giovedì 12 febbraio 2015

LISTA FALCIANI, SPUNTANO I POLITICI ITALIANI: DA PIPPO CIVATI AL RENZIANO DAVIDE SERRA

LISTA FALCIANI, SPUNTANO I POLITICI ITALIANI: DA PIPPO CIVATI AL RENZIANO DAVIDE SERRA

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Adesso spuntano i politici. Nella sterminata lista Falciani non ci sono soltanto vip, imprenditori e sportivi.
Come annuncia L’Espresso, che domani pubblicherà l’intera lista nel numero in edicola, spuntano infatti anche i primi parlamentari e qualche uomo d’affari vicino alla politica. I loro nomi compaiono nell’elenco segreto dei clienti della banca Hsbc di Ginevra e le segreterie di partito corrono già ai ripari per paura del polverone che verrà sollevato.
A spiccare tra i nomi anticipati oggi dall’Espresso è sicuramente il ribelle del Pd Pippo Civati. A lui è, infatti, collegato un deposito con 6.589 dollari. Il titolare è il padre Roberto che, in passato, è stato amministratore di aziende importanti come la Redaelli Tecna di Milano. “Non ho mai avuto accesso a quel conto, di cui non sapevo proprio niente – ha dichiarato Civati al settimanale – solo ora mio padre mi ha spiegato di averlo aperto quando era amministratore e azionista della Redaelli, che aveva fabbriche anche all’estero: c’erano soldi regolarmente dichiarati nei bilanci”. Secondo i documenti in mano a Harvé Falciani, Civati sarebbe stato inserito, insieme alla madre, nelle carte della Hsbc nel novembre del 2000 quando aveva venticinque anni e la sola operazione registrata a suo nome coinciderebbe con la procura rilasciatagli dal padre. “Nel 2011 la Finanza ha sottoposto mio padre a una verifica a cui non è seguita alcuna contestazione – conclude l’esponente piddì – il conto si è estinto nel 2011 per effetto delle spese bancarie, senza che dal 1998 sia mai stato effettuato alcun versamento o prelievo”.
Un altro nome caldo anticipato dall’Espresso è Davide Serra, il finanziere che da anni sponsorizza il premier Matteo Renzi. Ha un conto alla Hsbc che assicura essere “in totale trasparenza e in accordo con il sistema fiscale inglese”.

Gli Usa nei guai, i sauditi boicottano il petrolio americano

Gli Usa nei guai, i sauditi boicottano il petrolio americano


Il prezzo del petrolio crolla e gli Usa sono davvero nei guai: da un lato il crollo dei prezzi colpisce anche la Russia, ma soprattutto mette fuori combattimento il petrolio americano, quello di scisto ottenuto col fracking. Geopolitica: al centro della scena c’è l’Arabia Saudita, che si sta “vendicando” degli Usa per la vicenda dell’Isis, la milizia sfuggita al controllo della Cia e decisa a rovesciare la monarchia saudita. Lo sostiene l’economista Dmitry Orlov, secondo cui si sta avvicinando la fine del petrodollaro. Nel corso del 2014 il prezzo del petrolio è caduto da oltre 125 a circa 45 dollari al barile, e potrebbe ulteriormente calare per poi risalire di nuovo. Questo selvaggio saliscendi del mercato del petrolio potrebbe portare l’economia al collasso, insieme alla lotteria dei mercati finanziari, la crisi valutaria, la bancarotta delle società energetiche e quella degli istituti che le hanno finanziate, nonché il default dei paesi che le hanno sostenute. «E senza un’economia industriale funzionante, il petrolio potrebbe essere riclassificato al livello di mero rifiuto tossico. Ma questo evento è da spostare in avanti di due o tre decenni». Nel frattempo, a crollare sarà il petrolio americano.
Il gioco al ribasso dei sauditi, scrive Orlov in un post ripreso da “Come Don Chisciotte”, metterà fuori mercato molti produttori di petrolio non-convenzionale (quello convenzionale, facile da estrarre da pozzi verticali, ha raggiunto il picco di produzione Obama e i sauditinel 2005 e da allora è in calo). La produzione di petrolio non-convenzionale – compreso quello estratto in mare o derivato dalle sabbie bituminose, il petrolio di scisto (idro-fratturazione) o comunque quello la cui produzione richiede tecniche molto costose – è stato finanziato con notevole generosità per compensare il deficit energetico nazionale. Ma al momento, per essere prodotto costa ancora troppo: più di quanto si possa ricavare a venderlo. «Questo significa che intere produzioni – il petrolio pesante del Venezuela (che ha bisogno di essere migliorato per poter essere utilizzato), il petrolio estratto nel Golfo del Messico (Messico e Stati Uniti) e in altre località offshore (Norvegia e Nigeria), le sabbie bituminose del Canada, il petrolio di scisto (Stati Uniti) – rischiano di andare fuori mercato. I produttori, in questo momento, stanno bruciando i loro soldi. Se i prezzi del petrolio resteranno così bassi, saranno costretti a chiudere».
Nel frattempo, continua Orlov, si sta impoverendo il petrolio di scisto americano: lo stanno pompando al massimo, stabilendo nuovi record di produzione, ma il numero di nuovi pozzi sta rapidamente crollando. «I pozzi si esauriscono molto velocemente: le portate si riducono della metà nel giro di pochi mesi e, dopo un paio d’anni, diventano del tutto trascurabili. La produzione può essere mantenuta solo facendo ricorso senza soste alla trivellazione di nuovi pozzi. Ma, al contrario, quest’attività si è pressoché fermata». Morale: «L’intera partita del petrolio di scisto, che alcuni pupazzi dalla testa ciondolante pensavano avrebbe fatto degli Stati Uniti una nuova Arabia Saudita, andrà a finire». Orlov ricorda che l’eccesso di produzione di petrolio, che ne ha fatto precipitare il prezzo, non è stato così grande: «Tutto è cominciato con la decisione, concertata fra Stati Uniti e Arabia Saudita, di scaricare sul mercato internazionale quantità maggiori di petrolio per farne scendere il prezzo». Oggi, «i Un impianto di shale-oilleader degli Stati Uniti sanno benissimo che i giorni del loro paese come “più grande produttore mondiale di petrolio” si misurano in settimane o in mesi, e non in anni».
Secondo Orlov, la leadership Usa si rende conto del fatto che «il crollo della produzione di petrolio di scisto causerà all’economia i tipici problemi che seguono un’ubriacatura». E se oggi tutti pompano petrolio di scisto più che possono, a prescindere dal prezzo, a un certo punto accadrà una di queste due cose: «O la produzione andrà a crollare, oppure i produttori si troveranno a corto di denaro – e la loro produzione crollerà di conseguenza». Secondo Orlov, «gli Stati Uniti stanno scommettendo sul fatto che prezzi del petrolio così bassi finiranno con il distruggere i governi dei tre grandi produttori di petrolio che non sono sotto il loro controllo politico-militare. Questi paesi sono il Venezuela, l’Iran e, naturalmente, la Russia. Le probabilità di successo sono minime ma, non avendo altre carte da giocare, gli Stati Uniti ci stanno disperatamente provando». Il Venezuela non è un “premio” sufficiente, mentre l’Iran si sta legando solidamente alla Cina, oltre che alla Russia. Quanto a Mosca, può fare profitti anche solo vendendo il suo petrolio a 25-30 dollari al barile.
«Gli Stati Uniti – continua Orlov – stanno facendo un tentativo disperato per rovesciare uno o due o tre petro-stati», e di farlo «prima che il suo petrolio di scisto si esaurisca». Ci riusciranno? Ultimamente, gli Usa hanno collezionato solo sconfitte, specie nelle operazioni di intelligence. Persino la Turchia si è sfilata dalla “psy-op” parigina, targata “Charlie Hebdo”: strategia della tensione, per Erdogan, con “terroristi” telecomandati. «E’ la ragione per cui i presunti autori sono stati giustiziati sommariamente dalla polizia, prima che qualcuno potesse scoprire qualcosa su di loro», scrive Orlov. «E’ ormai diventato chiaro che questi eventi sono stati cucinati dallo stesso gruppo di hacker, tutto sommato non così terribilmente creativo. Sembrano stiano riciclando i “Powerpoint”: basta eliminare Boston e inserire Parigi». Idem per l’abbattimento del volo Malaysia Airlines Mh-17 avvenuto nell’Ucraina Orientale: «I funzionari pubblici occidentali addossarono istantaneamente la colpa ai “ribelli supportati da Putin”, che l’avevano proditoriamente abbattuto, ma quando i risultati della conseguente inchiesta portarono ad una diversa conclusione, essi furono secretati». E’ stato un disertore ucraino a rivelare che il jet fu Erdogan non crede alla versione ufficiale su Charlie Hebdoabbattuto da un missile aria-aria sparato da un velivolo ucraino da combattimento. Notizia da prima pagina, censurata dai media occidentali.
E poi c’è il nodo saudita: la monarchia dei Saud è «molto dispiaciuta con gli Stati Uniti», perché Washington «sta mancando il compito di “polizia di quartiere” che gli è stato affidato, e non è più in grado di mettere un coperchio sulle cose», cioè il dilagare dell’Isis, «inizialmente organizzato e addestrato dagli statunitensi», ma che ora «sta minacciando di distruggere la “Casa dei Saud”». Geopolitica fallimentare: «L’Afghanistan sta tornando ad essere il Talebanistan, l’Iraq ha ceduto una parte del suo territorio all’Isis e ora controlla solo quello corrispondente ai regni dell’età del bronzo (Akkad e Sumer), la Libia è preda della guerra civile, l’Egitto è stato “democratizzato” facendolo piombare in una dittatura militare, la Turchia (membro della Nato e candidata ad entrare nell’Ue) sta negoziando soprattutto con la Russia, la missione di rovesciare Assad in Siria è nel caos e i “partner” yemeniti degli Stati Uniti sono appena stati rovesciati dai miliziani sciiti». Infine, «la joint-venture statunitense-saudita, istituita per destabilizzare la Russia fomentando il terrorismo nel Caucaso del Nord, è completamente fallita», dopo aver inutilmente minacciato attentati terroristici alle Olimpiadi Invernali di Sochi (fu il principe saudita Bandar Bin Sultan a minacciare personalmente Putin).
«E così i sauditi stanno pompando petrolio a tutta forza non tanto per aiutare gli Stati Uniti, ma per altre e più evidenti ragioni: per spingere fuori dal mercato i produttori di petrolio non-convenzionale e mantenere la loro quota di mercato», afferma Orlov, che ricorda come gli stessi sauditi siano «seduti su un’enorme riserva di dollari Usa, che vogliono mettere a frutto mentre valgono ancora qualcosa». Anche la Russia dispone di vaste riserve di dollari, e continua a sua volta a pompare petrolio. «Il bene più grande della Russia non è il petrolio, ma la pazienza della sua gente: i russi capiscono che dovranno attraversare un periodo difficile per sostituire le importazioni (da Ovest, in particolare) con la produzione nazionale (e con le importazioni da altri paesi). Tutto sommato possono permettersi una perdita, perché riavranno tutto indietro, una volta che il prezzo del petrolio tornerà a salire». Secondo Orlov, la risalita avverrà «non appena alcuni produttori di petrolio non-convenzionale cesseranno la loro attività, perché non più remunerativa». A quel punto «non ci sarà più alcuna produzione in eccesso, e il prezzo non potrà che risalire». L’instabilità continua moltiplicherà «i cadaveri delle compagnie petrolifere in fallimento», minacciando l’impero economico del petrolio e il suo attuale azionista principale, gli Usa.

Europa, la democrazia è finita: Draghi lo ricorda a Tsipras

Europa, la democrazia è finita: Draghi lo ricorda a Tsipras


Non chiamatele pressioni, sono ricatti. Non parlate di separazione di poteri, al vertice dell’Unione Europea non esistono. Sto parlando, ovviamente, del trattamento che “l’Europa” sta riservando alla Grecia. Quando la Banca centrale europea annuncia che non accetterà più i titoli pubblici greci a garanzia dei prestiti bancari, compie un gesto politico, dalla forza dirompente, paragonabile a un atto militare. Di fatto priva le banche di liquidità, ed è come se si riducesse l’ossigeno a un paziente reduce da una lunga malattia. Gli spin doctor della Bce hanno presentato la decisione alla stregua di “pressioni” sul governo greco; in realtà è una forma di ricatto, che dimostra, ancora una volta, come in questa Europa lademocrazia sia più formale che sostanziale e come la volontà popolare non abbia possibilità di affermazione non appena contrasta con gli interessi e i piani delle élite europee. Fuor di metafora: Draghi ha messo Tsipras con le spalle al muro: se persiste sulla strada della rinegoziazione del debito, le banche greche, nel giro di poche settimane o forse di pochi giorni, si troveranno senza fondi, alcune chiuderanno, la gente assalirà, inutilmente, bancomat e sportelli, l’economia si fermerà.
A quel punto Tsipras avrà di fronte a sé due alternative: rompere definitivamente e uscire dall’euro o chinare la testa. Secondo voi come finirà? L’effetto, se questo scenario dovesse realizzarsi, sarebbe disastroso per la nostra democrazia: dimostrerebbe Draghiche i vari Syriza, Podemos, eccetera non hanno alcuna possibilità di realizzare le proprie promesse elettorali e che ai popoli europei non resta in realtà che una scelta: applicare i diktat della Troika con un premier di centrosinistra o applicare i diktat della Troika con un premier di centrodestra. Cambia l’etichetta, non la sostanza. Nell’Europa di oggi, chi controlla la moneta, ovvero l’euro, di fatto rappresenta il potere più forte, condizionante in quanto ostativo, di tutte le istituzioni nazionali ed europee. Un potere che è assoluto. A chi risponde la Bce? A nessuno. Qual è il contropotere della Bce? Non esiste. Chi può giudicare la Bce? Nessun tribunale, la Banca centrale beneficia di fatto di un’immunità assoluta. Ma, vien da pensare, concetti che pensavamo sacri come la tripartizione dei poteri, la sovranità popolare? Spariti in un colpo.
Non contano più, perché con la pretesa di proteggere la banca dalle interferenze dei politici, si è di fatto creato un feudo senza precedenti che ha potere di vita, di sofferenza (tanta sofferenza) e di morte su tutti i cittadini europei. Con la consueta dose di ipocrisia: all’indomani del voto in Grecia il presidente della Bce Mario Draghi, della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, del Consiglio Donald Tusk e dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem si sono riuniti per esaminare la situazione e coordinare la risposta. Scusate, sarò un po’ tonto: ma se la Banca centrale europea deve essere immune dall’influenza dei politici, perché deve coordinarsi con istituzioni politiche? Draghi non dovrebbe immischiarsi di questioni politiche e men che meno partecipare a decisioni che, in una vera democrazia, spetterebbero ai rappresentanti del popolo. E invece l’indipendenza vale solo verso i politici nazionali, non ai vertici dell’Unione Europea e non solo perché essi non hanno piena legittimità popolare. I leader politici, economici, monetari dell’Unione Europea condividono un disegno, un progetto, un metodo di gestione del potere. A quei livelli le barriere non contano. Bisogna mantenere la rotta. E dimostrare a tutti i cittadini europei che il destino è segnato.

mercoledì 11 febbraio 2015

La grande fuga, Foggia perde anche le scuole di specializzazione. ‘Re’ Maurizio (Ricci) ne combina un’altra. “E gli studenti pagano”

La grande fuga, Foggia perde anche le scuole di specializzazione. ‘Re’ Maurizio (Ricci) ne combina un’altra. “E gli studenti pagano”


medicina



Continua senza sosta la grande fuga dei corsi universitari da Foggia a Bari. Dopo il corsi di laurea in Archeologia ed Operatore giuridico, e lo "scippo" dei corsi di radiologia medica e logopedia, ora tocca alle scuole di specializzazione di medicina. A cominciare dalla Gastroenterologia, rimasta scoperta dopo il coup de théâtre del rettore Maurizio Ricci che ad ottobre scorso ha silurato il professor Michele Barone, scatenando una vera e propria guerra diplomatica con l'Università di Bari. La scuola foggiana, infatti, non è autonoma, ma ha come sede amministrativa l'ateneo barese.
Maurizio Ricci, (Re)ttore dell'UniFg
Maurizio Ricci, (Re)ttore dell'UniFg
"La decisione mi è stata comunicata verbalmente 15 giorni prima - spiega Barone a l'Immediato -, dopo la presa di posizione del Consiglio di amministrazione che ha fatto saltare l'accordo tra le due università, per il quale io sarei venuto a Foggia ed un collega sarebbe andato a Bari: una compensazione utile non solo per la didattica ma per l'offerta di specializzazioni sul territorio". Ciononostante, "per ragioni meramente economiche", il benservito è arrivato dopo un anno e mezzo (il prof barese era a Foggia da aprile 2013). "A rendere più preoccupante il caso è la voce sulla mancanza del budget necessario per prendere un nuovo professore di questa materia (timori giustificati da questa grande latenza nel trovare un sostituto del Prof Barone) - ci spiegano alcune fonti ben informate -. Come fanno a mancare le risorse se poi si spendono oltre 200mila euro per un portavoce? Per tutta risposta, il direttore della scuola (Alfredo Di Leo, dell'Unversità di Bari) essendo entrato in conflitto per tale decisione con il rettore, ha richiamato gli specializzandi foggiani a Bari. Come conseguenza, l'Università di Foggia non è più sede di formazione specialistica in quest'importante ambito della medicina (le malattie dell'apparato digerente sono una delle principali cause di mortalità e morbilità nella popolazione generale) e ciò va ad impoverire sensibilmente la già sofferente offerta formativa della facoltà di Medicina dell'Unifg". Al di là dei giochi di potere sulle poltrone, gli effetti sono stati disastrosi per gli studenti.
Dopo metà corso, un'ottantina di ragazzi a dover sostenere gli esami con un altro docente (non un gastroenterologo universitario. Ma l'aspetto più grave riguarda gli specializzandi, costretti d'emblée, a dover abbandonare Foggia per Bari a metà percorso. "È stata una decisione unilaterale - precisa Barone -, non mi risulta sia stata mai ascoltata la componente ospedaliera, le direzioni sanitaria e generale. Per di più, mi fa sospettare sull'atteggiamento negativo nei miei confronti, la convocazione del consiglio di dipartimento nel quale è stato approvato il concorso per l'eventuale posto, da riservare ad un gastroenterologo specialista in malattie infiammatorie croniche intestinali: un profilo preciso che mi ha tagliato completamente fuori. Così sono stato mandato via un mese prima che andasse in pensione un altro gastroenterologo, lasciando così scoperti due reparti, affidati a due facenti funzioni".
A rispondere sul punto, anche il direttore sanitario degli Ospedali Riuniti, Antonio Battista: "Non abbiamo le deroghe per i primari - spiega -, per questo nelle more abbiamo scelto delle figure apicali per ricoprire il ruolo, come è stato nel caso diFrancesco Vinelli. Il punto è un'altro: abbiamo chiesto al rettore un nuovo nominativo, ma non è ancora arrivato". In ogni caso, il braccio di ferro tra il rettore Ricci ed il direttore della scuola si è concluso con la conclusione della storia (15 anni) della gastroenterologia universitaria foggiana. "Finisce un'epoca per la formazione di nuove generazioni di specialisti - concludono alcuni addetti ai lavori -, grazie a chi sta smantellando pezzi importanti dell'Università, anche con l'accorpamento con strutture ospedaliere attraverso operazioni che vanno in controtendenza rispetto agli standard di tutti le altre strutture universitarie dove invece avviene il contrario)".

Perquisizioni della Gdf in Ubi Banca

Perquisizioni della Gdf in Ubi Banca

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Perquisizioni disposte dalla Procura di Bergamo sono in corso stamattina nelle sedi bergamasche di Ubi banca e della Compagnia delle Opere e della Confiab (Confederazione degli artigiani di Bergamo). 

Sono state ipotizzate irregolarità durante l'assemblea della banca del 2013, nel corso della quale sono stati eletti il consiglio di sorveglianza e il consiglio di gestione dell'istituto, con la presunta raccolta illegale di deleghe in bianco e di deleghe con firme falsificate.

Secondo quanto riporta l'agenzia Ansa, nel nuovo filone d'inchiesta del pm di Bergamo Fabio Pelosi e svolto dal Nucleo di polizia valutaria della Gdf, sono indagati tra gli altri il presidente del consiglio di sorveglianza di Banca intesa San Paolo Giovanni Bazoli nella qualità di presidente dell'Associazione banca lombarda e piemontese e i vertici di Ubi banca.

Non c’è speranza, l’Italia applaude i suoi macellai golpisti

Non c’è speranza, l’Italia applaude i suoi macellai golpisti


Lo scenario italiano attuale ha due poli emergenti: da un lato abbiamo una situazione economica strutturalmente grave, con tendenze sfavorevoli, non sostenibile soprattutto in quanto a disoccupazione e pensioni; dall’altro lato abbiamo il combinato della riforma costituzionale ed elettorale detta Italicum. Un combinato che concentra tutti i poteri – legislativo, esecutivo e di controllo, cioè di garanzia – nelle mani del segretario del partito di maggioranza relativa. Questi, prendendo anche solo in teoria il 25% dei suffragi, si aggiudica il controllo delle camere, del governo, delle commissioni anche di garanzia, della nomina del presidente della Repubblica, di giudici costituzionali e di componenti del Csm. In più, quale segretario del partito, forma le liste elettorali del suo partito, cioè decide chi si candida e con quali chances. Quindi i parlamentari eletti hanno un vincolo di mandato, ma non nei confronti degli elettori, bensì del segretario del partito. Una vera mostruosità giuridico-costituzionale, senza pari nel mondo ritenuto civile.
Un ritorno massiccio e deciso a prima della separazione dei poteri statuali, cioè a un modello di Stato di tipo assolutistico, cioè a oltre due secoli fa. Aggiungiamo che la riforma elettorale non solo dà il premio di maggioranza al partito che prende anche Renzi e Merkelsolo il 25% dei suffragi, ma anche, per effetto dell’attribuzione del premio di maggioranza non a una coalizione bensì al singolo partito, risulta congegnata per far sì che ci sia un partito fisso di maggioranza, cioè un partito-Stato – il Partito Democratico (e come altro potrebbe chiamarsi?) – più alcuni piccoli partiti in funzione di alleati mobili e clientelari del partito di maggioranza, più ancora un partito medio-grosso di opposizione perenne. Insomma, in previsione di una situazione economica e sociale sempre peggiore e tale da generare forti tensioni e forse rotture sociali, viene costituito, con la massima precedenza, un apparato statuale autocratico e bloccato, per garantire alla buro-partitocrazia parassitaria e criminale le sue rendite, le sue poltrone, le sue impunità anche nel disastro nazionale; e insieme per garantire il dominio sul paese ai grandi interessi finanziari stranieri, con la possibilità di completare l’estrazione o l’acquisizione degli asset nazionali e dei mercati nazionali ancora appetibili attraverso il controllo del suo governo e del suo capo di Stato.
Per fare queste importanti riforme, e per eleggere un adeguato Capo di Stato che funga da raccordo tra la casta nazionale e i superiori potentati europei e americani, cioè un presidente di garanzia per il suddetto assetto, niente di meglio dell’attuale Parlamento di nominati, illegittimo perché eletto con legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Aiuta anche la “condizionabilità” giudiziaria, e non solo giudiziaria, del leader del primo o secondo partito di “opposizione”: nove o dieci milioni di voti controllati o neutralizzati così. La precisa e chiarissima scelta di concentrare i poteri di legislazione, governo e controllo in un’unica persona, toglie ogni dubbio sul progetto dittatoriale: non esiste in Europa, neanche in Russia, qualcosa di simile. Neanche il fascismo la realizzò. La passività e la ignavia via con cui la popolazione italiana accetta tutto ciò, l’assenza di obiezioni e anzi l’incoraggiamento da parte dell’Europa verso tale mostruosità giuridica, confermano che il Marco Della Lunadestino dell’Italia è già stato deciso, che non vi è spazio per un’alternativa, e che quindi l’unica via razionale, per chi può, è l’emigrazione.
Impossibile è giustificare le riforme suddette dicendo che sono indispensabili per assicurare la governance e l’efficacia della politica: come ho spiegato in precedenti articoli, questo obiettivo si può raggiungere con un sistema bicamerale differenziato: una Camera della governabilità, eletta con sistema maggioritario e premio di maggioranza, la quale vota i governi e le leggi, e una Camera della rappresentanza e delle garanzie, eletta con metodo proporzionale e senza soglie, la quale elegge gli organi di garanzia (presidente della Repubblica, giudici costituzionali, commissioni di sorveglianza) e vota le leggi costituzionali nonché quelle elettorali e concernenti la cittadinanza. Quindi la giustificazione suddetta, in nome della governabilità, è falsa. Ma lo è anche perché la politica nazionale ha ben poco da decidere, essendo guidata da vincoli e dettami esterni, rispetto ai quali ha una funzione perlopiù esecutiva. La realtà è che, in Italia e in altri paesi deboli e arretrati, il capitalismo finanziario globale sta instaurando regimi autoritari al fine di usarli per imporre, rapidamente e senza possibilità di opposizione, leggi e riforme strumentali ai suoi interessi e al suopotere, come il famigerato Ttip, oggi in gestazione.

Tre minuti alla mezzanotte della guerra nucleare

Tre minuti alla mezzanotte della guerra nucleare


La lancetta dell’“Orologio dell’apocalisse”, il segnatempo simbolico che sul “Bulletin of the Atomic Scientists” indica a quanti minuti siamo dalla mezzanotte della guerra nucleare, è stata spostata in avanti: da 5 a mezzanotte nel 2012 a 3 a mezzanotte nel 2015, lo stesso livello del 1984 in piena guerra fredda. Sui grandi media, la notizia è passata quasi del tutto sotto silenzio. Eppure a lanciare l’allarme sono noti scienziati dell’Università di Chicago che, consultandosi con altri (tra cui 17 Premi Nobel), valutano la possibilità di una catastrofe provocata dalle armi nucleari in concomitanza con il cambiamento climatico dovuto all’impatto umano sull’ambiente. Il cauto ottimismo sulla possibilità di tenere sotto controllo la corsa agli armamenti nucleari è svanito di fronte a due tendenze: l’impetuoso sviluppo di programmi per la modernizzazione delle armi nucleari e il sostanziale blocco del meccanismo di disarmo. Al primo posto, tra le cause del rilancio della corsa agli armamenti nucleari, gli scienziati statunitensi mettono il programma di “modernizzazione” delle forze nucleari Usa, che comporta «un costo astronomico».
Confermano così quanto già documentato sul manifesto (24 settembre 2014): il presidente Obama,– insignito nel 2009 del Premio Nobel per la Pace per «la sua visione di un mondo libero dalle armi nucleari, che ha potentemente stimolato ilmissiledisarmo», –ha presentato 57 progetti di “upgrade” di impianti nucleari militari, con un costo stimato di 355 miliardi di dollari in dieci anni. Il programma prevede anche la costruzione di 12 nuovi sottomarini da attacco nucleare (ciascuno con 24 missili in grado di lanciare fino a 200 testate nucleari), altri 100 bombardieri strategici (ciascuno armato di circa 20 missili o bombe nucleari) e 400 missili balistici intercontinentali con base a terra (ciascuno con una potente testata nucleare). Si stima che l’intero programma verrà a costare circa 1.000 miliardi di dollari. Anche la Russia, indicano gli scienziati statunitensi, sta procedendo all’“upgrade” delle sue forze nucleari. Lo conferma l’annuncio di Mosca che esse svolgeranno nel 2015 oltre 100 esercitazioni.
Secondo la Federazione degli scienziati americani, gli Usa mantengono 1.920 testate nucleari strategiche pronte al lancio (su un totale di 7.300), in confronto alle 1.600 russe (su 8.000). Comprese quelle francesi e britanniche, le forze nucleari della Nato dispongono di circa 8.000 testate nucleari, di cui 2.370 pronte al lancio. Aggiungendo quelle cinesi, pachistane, indiane, israeliane e nordcoreane, il numero totale delle testate nucleari viene stimato in 16.300, di cui 4.350 pronte al lancio. Sono Manlio Dinuccistime approssimative per difetto, in quanto nessuno sa esattamente quante testate nucleari vi siano in ciascun arsenale. Quello che scientificamente si sa è che, se venissero usate, cancellerebbero la specie umana dalla faccia della Terra.
A rendere la situazione sempre più pericolosa è la crescente militarizzazione dello spazio. Una risoluzione contro il dispiegamento di armi nello spazio esterno, presentata dalla Russia alle Nazioni Unite, ha ricevuto il voto contrario di Stati Uniti, Israele, Ucraina e Georgia, e l’astensione di tutti i paesi dell’Unione Europea. Compresa l’Italia dove, violando il Trattato di non-proliferazione, vi sono 70-90 bombe nucleari Usa in fase di “ammodernamento”, e per il secondo anno consecutivo si è svolta l’esercitazione Nato di guerra nucleare. Dove i grandi media, che sembrano illuminarci su tutto, spengono i riflettori mentre la lancetta dell’Orologio si avvicina alla mezzanotte.