lunedì 6 luglio 2015

RENZI :DALLA PARTE DELLE BANCHE

RENZI :DALLA PARTE DELLE BANCHE

Mentre gli occhi sono puntati sulla Grecia, con studiata nonchalance, Matteo Renzi ha fatto un altro regalo alle banche.
E’ dal 1975 che nel nostro ordinamento, con la riforma del diritto di famiglia, si è istituito il fondo patrimoniale familiare, un fondo cui destinare beni immobili a garanzia del mantenimento dei componenti il nucleo familiare.
Una volta che i coniugi destinavano la loro casa al fondo patrimoniale avendo figli minori, solamente il Giudice avrebbe potuto autorizzarli a disporre di quel bene che rimaneva vincolato alle esigenze della famiglia.
Se una banca voleva aggredire un immobile vincolato al fondo patrimoniale, doveva chiede l’autorizzazione ad un Giudice e doveva dimostrare che il fondo era stato costituito in suo pregiudizio.
Questo meccanismo era stato ideato a tutela del nucleo famigliare, la banca non poteva pignorare i beni del fondo patrimoniale se sapeva che i debiti erano stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia, e comunque doveva dimostrarlo.
Un meccanismo di protezione complesso che paralizzava le banche e impediva che potessero privare le famiglie della loro abitazione con facilità.
Renzi ha approvato un decreto che consente alle banche di pignorare i fondi patrimoniali familiari senza una preventiva autorizzazione del Giudice, e al danno ha aggiunto la beffa sostenendo, nelle motivazioni del decreto, che il Governo vuole “incentivare condotte virtuose dei debitori”.
C’è ancora chi crede che il PD sia un partito di persone perbene.

venerdì 3 luglio 2015

Krugman: Grecia, mostruosa follia Ue firmata centrosinistra

Krugman: Grecia, mostruosa follia Ue firmata centrosinistra


Finora, ogni avvertimento su una imminente dissoluzione dell’euro si è dimostrato erroneo. I governi, qualunque cosa abbiano detto durante le elezioni, cedono alle richieste della Troika; nel frattempo, la Bce si muove per placare i mercati. Questo processo ha tenuto assieme la moneta, ma ha anche perpetuato un’austerità profondamente distruttiva – fare in modo che pochi decimali di crescita modesta in alcuni paesi debitori oscurassero il costo di cinque anni di disoccupazione di massa. Dal punto di vista politico, i grandi perdenti di questo processo sono stati i partiti di centrosinistra, la cui acquiescenza nei confronti di una durissima austerità – e di conseguenza l’abbandono di qualunque posizione critica – ha portato loro danni molto più gravi rispetto ad analoghe politiche adottate dal centrodestra. Mi sembra che la Troika – credo che sia giunto il momento di fermare la pretesa di cambiarne la definizione e di tornare al vecchio nome – abbia atteso, o addirittura sperato, che la Grecia fosse la ripetizione di questa storia.
O Tsipras si piega a fare sempre la stessa cosa, abbandonando gran parte della sua coalizione, costringendosi ad allearsi con il centrodestra, o il governo di Syriza fallisce. E potrebbe ancora accadere. Tuttavia, proprio adesso Tsipras sembra non avere Paul Krugman, Premio Nobel per l'Economiaalcuna volontà di cadere sulla sua spada, di suicidarsi. Invece, dinanzi all’ultimatum della Troika, ha calendarizzato un referendum che chiede se accettarne il piano. Ciò conduce a grande preoccupazione e a dichiarazioni sulla sua irresponsabilità, ma di fatto, Tsipras sta facendo la cosa giusta, per due ragioni. La prima: se vince al referendum, il governo greco avrà maggiori poteri in virtù della legittimazione democratica, che ancora, credo, è fondamentale in Europa (e se non lo fosse, avremmo bisogno di saperlo). La seconda: finora Syriza si è trovata in una situazione politicamente complicata, con gli elettori furiosi contro le richieste sempre più pressanti di austerità, e la volontà di non lasciare l’euro.
È sempre stato difficile considerare come questi desideri si possano riconciliare; e adesso è ancora più difficile. Il referendum, in effetti, chiederà agli elettori di scegliere le priorità, e dare a Tsipras il mandato di fare ciò che deve se la Troika dovesse spingersi fino in fondo. Se me lo chiedete, vi rispondo che è stato un atto di mostruosa follia da parte dei governi creditori e delle istituzioni creditrici spingersi fino a questo punto. Ma lo hanno fatto, e non posso affatto biasimare né incolpare Tsipras per essersi rivolto agli elettori, invece di agire contro di essi.

giovedì 2 luglio 2015

Falange Armata? No: 007, Gladio, mafia. Scalfaro sapeva?

Falange Armata? No: 007, Gladio, mafia. Scalfaro sapeva?


Coincidenze. Probabilmente per certi apparati dello Stato è più comodo parlare in questi termini. Ma il binomioservizi segreti-Falange Armata emerso dalle dichiarazioni dell’ex capo del Cesis, Francesco Paolo Fulci, è decisamente impattante. Nella sua testimonianza odierna al processo sulla trattativa riaffiora il ricordo di due cartine geografiche mostrategli da un suo fidato analista: una con i luoghi da dove partivano le telefonate targate “Falange Armata” e l’altra con le ubicazioni delle sedi periferiche del Sismi. Risultato? Le due cartine erano perfettamente “sovrapponibili”. Ancora coincidenze? Certo è che queste ambigue circostanze vanno ad infittire i tanti misteri nascosti dietro a questa strana sigla, utilizzata ad intermittenza per rivendicare stragi e omicidi eccellenti, fino a sparire inghiottita nei buchi neri del nostro disgraziato paese, per poi tornare in auge nel febbraio del 2014 all’interno di una strana lettera di minacce indirizzata a Totò Riina.
Il racconto di Fulci affonda le radici nella lista dei 15 nomi di agenti dei servizi addestrati a maneggiare esplosivi. A questi nominativi l’ex ambasciatore ne aggiunge un altro: quello del colonnello Walter Masina, che però non fa parte della “VII Oscar Luigi Scalfarodivisione” e degli “Ossi”. «Non avrei dovuto farlo ma volevo fargliela pagare – aveva dichiarato a verbale – dato che Masina era quello che spiava la mia abitazione». Nei suoi ricordi riemerge anche la prospettiva di una indagine del Cesis con un obiettivo ben definito: verificare se nei giorni delle stragi del ‘93 di Roma, Firenze e Milanoquegli stessi 007 si fossero trovati nei paraggi dei luoghi degli attentati. Su sollecitazione del pm Tartaglia l’ex ambasciatore ricorda la richiesta esplicita dell’ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, di fornire quei nominativi all’ex capo della polizia Vincenzo Parisi. Ma perché Scalfaro sapeva di quella lista, quasi in tempo reale, quando su quell’affaire si sarebbe dovuta mantenere la massima segretezza?
Lo stesso Fulci a distanza di anni ammette di non avere mai saputo se quell’indagine fosse stata fatta o meno. Quello che rammenta perfettamente sono invece le microspie piazzate in tutta la sua casa, l’arma del dossieraggio, con tanto di macchina del fango – ben oliata – contro di lui e contro la sua famiglia. «Avevo detto a mia moglie: se mi succede qualcosa andate a vedere se qualcuno di quei nomi era nei paraggi». La lista di Fulci era peraltro finita inParlamento il 16 novembre 1994, inserita in un’interrogazione parlamentare dell’onorevole di Rifondazione Comunista Martino Dorigo. Al processo sulla trattativa Stato-mafia sembra di assistere ad una spy-story. Ma lastoria grigia del nostro paese supera di gran lunga qualsiasi sceneggiatura cinematografica. «Due giorni prima di assumere l’incarico al Cesis – ricorda in aula Fulci – telefonarono dicendo: “Qui Falange Armata, uccideremo l’ambasciatore Fulci”. Io dissi: “Cominciamo bene, ma come fanno a sapere del mio Francesco Paolo Fulciincarico quando tutto è coperto da assoluto riserbo?”. Un messaggio che si ripeté due o tre giorni dopo l’inizio del mio incarico. Della Falange Armata avevo sentito parlare sui giornali».
Di sicuro la nomina di Fulci da parte dell’allora premier Giulio Andreotti non era stata oggetto di pubblicità sui media. «Ci fu una campagna violentissima di un giornaletto che circolava negli ambienti dei servizi, si dicevano sul mio conto e su quello di mia moglie le nefandezze più terribili. Al momento del primo messaggio della Falange Armata, comunque, erano a conoscenza del mio insediamento al Cesis parecchie persone nell’ambito degli addetti ai lavori, soggetti dei servizi e del ministero degli esteri». Tartaglia rilegge quindi in aula uno stralcio delle dichiarazioni di Fulci tratte dal suo verbale di interrogatorio del 2014. «Mi sono convinto che tutta questa storia della Falange Armata – dichiarava l’ex ambasciatore solamente un anno fa – faceva parte di quelle operazioni psicologiche previste dai manuali di “Stay Behind” (Gladio, ndr): facevano esercitazioni, come si può creare il panico in mezzo alla gente, creare le condizioni per destabilizzare il paese, questa è sempre l’idea». Il pm osserva che quando erano cominciate le rivendicazioni della Falange Armata, l’operazione “Gladio” non esisteva più (per lo meno ufficialmente); a chi si riferiva, quindi? La replica di Fulci è alquanto schietta: «Vuole che gliela dica tutta? Qualche nostalgico». Che potrebbe essere utilizzato ancora su “chiamata diretta” di uno Stato-mafia bisognoso di una nuova destabilizzazione?

Banche, tasse, euro? Siete morti (Thomas Jefferson, 1800)

Banche, tasse, euro? Siete morti (Thomas Jefferson, 1800)


Sulla distruzione del potere degli Stati di spendere per l’Interesse Pubblico, da parte del sistema euro che consegna questo potere alle banche, dalla Bce in giù: «Penso che le banche siano, per la nostra libertà, più pericolose di un esercito… se la gente permette alle banche private di controllare l’emissione di moneta, prima con inflazione e poi con deflazione, le banche e le corporations che cresceranno attorno alle grandi banche priveranno la gente delle proprie cose, finché i loro figli si troveranno a dormire sotto i ponti». Sulla sproporzionata tassazione impostaci dal Pareggio di Bilancio in Costituzione e che finanzia la nostra distruzione sociale, ordine della Troika europea e che nessun italiano ha mai votato. E sulla giusta reazione contro la tirannia della Troika: «Obbligare la gente a finanziare con le proprie tasse la propaganda di idee che non sono nel loro interesse, è criminale e tirannico… L’albero della libertà va rinfrescato di tanto in tanto col sangue dei patrioti e dei tiranni».
Sulla devastazione di redditi e pensioni, sotto false pretese di salvezza nazionale, per arricchire un nugolo di speculatori e ‘rentiers’: «La felicità di un popolo esiste se esso riesce ad impedire al governo di distruggere il lavoro della gente con la falsa Il presidente americano Thomas Jeffersonscusa di tutelarli… Infatti la democrazia muore quando si ruba a chi lavora per dare a chi non fa nulla». Autore di queste parole è Thomas Jefferson, 1743-1826. Ok, abbiamo fatto passi avanti.

lunedì 29 giugno 2015

Galloni demolisce Renzi: ripresa inesistente (e impossibile)

Galloni demolisce Renzi: ripresa inesistente (e impossibile)


Secondo Renzi, l’andamento del Pil dimostra che l’economia italiana è fuori dalla crisi? Numeri “confortanti e superiori alle più rosee aspettative degli economisti”, che prevedavano una ripresa dello 0,2% del Pil, mentre si sarebbe attestata allo 0,3? Inversione di tendenza, che segnala che il paese è fuori dal pericolo della deflazione? Mi dispiace, non è assolutamente così. Chiunque può capire che 0,3 o 0,4 non significa nulla. In tempi in cui la domanda di lavoro era rappresentata soprattutto da contratti a tempo indeterminato, avevamo calcolato che se non si superava il 2- 2,5% – quindi tutt’altro, cioè dieci volte di più di quello di cui stiamo parlando adesso – un aumento significativo dell’occupazione non si poteva registrare. Noi recentemente abbiamo avuto un aumento dei contratti, perché sono state sostituzioni – si è passati da una tipologia a un’altra – ma il livello occupazionale ha continuato a ridursi in modo significativo. Riguarda molto la manifattura, ovviamente. Avremmo un grande potenziale nei servizi di cura e nelle attività ambientali, ma non ci sono le risorse per far crescere l’occupazione, dato che il bilancio dello Stato non ha disponibilità.
Si è scelto di non averne, disponibilità – perché potremmo averla, come altri paesi: un minimo di sovranità monetaria, accordi, deroghe, eccetera – ma non abbiamo voluto niente, perché la classe politica ha deciso una rigidità assoluta. La Germania? No, Nino Galloni a Uno Mattinalo abbiamo deciso noi, e ci siamo appiattiti su posizioni che facevano comodo alla Germania, ma è sempre una scusa quando si dice “lo vuole l’Europa, la Germania, i trattati”. Chi li ha firmati, i trattati? Perché li abbiamo firmati? Chi è andato a firmare i trattati non sapeva a che cosa esponeva il paese? Oggi ci sono 56 miliardi di insoluto che si riferiscono alle bollette e alle rate non pagate, dal 2014: un +13% rispetto all’anno precedente. Il 12% di questo è l’insoluto relativo alle imprese. Il credito non viene ancora concesso, per andare incontro alle piccole e medie imprese. Il credito, quello che servirebbe alla ripresa, quello di cui parlava Draghi per gli investimenti, non viene concesso perché la ripresa non c’è. Finché non c’è la ripresa non ci sarà la domanda per investimenti, che attraverso un’azione di credito da parte delle banche metterà in moto il meccanismo.
Invece le famiglie e le imprese piccole, che hanno bisogno di prestiti, si trovano sempre nella lista nera delle bancheperché sono considerati soggetti a rischio, soggetti deboli, e quindi non vengono aiutati. E’ giusto sottolineare che, a fronte di una riduzione del reddito pro capite, che è molto più forte di quella del Pil – perché non ci dimentichiamo che la popolazione residente, per l’aumento degli stranieri, comunitari ed extracomunitari (nel passato soprattutto comunitari, adesso stanno arrivando anche gli extracomunitari) – è aumentata nella media dello 0,5% all’anno, cioè 250-300.000 persone. Questo fa calare il Pil pro capite, che è il principale indicatore che ci può far capire se i consumi si riprendono o meno. Ma, d’altra parte, ci sono le bollette, le spese, gli insoluti condominiali: è un disastro, la gente è sempre più indebitata, deve pagare sempre di più, ma gli stipendi e l’occupazione vanno male. E quindi, ovviamente, non c’è nessuna prospettiva di ripresa, perché non ci dobbiamo mai dimenticare che il principale aggregato macroeconomico che serve per la ripresa sono i consumi. Ma se non aumentano gli stipendi, o non aumenta la spesa pubblica, non c’è nessuna speranza che ci sia la ripresa, finché non cambiamo politica economica.

Renzi consegna la Cdp,la nostra cassaforte, ai registi della svendita dell’Italia

Renzi consegna la Cdp ai registi della svendita dell’Italia


Il lato oscuro del “rottamatore”: Cassa Depositi e Prestiti in mano a Goldman Sachs. Con un atto d’imperio il premier ha imposto le dimissioni a Franco Bassanini, presidente di Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), sostituendolo con Claudio Costamagna. L’ex-rottamatore ha deciso di entrare nel valzer delle nomine pubbliche minacciando di commissariare il Consiglio d’Amministrazione di Cdp e ottenendo, dopo lunghe trattative, la nomina del suo candidato. Claudio Costamagna ha un lungo passato in Goldman Sachs, una delle banche d’investimento e di consulenza finanziaria più grandi del mondo, che ha visto fra i suoi consulenti Mario Draghi, Romano Prodi e Mario Monti. Si aggiunga che Costamagna siede tuttora in diversi consigli di amministrazione di società quali Luxottica ed è presidente di Salini-Impregilo. Non manca un legame molto solido con l’Università Bocconi, che Costamagna ha il compito di “indirizzare verso l’internazionalizzazione” e dalla quale è stato eletto nel 2004 “uomo bocconiano dell’anno”.
Perché nominare presidente di una società a controllo pubblico un uomo cresciuto negli ambienti della finanza e della grande industria privata? La risposta può trovarsi nel curriculum di Costamagna, che nel giugno 1992 ha partecipato alle famose Claudio Costamagnariunioni segrete sul panfilo Britannia al largo di Civitavecchia, nelle quali banchieri anglo-americani e uomini pubblici e privati italiani decisero la linea di privatizzazioni delle aziende strategiche nazionali portata poi avanti col contributo decisivo di Romano Prodi. Claudio Costamagna è l’ultimo cavallo di Troia dell’economia italiana. Il boccone prelibato consiste nelle residue aziende strategiche a controllo pubblico, come Eni e le sue controllate, Enel e Finmeccanica, per ricordare solo le principali. Al di là delle dichiarazioni di circostanza, a confessare i reali propositi di questo commissariamento è lo stesso presidente del Consiglio, quando afferma che «l’Italia si trova oggi a un passaggio decisivo per la ripresa. Le riforme strutturali, l’attrazione degli investimenti, e una politica di bilancio basata sul taglio delle tasse sul lavorostanno riportando il Paese alla crescita. In questo contesto il rafforzamento del ruolo di Cdp risulta ancora più cruciale».
È la solita retorica governativa: l’Italia non crescerà sostenendo i redditi e creando lavoro, ma aprendosi allegramente agli investimenti esteri che, tradotto, significa cedere le eccellenze italiane e i settori strategici al profitto estero. D’altra parte basta guardare la parabola discendente della stessa Cassa Depositi e Prestiti. Nel 2003 è stata trasformata da ente di diritto pubblico in società per azioni, negli anni successivi il 18,4% delle sue azioni è passato nelle mani di diverse fondazioni bancarie che già oggi ne condizionano la politica, e negli ultimi anni, attraverso il Fondo Strategico Italiano (Fsi), ha stretto rapporti con fondi sovrani esteri che hanno cominciato a scalare le nostre società controllate dallo Stato. Al culmine della lunghissima crisi provocata dal casinò finanziario, il nostro premier rincara la dose e affida 250 miliardi di risparmi postali dei cittadini italiani all’ennesimo uomo del destino che svenderà i nostri gioielli nazionali per un piatto di lenticchie. “Ahi serva Italia, di traditori ostello”.

Mangiamo cadaveri, rinunciare alla carne è civiltà e salute

Mangiamo cadaveri, rinunciare alla carne è civiltà e salute


La domanda può sembrare assurda. Ovviamente, per essere mangiati, gli animali devono prima essere uccisi. Sappiamo tutti che dietro a una bistecca, c’è un animale morto. Tuttavia, per la maggior parte del tempo, facciamo dell’animale un elemento estrinseco alla carne. Ci crea sempre fastidio quando, a tavola, un vegetariano ci ricorda che il cosciotto d’agnello è innanzitutto una carogna. Questi moralizzatori! Così, spesso, abbiamo fatto finta di dimenticare. Dopotutto, bisogna mangiare carne per vivere! Questo è un alibi. La necessità della carne è il nostro pretesto. E poi, se si ammette che la carne non è, come è ovvio, necessaria, si potrà sempre dire che, poiché ci piace mangiarli e li mangiamo, il consumo di animali è giustificato di fatto. Il mio piacere di mangiare una bistecca vince, perché così ho deciso. Gli animali hanno solo bisogno di essere trattati bene. Uccisi con amore. Come è possibile conciliare l’amore che diciamo di provare per gli animali “domestici” (gatti, cani, ecc), con il massacro a cui partecipiamo dando il nostro denaro a coloro che “uccidono con amore”?
Martin Gibert, che insegna etica e filosofia del diritto, nel suo ultimo saggio di recente pubblicazione, “Voir son steak comme un animal mort – Véganisme et psychologie morale” (“Vedere la sua bistecca come un animale morto – Veganismo e psicologia Agnellinomorale”) spiega questa ambiguità inerente alla natura umana attraverso il concetto di “dissonanza cognitiva” che si manifesta, in relazione alla carne, con il seguente sintomo: “noi amiamo gli animali ed amiamo mangiare i loro cadaveri”. L’immagine del cadavere, noi la temiamo; e questo, gli industriali lo hanno compreso perfettamente. È la ragione per la quale non troveremo mai sulle confezioni di dentifricio la scritta: “Contiene animali morti”; perché, presentati così, molti prodotti sarebbero molto meno vendibili. Allora, il problema si camuffa. In effetti, è in circostanze simili che, secondo Martin Gibert, interviene la “percezione morale”. Ma la percezione morale dei mangiatori di animali è piuttosto “confusa”, e infatti potrebbe succedere che un telespettatore che mangia solitamente bistecche, rimanga sconvolto dal fatto che un partecipante ad uno show televisivo uccida un maiale in diretta per nutrirsene definendo questa violenza “non necessaria”, e ignorando il fatto che non lo sia uccidere un animale in generale.
Se uccidere degli animali non è necessario, perché si mangia ancora carne? La domanda è, secondo Martin Gibert, “Come si fa a non essere vegan?”. È vero, è difficile rimanere indifferenti alla sofferenza degli animali, dice Gibert: «Chi può vedere senza rabbrividire l’agonia di un bue o di un maiale?». Tuttavia, teniamo alla nostra bistecca. Ed è proprio in questa cornice contraddittoria che bisogna analizzare la psicologia dell’onnivoro. C’è, nei nostri rapporti agli animali, una continua contraddizione da superare. Possiamo, ad esempio, persuaderci che gli animali non soffrano veramente, o del fatto che abbiamo realmente bisogno delle proteine che, per credenza popolare, si dice siano contenute solo nei prodotti di origine animale ma, quando ci viene dimostrato il contrario, inneschiamo automaticamente un processo di rimozione della colpa. Sosteniamo in questi casi che “le cose non dipendono da noi” e che, anche se mangiamo animali, non siamo responsabili della loro uccisione. E, così ci piace dire, in nessun caso, smetteremo di mangiare carne perché sono i vegani che smettono di farlo, e Martin Gilberti vegani sono una setta. Dire questo ci rassicura, perché i vegani costituiscono un campanello d’allame per la nostra “dissonanza cognitiva”.
Rendere la realtà più digeribile: «Dovunque, si creano degli eufemismi per rendere la realtà più digeribile». Secondo Martin Gibert, riprendendo il termine coniato dalla psicologa americana Melanie Joy, «la maggior parte delle persone sono carniste». Dietro a questo neologismo, c’è «l’apparato ideologico che ha per funzione il soffocamento della dissonanza cognitiva». Il carnista fa appello a innumerevoli alibi per giustificare delle pratiche e mantiene la posizione che nell’immaginario collettivo è maggioritaria, secondo la quale non c’è niente di male ad abbattere degli animali se tutto questo è visto come naturale e necessario. Martin Gibert vede il carnismo come una “barriera ideologica che nasconde la realtà dello sfruttamento”. «L’allevamento industriale riguarda l’82% degli animali in Francia, eppure molto spesso si fa appello, per giustificare la pratica del mangiare animali, ad un ipotetico podere felice in cui gli animali sarebbero trattati bene. Maiali allevamentoMa la questione della necessità ritorna costantemente: perché porre fine alla vita di un animale privandolo di tutto ciò che avrebbe potuto vivere quando non è necessario? Si potrebbe dire, per esempio, che è legittimo uccidere il mio cane in modo “felice e umano” perché io voglio andare in vacanza? Perché sarebbe legittimo uccidere un maiale solo per mangiare un pezzo di salsiccia? Sicuramente non è la presunta “carne felice” la risposta a questi dubbi e il presunto concetto di necessità fa acqua da tutte le parti».
Il veganismo come soluzione. Ma il problema della carne va oltre la questione legata all’uccisione e allo sfruttamento degli animali. Come giustamente ricorda Martin Gibert, anche la questione ambientale deve essere presa sul serio. Nonostante le ambizioni apparenti dei governi in materia di politicaambientale, il problema dell’influenza degli allevamenti di bestiame sull’ambiente è in gran parte nascosto. Questi sono responsabili del 14,5% delle emissioni di gas a effetto serra, secondo un rapporto della Fao pubblicato nel 2013; più che “tutti i mezzi di trasporto”. Perché il problema viene ignorato anche da coloro i quali pretendono di definirsi “ambientalisti”? Come si può giustificare questa disparità tra le nostre convinzioni e le nostre concrete abitudini? Basta fermarsi a mentire a se stessi. Se penso che gli animali non devono essere uccisi senza necessità, è perché credo che abbiano un interesse a perseguire la loro esistenza. Il consumo di carne non è compatibile con la presa in considerazione gli interessi degli animali e dei requisiti ambientali. L’imperativo è quello di eliminare la carne dalla nostra dieta.