mercoledì 28 ottobre 2015

Marijuana libera, e il Colorado incassa 175 milioni in tasse

Marijuana libera, e il Colorado incassa 175 milioni in tasse


Torna il dibattito sulla legalizzazione della marijuana: la crescita dell’anti-proibizionismo è una tendenza globale che ha già condotto a decisioni in questo senso in Uruguay e in alcuni Stati americani e città europee. «I risultati di un secolo di proibizionismo sono disastrosi», riconosce Paolo Bartolini: l’azione di contrasto dell’offerta «ha ottenuto il solo effetto di concentrarla in pochissime, potentissime, ferocissime mani». Zero risultati anche nel contrasto della domanda, che ha continuato a crescere ovunque. «In compenso, questo immenso buco nell’acqua ha costi giganteschi: finanziari, sociali, civili, criminali ed etici». Il motivo lo chiariscono gli economisti, tutti largamente anti-proibizionisti: «Rendere illegale una merce che è consumata da milioni di persone ha il solo effetto di aumentarne il prezzo e creare mafie potentissime in grado col tempo di comprarsi banche, grandi e piccole imprese, patrimoni immobiliari, media, fette crescenti di partiti, parlamenti e governi». Enormi masse di denaro “nero” «rappresentano una minaccia mortale per la democrazia e il sistema di mercato».
La lotta alla droga, inoltre, assorbe ingenti risorse di polizia, giudiziarie, carcerarie. «Tanto per dare una idea, il problema del sovraffollamento da terzo mondo delle nostre carceri verrebbe praticamente di colpo risolto dalla legalizzazione», scrive JointBartolini su “Micromega”. «Gli immensi ritardi della nostra giustizia penale si ridimensionerebbero». Per non parlare dellafinanza pubblica: le stime sui mancati introiti fiscali della tassazione di un commercio tanto imponente parlano di miliardi. Altrove, poi, il narcotraffico è un fattore permanente di destabilizzazione: «Nel 2006 il presidente messicano Calderòn decise di usare l’esercito dichiarando “guerra alla droga”. Da allora tale guerra ha prodotto la sbalorditiva cifra di 60.000 morti, che arrivano a 100.000 se si contano gli scomparsi. Ci sono paesi interi la cui economia è stata distrutta dalla transizione dell’agricoltura alla produzione di droghe, come l’Afghanistan, ormai avviato a divenire la prima monocoltura di papavero da oppio del pianeta».
I sostenitori del proibizionismo non negano questo disastro, continua Bartolini, ma dicono che è il minore dei mali possibili. Motivazione etica: uno Stato non può legalizzare cose che fanno male. «Questo argomento – ribatte Bartolini – assume un sapore tragicomico in una società devastata da dipendenze di ogni genere, cominciando con quella dallo shopping e continuando con videogiochi, videopoker, slot, calcio, tv, sesso, pornografia, alcol, sigarette, tanto per menzionare qualcuna delle più comuni. E ovviamente una alluvione di droghe chimiche legali, elegantemente definite psico-farmaci». Infatti, «esistono una quantità di cose che sono legali, possono fare malissimo e sono persino pubblicizzate». E allora, perché pigliarsela solo con alcune droghe? «Il proibizionismo è in ritirata perché non esiste una risposta a questa domanda». O Messico, una strage dei Narcosmeglio, «non ne esiste una nobile», dal momento che «sono legali le droghe prodotte dalle case farmaceutiche e sono illegali quelle prodotte da contadini del terzo mondo o autoprodotte».
Inoltre, l’anti-proibizionismo riduce le dipendenze: «Il calo costante e spettacolare del consumo di tabacco negli ultimi decenni in tutto l’Occidente dimostra che le campagne informative funzionano». Se una sostanza viene percepita come realmente pericolosa, il suo consumo diminuisce. Campagne come quelle anti-fumo «costano una frazione insignificante del costo di quell’immenso apparato messo su per la guerra alla droga». Secondo la polizia doganale americana, il 2014 ha registrato per la prima volta un calo delle importazioni di marijuana dal Messico (- 24%), che erano invece costantemente cresciute per 50 anni. Un primo successo del proibizionismo? Al contrario: «Sono le prime conseguenze di un anno abbondante di legalizzazione in due Stati americani, Colorado e Washington. Semplicemente, la vendita legale di marijuana ha rubato il mercato ai cartelli dei narcos». Inoltre, la marijuana Marijuanalegale è di migliore qualità, priva di tagli, senza gli additivi della marijuana illegale (ammoniaca, fibra di vetro e lana di roccia, che simulano i cristallini tipici della marijuana). Tutto questo lascia prevedere una diminuzione nel lungo periodo dei costi sanitari connessi all’uso di additivi dannosi per la salute.
Quanto ai rischi paventati dai proibizionisti – aumento dei crimini, del consumo e degli incidenti stradali – non ve ne è alcuna traccia nelle statistiche, osserva ancora Bertani: in Messico molti vedono la legalizzazione negli Usa come l’unica salvezza dal definitivo disfacimento del paese, devastato dai cartelli. Infine, non proprio un dettaglio: il Colorado prevede un gettito fiscale di 175 milioni di dollari nei prossimi due anni che consentirà una sostanziosa riduzione della pressione fiscale. E le previsioni dello Stato di Washington sono intorno ai 600 milioni di dollari nei prossimi cinque anni. «Tutti soldi che verranno trasferiti dalle tasche dei narcos messicani a quelle dei due Stati americani», conclude Bartolini. Ecco perché «il proibizionismo è un lusso che non possiamo più permetterci». Marijuana libera significa due cose: più soldi pubblici e meno mafia. «Le mafie si occupano anche di altre cose oltre alla droga, ma questa rimane il loro core business. La legalizzazione delle droghe le indebolirebbe molto. La platea proibizionista è ampia e variegata. Ma la prima fila, quella dei sostenitori più accesi, è occupata dalle mafie».

martedì 27 ottobre 2015

Tutto già scritto: disoccupazione all’11% fino al 2019

Tutto già scritto: disoccupazione all’11% fino al 2019


In milioni chiedono lavoro, ma non sanno che la loro sorte è già segnata: disoccupazione stabile all’11%. «Tutti i disoccupati nel 2019 saranno ancora disoccupati: questo perché lo sviluppo voluto dai tecnocrati europei, liberisti e neomercantilisti, per l’economia italiana, ha bisogno di un tasso strutturale di disoccupazione». Lo spiega Stefano Sanna, citando documenti ufficiali del Tesoro nonché l’ultimo Def del governo Renzi: 11%. Tutto il resto sono chiacchiere, comprese le 154 crisi aziendali tuttora aperte che rappresentano solo «la punta di un iceberg chiamato disoccupazione, che galleggia nel mare del mercato del lavoro». Il resto della montagna di ghiaccio «è fatto di milioni di disoccupati di piccole aziende, che non hanno alcuna possibilità di far valere le loro ragioni davanti al governo come possono fare, invece, le 154 aziende seguite direttamente dal ministero dello sviluppo economico». Tutti quanti però sono accomunati da un fatto: aspettano una risposta. «Ma il governo delle “luci e paillettes” porterà all’infinito la commedia dei tavoli di crisi, o posticiperà la data in cui rispondere ai disoccupati, anche se la risposta è stata già scritta».
Lo conferma il documento del Tesoro dell’aprile 2013 sul Nawru, acronimo di “non accelerating wage rate of unemployment”: tasso di disoccupazione d’equilibrio, tarato per non generare pressioni inflazionistiche comprimendo il potere di spesa Vladimiro Giacchèmediante, appunto, il taglio deliberato dei posti di lavoro. Proprio il Nawru ha un ruolo centrale nella determinazione dei “diktat” che la Commissione Europea rivolge ai singoli paesi membri dell’Ue. Il presidente del Centro Europa Ricerche, l’economista Vladimiro Giacché, sul “Sole 24 Ore” osserva: «Dal punto di vista culturale, è interessante notare come il tasso di disoccupazione di equilibrio sia la leva che viene adoperata per garantire l’iper-contenimento dell’inflazione. In molti, in passato, hanno considerato l’Unione Europea un moloch impregnato di keynesismo. In realtà, anche in questo caso prevale l’egemonia del monetarismo francofortese, che mette davanti a tutto e a tutti l’imbrigliamento dell’inflazione», fino all’asfissia programmata dell’economia reale.
Per quanto riguarda il Nawru, conferma il Def del governo Renzi, i parametri sono stati più volte rivisti dalla Commissione, alla luce degli effetti sul mercato del lavoro della prolungata recessione. «Il Nawru è stato pertanto rideterminato verso l’alto, determinando una riduzione nel tasso di crescita del Pil potenziale». Il che significa che il tasso di “disoccupazione di equilibrio”, tale cioè da non generare pressioni inflazionistiche sui salari, «è stato stimato in crescita negli anni della crisi, con una dinamica che, di fatto, ha fatto sì che al crescere della disoccupazione crescesse anche il Nawru». Stefano Sanna esibisce la drammatica proiezione governativa, riassunta in una tabella: la “disoccupazione programmata”, al 12,3% nel 2015, si ridurrà in modo praticamente irrilevante: 11,8% nel 2016, poi 11,4% l’anno seguente, ancora 11,1% nel 2018 e poi 10,9% nel 2019. Non c’è scampo: Bruxelles vuole che i disoccupati, in Italia, restino l’11%. Si tratta di «un piano di distruzione sociale», conclude Sanna: l’obiettivo scritto da questo governo? E’ tecnicamente impossibile da raggiungere, visto che si parla di «contenimento dell’inflazione e crescita del Pil con un tasso di disoccupazione all’11%». Una farsa sfrontata: «E’ la risposta cinica, ma mai comunicata, ai milioni di disoccupati che per anni sono stati (e saranno) presi in giro da ciarlatani di professione».

Siria, la Russia oscura i radar Nato: Pentagono nel panico

Siria, la Russia oscura i radar Nato: Pentagono nel panico


L’intervento militare russo in Siria si è trasformato in una manifestazione di potenza che ribalta l’equilibrio strategico mondiale: l’esercito di Mosca ha “accecato” completamente gli Usa e la Nato, impedendo loro di osservare quello che sta accadendo sul terreno. Solo i russi e i siriani hanno la capacità di valutare la situazione sul campo, avverte Thierry Meyssan. Mosca e Damasco intendono sfruttare al massimo il loro vantaggio e quindi mantengono la segretezza delle loro operazioni. Sarebbero già stati uccisi almeno 5.000 jihadisti, fra cui molti capi di Ahrar al-Sham, di Al-Qaeda e dell’Isis, mentre almeno 10.000 mercenari sono fuggiti verso la Turchia, l’Iraq e la Giordania. L’esercito siriano e le milizie libanesi di Hezbollah hanno riconquistato il terreno senza attendere gli annunciati rinforzi iraniani. Il Pentagono è frastornato, «diviso tra coloro che cercano di minimizzare i fatti e di trovare una falla nel sistema russo e quelli che, al contrario, ritengono che gli Stati Uniti abbiano perso la loro superiorità in materia di guerra convenzionale e che avranno bisogno di molti anni per recuperarla».
Ancora dieci giorni fa, scrive Meyssan su “Rete Voltaire”, l’ex segretario alla difesa Robert Gates e l’ex consigliere per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice parlavano dell’esercito russo come di una forza di «seconda classe». Com’è possibile Unità russe sbarcate in Siriache la Russia sia riuscita a produrre armi ad altissima tecnologia senza che il Pentagono valutasse l’entità del fenomeno? «A Washington lo sconcerto è talmente grande che la Casa Bianca ha appena annullato la visita ufficiale del primo ministro Dmitry Medvedev e di una delegazione dello stato maggiore russo», aggiunge Meyssan. «La decisione è stata presa dopo un’analoga visita in Turchia di una delegazione militare russa». Di fatto, ci si rende conto che «è inutile discutere delle operazioni in Siria perché il Pentagono non sa più cosa stia accadendo». Furibondi, i “falchi liberali” e i neocon «pretendono un aumento del bilancio militare», e intanto hanno ottenuto da Obama «lo stop al ritiro delle truppe dall’Afghanistan».
La situazione si sta letteralmente ribaltando, continua l’analista: «La Russia non sta facendo altro che salvare il popolo siriano e propone agli altri Stati di collaborare con lei, mentre gli Stati Uniti quando detenevano il primato militare imponevano il proprio sistema economico e distruggevano molti Stati». È indubitabile che le incerte dichiarazioni di Washington durante lo schieramento russo, prima dell’offensiva, «non dovevano essere interpretate come un lento adattamento politico della retorica ufficiale», ma per ciò che effettivamente esprimevano: «Il Pentagono non conosceva il territorio. Era diventato sordo e cieco». Dopo l’incidente occorso a un’unità navale americana, la Uss Donald Cook, finita in panne nel Mar Nero il 12 aprile 2014 dopo esser stata sorvolata da un caccia Sukhoi Su-24 dotato di attrezzature per la Il cacciatorpediniere Uss Donald Cookguerra elettronica, è emerso che «l’aviazione russa ha un’arma che le permette di oscurare tutti i radar, i circuiti di controllo, i sistemi di trasmissione informazioni».
Già all’inizio del suo schieramento militare, Mosca ha installato a nord di Latakia un centro di disturbo (radar jamming) molto potente: «Improvvisamente si è riverificato l’incidente della Donald Cook, ma questa volta in un raggio di 300 km, comprendente la base Nato di Incirlik in Turchia. E ancora continua». Poiché l’evento si è verificato durante una tempesta di sabbia d’intensità storica, spiega Meyssan, inizialmente il Pentagono ha pensato che i suoi dispositivi di rilevamento fossero fuori uso, prima di accorgersi che erano stati tutti oscurati. Oggi, continua l’analista, la moderna guerraconvenzionale si basa su tecnologia “C4i”, ovvero “command”, “control”, “communications”, “computer” e “intelligence”. «I satelliti, gli aerei e i droni, le navi e i sommergibili, i carri armati e ora anche i combattenti sono collegati tra loro da comunicazioni permanenti che consentono agli stati maggiori di guidare le battaglie. È tutto questo insieme, il sistema nervoso della Nato, che è stato ora oscurato in Siria e in una parte della Turchia».
Secondo l’esperto rumeno Valentin Vasilescu, Mosca avrebbe installato diversi Krasukha-4, dispositivi a banda larga mobile che disturbano i radar, e dotato aerei, elicotteri e navi di un sistema di oscuramento radar e sonar. «Sembra che la Russia si sia impegnata a non disturbare le comunicazioni di Israele – riserva di caccia americana – per cui le è vietato impiegare il suo sistema di disturbo nel sud della Siria». Intanto, «gli aerei russi sono stati ben lieti di violare un sacco di volte lo spazio aereo turco», proprio per «verificare l’efficacia del disturbo elettronico nella zona interessata», oltre che per sorvegliare «le installazioni messe a disposizione dei jihadisti in Turchia». Infine, la Russia ha usato diverse nuove armi, come i 26 missili da crociera lanciati dalla flotta del Mar Caspio. Si tratta di missili “Kaliber”, equivalenti ai “Tomahawk”, ma costruitiMissili Kaliber lanciati dal Mar Caspiocon tecnologia “stealth” e quindi invisibili ai radar. Hanno colpito e distrutto 11 obiettivi a 1500 chilometri di distanza, abbattendosi «nella zona non offuscata, così che la Nato potesse apprezzare la performance».
Questi missili, aggiunge Meyssan, hanno sorvolato l’Iran e l’Iraq a una quota variabile da 50 a 100 metri in base al territorio, passando a quattro chilometri da un drone statunitense. E non se ne è perso neanche uno, a differenza di quelli americani, i cui errori sono compresi tra il 5 e il 10%. «Tra l’altro, questi lanci mostrano l’inutilità delle spese faraoniche dello “scudo antimissile” costruito dal Pentagono attorno alla Russia, ancorché ufficialmente diretto contro missili iraniani». Sapendo che questi missili possono essere lanciati da sommergibili situati ovunque negli oceani e che possono trasportare testate nucleari, «i russi hanno recuperato il loro ritardo in materia di razzi vettori». In definitiva, «la Federazione russa sarebbe distrutta dagli Stati Uniti – e viceversa − in un confronto nucleare, ma vincerebbe in caso di guerra convenzionale». E questa è la sconcertante novità che emerge dall’impegno militare di Putin in Siria. «La campagna di bombardamenti dovrebbe terminare entro il Natale ortodosso, che si celebra il 7 gennaio. La questione che si porrà allora sarà di sapere se la Russia è o non è autorizzata a completare il suo lavoro braccando i jihadisti che si rifugiano in Turchia, Iraq e Giordania». La Siria allora sarebbe salva, anche se «i Fratelli Musulmani non mancherebbero di cercare una vendetta e gli Stati Uniti di utilizzarli nuovamente contro altri bersagli».

lunedì 26 ottobre 2015

Lafontaine: Italia, basta subire. Serve una sinistra No-Euro

Lafontaine: Italia, basta subire. Serve una sinistra No-Euro


Per migliorare la competitività relativa del proprio paese sotto l’ombrello dell’euro, restano al singolo paese sottoposto alle condizioni dei trattati europei solo la politica salariale, la politica sociale e le politiche del mercato del lavoro. Se l’economia più Oskar Lafontaineforte, quella tedesca, pratica il dumping salariale dentro un’unione monetaria, gli altri paesi membri non hanno altra scelta che applicare tagli salariali, tagli sociali e smantellare i diritti dei lavoratori, così come vuole l’ideologia neoliberista. Se poi l’economiadominante gode di tassi di interesse reali più bassi e dei vantaggi di una moneta sottovalutata, i suoi vicini europei non hanno praticamente alcuna possibilità. L’industria degli altri paesi perderà sempre più quote sul mercato europeo e non europeo. Mentre l’industria tedesca produce oggi tanto quanto produceva prima della crisi finanziaria, secondo i dati Eurostat, la Francia ha perso circa il 15% della sua produzione industriale, l’Italia il 30%, la Spagna il 35% e la Grecia il 40%.
La destra europea si è rafforzata anche perché mette in discussione l’euro e i trattati europei, e perché nei paesi membri cresce la consapevolezza che i trattati europei e il sistema monetario europeo soffrano di alcuni difetti costitutivi. Come dimostra l’esempio tedesco, la destra europea non si preoccupa della compressione dei salari, dello smantellamento dei diritti dei lavoratori e delle politiche di austerità più severe. La destra vuole tornare allo Stato nazionale, offrendo però soluzioni economiche che rappresentano una variante nazionalistica delle politiche neoliberiste e che porterebbero agli stessi risultati: aumento della disoccupazione, aumento del lavoro precario e declino della classe media. La sinistra europea non ha trovato alcuna risposta a questa sfida, come dimostra soprattutto l’esempio greco. Attendere la formazione di una maggioranza di Merkel e Schaeublesinistra in tutti i 19 Stati membri è un po’ come aspettare Godot, un autoinganno politico, soprattutto perché i partiti socialdemocratici e socialisti d’Europahanno preso a modello la politica neoliberista.
Un partito di sinistra deve porre come condizione alla sua partecipazione al governo la fine delle politiche di austerità. Tuttavia ciò è possibile solo se inEuropa prende forma una costituzione monetaria che conservi la coesione europea, ma che riapra ai singoli paesi la possibilità di un ritorno a un sistema monetario europeo (Sme) migliorato, che consenta nuovamente di ricorrere alla rivalutazione e alla svalutazione. Tale sistema restituirebbe ai singoli paesi un ampio controllo sulle rispettive banche centrali e offrirebbe loro i margini di manovra necessari per conseguire una crescita costante e l’aumento dell’occupazione attraverso maggiori investimenti pubblici e a politiche capaci di aumentare la crescita e i posti di lavoro, così come per contrastare, tramite la svalutazione, l’ingiusto dumping salariale operato dalla Germania o da un altro Stato membro.
Questo sistema ha funzionato per molti anni e ha impedito l’emergere di gravi squilibri economici, come ne esistono attualmente nell’Unione europea. Rivolgendomi ai sindacati italiani, tengo a sottolineare che lo Sme non è mai stato perfetto, dominato com’era dalla Bundesbank. Ma nel sistema euro la perdita del potere d’acquisto delle lavoratrici e dei lavoratori attraverso salari più bassi (svalutazione interna) è maggiore. A me, osservatore tedesco, risulta molto difficile capire perché l’Italia ufficiale assista più o meno passivamente alla perdita del 30% delle quote di mercato delle sue industrie. Silvio Grillo e BerlusconiBerlusconi e Beppe Grillo hanno messo sì in discussione il sistema euro, ma ciò non ha impedito all’Eurogruppo di imporre il modello delle politiche neoliberiste alla politica italiana. Oggi la sinistra italiana è necessaria come non mai.
La perdita di quote di mercato, l’aumento della disoccupazione e del lavoro precario, con la conseguente compressione dei salari, possono rientrare nei miopi interessi delle imprese italiane, ma la sinistra italiana non può più stare a guardare questo processo di de-industrializzazione. Lo sviluppo in Grecia e in Spagna, in Germania e in Francia, dimostra come la frammentazione della sinistra possa essere superata non solo con un processo di unificazione tra i partiti di sinistra esistenti ma soprattutto con l’incontro di tante energie innovative fuori dal circuito politico tradizionale. Solo una sinistra sufficientemente forte nei rispettivi Stati nazionali potrà cambiare la politica europea. La sinistra europea ha bisogno ora di una sinistra forte in Italia.

martedì 20 ottobre 2015

Levy: persino Gandhi capirebbe la violenza dei palestinesi

Levy: persino Gandhi capirebbe la violenza dei palestinesi


Attraverso la nebbia del senso di superiorità, della propaganda dei media, dell’istigazione, della disattenzione, del lavaggio del cervello e della vittimizzazione degli ultimi giorni, ritorna pienamente d’attualità la semplice domanda: chi ha ragione? Nell’arsenale propagandistico israeliano non ci sono argomenti giustificati accettabili per una persona onesta. Persino il Mahatma Gandhi capirebbe le ragioni di questo scoppio di violenza palestinese. Persino quelli che rifiutano la violenza, che la vedono come immorale ed inutile, non possono fare a meno di capire come mai scoppia periodicamente. La domanda è perché non scoppi ancora più spesso. Dalla domanda su chi ha iniziato tutto ciò a quella su chi è da condannare, il dito è giustamente puntato contro Israele, solo contro Israele. Non è che i palestinesi siano incolpevoli, ma la responsabilità principale ricade sulle spalle di Israele. Finché Israele non si libererà di questa colpa, non avrà ragioni per fare uno straccio di richiesta ai palestinesi. Ogni altra cosa è falsa propaganda.
Come ha scritto recentemente l’attivista palestinese di lunga data Hanan Ashrawi, i palestinesi solo l’unico popolosulla terra a cui si chiede di garantire la sicurezza dell’occupante, mentre Israele è l’unico paese al mondo che pretende protezione alle sue Palestina, un genitore disperato per la morte della figliavittime. E come possiamo rispondere? Come ha chiesto il presidente Mahmoud Abbas in un’intervista ad “Haaretz”: «Come vi aspettate che la piazza palestinese reagisse dopo che l’adolescente Mohammed Abu Khdeir è stato bruciato vivo [nel luglio 2014, dopo l’uccisione di tre giovani israeliani], l’incendio della casa dei Dawabsheh [nell’agosto 2015, in cui è morto carbonizzato un bambino di 18 mesi e, dopo qualche settimana, sono deceduti i suoi genitori], le aggressioni dei coloni e gli attacchi contro le proprietà [palestinesi] sotto gli occhi dei soldati?». E cos’abbiamo da rispondere?
Ai cento anni di spoliazione ed ai 50 anni di oppressione possiamo aggiungere gli ultimi anni, segnati dall’intollerabile arroganza israeliana che ci sta esplodendo ancora una volta in faccia. Sono stati gli anni in cui Israele ha pensato di poter fare qualunque cosa senza pagarne il prezzo. Ha pensato che il ministro della difesa [Moshe Ya’alon, del Likud, il partito di Netanyahu] potesse vantarsi di conoscere l’identità degli assassini dei Dawabsheh senza arrestarli, e i palestinesi si sarebbero controllati. Ha pensato che quasi ogni settimana un ragazzo o adolescente potesse essere ucciso dai soldati e i palestinesi sarebbero rimasti tranquilli. Ha pensato che i soldati israeliani potessero irrompere nelle case dei palestinesi ogni notte e terrorizzare, umiliare ed arrestare la gente. Che a centinaia potessero essere arrestati senza un’accusa. Che lo Shin Bet, il sevizio di sicurezza, potesse continuare a torturare i sospetti con metodi satanici.
Ha pensato che i prigionieri che fanno lo sciopero della fame e che sono stati liberati potessero essere riarrestati, spesso senza alcuna ragione. Che Israele potesse distruggere Gaza una volta ogni due o tre anni e che Gaza si sarebbe arresa e la Cisgiordania sarebbe rimasta tranquilla. Che l’opinione pubblica israeliana avrebbe applaudito tutto ciò, nella migliore delle ipotesi con sorrisi e nella peggiore con la richiesta di più sangue palestinese, con una sete che è difficile da comprendere. E i palestinesi lo avrebbero perdonato. Tutto ciò potrebbe continuare ancora per molti anni. Perché? Perchè Israele è più forte che mai e l’Occidente è indifferente e gli consente di scatenarsi come non mai. I palestinesi, nel contempo, sono deboli, divisi, Il giornalista israeliano Gideon Levyisolati e colpiti come non mai dai tempi della Nakba. Così tutto ciò potrebbe continuare perché Israele lo può fare – e il popolo[israeliano] lo vuole. Nessuno potrà fermare ciò, se non l’opinione pubblica internazionale, che Israele rifiuta in quanto anti-ebraica.
E non abbiamo detto niente in merito all’occupazione in quanto tale e l’incapacità di porvi termine. Siamo stanchi. Non abbiamo detto una parola sull’ingiustizia del 1948, che avrebbe dovuto finire allora e non continuata con ancor maggiore forza nel 1967, e continuata senza che se ne veda la fine. Non abbiamo parlato delle leggi internazionali, del diritto naturale e l’etica umana, che non può assolutamente accettare niente di simile. Quando giovaniuccidono coloni, lanciano bottiglie molotov contro i soldati e scagliano pietre contro gli israeliani, questo è il contesto. Ci vuole una buona dose di ottusità, ignoranza, nazionalismo e arroganza – o di tutto ciò insieme – per ignorare tutto ciò.

La Russia torna grande, purché non resti invischiata in Siria

La Russia torna grande, purché non resti invischiata in Siria


L’intervento militare russo in Medio Oriente sembra avere completamente spiazzato gli osservatori occidentali: il monopolio occidentale delle operazioni di “polizia internazionale” a leadership anglo-sassone, a partire dal 1991, improvvisamente sembra essere stato infranto dalla decisione della Duma russa di colpire le forze anti-governative in Siria, siano esse affratellate o meno all’Isis. Molti sono in effetti i risvolti paradossali di questo pesante intervento militare: la Russia che, a seguito della crisi ucraina, pareva relegata ai margini della comunità internazionale, sembra ora prendere a pretesto la lotta contro l’estremismo islamista per affermare con forza la legittimità del governo Assad. Si tratta quindi in definitiva, più che di un intervento dettato da ragioni ideologiche, di una netta ripresa della più classica delle Reapolitik: la difesa di un alleato storico della Russia, con la quale si pone anche in seria difficoltà uno dei più tradizionali avversari della Russia, la Turchia.
Elemento non meno importante, che Putin sta debitamente enfatizzando, è che la Russia si è così posta di fatto anche alla testa di una coalizione di forze (Siria, Iran e Iraq) che costituiscono un “fronte” arabo sfacciatamente antitetico a quello sunnita-Putin a bordo di un cacciawahabbita guidato dall’Arabia Saudita, proprio ora che quest’ultimo paese si trova impantanato, fra molte critiche anche al suo interno, in un intervento nello Yemen che sembra stia drenando senza costrutto importanti risorse militari dei paesi del Golfo. Le modalità poi con cui la Russia sta operando in questa delicatissima area del Vicino Oriente rivelano una precisa volontà della Russia di dimostrare la propria capacità operativa “fuori area”, direbbero gli occidentali, vale a dire al di fuori della sua più prossima sfera d’influenza: il che non avveniva per la Russia ormai da decenni. Una cosa infatti sono stati gli interventi nell’area del Caucaso, ben altra cosa è intervenire in Siria, nel cuore del Mashrek, appannaggio, come si è detto, dell’egemonia occidentale fin dai tempi degli accordi Sykes-Picot del 1916.
Farlo poi utilizzando armi strategiche come i missili superficie-superficie che le fregate russe stanno lanciando dal Mar Caspio, a 1500 km dagli obiettivi, non è affare di tutti i giorni. Lo spiegamento infine nel Mediterraneo orientale della nave da battaglia Moskva, che il 2 ottobre si è posizionata a largo di Latakia, e che è dotata di 64 missili S-300 superficie-aria, consente oggi alla Russia di creare una “no-fly zone” che copre la maggior parte della Siria occidentale, incluse le alture del Golan e la Turchia meridionale. A parere di esperti israeliani, è possibile ai russi interdire questo spazio aereo in quanto né Israele, né la Turchia, né i britannici dalle loro basi di Cipro sono dotati di aerei con tecnologia “stealth”, vale a dire non rilevabili dai radar russi. Il fatto che alti ufficiali russi si siano incontrati con i loro omologhi israeliani in queste ore non può che confermare la L'incrociatore lanciamissili Moskvadelicatezza della scelta operata da Putin, e la serietà con cui essa è stata accolta dai militari israeliani, che di queste cose se ne intendono.
Questa inedita mossa russa fa pensare che Putin veda nella situazione del Medio Oriente allargato una minaccia alla sicurezzacomplessiva del suo “estero vicino”, in un arco di crisi che va dall’Ucraina alle repubbliche centro-asiatiche un tempo incluse nella compagine dell’Urss. Anche se i media italiani non vi hanno praticamente dato peso, è molto rilevante il fatto che, parallelamente alle operazioni avviate in Siria, il 7 ottobre la Russia ha inviato elicotteri da combattimento Mi-24P e Mi-8 Mtv per rinforzare la sua base militare 201, dislocata in Tagikistan. Il portavoce del Distretto Militare Centrale, colonnello Yaroslav Roshchupkin, ha espressamente dichiarato che «il nuovo gruppo aereo così formato sarà dispiegato nel distretto di Hissar, nella base aerea di Ani a 30 chilometri dalla capitale Dushanbe». Si tratta di una mossa molto significativa che avviene in diretta conseguenza degli attacchi talebani contro la città afghana di Kunduz, a soli 70 chilometri dal confine con la repubblica centro asiatica ex-sovietica: segno evidente che Mosca potrebbe intervenire anche in Elicottero d'assalto Mi-24un altro teatro in cui operano dal dicembre 2001 le forze di “polizia internazionale” occidentali a sostegno del pericolante governo di Kabul.
L’impressione è quindi che Putin percepisca ormai sia la guerra civile promossa contro Assad che l’abbandono al caos dell’Afghanistan come mosse occidentali per destabilizzare le aree d’interesse strategico dei confini meridionali della Russia, coordinandosi con l’irrisolta questione dell’Ucraina orientale. Tuttavia, contro un’interpretazione in senso anti-occidentale dell’intervento russo si sono già levate voci autorevoli e ben documentate, come quella di Thierry Meyssan, il quale ritiene invece si tratti di un intervento in qualche modo “concordato” fra l’amministrazione del presidente statunitense Obama e l’esecutivo russo. Un tacito accordo, a parere di Meyssan, maturato fin dal 2013 nel clima di disimpegno nordamericano dal Medio Oriente, divenuto da priorità strategica un inutile ginepraio da quando gli Usa riterrebbero di poter oramai contare su risorse petrolifere proprie derivanti dalle nuove tecniche di estrazione applicate sul territorio americano.
In questo modo, gli Stati Uniti favorirebbero il rientro sulla scena internazionale della Russia allo scopo di evitare il consolidamento del suo rapporto privilegiato con la Cina, considerata in realtà la più consistente minaccia all’egemonia mondiale americana. Così facendo, poi, gli Usa ridimensionerebbero, grazie alla presenza militare russa, anche il ruolo troppo ingombrante di Israele, da ultimo manifestatosi in occasione dell’accordo internazionale sul nucleare iraniano. A supporto di questa interpretazione c’è il fatto che fin dai primi di agosto l’intelligence occidentale, che monitora ovviamente da vicino l’area, era consapevole di quanto i russi andavano preparando, poiché da notizie di stampa risulta che la Russia ha ripetutamente avanzato regolari richieste ufficiali di sorvolo dei territori monitorati dagli occidentali per effettuare i propriUn caccia Sukhoi Su-27 impiegato in Siriarifornimenti e sviluppare missioni di addestramento delle forze dell’alleato Assad, senza che gli occidentali abbiano battuto ciglio.
Questa tesi potrebbe facilmente integrarsi anche con l’ipotesi che in qualche modo l’intervento russo possa avere come contropartita proprio la sistemazione della già ricordata questione ucraina, con un riconoscimento di fatto dell’annessione della Crimea e con il congelamento della secessione del Donbass filo-russo sull’attuale linea di fuoco: ipotesi avvalorata in questi ultimi giorni dalla sospensione delle ostilità proclamata unilateralmente da alcune componenti filo-russe che operano nella regione orientale dell’Ucraina. La tesi di Meyssan in definitiva si ricollega ad un’interpretazione della stessa Guerra Fredda come di una Vodka-Cola, come si disse all’epoca, cioè di una concertazione costante fra le due potenze leader per evitare il rischio di un confronto militare diretto quando i conflitti minacciavano di superare una certa soglia di gravità. Noi oggi sappiamo però, lo dicono i fatti, che questa concertazione, per quanto spesso effettivamente messa in atto, in definitiva ha poi condotto l’Urss alla disintegrazione: e sappiamo che proprio l’intervento sovietico in Afghanistan nel 1979, che gli Stati Uniti in realtà fecero di tutto perché avvenisse, fu un elemento determinante nel crollo del sistema sovietico, unitamente all’accelerata competizione missilistica promossa con il mezzo inganno dello “Scudo Spaziale” lanciato dal presidente Reagan.
Forse è quindi possibile avanzare una terza ipotesi, che ovviamente corre il rischio di essere subito etichettata come “complottista”, in base alla quale in realtà gli Stati Uniti ed Israele sono ben lieti che Putin sia stato trascinato sul campo della crisi siriana, nella certezza che in questo modo la Russia si troverà appesantita da un gravoso impegno militare, che potrebbe durare mesi, la stessa Russia che le sanzioni internazionali e la pressione lungo i suoi confini occidentali pongono comunque in una condizione di logoramento permanente. Il fatto che, proprio mentre la Russia scende in campo in Medio Oriente, i britannici schierino un simbolico centinaio di propri soldati nei paesi baltici e gli Stati Uniti assumano l’impegno di “pre-posizionare” materiali militari in Polonia entro il luglio 2016, potrebbe essere indizio di un gioco molto spregiudicato, per Erdogan e Netanyahulasciare laRussia invischiarsi in una serie di conflitti asimmetrici che potrebbero mettere in crisi lo stesso Putin, proprio come l’Afghanistan esaurì la residua energia del regime sovietico. Questo poi senza contare il fatto che la Russia diverrebbe nello stesso tempo bersaglio di possibili nuovi attacchi dell’estremismo islamista.
Ovviamente oggi un gioco così spregiudicato potrebbe risultare molto più complesso ed incerto, proprio perché il bipolarismo che aveva garantito la chiara definizione delle linee di conflitto durante la Guerra Fredda si è dissolto in fronti assai più frastagliati e mobili. Basti pensare alla Turchia: essa oggi vede, cosa mai avvenuta prima, le forze russe operare lungo i suoi confini meridionali, le vede sostenere le forze curde, vede il suo territorio sorvolato da aerei russi. Intanto il regime di Erdogan sconta un’ostilità israeliana mai sanata dopo il massacro della Freedom Flottilla, nonché una crescente tensione politica interna, con la puntuale ripresa delterrorismo stragista, fenomeno da “strategia della tensione” cui non sono certo estranei quegli ambienti militari turchi, vicini all’intelligence filo-occidentale, che non hanno mai digerito la progressiva islamizzazione del sistema politico turco. Le garanzie che in questi giorni la Nato sta dando alla Turchia nei confronti dell’intervento russo non possono quindi che apparire poco credibili al governo turco, consapevole che alla prova dei fatti difficilmente la Nato rischierà per lei uno scontro con la Russia: e forse anche gli ambienti più avvertiti della politica turca Aleksander Solgenicynpossono vedere anche negli sconfinamenti degli aerei di Putin la conseguenza di una politica spregiudicata di americani ed israeliani per far rientrare nei ranghi la Turchia.
In conclusione, se è difficile pensare che la classe dirigente di Putin, che bene conosce le modalità operative della deception occidentale possano cadere ingenuamente nella possibile trappola siriana, non possiamo però dimenticare l’ammonimento che il grande Aleksander Solgenicyn ha dato alla Russia in un suo illuminante lavoro troppo presto caduto nel dimenticatoio, “La Questione Russa alla fine del secolo XX”. Esaminando in modo potentemente sintetico la storia della Russia moderna e contemporanea, il grande scrittore russo notava come l’abitudine a lasciarsi trascinare dall’imitazione dell’Occidente in politiche espansive oltre i propri confini abbia solo portato insuccessi e sventure epocali alla Russia e per questo raccomandava: «Non abbiamo bisogno di essere gli arbitri del pianeta né di competere per l’egemonia internazionale (si troverà sempre chi voglia farlo tra le nazioni più forti di noi), tutti i nostri sforzi devono essere rivolti all’interno, a un operoso sviluppo interno». Non ci sono dubbi sul fatto che questa politica di sviluppo interno della Russia sembra essere proprio quello che l’Occidente, come ha dimostrato la questione ucraina, non intende permettere

Uranio e diamanti, gli Usa in Africa coi tagliagole Seleka

Uranio e diamanti, gli Usa in Africa coi tagliagole Seleka


La scorsa settimana, decine di civili sono stati uccisi in scontri tra milizie cristiane e musulmane nella capitale della Repubblica Centrafricana, Bangui. L’ultimo ciclo di violenza è stato innescato dopo che un tassista musulmano è stato attaccato e decapitato da bande armate di machete. Fatto che a sua volta ha portato a rappresaglie contro le comunità cristiane. Il responsabile degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite Stephen O’Brien ha avvertito che il paese è sull’orlo del disastro, con più di 40.000 persone che hanno abbandonato la capitale nei giorni scorsi. In totale, circa 2,7 milioni di persone – la metà della popolazione – sono a rischio di essere tagliati fuori dagli aiuti umanitari da cui dipendono per la sopravvivenza. Il peggioramento del conflitto confessionale sta semplicemente rendendo troppo pericolosa l’opera delle agenzie di soccorso. A poter aggiungere benzina a questa crisi è la rivelazione della scorsa settimana che forze speciali Usa sono in collegamento con una delle milizie nella Repubblica Centrafricana.
Il gruppo con il quale le forze Usa hanno instaurato un collegamento è conosciuto come i ribelli Seleka, i cui membri sono a maggioranza musulmana. Negli ultimi due anni, i Seleka si sono impegnati in una guerra di bassa intensità con la fazione Bambino soldato, Repubblica Centrafricanacristiana rivale “anti-Balaka” in una lotta di potere per ilcontrollo del paese. La Repubblica Centrafricana è ricca di oro, diamanti, legname e uranio. Lo Stato, senza sbocco al mare, ha una massa equivalente a quella della sua ex potenza coloniale francese, ma una popolazione inferiore al 10% della Francia. Dall’ottenimento dell’indipendenza dalla Francia nel 1960, il paese ha assistito a cinque colpi di Stato, alcuni con il coinvolgimento segreto francese. Migliaia di civili sono stati uccisi finora nel ciclo di violenza settaria che dura da due anni, con milioni di sfollati, che spesso cercano rifugio in nascondigli di fortuna nella giungla. Il reale pericolo è che il percepito sostegno americano per un lato rispetto all’altro potrebbe innescare una strage ancora su maggiore scala.
La scorsa settimana, il “Washington Post” ha riferito che le forze speciali americane avevano istituito una base nella giungla del nord-est della Repubblica Centrafricana, dove la milizia Seleka ha la propria roccaforte. «Il Pentagono non aveva precedentemente rivelato che stava cooperando con i Seleka ed otteneva informazioni dai ribelli. L’accordo ha messo le truppe americane in una posizione scomoda», secondo il “Post”. L’obiettivo dichiarato delle forze armate statunitensi è dare la caccia ad un noto signore della guerra, Joseph Kony, che gestisce un gruppo di guerriglia conosciuto come l’Esercito di Resistenza del Signore (Lord’s Resistance Army – Lra). Kony e il suo Lra sono da ritenersi responsabili di atrocità di massa e del reclutamento Joseph Konydi bambini soldato. Originario dell’Uganda, Kony e l’Lra guadagnarono notorietà quando l’ente di beneficenza statunitense Invisible Children diffuse un video quasi quattro anni fa che pubblicizzava le violazioni commesse del gruppo.
Con le varie celebrità americane che avallavano il video, il presidente Usa Barack Obamainviò forze speciali in quattro paesi africani con la missione di rintracciare Kony ed i suoi complici. Questi paesi sono l’Uganda, il Sud Sudan, la Repubblica Democratica del Congo e la Repubblica Centrafricana. Finora, Kony ha eluso la cattura, anche se Washington ha posto una taglia di 5 milioni di dollari sulla sua testa. Si ritiene che egli sia rintanato in una zona remota della giungla a cavallo tra i confini dei quattro paesi africani in cui le forze speciali degli Stati Uniti operano. Il terreno è costituito da una fitta giungla con poche strade e si dice copra un’area delle dimensioni della California. «Immaginate la ricerca di 200 criminali in un’area delle dimensioni della California coperta dalla giungla», afferma un funzionario militare statunitense citato dal “Post”. «Tra bracconieri, commercio di avorio e l’Lrs, non si sa chi è chi».
In questa caccia sfuggente al signore della guerra Kony ed al suo Lra, i militari americani si stanno rivolgendo alla milizia Seleka per “informazioni”. Ma, come noto, quel legame con i Seleka sta causando qualche preoccupazione tra le truppe Usa sul terreno. Questo perché i Seleka hanno guadagnato una reputazione per le atrocità alla pari con quelle di Kony e dell’Lra, tra cui l’assassinio di civili, lo stupro di donne e il reclutamento di bambini soldato nei loro ranghi. Il “Post” riferisce: «Secondo i funzionari militari statunitensi, la squadra di truppe Usa a Sam Ouandja [la base nella giungla della Repubblica Centrafricana nord-orientale] si incontra regolarmente con i capi Seleka, ottiene informazioni dai ribelli e talvolta fornisce assistenza medica Unità francesi a Banguiai lealisti Seleka». Il documento aggiunge: «La cooperazione è un argomento delicato. Il Pentagono non pubblicizza i suoi rapporti con i Seleka e ha rifiutato di commentare in dettaglio le interazioni».
La riluttanza del Pentagono a “pubblicizzare i propri rapporti” non è sorprendente. Nel 2013, la statunitense Human Rights Watch ha registrato un regno di terrore sotto i Seleka nella Repubblica Centrafricana, riferendo come le sue forze «hanno distrutto numerosi villaggi rurali, saccheggiato diffusamente nel paese e violentato donne e ragazze». “Hrw” ha riferito sulle uccisioni extragiudiziali perpetrate dai Seleka, alcune che coinvolgono l’assassinio di bambini con il taglio della gola. In un attacco brutale il 15 aprile 2013, il gruppo per i diritti ha riferito: «La milizia Seleka ha ucciso la 26enne moglie e la figlia diciottenne di un autista di camion, il cui veicolo volevano per trasportare merci rubate. Un testimone ha descritto come i Seleka hanno sparato al bambino nlla testa, prima di uccidere la madre mentre si avvicinava alla porta della casa di famiglia». In base alle sue scoperte, “Hrw” ha raccomandato che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe imporre sanzioni a tutti i capi Seleka.
In un’altra atrocità riportata a maggio 2014, i militanti Seleka hanno ucciso 11 fedeli in una chiesa nella capitale Bangui, lanciando granate nell’edificio e attaccando la congregazione con armi da fuoco. Ma il Pentagono sta ora in collegamento con questa stessa milizia nella sua missione che dovrebbe rintracciare il signore della guerra Joseph Kony e il suo esercito di sbandati. I Seleka non sono certo l’unica milizia fuorilegge, operante nella Repubblica Centrafricana. La cristiana anti-Balaka ha perpetrato altrettante atrocità contro la minoritaria comunità musulmana del paese. Il presidente ad interim Catherine Samba Panza, che ha dovuto tornare in fretta dalla recente Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York a causa del deterioramento della situazione nel paese, ha accusato elementi del deposto presidente François Bozizé anche di orchestrare le Giovanissimi guerriglieri Selekaviolenze. Bozizé, che è cristiano, si era già avvalso della patrocinio della ex potenza coloniale francese, prima di essere cacciato dal paese dai Seleka nel marzo 2013.
Il punto è che la tragedia che si svolge in Repubblica Centrafricana mostra come l’ingerenza da parte delle potenze occidentali serve a versare benzina sul fuoco di un esplosivo conflitto intestino. La dubbia missione delle forze speciali Usa nelle giungle dell’Africa – suppostamente per la cattura di un signore della guerra – sta avendo l’effetto di allineare Washington in una guerra civile che si va inasprendo, e al fianco di elementi le cui mani grondano di sangue. La scena è stata preparata per un’intensificazione ancora più sanguinosa. Il coinvolgimento di Washington può finora apparire come un fattore clandestino, ma non è meno incendiario. Si tratta di un ruolo incendiario che Washington interpreta ripetutamente, come visto in altri conflitti in corso, dalla Siria all’Iraq passando per l’Ucraina.