giovedì 29 ottobre 2015

Inizia il terremoto Tedesco"Deutsche Bank taglia 9mila posti di lavoro e si ritira da 10 paesi"

Deutsche Bank taglia 9mila posti di lavoro e si ritira da 10 paesi

  
Deutsche Bank taglia 9mila posti di lavoro e si ritira da 10 paesi
Deutsche Bank (Afp)
Deutsche Bank taglierà 9 mila posti di lavoro e si ritirerà da 10 paesi. Ad annunciarlo è lo stesso istituto bancario tedesco illustrando ilpiano strategico fino al 2020. Ai 9 mila posti di lavoro tagliati si aggiungeranno 6.000 posti di consulenti esterni.
I paesi dai quali Deutsche Bank intende ritirarsi sono Argentina, Cile, Messico, Perù, Uruguay, Danimarca, Finlandia, Norvegia, Malta e Nuova Zelanda.
Deutsche Bank è intanto vicina al patteggiamento con le autorità americane, che l'accusano di aver violato le norme sulle sanzioni con transazioni con paesi quali Siria e Iran. Un accordo con The New York Department of Financial Services e la Federal Reserve sarà annunciato la prossima settimana.
L'accordo di Deutsche Bank con le autorità di regolamentazione non risolverà le inchieste aperte dall'ufficio del procuratore distrettuale di Manhattan e l'ufficio del procuratore di Manhattan. Deutsche Bank potrebbe dover affrontareindagini su possibili attività di riciclaggio di denaro a Mosca. Potrebbe essere anche messa sotto esame per possibili manipolazioni dei tassi di cambio.
L'istituto di credito ha detto di recente che prevede di accantonare altri 1,3 miliardi di dollari per coprire le sanzioni legali future. Deutsche Bank intanto ha annunciato che prevede di sospendere i dividendi per gli anni d'imposta 2015 e 2016. Il Consiglio di Gestione ha deciso di tornare a pagare i dividendi su azioni comuni dall'anno fiscale 2017.

Obama, l’uomo che non sapeva fare la guerra (né la pace)

Obama, l’uomo che non sapeva fare la guerra (né la pace)


Obama sta entrando nell’ultimo anni della sua presidenza ed è tempo di un primo bilancio storico. Marc Bloch sostenne che i contemporanei hanno diritto ad essere i primi a scrivere la storia del proprio tempo. Ovviamente, si tratta sempre di una storia diversa da quella che scriveranno le generazioni a venire: nessuno, come i contemporanei, sarà mai in grado di apprezzare le più sottili sfumature di linguaggio, le pieghe della mentalità, i particolari delle istituzioni e dell’economia, in una parola, il “colore di quel tempo”. In compenso, i posteri godranno il vantaggio del distacco, conosceranno cose prima segrete, individueranno meglio le tendenze e lo stesso giudizio storico dei contemporanei sarà un pezzo della loro analisi. Dunque, due forme di conoscenza diverse ma non per questo una di maggior pregio dell’altra, e in qualche modo, complementari. Dunque, che giudizio possiamo iniziare a formarci di questa presidenza?
Obama arrivò alla Casa Bianca in un momento certo non facile: la crisi finanziaria si era appena conclamata, la situazione in Iraq ed Afghanistan si era incancrenita, la crisi georgiana rivelava al mondo una Russia tornata potenza decisa a ripristinare Obamala propria influenza di area e le olimpiadi di Pechino rivelavano una Cina in anticipo di circa venti anni sul ruolino di marcia immaginato. E il progetto monopolare americano entrava in crisimentre sorgeva la sfida degli emergenti per un mondo multipolare. Obama promise l’uscita dalla crisi, la riforma della finanza, una cauta ripresa delle politiche di welfarestate (riforma sanitaria), una parziale redistribuzione della ricchezza ed una America sempre unica superpotenza, ma prima fra pari, insomma un progetto egemonico fatto di forza ma anche di consenso, a metà fra il mono-polarismo unilateralista di Bush e il progetto multicentrico degli emergenti.
Vediamo i risultati: la crisi ha superato il primo momento, per riaffacciarsi (prevalentemente sul versante europeo) nel 2010-11 e, anche in questa occasione, il momento peggiore è stato superato, ma ora ci sono preoccupazioni per gli emergenti (Cina, Brasile, Russia), l’Europa tarda a riprendersi e gli stessi Usa registrano una ripresa ben lontana dal rimbalzo di altre occasioni, sostenuto dagli animal spirits del suo capitalismo. Per certi versi la sensazione è che la crisi stia per diventare meno acuta ma endemica, per adagiarsi in una lunga stagnazione. Peraltro, la riforma della finanza è restata in larga parte sulla carta e, sostanzialmente non se ne parla più, nonostante sia ormai vicina la scadenza del 2018 come data limite per la sua entrata in Egittovigore. E il capitalismo raider ha ripreso vigorosamente le pratiche di sempre. Non solo il sistema è restato uguale, ma non è stato neppure riformato nei suoi aspetti più discutibili. Su questo piano siamo al punto di partenza.
La riforma sanitaria, che avrebbe dovuto assicurare cure gratuite a 46 milioni di americani si è rivelata il classico topolino partorito dalla montagna. Quanto alla redistribuzione della ricchezza, il divario fra ricchi e poveri ha continuato tranquillamente a crescere come prima, macellando il ceto medio. Non pare che il registro della politicainterna e della politica economico finanziaria esibisca un bilancio positivo, anzi direi che viaggiamo fra il tre e mezzo e il quattro meno meno. In compenso, in politica estera, i risultati sono decisamente peggiori e il voto è ancora più basso. Obama (unico caso di Premio Nobel per la Pace a futura memoria) fece ben sperare per le promesse di soluzione delle crisi mediorientali e, per la verità, andò anche un po’ al di là del segno con il discorso del Cairo in cui si sbracciò a rassicurare l’Islam che l’Occidente non è suo nemico, anzi è amico, anzi è disposto a portargli il caffè a letto. Va bene: un po’ di enfasi diplomatica. Dopo vennero le primavere arabe nelle quali non seppe bene cosa fare, e giocò male la carta libica, con il risultato di mettere in giro questa mina vagante di una Libia tribalizzata che – forse, insisto: forse – trova solo ora una qualche composizione.
Poi il colpo di Stato in Egitto nel quale ha sostenuto i militari: possiamo anche capire che i Fratelli Musulmani erano peggio, ma così siamo tornati alla casella di partenza come nel gioco dell’oca. Poi la guerra civile in Siria, dove ha alternato minacce e blandizie senza ottenere nulla con le prime e peggiorando tutto con le seconde. Ad un certo punto (settembre 2014) sembrava che sarebbe intervenuto entro 48 ore, ma poi bastò una mezza mossa di Putin e non se ne parlò più. Nel frattempo, cercò una via di uscita onorevole da Iraq ed Afghanistan, ma non trovandola, si risolse ad un ritiro precipitoso e  senza misure Obama con Putinprudenziali. Risultato: trovarsi fra i piedi l’Isis contro la quale ha stimolato la nascita di una coalizione di paesi islamici che è l’alleanza più inutile della storia. Gli Usadicono di fare una guerra aerea spietata all’Isis, ma le truppe fondamentalisti dilagano lo stesso.
Questo anche perché ha scelleratamente deciso di attaccare briga con la Russia per la questione ucraina nella quale protegge il governo fascistoide di una nazione inventata che rivendica il possesso di province da sempre russofone (come il Donbass) o semplicemente russe (come la Crimea). Il tutto al prezzo di far saltare quel minimo di equilibrio fra potenze che si era creato. Non amo affatto Putin, ma in questa storia Obama si sta comportando come un cavallo ubriaco che non sa dove andare ma scalcia in tutte le direzioni. Insomma, se dovessi scrivere il paragrafo a lui dedicato in un libro distoria, lo intitolerei “Il presidente che non sapeva fare la guerra, ma non sapeva fare neppure la pace”.

Gli onorevoli che "Rappresentano " la provincia di Foggia

Il sonno dell’on. Cera e lo ribattezza il Mourinho della politica

Stanchezza incontrollabile’ è il titolo del servizio andato in onda ieri sera, che ritrae l’onorevole foggiano mentre dorme tra i banchi della Camera dei deputati:
Un'immagine dal video di Striscia la Notizia
Un'immagine dal video di Striscia la Notizia
Dopo ‘Le Iene’ anche ‘Striscia la Notizia’ prende di mira il parlamentare della Repubblica e sindaco di San Marco in Lamis, l’on. Angelo Cera, “detto il Mourinho della politica”. ‘Stanchezza incontrollabile’ è il titolo del servizio andato in onda ieri sera, che ritrae l’onorevole foggiano mentre dorme tra i banchi della Camera dei deputati: “Che dite dorme? Per forza, con tutti questi incarichi sarà stanchino” sussurra Ezio Greggio.
Già ‘Tra i mejo del parlamento’ su La7 e per la Zanzara “il deputato picchia duro più temuto dai grillini”, quattro anni fa si rese protagonista di una magra figura ai microfoni di Sabrina Nobile de ‘Le Iene’, che l’anno successivo e poi nel 2014, tornarono ad incalzarlo.
In base all’indice di produttività parlamentare – di appena il 34,5% - l’on. Cera occupa la 553esima posizione su 630 deputati e vanta il 43,71% di assenze. Svolge l’attività di deputato da 7 anni e 183 giorni e nell’ultima legislatura non è stato mai primo firmatario di una proposta di legge o di una mozione.

mercoledì 28 ottobre 2015

Marijuana libera, e il Colorado incassa 175 milioni in tasse

Marijuana libera, e il Colorado incassa 175 milioni in tasse


Torna il dibattito sulla legalizzazione della marijuana: la crescita dell’anti-proibizionismo è una tendenza globale che ha già condotto a decisioni in questo senso in Uruguay e in alcuni Stati americani e città europee. «I risultati di un secolo di proibizionismo sono disastrosi», riconosce Paolo Bartolini: l’azione di contrasto dell’offerta «ha ottenuto il solo effetto di concentrarla in pochissime, potentissime, ferocissime mani». Zero risultati anche nel contrasto della domanda, che ha continuato a crescere ovunque. «In compenso, questo immenso buco nell’acqua ha costi giganteschi: finanziari, sociali, civili, criminali ed etici». Il motivo lo chiariscono gli economisti, tutti largamente anti-proibizionisti: «Rendere illegale una merce che è consumata da milioni di persone ha il solo effetto di aumentarne il prezzo e creare mafie potentissime in grado col tempo di comprarsi banche, grandi e piccole imprese, patrimoni immobiliari, media, fette crescenti di partiti, parlamenti e governi». Enormi masse di denaro “nero” «rappresentano una minaccia mortale per la democrazia e il sistema di mercato».
La lotta alla droga, inoltre, assorbe ingenti risorse di polizia, giudiziarie, carcerarie. «Tanto per dare una idea, il problema del sovraffollamento da terzo mondo delle nostre carceri verrebbe praticamente di colpo risolto dalla legalizzazione», scrive JointBartolini su “Micromega”. «Gli immensi ritardi della nostra giustizia penale si ridimensionerebbero». Per non parlare dellafinanza pubblica: le stime sui mancati introiti fiscali della tassazione di un commercio tanto imponente parlano di miliardi. Altrove, poi, il narcotraffico è un fattore permanente di destabilizzazione: «Nel 2006 il presidente messicano Calderòn decise di usare l’esercito dichiarando “guerra alla droga”. Da allora tale guerra ha prodotto la sbalorditiva cifra di 60.000 morti, che arrivano a 100.000 se si contano gli scomparsi. Ci sono paesi interi la cui economia è stata distrutta dalla transizione dell’agricoltura alla produzione di droghe, come l’Afghanistan, ormai avviato a divenire la prima monocoltura di papavero da oppio del pianeta».
I sostenitori del proibizionismo non negano questo disastro, continua Bartolini, ma dicono che è il minore dei mali possibili. Motivazione etica: uno Stato non può legalizzare cose che fanno male. «Questo argomento – ribatte Bartolini – assume un sapore tragicomico in una società devastata da dipendenze di ogni genere, cominciando con quella dallo shopping e continuando con videogiochi, videopoker, slot, calcio, tv, sesso, pornografia, alcol, sigarette, tanto per menzionare qualcuna delle più comuni. E ovviamente una alluvione di droghe chimiche legali, elegantemente definite psico-farmaci». Infatti, «esistono una quantità di cose che sono legali, possono fare malissimo e sono persino pubblicizzate». E allora, perché pigliarsela solo con alcune droghe? «Il proibizionismo è in ritirata perché non esiste una risposta a questa domanda». O Messico, una strage dei Narcosmeglio, «non ne esiste una nobile», dal momento che «sono legali le droghe prodotte dalle case farmaceutiche e sono illegali quelle prodotte da contadini del terzo mondo o autoprodotte».
Inoltre, l’anti-proibizionismo riduce le dipendenze: «Il calo costante e spettacolare del consumo di tabacco negli ultimi decenni in tutto l’Occidente dimostra che le campagne informative funzionano». Se una sostanza viene percepita come realmente pericolosa, il suo consumo diminuisce. Campagne come quelle anti-fumo «costano una frazione insignificante del costo di quell’immenso apparato messo su per la guerra alla droga». Secondo la polizia doganale americana, il 2014 ha registrato per la prima volta un calo delle importazioni di marijuana dal Messico (- 24%), che erano invece costantemente cresciute per 50 anni. Un primo successo del proibizionismo? Al contrario: «Sono le prime conseguenze di un anno abbondante di legalizzazione in due Stati americani, Colorado e Washington. Semplicemente, la vendita legale di marijuana ha rubato il mercato ai cartelli dei narcos». Inoltre, la marijuana Marijuanalegale è di migliore qualità, priva di tagli, senza gli additivi della marijuana illegale (ammoniaca, fibra di vetro e lana di roccia, che simulano i cristallini tipici della marijuana). Tutto questo lascia prevedere una diminuzione nel lungo periodo dei costi sanitari connessi all’uso di additivi dannosi per la salute.
Quanto ai rischi paventati dai proibizionisti – aumento dei crimini, del consumo e degli incidenti stradali – non ve ne è alcuna traccia nelle statistiche, osserva ancora Bertani: in Messico molti vedono la legalizzazione negli Usa come l’unica salvezza dal definitivo disfacimento del paese, devastato dai cartelli. Infine, non proprio un dettaglio: il Colorado prevede un gettito fiscale di 175 milioni di dollari nei prossimi due anni che consentirà una sostanziosa riduzione della pressione fiscale. E le previsioni dello Stato di Washington sono intorno ai 600 milioni di dollari nei prossimi cinque anni. «Tutti soldi che verranno trasferiti dalle tasche dei narcos messicani a quelle dei due Stati americani», conclude Bartolini. Ecco perché «il proibizionismo è un lusso che non possiamo più permetterci». Marijuana libera significa due cose: più soldi pubblici e meno mafia. «Le mafie si occupano anche di altre cose oltre alla droga, ma questa rimane il loro core business. La legalizzazione delle droghe le indebolirebbe molto. La platea proibizionista è ampia e variegata. Ma la prima fila, quella dei sostenitori più accesi, è occupata dalle mafie».

martedì 27 ottobre 2015

Tutto già scritto: disoccupazione all’11% fino al 2019

Tutto già scritto: disoccupazione all’11% fino al 2019


In milioni chiedono lavoro, ma non sanno che la loro sorte è già segnata: disoccupazione stabile all’11%. «Tutti i disoccupati nel 2019 saranno ancora disoccupati: questo perché lo sviluppo voluto dai tecnocrati europei, liberisti e neomercantilisti, per l’economia italiana, ha bisogno di un tasso strutturale di disoccupazione». Lo spiega Stefano Sanna, citando documenti ufficiali del Tesoro nonché l’ultimo Def del governo Renzi: 11%. Tutto il resto sono chiacchiere, comprese le 154 crisi aziendali tuttora aperte che rappresentano solo «la punta di un iceberg chiamato disoccupazione, che galleggia nel mare del mercato del lavoro». Il resto della montagna di ghiaccio «è fatto di milioni di disoccupati di piccole aziende, che non hanno alcuna possibilità di far valere le loro ragioni davanti al governo come possono fare, invece, le 154 aziende seguite direttamente dal ministero dello sviluppo economico». Tutti quanti però sono accomunati da un fatto: aspettano una risposta. «Ma il governo delle “luci e paillettes” porterà all’infinito la commedia dei tavoli di crisi, o posticiperà la data in cui rispondere ai disoccupati, anche se la risposta è stata già scritta».
Lo conferma il documento del Tesoro dell’aprile 2013 sul Nawru, acronimo di “non accelerating wage rate of unemployment”: tasso di disoccupazione d’equilibrio, tarato per non generare pressioni inflazionistiche comprimendo il potere di spesa Vladimiro Giacchèmediante, appunto, il taglio deliberato dei posti di lavoro. Proprio il Nawru ha un ruolo centrale nella determinazione dei “diktat” che la Commissione Europea rivolge ai singoli paesi membri dell’Ue. Il presidente del Centro Europa Ricerche, l’economista Vladimiro Giacché, sul “Sole 24 Ore” osserva: «Dal punto di vista culturale, è interessante notare come il tasso di disoccupazione di equilibrio sia la leva che viene adoperata per garantire l’iper-contenimento dell’inflazione. In molti, in passato, hanno considerato l’Unione Europea un moloch impregnato di keynesismo. In realtà, anche in questo caso prevale l’egemonia del monetarismo francofortese, che mette davanti a tutto e a tutti l’imbrigliamento dell’inflazione», fino all’asfissia programmata dell’economia reale.
Per quanto riguarda il Nawru, conferma il Def del governo Renzi, i parametri sono stati più volte rivisti dalla Commissione, alla luce degli effetti sul mercato del lavoro della prolungata recessione. «Il Nawru è stato pertanto rideterminato verso l’alto, determinando una riduzione nel tasso di crescita del Pil potenziale». Il che significa che il tasso di “disoccupazione di equilibrio”, tale cioè da non generare pressioni inflazionistiche sui salari, «è stato stimato in crescita negli anni della crisi, con una dinamica che, di fatto, ha fatto sì che al crescere della disoccupazione crescesse anche il Nawru». Stefano Sanna esibisce la drammatica proiezione governativa, riassunta in una tabella: la “disoccupazione programmata”, al 12,3% nel 2015, si ridurrà in modo praticamente irrilevante: 11,8% nel 2016, poi 11,4% l’anno seguente, ancora 11,1% nel 2018 e poi 10,9% nel 2019. Non c’è scampo: Bruxelles vuole che i disoccupati, in Italia, restino l’11%. Si tratta di «un piano di distruzione sociale», conclude Sanna: l’obiettivo scritto da questo governo? E’ tecnicamente impossibile da raggiungere, visto che si parla di «contenimento dell’inflazione e crescita del Pil con un tasso di disoccupazione all’11%». Una farsa sfrontata: «E’ la risposta cinica, ma mai comunicata, ai milioni di disoccupati che per anni sono stati (e saranno) presi in giro da ciarlatani di professione».

Siria, la Russia oscura i radar Nato: Pentagono nel panico

Siria, la Russia oscura i radar Nato: Pentagono nel panico


L’intervento militare russo in Siria si è trasformato in una manifestazione di potenza che ribalta l’equilibrio strategico mondiale: l’esercito di Mosca ha “accecato” completamente gli Usa e la Nato, impedendo loro di osservare quello che sta accadendo sul terreno. Solo i russi e i siriani hanno la capacità di valutare la situazione sul campo, avverte Thierry Meyssan. Mosca e Damasco intendono sfruttare al massimo il loro vantaggio e quindi mantengono la segretezza delle loro operazioni. Sarebbero già stati uccisi almeno 5.000 jihadisti, fra cui molti capi di Ahrar al-Sham, di Al-Qaeda e dell’Isis, mentre almeno 10.000 mercenari sono fuggiti verso la Turchia, l’Iraq e la Giordania. L’esercito siriano e le milizie libanesi di Hezbollah hanno riconquistato il terreno senza attendere gli annunciati rinforzi iraniani. Il Pentagono è frastornato, «diviso tra coloro che cercano di minimizzare i fatti e di trovare una falla nel sistema russo e quelli che, al contrario, ritengono che gli Stati Uniti abbiano perso la loro superiorità in materia di guerra convenzionale e che avranno bisogno di molti anni per recuperarla».
Ancora dieci giorni fa, scrive Meyssan su “Rete Voltaire”, l’ex segretario alla difesa Robert Gates e l’ex consigliere per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice parlavano dell’esercito russo come di una forza di «seconda classe». Com’è possibile Unità russe sbarcate in Siriache la Russia sia riuscita a produrre armi ad altissima tecnologia senza che il Pentagono valutasse l’entità del fenomeno? «A Washington lo sconcerto è talmente grande che la Casa Bianca ha appena annullato la visita ufficiale del primo ministro Dmitry Medvedev e di una delegazione dello stato maggiore russo», aggiunge Meyssan. «La decisione è stata presa dopo un’analoga visita in Turchia di una delegazione militare russa». Di fatto, ci si rende conto che «è inutile discutere delle operazioni in Siria perché il Pentagono non sa più cosa stia accadendo». Furibondi, i “falchi liberali” e i neocon «pretendono un aumento del bilancio militare», e intanto hanno ottenuto da Obama «lo stop al ritiro delle truppe dall’Afghanistan».
La situazione si sta letteralmente ribaltando, continua l’analista: «La Russia non sta facendo altro che salvare il popolo siriano e propone agli altri Stati di collaborare con lei, mentre gli Stati Uniti quando detenevano il primato militare imponevano il proprio sistema economico e distruggevano molti Stati». È indubitabile che le incerte dichiarazioni di Washington durante lo schieramento russo, prima dell’offensiva, «non dovevano essere interpretate come un lento adattamento politico della retorica ufficiale», ma per ciò che effettivamente esprimevano: «Il Pentagono non conosceva il territorio. Era diventato sordo e cieco». Dopo l’incidente occorso a un’unità navale americana, la Uss Donald Cook, finita in panne nel Mar Nero il 12 aprile 2014 dopo esser stata sorvolata da un caccia Sukhoi Su-24 dotato di attrezzature per la Il cacciatorpediniere Uss Donald Cookguerra elettronica, è emerso che «l’aviazione russa ha un’arma che le permette di oscurare tutti i radar, i circuiti di controllo, i sistemi di trasmissione informazioni».
Già all’inizio del suo schieramento militare, Mosca ha installato a nord di Latakia un centro di disturbo (radar jamming) molto potente: «Improvvisamente si è riverificato l’incidente della Donald Cook, ma questa volta in un raggio di 300 km, comprendente la base Nato di Incirlik in Turchia. E ancora continua». Poiché l’evento si è verificato durante una tempesta di sabbia d’intensità storica, spiega Meyssan, inizialmente il Pentagono ha pensato che i suoi dispositivi di rilevamento fossero fuori uso, prima di accorgersi che erano stati tutti oscurati. Oggi, continua l’analista, la moderna guerraconvenzionale si basa su tecnologia “C4i”, ovvero “command”, “control”, “communications”, “computer” e “intelligence”. «I satelliti, gli aerei e i droni, le navi e i sommergibili, i carri armati e ora anche i combattenti sono collegati tra loro da comunicazioni permanenti che consentono agli stati maggiori di guidare le battaglie. È tutto questo insieme, il sistema nervoso della Nato, che è stato ora oscurato in Siria e in una parte della Turchia».
Secondo l’esperto rumeno Valentin Vasilescu, Mosca avrebbe installato diversi Krasukha-4, dispositivi a banda larga mobile che disturbano i radar, e dotato aerei, elicotteri e navi di un sistema di oscuramento radar e sonar. «Sembra che la Russia si sia impegnata a non disturbare le comunicazioni di Israele – riserva di caccia americana – per cui le è vietato impiegare il suo sistema di disturbo nel sud della Siria». Intanto, «gli aerei russi sono stati ben lieti di violare un sacco di volte lo spazio aereo turco», proprio per «verificare l’efficacia del disturbo elettronico nella zona interessata», oltre che per sorvegliare «le installazioni messe a disposizione dei jihadisti in Turchia». Infine, la Russia ha usato diverse nuove armi, come i 26 missili da crociera lanciati dalla flotta del Mar Caspio. Si tratta di missili “Kaliber”, equivalenti ai “Tomahawk”, ma costruitiMissili Kaliber lanciati dal Mar Caspiocon tecnologia “stealth” e quindi invisibili ai radar. Hanno colpito e distrutto 11 obiettivi a 1500 chilometri di distanza, abbattendosi «nella zona non offuscata, così che la Nato potesse apprezzare la performance».
Questi missili, aggiunge Meyssan, hanno sorvolato l’Iran e l’Iraq a una quota variabile da 50 a 100 metri in base al territorio, passando a quattro chilometri da un drone statunitense. E non se ne è perso neanche uno, a differenza di quelli americani, i cui errori sono compresi tra il 5 e il 10%. «Tra l’altro, questi lanci mostrano l’inutilità delle spese faraoniche dello “scudo antimissile” costruito dal Pentagono attorno alla Russia, ancorché ufficialmente diretto contro missili iraniani». Sapendo che questi missili possono essere lanciati da sommergibili situati ovunque negli oceani e che possono trasportare testate nucleari, «i russi hanno recuperato il loro ritardo in materia di razzi vettori». In definitiva, «la Federazione russa sarebbe distrutta dagli Stati Uniti – e viceversa − in un confronto nucleare, ma vincerebbe in caso di guerra convenzionale». E questa è la sconcertante novità che emerge dall’impegno militare di Putin in Siria. «La campagna di bombardamenti dovrebbe terminare entro il Natale ortodosso, che si celebra il 7 gennaio. La questione che si porrà allora sarà di sapere se la Russia è o non è autorizzata a completare il suo lavoro braccando i jihadisti che si rifugiano in Turchia, Iraq e Giordania». La Siria allora sarebbe salva, anche se «i Fratelli Musulmani non mancherebbero di cercare una vendetta e gli Stati Uniti di utilizzarli nuovamente contro altri bersagli».

lunedì 26 ottobre 2015

Lafontaine: Italia, basta subire. Serve una sinistra No-Euro

Lafontaine: Italia, basta subire. Serve una sinistra No-Euro


Per migliorare la competitività relativa del proprio paese sotto l’ombrello dell’euro, restano al singolo paese sottoposto alle condizioni dei trattati europei solo la politica salariale, la politica sociale e le politiche del mercato del lavoro. Se l’economia più Oskar Lafontaineforte, quella tedesca, pratica il dumping salariale dentro un’unione monetaria, gli altri paesi membri non hanno altra scelta che applicare tagli salariali, tagli sociali e smantellare i diritti dei lavoratori, così come vuole l’ideologia neoliberista. Se poi l’economiadominante gode di tassi di interesse reali più bassi e dei vantaggi di una moneta sottovalutata, i suoi vicini europei non hanno praticamente alcuna possibilità. L’industria degli altri paesi perderà sempre più quote sul mercato europeo e non europeo. Mentre l’industria tedesca produce oggi tanto quanto produceva prima della crisi finanziaria, secondo i dati Eurostat, la Francia ha perso circa il 15% della sua produzione industriale, l’Italia il 30%, la Spagna il 35% e la Grecia il 40%.
La destra europea si è rafforzata anche perché mette in discussione l’euro e i trattati europei, e perché nei paesi membri cresce la consapevolezza che i trattati europei e il sistema monetario europeo soffrano di alcuni difetti costitutivi. Come dimostra l’esempio tedesco, la destra europea non si preoccupa della compressione dei salari, dello smantellamento dei diritti dei lavoratori e delle politiche di austerità più severe. La destra vuole tornare allo Stato nazionale, offrendo però soluzioni economiche che rappresentano una variante nazionalistica delle politiche neoliberiste e che porterebbero agli stessi risultati: aumento della disoccupazione, aumento del lavoro precario e declino della classe media. La sinistra europea non ha trovato alcuna risposta a questa sfida, come dimostra soprattutto l’esempio greco. Attendere la formazione di una maggioranza di Merkel e Schaeublesinistra in tutti i 19 Stati membri è un po’ come aspettare Godot, un autoinganno politico, soprattutto perché i partiti socialdemocratici e socialisti d’Europahanno preso a modello la politica neoliberista.
Un partito di sinistra deve porre come condizione alla sua partecipazione al governo la fine delle politiche di austerità. Tuttavia ciò è possibile solo se inEuropa prende forma una costituzione monetaria che conservi la coesione europea, ma che riapra ai singoli paesi la possibilità di un ritorno a un sistema monetario europeo (Sme) migliorato, che consenta nuovamente di ricorrere alla rivalutazione e alla svalutazione. Tale sistema restituirebbe ai singoli paesi un ampio controllo sulle rispettive banche centrali e offrirebbe loro i margini di manovra necessari per conseguire una crescita costante e l’aumento dell’occupazione attraverso maggiori investimenti pubblici e a politiche capaci di aumentare la crescita e i posti di lavoro, così come per contrastare, tramite la svalutazione, l’ingiusto dumping salariale operato dalla Germania o da un altro Stato membro.
Questo sistema ha funzionato per molti anni e ha impedito l’emergere di gravi squilibri economici, come ne esistono attualmente nell’Unione europea. Rivolgendomi ai sindacati italiani, tengo a sottolineare che lo Sme non è mai stato perfetto, dominato com’era dalla Bundesbank. Ma nel sistema euro la perdita del potere d’acquisto delle lavoratrici e dei lavoratori attraverso salari più bassi (svalutazione interna) è maggiore. A me, osservatore tedesco, risulta molto difficile capire perché l’Italia ufficiale assista più o meno passivamente alla perdita del 30% delle quote di mercato delle sue industrie. Silvio Grillo e BerlusconiBerlusconi e Beppe Grillo hanno messo sì in discussione il sistema euro, ma ciò non ha impedito all’Eurogruppo di imporre il modello delle politiche neoliberiste alla politica italiana. Oggi la sinistra italiana è necessaria come non mai.
La perdita di quote di mercato, l’aumento della disoccupazione e del lavoro precario, con la conseguente compressione dei salari, possono rientrare nei miopi interessi delle imprese italiane, ma la sinistra italiana non può più stare a guardare questo processo di de-industrializzazione. Lo sviluppo in Grecia e in Spagna, in Germania e in Francia, dimostra come la frammentazione della sinistra possa essere superata non solo con un processo di unificazione tra i partiti di sinistra esistenti ma soprattutto con l’incontro di tante energie innovative fuori dal circuito politico tradizionale. Solo una sinistra sufficientemente forte nei rispettivi Stati nazionali potrà cambiare la politica europea. La sinistra europea ha bisogno ora di una sinistra forte in Italia.