venerdì 30 marzo 2012

Raffaele Lombardo, imputazione coatta per concorso esterno in associazione mafiosa


Raffaele Lombardo, imputazione coatta per concorso esterno in associazione mafiosa

raffaele lombardo
Il Gip di Catania ha disposto l’imputazione coatta per Raffaele Lombardo, governatore della regione Sicilia. L’accusa è di concorso esterno in associazione mafiosa ed è relativa all’inchiesta che va sotto il nome di Iblis. Insieme al governatore della regione è indagato anche il fratello Angelo, parlamentare dell’Mpa. L’imputazione coatta prevede tre possibili soluzioni.

Il grande clown


Mediaset caccia Emilio Fede


Emilio Fede
Mediaset: "Logica di rinnovamento editoriale. Ma la trattativa per la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro non è approdata a buon fine". Dopo la vicenda del presunto rifiuto del suo denaro in Svizzera, il giornalista aveva detto: "C'è chi trama perché lasci il posto" 


Licenziato, quasi cacciato. Dopo 19 anni Emilio Fede non è più il direttore del Tg4. La notizia è stata comunicata da Mediaset in una nota dal contenuto inequivocabile: ”In una logica di rinnovamento editoriale della testata, cambia la direzione del Tg4” hanno fatto sapere dalBiscione. Poi la spiegazione della svolta e la comunicazione del suo successore: “Dopo una trattativa per la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro non approdata a buon fine, Emilio Fede lascia l’azienda. Mediaset ringrazia per il lavoro svolto in tanti anni di collaborazione e per il contributo assicurato alla nascita dell’informazione del gruppo”. Un comunicato che contiene una contraddizione in termini: se la “risoluzione consensuale” non è “andata a buon fine”, Fede non ha “lasciato Mediaset”: è stato costretto a lasciare, è stato messo alla porta. In una parola: licenziato. Questioni terminologiche a parte, da domani il Tg4 avrà una nuova guida: a prendere il posto dell’amico (ex?) del Cavaliere sarà Giovanni Toti, direttore di Studio Aperto (il tg di Italia1 di cui manterrà la responsabilità) e una carriera interamente vissuta nell’azienda dei Berlusconi, gruppo nel quale Fede era entrato nel 1989 dopo i 25 anni in Rai, dove è stato anche alla guida del Tg1.



Da tempo, Fede aveva annunciato l’intenzione di lasciare Mediaset a giugno (in vista delle 81 primavere), o comunque entro il 2012, ipotizzando anche la possibilità di scendere in politica, naturalmente nel Pdl che non ha mai fatto mistero di sostenere. Aveva però a più riprese smentito di aver raggiunto un accordo con l’azienda, mentre circolavano indiscrezioni mai confermate su una buonuscita milionaria, con cifre oscillanti tra i 5 e i 10 milioni. Nella trattativa di questi mesi si è discusso di soluzioni consensuali, come la possibilità per Fede di continuare a condurre un programma di prima o seconda serata, di restare in azienda come consulente, di diventare – come ha spiegato lui stesso – direttore editoriale dell’informazione. Poi lo strappo del Biscione: Fede va via, e avrà dunque quello che gli spetta in base al contratto. A poco, evidentemente, sarebbe valsa, nello showdown finale, quella fedele devozione al Cavaliere che ha rivendicato fino all’ultimo minuto. 

Gli storici "fuori onda" di Fede

L’avvicendamento ‘coatto’, tuttavia, è arrivato dopo giorni in cui il suo nome è comparso spesso sulle pagine dei giornali. Solo ieri, ad esempio, l’ormai ex direttore del Tg4 aveva parlato di “un preciso disegno” per screditarlo dopo che alcuni giornali avevano raccontato di una denuncia contro Fede: il giornalista avrebbe cercato di versare sul conto di Lugano denaro in contanti (si parla di due milionie  mezzo di euro) che non sarebbe stato accettato dall’istituto di credito per “carenza di idonea documentazione”. In pratica, la provenienza dei soldi non era chiara.

Fede ha comunque respinto ogni accusa, minacciando querele: “Se io avessi davvero fatto una cosa del genere sarei uno sprovveduto, uno stupido – ha dichiarato – In un momento in cui sono già indagato, e quindi sotto la lente di ingrandimento, non trovo di meglio da far che recarmi inSvizzera con una cifra considerevole di soldi. Se proprio volevo andare a depositare denaro all’estero facevo prima a recarmi a Montecarlo senza attraversare i controlli. Invece che faccio? Vado in Svizzera dove sono indagato”. Poi la conclusione del suo j’accuse e l’ipotesi di una manovra interna ai suoi danni: “Qualcuno ha agito contro di me – ha spiegato il giornalista – si torna alla carica per mettermi in difficoltà e convincermi a lasciare la direzione del Tg4. E’ un falso che per me ha nome e cognome”. Nome e cognome che (per ora) non sono noti. L’unica certezza è che Emilio Fede dopo 19 anni non è più il direttore del telegiornale più berlusconiano d’Italia. 

giovedì 29 marzo 2012

Se bastano 3 euro a creare 20.000 posti di lavoro


 Se bastano 3 euro a creare 20.000 posti di lavoro

giovedì 29 marzo 2012
IL CASO/ Se bastano 3 euro a creare 20.000 posti di lavoroFoto Fotolia

Molti pensano che il settore elettrico sia sostenuto, almeno in larga parte, da finanziamenti pubblici. Tale convinzione trova la sua origine nella semplice constatazione che l’elettricità è un bene primario e sembra pertanto ragionevole supporre che gli oneri derivanti dalla sua fruizione da parte dei cittadini siano coperti da risorse pubbliche. In verità, l’elettricità è certamente classificabile come “commodity”, cioè come un bene caratterizzato da una grande domanda, la cui qualità finale è indipendente dal comportamento dei produttori e, infine, il cui prezzo è sempre deciso dal mercato. Sono commodities il frumento, il legname, l’oro, il petrolio, il gas e via dicendo.
L’elettricità ha molti punti di similitudine con queste risorse, ma anche caratteristiche che la differenziano in modo evidente e interessante. Essa, infatti, non può essere “stoccata”, cioè non è possibile fare un magazzino colmo di energia elettrica, come accade, ad esempio, per l’acqua, con la necessaria conseguenza che essa deve essere prodotta esattamente nella quantità e nel tempo che il mercato, cioè la domanda ovvero il mondo dei consumatori, chiede. Quindi gli elettrodotti che distribuiscono l’energia elettrica sono sempre in perfetto equilibrio, tanto consegnano, in termini di energia, tanto ricevono.
È anche degno di nota sottolineare che l’equilibrio qui citato coinvolge intere nazioni, poiché i sistemi distributivi dei principali paesi europei sono sempre fra loro interconnessi. Appare allora di tutta evidenza la complessità di questo settore industriale che, ad aumentarne l’interesse, nonostante le complicazioni descritte, lascia totale libertà di fruizione agli utenti. In altri termini, ognuno può scegliere liberamente l’istante in cui utilizzare l’energia elettrica per accendere la luce, fare il bucato o usare un tornio. Le pochissime limitazioni a taluni settori industriali sono del tutto trascurabili e non attenuano la categoricità della precedente affermazione.
Dunque l’idea di un pesante intervento pubblico in un settore che si presenta così difficile sembra ineludibile. La realtà, però, è assai diversa, tanto da poter considerare, almeno in questa prima parte dell’articolo, il sistema elettrico come un esempio perfetto di sussidiarietà orizzontale. Per dimostrarlo basti pensare ai diversi “mestieri” presenti nel settore elettrico: l’energia elettrica va infatti prodotta, distribuita e venduta. Ed ecco tre diversi comparti, che la normativa del settore prevede incompatibili fra loro (“unbundling”), nel senso che una stessa società non può essere produttrice e poi anche distributrice e poi ancora venditrice. Questi tre mestieri sono quindi svolti da società di capitale diverse; nel caso della distribuzione va chiarito inoltre che essa è attuata tramite concessione pubblica e regolamentata da tariffe stabilite dall’Authority.
In generale, il ruolo pubblico nel comparto elettrico riguarda esclusivamente due azioni: a) la pianificazione del settore, ad esempio la scelta sull’utilizzo o meno del nucleare, attuata dal Governo, per il tramite del Ministero per lo Sviluppo Economico, e dal Parlamento con l’emanazione di provvedimenti legislativi; b) la regolamentazione. Quest’ultima compete all’Autorità per l’energia elettrica e il gas che, su delega e del Governo e del Parlamento, pubblica una numerosa serie annuale di delibere sull’intero settore energetico, che disciplinano nel dettaglio ogni azione del settore, dal valore delle tariffe di trasporto dell’energia elettrica al funzionamento delle interconnessioni con l’estero.
Così impostato, il settore elettrico si presenta nel seguente modo: esiste la domanda sociale di elettricità che è soddisfatta attraverso la produzione, la distribuzione e la vendita - tutti prodotti e servizi resi disponibili dai privati, non dallo Stato che provvede invece a pianificare e regolamentare il settore. Un esempio quindi di sistema sussidiario orizzontale perfetto. Il tema però merita di essere approfondito e ciò è possibile partendo, ancora una volta, dal lato della domanda.
Occorre analizzare come i consumatori remunerano il servizio che ricevono. La modalità è nota a tutti e riguarda il pagamento della bolletta elettrica che ogni utente riceve mensilmente, o con periodicità diversa a seconda del contratto, dal proprio fornitore. La bolletta è composta, grosso modo, da tre principali parti: la parte che remunera il costo di produzione, che vale circa il 50% del totale, i costi di consegna, che valgono all’incirca il 25%, e, da ultimo, le tasse e gli oneri di sistema, che valgono un altro 25%. Per dare dei riferimenti numerici, mediati sull’intero sistema elettrico nazionale, possiamo dire che il costo di produzione in Italia si aggira quest’anno intorno ai 75 €/MWh, i costi di consegna valgono complessivamente 37,5 €/MWh, tasse e oneri di sistema altri 37,5 €/MWh. Complessivamente, quindi, la bolletta italiana costa in media 150 €/MWh. Se volessimo fare un rapido raffronto con l’estero scopriremmo che nel Regno Unito il costo di produzione è pari a 52 €/MWh, mentre in Spagna è 51,8 €/MWh, in Germania è 51 €/MWh e in Francia 50 €/MWh.
La notevolissima differenza dei costi di produzione fra la situazione italiana e quella estera, pari a circa 25 €/MWh, è una costante temporale del nostro settore elettrico. Nei primi dieci anni di questo secolo essa è stata attribuita al diverso basket produttivo che differenzia l’Italia dal resto dell’Europa. Da noi infatti le centrali erano allora prevalentemente a olio combustibile, con un’efficienza assai bassa a causa della vetustà della maggior parte degli impianti produttivi. All’estero invece vi erano centrali più nuove ed efficienti e, soprattutto, combustibili assai più vantaggiosi, come il carbone e il nucleare.
Attualmente la situazione è mutata poiché il 47% dell’energia prodotta proviene dal gas naturale, mentre il ruolo dell’olio combustibile è sceso a circa il 4%. Ciò nonostante lo spread fra Italia e estero è rimasto assai elevato. La giustificazione in questo caso sta, prevalentemente, nella differenza di prezzo con cui i paesi confinanti pagano il gas naturale. Recentemente c’è stata la presentazione alle Commissioni industria di Senato e Camera della relazione dell’Authority sullo stato del mercato elettrico. In essa si legge che il differenziale di prezzo fra gli hub di gas naturale italiani e quelli belga e olandese vede il nostro Paese sfavorito del 25%.
Tornando alla bolletta, probabilmente il termine meno chiaro per i non addetti è “oneri di sistema”, che però ha un’incidenza rilevante sul totale dei costi dell’elettricità poiché pesa per un quarto. Con questo termine si intendono tutti quei costi dovuti al normale funzionamento del sistema elettrico. Quando, ad esempio, l’Italia nel 1987 decise di uscire dal nucleare a seguito dell’esito di un apposito referendum promosso dopo l’incidente nella centrale russa di Chernobyl, erano attivi nel nostro territorio tre impianti nucleari. I notevolissimi costi relativi al decommissioning, cioè al loro smontaggio, fanno parte degli oneri di sistema. Oppure, la decisione di privatizzare il settore elettrico, assunta dal Parlamento Italiano con la legge n.79 del 1999, comportò il rimborso a Enel di quegli investimenti che l’azienda aveva fatto nella prospettiva di continuare a essere il monopolista del settore. Tali costi, chiamati “incagliati”, ovvero “stranded costs”, sono anch’essi inclusi fra gli oneri di sistema. Anche tutto lo sviluppo delle fonti rinnovabili, che, come noto, hanno ancora un costo di realizzazione mediamente tre volte superiore a quello delle fonti tradizionali, ha bisogno di essere incentivato e ciò accade con fondi che derivano per intero dagli oneri di sistema.
Appare ora più evidente quel riferimento alla sussidiarietà a cui si faceva prima riferimento. È infatti la società a farsi direttamente carico, economicamente e finanziariamente, di tutti quei costi che competono al corretto funzionamento del settore elettrico, ivi compreso lo sviluppo delle fonti rinnovabili, che è promosso senza un solo euro di provenienza pubblica. Ciò accade sia in forza della politica stabilita da Governo e Parlamento, sia attraverso regole stabilite dall’Authority. Questa sussidiarietà si potrebbe però definire “drogata”. Se esaminiamo l’entità degli oneri di sistema nel 2011 vediamo che essa ammonta a circa 10,5 miliardi di euro. A un esame più attento si notano due addendi importanti che la compongono, uno si riferisce al finanziamento delle fonti rinnovabili (8,8 miliardi), l’altro ai servizi “interconnector” e “interrompibilità”, che vengono offerti dalle industrie energivore, quelle cioè a elevato consumo di energia elettrica e gas naturale (sono circa un centinaio) e quindi a esse remunerati, per 932 milioni di euro.
Si tratta di servizi particolari, interruzione improvvisa dei prelievi elettrici in caso di deficit produttivo nazionale e finanziamento di interconnessioni con l’estero, che vengono richiesti a quello specifico settore industriale con una duplice motivazione: poiché solo esso dispone delle specificità tecniche necessarie alla loro offerta e, in secondo luogo, poiché normalmente si tratta di settori svantaggiati dalla concorrenza internazionale che vede costi produttivi esteri significativamente più bassi, proprio l’energia costa assai di meno. Succede allora che la quasi totalità degli oneri di sistema, che, ricordiamo, vengono pagati dall’intera società, sono utilizzati per pagare i servizi offerti dalla grande industria, quella energivora e quella impegnata nello sviluppo delle fonti rinnovabili e, in definitiva, per avvantaggiare solo quella determinata parte del settore produttivo nazionale.
La distorsione presente nel sistema elettrico è ancora più evidente se si considera che, mentre la grande industria riceve dagli oneri di sistema quasi 10 miliardi di euro l’anno, le Pmi versano ogni anno nel medesimo paniere degli oneri di sistema 2,5 miliardi, senza ricevere alcuna “commessa” per servizi erogabili. Le Pmi coprono il 25% dei consumi, il 50% del Pil e l’80% dell’occupazione, versano annualmente 2,2 miliardi di euro per le fonti rinnovabili, 53 milioni di euro per il decommissioning nucleare, 150 milioni di euro per l’interrompibilità, 83 milioni di euro per gli interconnector: in totale 2,5 miliardi di euro, senza mai potersi sedere dall’altra parte del tavolo, quella cioè dove si partecipa all’erogazione dei servizi e quindi alla riscossione dei relativi compensi.
Con il termine “sussidiarietà drogata” si vuole esattamente intendere questa asimmetria che è resa tanto più ingiusta e dannosa se si considera lo stato di crisi generale del Paese. A chi scrive sembra quindi necessario e indifferibile mettere mano a un nuovo provvedimento legislativo nel settore elettrico a favore delle Pmi e, al contempo, dell’occupazione che, ripercorrendo i precedenti comportamenti adottati da Governo, Parlamento e Authority verso la grande industria, risolva alcune contraddizioni interne.
Se è vero che le Pmi non possono attrezzarsi per erogare il servizio di interrompibilità (servizio che, va detto, in presenza di un eccesso di capacità produttiva come quello che documenta oggi Terna, ha in Italia sempre meno senso) è altrettanto incontestabile che le medesime Pmi potrebbero concorrere al finanziamento di nuovi interconnector, con la medesima impostazione in essere per la grande impresa. Si potrebbe cioè prevedere la realizzazione “virtuale” di 2.000 MW di nuova interconnessione che consentirebbe vantaggi economici per le Pmi pari a 240 milioni l’anno. Evidentemente tale flusso di denaro, che dovrebbe uscire ancora una volta dagli oneri di sistema, dovrebbe essere controbilanciato da un’analoga entrata che si tradurrebbe in un costo aggiuntivo annuo, ad esempio per le famiglie, pari a 3 euro in tutto.
È chiaramente un’iniziativa oggi politicamente scorretta, poiché dopo che la demagogia ambientalista ci ha costretto a concedere ai produttori con fonti rinnovabili incentivi molto premianti e dopo che le lobby della grande industria sono riuscite a farsi finanziare servizi di dubbia utilità, tutti oggi si stanno lamentando dell’eccessiva incidenza in bolletta degli oneri di sistema. E questa è certamente una preoccupazione giusta. Come giusta d’altra parte sembra essere la constatazione della modesta entità dell’aumento, tre euro all’anno per le fasce più deboli, e soprattutto la valorizzazione sociale che il provvedimento a favore delle Pmi potrebbe avere.
In questo caso infatti non si tratterebbe di lasciare ai grandi imprenditori energetici la libertà di disporre come credono di quei 10 miliardi di euro l’anno che gli oneri di sistema danno loro. L’imprenditore delle Pmi sarebbe infatti vincolato a usare i 240 milioni di euro annuali per l’assunzione di giovani disoccupati. Ecco allora che se da un lato la collettività si vedrebbe gravata di un piccolissimo, ma pur sempre reale, aumento della bolletta, in questo caso, in modo assolutamente diverso dai precedenti, essa beneficerebbe dei posti di lavoro offerti ai giovani. Le Pmi potrebbero così usufruire di manodopera che non comporta costi poiché di fatto pagata dagli oneri di sistema, attraverso il meccanismo dell’erogazione di un servizio elettrico, e tutti vivrebbero felici e contenti.
Qualche numero: se, al netto dei costi dell’operazione, al mondo delle Pmi fossero destinati 240 milioni di euro all’anno, le Pmi che potrebbero essere coinvolte nel progetto potrebbero essere 10.000, quelle cioè che rientrano in un prefissato range di potenza impegnata. Esse potrebbero ricevere ciascuna circa 25.000 euro l’anno, sufficienti per occupare due giovani apprendisti. In totale quindi la manovra offrirebbe lavoro a 20.000 giovani. Esiste oggi un disegno che potrebbe produrre immediatamente un risultato così importante senza spendere un centesimo del bilancio dello Stato e rendendo la sussidiarietà del settore elettrico un po’ meno drogata?


Francia, la Fcpe invita genitori e studenti a boicottare i compiti a casa


Francia, la Fcpe invita genitori e studenti a boicottare i compiti a casa

I compiti a casa, vero incubo di ogni scolaro... e dei suoi genitori. I ragazzini non hanno voglia di farli e mamma e papà non hanno il tempo di seguirli: eppure "vanno fatti" per evitare le ire di maestri e professori, indipendentemente dalla reale utilità di esercizi e approfondimenti.
Ed è proprio su questo concetto che si è soffermata laFCPE - Fédération des Conseils de Parents d'Elèves, una delle più importanti associazioni di genitori della Francia che, da un paio di settimane, sta invitando apertamente genitori e alunni al boicottaggio dei tanto odiati compiti a casa.
Va detto che, stando a una vecchia legge del 1956, i bambini delle elementari sarebbero esenti dai compiti. Ma, a quanto pare, gli insegnati sono sempre riusciti ad aggirare il divieto, con il risultato di caricare d'ansia e stress i piccoli studenti: "Mia figlia è completamente stressata. Spesso non ha il tempo per finire i compiti a casa. Ciò provoca in lei grande ansia perché teme di essere sgridata" - scrive una madre sul forum di FCPE.
E si torna all'antica domanda: i compiti a casa sono utili oppure no? Secondo Jean-Jacques Hazan, presidente della Fcpe, l'utilità dei compiti non è mai stata provata. Al contrario causano tensione in famiglia e acuiscono le differenze tra i bimbi che possono essere seguiti dai genitori rispetto a quelli che devono cavarsela da soli:
"Se il bambino non è riuscito a fare gli esercizi a scuola, non capisco perché dovrebbe farcela a casa. La regola che oggi vige nelle scuole francesi è questa: si ascolta in classe, si lavoro a casa. Ma è in classe che tutto dovrebbe essere portato a termine, sono i professori che devono far lavorare i nostri bambini e sono loro che li devono aiutare se non sono in grado di fare gli esercizi"
E, riguardo ai maestri, dice:
"Non si rendono conto di quello che fanno. Con i loro compiti mettono i bambini in una situazione di pressione allucinante"
Qualcuno, però, non è del tutto d'accordo sull'abolizione dei compiti, che responsabilizzerebbero i bambini allo studio organizzato e autonomo, in vista delle scuole superiori. Di questo avviso è Myriam Menez, segretaria generale di un'altra associazione di genitori chiamata Peep
"In un certo senso gli esercizi assegnati a casa preparano i nostri bambini alle scuole secondarie. Sicuramente è giusto che il carico di lavoro non sia eccessivo, ma ripetere un lezione è il miglior modo per imparare meglio le cose".

"Abbiamo un bug sui follower", Twitter fa mea culpa


"Abbiamo un bug sui follower", Twitter fa mea culpa

© AFP/AFP

"Stanno lavorando per noi" dice sostanzialmente l'editoriale di Jeremiah Owyang su Techcrunch: l'analista ha chiesto ai suoi contatti all'interno dell'impero diTwitter i motivi dello schizofrenico unfollow che da un po' di tempo a questa parte colpisce gli utenti, provocando anche dei danni economici a chi, come Owyang, usa Twitter per lavoro. Si tratta di un bug, ma null'altro è trapelato all'esterno, e il quartier generale del sito di microblogging consiglia di visitare la pagina di supporto per un'ulteriore verifica. 
Intanto Twitter ha monopolizzato anche la prima giornata del Social Media World Forum di Londra, dove Bruce Daisley, Uk Sales Director, ha rivelato importanti dati sull'utilizzo del network da 140 caratteri: il 60% degli iscritti (ovvero 84 milioni di persone) "produce realmente qualcosa", ovvero è un utente attivo, mentre i restanti si limitano a consultare la timeline alla ricerca di contenuti. Tra le ricerche vanno per la maggiore sconti e promozioni (94% degli iscritti), articoli gratuiti e materiale divertente (88%), contenuti esclusivi e svendite (79%), avvallando quanto già aveva sostenuto il fondatore Jack Dorsey al DLD di Monaco, ovvero che Twitter "non è più soltanto un social network".

Amnesty International e il rapporto sulla pena di morte nel mondo nel 2011


Amnesty International e il rapporto sulla pena di morte nel mondo nel 2011

Amnesty International e il rapporto sulla pena di morte nel mondo nel 2011
© PAUL J. RICHARDS/AFP
Amnesty International ha pubblicato il suo rapporto annuale sulla pena di morte, secondo il quale nel 2011 solo il 10% dei paesi, 20 su 198, hanno eseguito condanne a morte.
"Nel 2011 sono state messe a morte almeno 676 persone in tutto il mondo, un incremento rispetto alle 527 esecuzioni del 2010. L'omicidio di stato è aumentato in modo allarmante in Arabia Saudita, Iran e Iraq. Resoconti credibili indicano che in Iran siano state messe a morte, in segreto, centinaia di persone. Un dato che raddoppierebbe il numero di esecuzioni ufficialmente riconosciuto"
Ma Amnesty International ricorda che in molti paesi del mondo ancora si fucila, si decapita, si uccide. In Arabia Saudita, Corea del Nord, Iran e Somalia le esecuzioni continuano ad avvenire in pubblico; in Iran si mandano al patibolo i colpevoli di adulterio e di sodomia, in Pakistan i blasfemi, in Arabia Saudita sono state ancora eseguite condanne per stregoneria nel corso del 2011, nella Repubblica del Congo lo stato uccide per il traffico di resti umani, mentre in oltre dieci paesi, i reati legati alla droga vengono puniti con la morte.
Solo la Cina manca dal rapporto di Amnesty; la sospensione della pena di morte annunciata dal gigante asiatico qualche mese fa farebbero sperare in un significativo passo avanti anche nel Paese orientale. 
"È dal rapporto del 2009 che Amnesty International non pubblica le stime su condanne ed esecuzioni in Cina dove la pena di morte è considerata segreto di stato. Amnesty International rinnova quindi la sfida alle autorità cinesi e chiede di pubblicare il numero di persone condannate e messe a morte ogni anno, così da confermare le dichiarazioni delle autorità che sostengono sia avvenuta una riduzione significativa dell'uso della pena capitale nel paese"
Ma c'è una notizia buona nel rapporto nel 2011, tuttavia, il trend verso l'abolizione della pena di morte nel mondo ha visto passi concreti e significativi.
"La vasta maggioranza dei paesi ha deciso di non usare più la pena di morte. Il nostro messaggio ai leader di quella isolata minoranza di paesi che continua a ricorrervi è chiaro: non siete al passo col resto del mondo su questo argomento ed è tempo che prendiate iniziative per porre fine alla più crudele, disumana e degradante delle punizioni"
ha dichiarato Salil Shetty, Segretario generale di Amnesty International.
Alcuni punti significativi del rapporto:
USA
Gli Stati Uniti d'America sono stati ancora una volta l'unico paese a eseguire condanne a morte. Le esecuzioni sono state 43, in 13 dei 34 stati che mantengono la pena capitale. Rispetto al 2001, le esecuzioni sono diminuite di un terzo e le nuove condanne a morte (78 nel 2011), della metà.
Iran
Per quanto riguarda l'Iran, Amnesty International ha ricevuto informazioni affidabili secondo le quali vi è stato un gran numero di esecuzioni non confermate o persino segrete, che raddoppierebbe il dato di quelle ufficialmente riconosciute. In violazione del diritto internazionale, in Iran sono stati messi a morte almeno tre prigionieri condannati per reati commessi quando avevano meno di 18 anni. Una quarta, non confermata, esecuzione di un minorenne al momento del reato sarebbe avvenuta sempre in Iran e ancora un'altra avrebbe avuto luogo in Arabia Saudita.
Asia e Pacifico
Segnali positivi, che mettono in discussione la legittimità della pena capitale, sono emersi con evidenza in tutta la regione. Senza contare le migliaia di esecuzioni che si ritiene abbiano avuto luogo in Cina, sono state eseguite almeno 51 condanne a morte in sette paesi e sono state emesse almeno 833 nuove sentenze capitali in 18 paesi asiatici. La zona del Pacifico è risultata libera dalla pena di morte, con l'eccezione di cinque condanne a morte emesse in Papua Nuova Guinea. Non vi sono state esecuzioni a Singapore e, per la prima volta dopo 19 anni, in Giappone. 
Medio Oriente e Africa del Nord
Almeno 558 esecuzioni potrebbero aver avuto luogo in otto paesi e almeno 750 nuove condanne a morte sarebbero state inflitte in 15 paesi. La continua violenza in corso in paesi quali Siria, Libia e Yemen ha reso particolarmente difficile la raccolta di informazioni adeguate sull'uso della pena capitale. Non sono state rese disponibili informazioni sulle esecuzioni in Libia, dove non si ha notizia di nuove condanne a morte, al posto delle quali è stato fatto ricorso a esecuzioni extragiudiziali, torture e detenzioni arbitrarie. Quattro paesi (Arabia Saudita, Iran, Iraq e Yemen) hanno totalizzato il 99% di tutte le esecuzioni registrate da Amnesty International nella regione. In Algeria, Giordania, Kuwait, Libano, Marocco/Sahara occidentale e Qatar sono state emesse nuove sentenze capitali ma le autorità hanno continuato a non effettuare esecuzioni.
Europa e Asia Centrale
La Bielorussia è stata l'unica nazione dell'Europa e dello spazio ex sovietico e, a parte gli Stati Uniti d'America, l'unico paese membro dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, a eseguire condanne a morte, due nel 2011.