzionari al New York Times.

Stando alle fonti consultate dal giornale, già in passato Egitto ed Emirati avrebbero collaborato in almeno un’altra circostanza per condurre alcuni attacchi contro gruppi islamisti in Libia. Le operazioni avrebbero comportato l’utilizzo di squadre speciali sul territorio, forse dei soli Emirati, e non esclusivamente attacchi aerei coordinati tra i due paesi. Egitto ed Emirati Arabi Uniti sono tra i principali sostenitori di iniziative politiche, mediatiche e militari per ridurre il più possibile il ruolo dei gruppi islamisti in molti paesi arabi. Il governo egiziano è esplicitamente, e lo ha mostrato nei mesi passati con violenza, contro il movimento dei Fratelli Musulmani, messo al bando dall’Egitto dopo una sua breve fase di controllo del paese seguita alla caduta della presidenza Mubarak.
libia-egitto-eau
Gli Stati Uniti temono che un impegno diretto e continuativo di Egitto ed Emirati in Libia – paese nel caos da mesi, con istituzioni fortemente indebolite e continue battaglie tra diversi gruppi di miliziani che mirano al controllo di parte del territorio – possa portare a nuovi squilibri nei rapporti diplomatici tra i paesi arabi e a nuove tensioni. Tra i principali sostenitori delle organizzazioni islamiste come i Fratelli Musulmani ci sono Qatar e Turchia, che hanno dato nei mesi scorsi il loro sostegno e in alcuni casi fornito armi ad alcuni gruppi. Attraverso le complicate vie diplomatiche, la comunità internazionale prova da mesi a mantenere buoni rapporti tra i paesi dell’aerea, ma gli sforzi sarebbero vanificati se le attività militari di Egitto ed Emirati Arabi Uniti proseguissero nelle prossime settimane, hanno spiegato sempre al New York Times alcuni funzionari statunitensi.
Il presidente egiziano al Sisi domenica scorsa aveva comunque negato che “forze militari e dell’aeronautica dell’Egitto” siano state impegnate in territorio libico. Ma riservatamente il governo egiziano avrebbe fatto intendere altro, dicono le fonti statunitensi. Gli Emirati Arabi Uniti non hanno diffuso commenti sulle voci degli attacchi aerei condotti segretamente in Libia, ma su alcuni giornali sono state riportate frasi di alcuni membri del governo che hanno negato un coinvolgimento diretto del paese.

Quattro anni sprecati, di Luciano Gallino

Quattro anni sprecati, di Luciano Gallino

Quattro anni sprecati, di Luciano Gallino (da la Repubblica del 19 agosto 2014)
“I governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi saranno ricordati come quelli che hanno dimostrato la maggiore incapacità nel governare l’economia in un periodo di crisi. I dati sono impietosi. Dal 2009 ad oggi il Pil è calato di dieci punti. Qualcosa come 160 miliardi sottratti ogni anno all’economia. L’industria ha perso un quarto della sua capacità produttiva. La produzione di autovetture sul territorio nazionale è diminuita del 65 per cento. L’indicatore più scandaloso dello stato dell’economia, quello della disoccupazione, insieme con quelli relativi alla immensa diffusione del lavoro precario, ha raggiunto livelli mai visti. La scuola e l’università sono in condizioni vergognose. Sei milioni di italiani vivono sotto la soglia della povertà assoluta, il che significa che non sono in grado di acquistare nemmeno i beni e i servizi di base necessari per una vita dignitosa. Il rapporto debito pubblico-Pil sta viaggiando verso il 140 per cento, visto che il primo ha superato i 2100 miliardi. Questo fa apparire i ministri che si rallegrano perché nel corso dell’anno saranno di sicuro trovati tre o quattro miliardi per ridurre il debito dei tristi buontemponi. Ultimo tocco per completare il quadro del disastro, l’Italia sarà l’unico Paese al mondo in cui la compagnia di bandiera ha i colori nazionali dipinti sulle ali, ma chi la comanda è un partner straniero.
Si possono formulare varie ipotesi circa le origini del disastro. La più nota è quella avanzata da centinaia di economisti europei e americani sin dai primi anni del decennio. È un grave errore, essi insistono, prescrivere al cavallo maggiori dosi della stessa medicina quando è evidente che ad ogni dose il cavallo peggiora. La medicina è quella che si compendia nelle politiche di austerità, richieste da Bruxelles e praticate con particolare ottusità dai governi italiani. Essa richiede che si debba tagliare anzitutto la spesa pubblica: in fondo, a che cosa servono le maestre d’asilo, i pompieri, le infermiere, i ricercatori universitari? In secondo luogo bisogna privatizzare il maggior numero possibile di beni pubblici. Il privato, dicono i medici dell’austerità, è sempre in grado di gestire qualsiasi attività con superiore efficienza: vedi, per dire, i casi Ilva, Alitalia, Telecom. Infine è necessario comprimere all’osso il costo del lavoro, rendendo licenziabile su due piedi qualunque tipo di lavoratore. I disoccupati in fila ai cancelli sono molto più disposti ad accettare qualsiasi lavoro, a qualsiasi condizione, se sanno che al minimo sgarro dalla disciplina aziendale saranno buttati fuori come stracci. Altro che articolo 18.
Nell’insieme la diagnosi appare convincente. Le politiche di austerità sono un distillato delle teorie economiche neoliberali, una macchina concettuale tecnicamente agguerrita quanto politicamente misera, elaborata dagli anni 80 in poi per dimostrare che la democrazia non è che una funzione dell’economia. La prima deve essere limitata onde assicurare la massima espansione della libertà di mercato (prima di Draghi, lo hanno detto senza batter ciglio Lagarde, Merkel e perfino una grande banca, J. P. Morgan). La mente e la prassi di tutto il personale che ha concorso a governare l’economia italiana negli ultimi anni è dominata sino al midollo da questa sofisticata quanto grossolana ideologia; non c’è quindi da stupirsi che essa abbia condotto il Paese al disastro.
Domanda: come mai, posto che tutti i governanti europei decantano e praticano i vantaggi delle politiche dell’austerità, molti dei loro Paesi se la passano meglio dell’Italia? La risposta è semplice: perché al di sotto delle coperture ideologiche che adottano in pubblico, le iniziative che essi prendono derivano piuttosto da una analisi spregiudicata delle reali origini della crisi nella Ue. In Italia, non si è mai sentito un membro dei quattro “governi del disastro” proporre qualcosa di simile ad una tale analisi, con la conseguenza che oltre a praticare ciecamente le politiche neoliberali, i nostri governanti ci credono pure. Facendo di loro il personale politico più incompetente della Ue.
Si prenda il caso Germania; non a caso, perché la Germania è al tempo stesso il maggior peccatore economico d’Europa (copyright Flassbeck), e quello cui è meglio riuscito a far apparire virtuoso se stesso e peccatori tutti gli altri. Il motivo del successo tedesco è noto: un’eccedenza dell’export sull’import che col tempo ha toccato i 200 miliardi l’anno. Poco meno di due terzi di tale somma è dovuta ad acquisti da parte di altri paese Ue. Prodigio della tecnologia tedesca? Nemmeno per sogno. Prodigio, piuttosto, della formula “vai in malora te e il tuo vicino” (copyright Lapavitsas) ferreamente applicata dalla Germania a tutti i Paesi Ue. Grazie alle “riforme” dell’Agenda 2010, dalla fine degli anni 90 i lavoratori tedeschi non hanno visto un euro in più affluire ai loro salari; il considerevole aumento complessivo della produttività verificatosi nello stesso periodo si è tradotto per intero nella riduzione dei prezzi all’esportazione. In un regime di cambi fissi come quello imposto dall’euro, questo meccanismo ha trasformato la Germania in un Paese a forte surplus delle partite correnti e tutti gli altri Paesi dell’Eurozona in Paesi deficitari.
Ha voglia la Cancelliera Merkel di decantare le virtù della “casalinga dello Schlewig-Holstein”, che spende soltanto quel che incassa e non fa mai debiti. La virtù vera dei tedeschi è consistita, comprimendo i salari interni per favorire le esportazioni, nel diventare l’altezzoso creditore d’Europa, mettendo in fila tutti gli altri Paesi come debitori spreconi. È vero che negli incontri ufficiali è giocoforza che ognuno parli la neolingua del regime neoliberale che domina la Ue. Invece negli incontri dove si decidono le cose serie bisognerebbe chiedere ai governanti tedeschi che anziché della favola della casalinga si discuta magari delle politiche del lavoro — quelle tedesche — che hanno disastrato la Ue. Potrebbe essere utile quanto meno per condurre trattative per noi meno jugulatorie. Tuttavia per fare ciò bisogna avere una nozione realistica della crisi, e non è chiaro se esiste un solo governante italiano che la possegga.

Nei discorsi con cui verso metà agosto Matteo Renzi ha occupato gran parte delle reti tv, si è profuso in richiami alla necessità di guardare con coraggio alla crisi, di non lasciarsi prendere dalla sfiducia, di contare sulle risorse profonde del paese. Sarà un caso, o uno spin doctor un po’ più colto, ma questi accorati richiami alla fibra morale dei cittadini ricordano il discorso inaugurale con cui Franklin D. Roosevelt inaugurò la sua presidenza nel marzo 1933. In Usa le conseguenze furono straordinarie. Ma non soltanto perché i cittadini furono rianimati di colpo dalle parole del presidente. Bensì perché nel giro di poche settimane Roosevelt creò tre agenzie per l’occupazione che in pochi mesi diedero un lavoro a quattro milioni di disoccupati, e attuò la più grande ed efficace riforma del sistema bancario che si sia mai vista in Occidente, la legge Glass-Steagall. Ci faccia vedere qualcosa di simile, Matteo Renzi, in tempi analoghi, e cominceremo a pensare che il suo governo potrebbe anche risultare meno disastroso di quanto oggi non sembri.”

(da La Repubblica, 19 agosto 2014

martedì 15 luglio 2014

Che scandalo! Unicredit

 Che scandalo! Unicredit sottrae cifre da paura al correntista, e occulta i ricalcoli. Ecco le prove


RICA UNI
Sembra una storia surreale ma invece è quanto è capitato ad un utente di banca Unicredit a San Martino Buonalbergo, in provincia di Verona.  Un utente che ha lottato per più di 7 anni con ogni azione legale possibile ma solo per un caso fortuito della vita, qualche mese fa, nel richiedere  la documentazione completa al proprio legale, è venuto in possesso di documenti che comprovano tutte le colpe di Unicredit, possibili strumenti di prova, importanti ammissioni occultate relative a cifre ingenti sottratte.

Il  sig. Remigio Tuppini, così si chiama l’amministratore della Tierre, società del comparto orafo coinvolta in questa incredibile storia, nel giugno 2005 si è azzardato a richiedere il rimborso degli interessi anatocistici illegittimi applicati al conto corrente dell’azienda. Successivamente nel marzo 2006,  ha richiesto nuovamente il rimborso attraverso un legale ma di tutta risposta Unicredit  ha revocato le linee di credito e ha chiuso i rapporti bancari. Evidentemente la sede centrale della Banca si è edotta sullo stato reale di questo conto corrente, e ha prodotto un ricolacolo. Nell’Aprile 2006 Unicredit  rispondeva  affermando “la correttezza dell’operato e che dalle verifiche effettuate non risultava alcun superamento del tasso soglia  di usura, oltre il quale si commette l’illecito”.  Solo ad agosto 2012 quando Tuppini sfinito da una situazione che non portava a nulla, ha deciso di richiedere al proprio legale tutta la documentazione e di chiedere una consulenza altrove.
Avete capito? La Banca sapeva benissimo di aver trattenuto illecitamente del denaro ma questo documento non ha mai raggiunto il cliente, forse nella speranza di trovare qualche cavillo tramite i loro bravissimi avvocati. La prova è che in cima al documento si legge una trasmissione fax avvenuta a luglio del 2009 dall’avvocato di Unicredit all’ex legale del sig. Tuppini che si è guardato bene dal sottoporglielo.  E mentre il sig. Tuppini si batteva per avere giustizia facendo denunce penali regolarmente poi archiviate dal Tribunale di Verona (in quanto si basa su circolari fuorvianti di Banca d’Italia anziché svolgere indagini presso le banche e applicare la Legge), in sede civile a nulla è servito affrontare un estenuante procedimento in quanto sono stati sottratti gli indispensabili strumenti di prova.  Ma questo lo ha saputo solo in fase conclusiva quando il Giudice non ha potuto ammettere i documenti a causa della  tardiva presentazione.
Ora il Tuppini ha dato Procura al Presidente della ConFedercontribuenti di Padova, sig. Belluco, che ha tentato un approccio conciliativo con Unicredit ma inutilmente.  Nel frattempo  sono partite nuove denunce, sia nei confronti degli Avvocati coinvolti che nei confronti della Banca.  E’ il caso che gli inquirenti vadano a controllare le false scritture contabili, visto che sugli estratti conto dell’azienda sono riportate, a questo punto si può dire,  cifre di fantasia.
Se è vero che la Legge è uguale per tutti lo vedremo. Certo che i nostri occhi da questo caso non si abbasseranno mai. E’ uno scandalo tutto italiano che ha fatto chiudere un’azienda con ottime chance, ha portato alla disperazione e alla fame delle famiglie ma il più penalizzato è soprattutto l’anziano signor Tuppini che ormai di chance non ne ha più, le hanno portate via con un’ordinanza di sfratto, emessa da  un Giudice del Tribunale di Verona, stranamente velocissima, insieme ai macchinari che lui aveva costruito con la sua genialità, e i residui di lavorazione ossia l’argento… allo smaltimento, in discarica!

lunedì 7 luglio 2014

I 10 quesiti Pd sulle riforme, i grillini rispondono sì a tutto: «ora i dem non hanno più alibi»



I 10 quesiti Pd sulle riforme, i grillini rispondono sì a tutto: «ora i dem non hanno più alibi»



Giornata in altalena per i rapporti Pd-5 Stelle, che oggi

avrebbe dovuto avere il secondo incontro-confronto sulla legge
elettorale. Prima la conferma del grillino Di Maio, poi lo stop
del capogruppo dem alla Camera, Roberto Speranza, e il rinvio
a «dopo che saranno pervenute formali risposte alle questioni
indicate nei giorni scorsi». E dopo un duro post di Beppe Grillo
(«Sbruffoni della democrazia», passaggio cancellato in serata )
che però non chiude al dialogo, il blog del leader M5S pubblica
un lungo testo con le risposte chieste dal Pd come pregiudiziale
per la ripresa del confronto bilaterale: «Dieci risposte a 
dieci domande». E sono tutti dei sì(in neretto), per mostrare «la massima disponibilità al confronto e al dialogo», fare in modo
che il Pd «non abbia più alibi». 
Riforme, senatori dem riuniti, verso uno slittamento alla prossima settimana
Intanto, nella riunione in corso dei senatori Pd sulle riforme costituzionali (una novantina ipresenti), aperta da un appello del capogruppo Luigi Zanda a «fare presto» perchè il tema
del tempo «non è un capriccio» ma «un tema reale», si delinea un nuovo calendario per la riforma del Senato, al momento ancora all'attenzione della Ia commissione. Per Giorgio Tonini, vicecapogruppo Pd, che ha citato quanto riferito dalla relatrice del ddl Anna Finocchiato, il tema potrebbe infatti arrivare in Aula «giovedì o al più tardi martedì prossimo», il 15 luglio. Parlando della riunione in corso, Tonini l'ha descritta come «molto
serena e tranquilla, attenta al merito e ai contenuti, ci sono dei nodi da sciogliere ma la commissione sta lavorando da mesi e il testo che esce è interessante e maturo». Stasera non é comunque prevista nessuna votazione sul ddl boschi nella riunione dem. Il capogruppo proporrà di farla solo una volta che la commissione Affari costituzionali avrà licenziato il testo per l'aula che molto probabilmente slitterà alla prossima settimana.
Ballottaggio, premio di maggioranza nuovi collegi? Sì a tutto Il documento postato da Grillo affronta punto per punto i dieci quesiti del Pd. Prima domanda Pd: «Siete disponibili a prevedere un ballottaggio, così da avere sempre la certezza di un vincitore?», risposta: «Sì». «Per noi quello che voi chiamate "vincitore" -
puntualizzato tuttavia i 5 Stelle - è il conquistatore di una vittoria di Pirro, che non garantisce in alcun modo la governabilità». In ogni caso - aggiungono i 5 Stelle - «al fine di evitare un pessima legge elettorale quale è la legge Berlusconi-Renzi nella sua attuale
formulazione» siamo «disponibili a prevedere un ballottaggio che dia ad una forza politica la maggioranza dei seggi, a condizione di evitare che la conquista del primo posto si trasformi
in una corsa all'ammucchiata di tutto e il suo contrario (come è stato per l'Unione di Romano Prodi e per le coalizioni guidate da Silvio Berlusconi) che ha provocato la caduta

martedì 24 giugno 2014

Attenzione all'aumento di Capitale ,truffa, della Banca Popolare di Puglia e Basilicata


Attenzione all'aumento di Capitale ,truffa, della Banca Popolare di Puglia e Basilicata



Hanno venduto le azioni a € 8,80,ma se l'azionista ha bisogno di venderle offrono € 6,00/5,50.
E' capitato a tantissimi azionisti,l'anno scorso,di aver in carico le azioni a 9,60 e la banca le acquistate a 6.60,questa la chiamano operazione vantaggiosa ma per chi??La banca Ha bisogno dell'aumento di capitale per non andare in default.
Cari sottoscrittori ritirate le promesse di acquisto ,tra l'altro,molti azionisti  che avevano anche impegni con la banca(mutui,Fidi etc) e hanno ricevuto un terzo in meno del valore delle azioni,stanno procedendo azioni legali per anatocismo ed usura nei confronti della banca.


Articolo della Gazzetta Economica
La Banca Popolare di Puglia e Basilicata ha collocato interamente l’aumento di capitale. E’ stata infatti completamente sottoscritta l’offerta di nuove azioni ordinarie per un controvalore di circa 46,7 milioni di euro. Il prezzo di collocamento, pari a euro 8,80 per azione è stato considerato vantaggioso dai sottoscrittori in relazione al valore patrimoniale dell’azione e alla solidità dell’emittente. L’operazione si è pertanto conclusa con pieno successo con l’adesione di oltre 11.500 tra soci e possessori di obbligazioni convertibili. La domanda di nuove azioni ha superato l’offerta tanto da rendere necessarie le operazioni di riparto. “Sono molto soddisfatto del risultato ottenuto - commenta il Presidente avv. Raffaele D’Ecclesiis, i nostri soci e obbligazionisti ancora una volta ci hanno dato fiducia, valore che è per noi il più forte stimolo a crescere ancora.
Il rafforzamento patrimoniale infatti, consente alla Banca di sostenere adeguatamente il proprio sviluppo non solo dimensionale e di continuare a supportare l’economia reale dei territori serviti attraverso il sostegno finanziario alle imprese che vi operano”. “La piena adesione all’aumento di capitale - aggiunge il Direttore Generale dott. Errico Ronzo - in un momento di grande difficoltà per i mercati finanziari è motivo di grande soddisfazione perché consentirà di presidiare ulteriormente la stabilità e l'autonomia della Banca, di sfruttare le opportunità di crescita e di sostenere anche nei momenti difficili le famiglie e le imprese.” In proposito è importante ricordare quanto la Banca Popolare di Puglia e Basilicata si sia sviluppata in pochi anni sia in termini dimensionali sia dal punto di vista patrimoniale e reddituale.
Con l’acquisizione dal Gruppo Montepaschi di 15 sportelli in Piemonte Lombardia e Lazio e l’apertura avvenuta nel corso dell’anno delle filiali di Rimini e Bassano del Grappa, la Banca conta 142 filiali in dodici regioni italiane. Oltre alle 79 filiali ubicate in Puglia e Basilicata, la Banca opera con 27 filiali nell’Italia settentrionale in Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli ed Emilia Romagna; 24 in Campania e Lazio; 12 in Molise, Abruzzo e Marche. Inoltre per la prima metà del 2010, saranno operative ulteriori quattro nuove filiali a Civitavecchia, Ostuni, Castellammare di Stabia e San Donà di Piave che porteranno il totale della rete della Banca a 146. Mantenendo la propria autonomia e forte di una storia di 127 anni, la Popolare di Puglia e Basilicata è dunque riuscita a svilupparsi nel tempo in modo equilibrato. I soci hanno visto sempre accresciuto il valore delle proprie azioni e le aree servite hanno beneficiato di particolari ritorni sia in termini di supporto all’economia, sia di sostegno alle iniziative socio culturali e di volontariato del territorio.