venerdì 30 marzo 2012

Gli Usa pronti a un nuovo "attacco" all’Europa?


 Gli Usa pronti a un nuovo "attacco" all’Europa

venerdì 30 marzo 2012
Alla vigilia dell’Eurogruppo e dell’Ecofin di oggi, dai mercati maggiormente sotto osservazione - leggi Spagna e Italia - arrivavano formalmente buone notizie. Al netto dello sciopero generale che ieri ha paralizzato il Paese, il commissario Ue agli Affari economici, Olli Rehn, ha ribadito in maniera netta che «la Spagna non ha alcun bisogno di aiuti europei e di programmi finanziati dal fondo salva-Stati Esm. Le voci al riguardo sono infondate».
La seconda è arrivata proprio dall’Italia, visto che mercoledì il Tesoro ha collocato Bot a 6 mesi per 8,5 miliardi, il massimo importo previsto, con rendimenti in calo ai minimi da settembre 2010 e un aumento della domanda, mentre ieri, addirittura, ha piazzato 8 miliardi di titoli di Stato nella cosiddetta parte alta della “forchetta”, compresa fra 6 e 8,25 miliardi e con tassi in calo, pur senza replicare la performance di gennaio e febbraio. Ieri il Tesoro ha venduto l’intero ammontare massimo - 2,5 miliardi di euro - della quinta tranche del Btp quinquennale maggio 2017, con rendimento in calo di appena un centesimo al 4,18% dal 4,19% di fine febbraio, ma il rapporto fra domanda e offerta è migliorato, a 1,647 da 1,412. Pieno di offerta anche per il decennale: la terza tranche del settembre 2022 è andata agli investitori per 3,25 miliardi, ammontare massimo programmato dal Tesoro, e tasso in calo al 5,24% dal 5,50% di fine febbraio, segnando un nuovo minimo dallo scorso agosto.
Perché, quindi, nonostante questo, gli spread sia italiano che spagnolo nei confronti del Bund decennale sono saliti ancora, con rendimenti sopra il 5% per entrambi i titoli di Stato e con il nostro differenziale che subito dopo l’asta ha cominciato a impennarsi fino a toccare di nuovo 340 punti base? Il perché è presto detto. Da un lato, infatti, la Bce ieri ha confermato che le banche italiane e spagnole hanno continuato gli acquisti di bond a febbraio, mettendo in circolo parte del denaro ottenuto con le due maxi-aste di finanziamento a tre anni. Secondo quanto reso noto dall’Eurotower, il mese scorso gli istituti italiani hanno acquistato titoli di Stato del debito pubblico europeo per la cifra record di 23 miliardi di euro, portando il totale a 301,6 miliardi. Nello stesso periodo, in Spagna l’acquisto di bond è stato pari a 15,7 miliardi, in leggero calo rispetto ai 23 miliardi di gennaio, per un totale di 245,8 miliardi di euro.
Insomma, le aste vanno bene ma solo sotto le scadenze dei tre anni e, soprattutto, la tendenza è quella di una giapponesizzazione del nostro debito, ovvero dipendente in toto dalle banche del Bel Paese (lo stesso vale per la Spagna), le quali a loro volta dipendono grandemente dalla Bce. Sarà per questo che, con tempismo tipicamente anglosassone, il capo economista del gigante bancario americano Citi, Willem Buiter, ha reso noto che la Spagna rischia di essere il quarto paese dell’area euro ad aver bisogno di aiuti, a causa dei dubbi che gravano sul conseguimento degli obiettivi di risanamento dei conti pubblici. E indirettamente, l’economista si è spinto a evocare il rischio di una ristrutturazione del debito spagnolo: «Può essere evitata, ma richiederebbe delle misure radicali a livello di risanamento e riforme. La Spagna dovrà probabilmente entrare in un programma tipo-troika quest’anno, come condizione per ottenere maggiore sostegno della Bce ai titoli di Stato o ai suoi gruppi bancari».
E se la Germania sembra non capire la gravità della situazione, con il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, tornato ad attaccare le massicce iniezioni di liquidità della Bce che «non basteranno a comprare una soluzione duratura della crisi» (concetto vero, ma espresso con timing errato), chi sembra fiutare odore di accerchiamento e di replica dell’attacco contro Italia e Spagna dello scorso luglio è proprio Mario Monti, protagonista a Tokyo di una staffilata molto risentita verso Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone: «Uno si chiede come mai i disavanzi europei creano turbamenti nei mercati e quelli degli Stati Uniti, giapponese o inglese non hanno queste conseguenze. Credo che dipenda molto dal fatto che nell’Eurozona è diventata regola di vita, come deve essere in un condominio, che si rispettino determinati paletti e norme. E quando vengono violate c’è molta notizia e tensione nella politica finanziaria».
Insomma, una risposta che non lascia troppi margini di interpretazione rispetto alla natura di certi allarmi e report, ultimo dei quali ieri ha messo in diretta comparazione il nuovo debito emesso da Italia e Spagna dallo scorso novembre a oggi, sottolineandone le criticità (operazione che certo non giova allo spread). La scadenza media del nostro debito è agosto 2014, mentre quella spagnola è luglio 2015, un anno pieno di respiro in più e mentre solo il 49% del nuovo debito emesso da Madrid è coperto dai tre anni del prestito Bce, il dato italiano sale addirittura al 77%. Di più, Madrid ha soltanto il 32% di debito con scadenza a un anno o inferiore, contro il 56% italiano.
Apparentemente la Spagna starebbe meglio dell’Italia, quindi. Ma se il nostro Paese da novembre a oggi ha emesso già 156 miliardi di euro di debito, meno del 10% del debito pubblico totale, Madrid è quasi a quota 100 miliardi, ovvero il 14% del totale: insomma, Madrid ha emesso di più e, temono nella City, verso istituzioni peggiori da un punto di vista di prospettiva del credito, quindi dando vita a una traiettoria del debito preoccupante. Una cosa è certa, noi e Madrid siamo di nuovo nel mirino. E che Oltreoceano si cominciano ad affilare le armi, stante l’inazione politica europea a fronte di debiti mostruosi e interdipendenza tra titoli sovrani e sistema bancario, lo conferma lo studio che circola da qualche giorno nelle sale trading e che mette una dopo l’altra le reali voci di debito della Germania.
Prodotto interno lordo 3,2 miliardi di euro, debito sovrano ufficiale 2,618 miliardi di euro, percentuale di liabilities in capo all’Unione europea 27%, percentuale di liabilities in capo alla Bce 18,94%, percentuale tedesca dei 4 triliardi di debito della Bce pari a 757,6 miliardi, costo annuale per la Germania in capo al budget dell’Ue 46,36 miliardi, garanzie della Germania per i Fondi di stabilizzazione 280,6 miliardi, garanzie della Germania per il Fondo di assistenza macro finanziaria 211,14 miliardi, liabilities tedesche sul programma Target 2 pari a 656 miliardi, garanzie tedesche per il debito dell’Eib 157,29 miliardi e garanzie sovrane per la Kfw 588 miliardi, per un totale di debito sovrano e garanzie di 5,315 triliardi di euro.
Quindi, al netto di una ratio debito/Pil ufficiale dell’81,8%, quella reale della Germania è del 139,8%. Urgono risposte chiare e nette per abbattere gli stock allucinanti del debito europeo, visto che le aste Ltro della Bce hanno soltanto aggravato la situazione e decidere subito di intervenire sia in Portogallo che in Spagna per puntellare i conti: attenzione, il rischio che una banca europea, di grosse dimensioni, non veda l’estate, non è più così peregrino. Dopodiché, tutto potrà essere.

Agcom, La Stampa pubblica una bozza del provvedimento sulla tutela del diritto d'autore


Agcom, La Stampa pubblica una bozza del provvedimento sulla tutela del diritto d'autore

Agcom, La Stampa pubblica una bozza del provvedimento sulla tutela del diritto d'autore
© Mauro Scrobogna /LaPresse
L'esecutivo di Mario Monti avrebbe intenzione di conferire all'Autorità Garante delle Comunicazioni carta bianca sulla rimozione di siti e contenuti considerati illegittimi.
L' Agcom avrà in sostanza il potere di oscurare interi portali o rimuovere contenuti specifici che vìolino il diritto d'autore senza chiedere l'intervento di un giudice.
È questo il contenuto di una bozza del provvedimentopubblicato da Anna Masera sulle pagine de La Stampa e relativa alla posizione del Governo in merito al discusso regolamento del garante delle Comunicazioni sul rispetto della paternità dei contenuti in Rete.
Il testo ha immediatamente scatenato il dibattito circa l'orientamento intrapreso, poiché sembra ormai chiaro che l'eventuale approvazione del testo non solo andrebbe ad accelerare un preciso percorso senza nemmeno consentire il necessario dibattito parlamentare, ma sopratutto perché porterebbe in Italia provvedimento molto simile alla contestatissima Hadopi francese. 
Marco Scialdone, responsabile del team legale di AgoràDigitale, ha così commentatoquesta interpretazione della bozza:
"Si tratta di un vero e proprio capolavoro di pressappochismo giuridico che corre il rischio di vanificare le competenze dell'altre autorità di garanzia, da quella della Concorrenza e del Mercato, a quella per la tutela dei dati personali. Non possiamo e non vogliamo credere che un Governo tecnico possa adottare una disposizione del genere. Chiediamo a Monti di invertire la rotta e di uscire dalla logica emergenziale che ancora una volta la lobby dell'industria dell'intrattenimento vorrebbe imporre al Paese"
Nel documento infatti si legge che:
"Nei casi di particolare gravità o di reiterazione delle condotte illecite, l'Autorità inoltredispone la disabilitazione dell’accesso al servizio o, solo se possibile, ai contenuti resi accessibili in violazione della legge 22 aprile 1941, n. 633"
Come spiega Guido Scorza su Punto informatico:
"Con il Provvedimento in questione il Governo affiderebbe - il condizionale è conseguenza del carattere non ufficiale del documento pubblicato sulle pagine de La Stampa e del silenzio della Presidenza del Consiglio dei Ministri - all'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni il compito di vigilare sul rispetto della disciplina in materia di diritto d'autore online, di risolvere le relative controversie e, come se non bastasse, di dettare le regole che governeranno i procedimenti relativi alla rimozione dei contenuti pubblicati in violazione del diritto d'autore online.
Un'Autorità una e trina, dunque. Un'Autorità che - caso più unico che raro in un paese democratico - è tenutaria, in relazione ad una materia tanto rilevante come la circolazione dell'informazione e del sapere nello spazio pubblico telematico, dei tre poteri dello Stato: quello legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario"
Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Antonio Catricalà, in un'intervista a La Stampa, ha cercato di fare chiarezza e ha smentito le voci circolate subito dopo la pubblicazione del testo:
"Garantisco che la norma non è affatto censoria, non ha niente a che vedere con l’Hadopi francese, non prevede mai in alcuna maniera la disabilitazione né la disconnessione degli utenti, ma solo la rimozione dei contenuti illegali. Cioè non siano accessibili i siti che li ospitano, se non li tolgono entro un tempo ragionevole"
e ha precisato che in realtà, quella non è l'unica bozza del provvedimento:
"Ci sono decine di bozze. Alcune contengono anche qualcosa di vero, cioè di simile a quello che c’è scritto nella mia. Sono ipotesi di studio, nel mio pc ne ho altre tre o quattro, ma quello che avete pubblicato non è il testo che sta per essere varato, sarà un’esercitazione di un borsista. Finchè si tratta di indiscrezioni non esiste niente nè dal punto di vista politico nè dal punto di vista giuridico"
Altro aspetto da non sottovalutare è che nell'approvazione del provvedimento giocherà un ruolo fondamentale il fattore tempo: il mandato dell'attuale consiglio dell'Agcom infatti scade fra un mese e mezzo e l'approvazione del regolamento dovrà avvenire nei tempi.

«I vini italiani ora al livello dei francesi»


«I vini italiani ora al livello dei francesi»

Il «senior editor» di Wine Spectator racconta l’amore
degli Usa per le migliori bottiglie della nostra produzione

A quando risale il salto di qualità dei cru italiani?«La nostra stima per i vini italiani non è una novità - ribatte Bruce Sanderson, senior editor e tasting director di Wine Spectator -. È ormai diverso tempo che i vostri vini gareggiano ex aequo con quelli francesi».
«Varia da regione a regione, anche se è negli anni 70 che abbiamo assistito a una rinascita in termini di qualità e obiettivi. Una rivoluzione iniziata in Toscana con i cosiddetti Super Tuscan che scelsero di andare contro le regole DOC e DOCG per creare il miglior vino possibile, dando via a massicce coltivazioni intensive di vitigni clonati. Di lì a poco Piemonte e Veneto hanno fatto lo stesso».
Eppure nella vostra top 100 ci sono solo due Chianti.
«Volevamo rappresentare la diversità dei vini italiani includendo tutte le 21 regioni italiane. Se ci fossimo basati solo sulla qualità, avremmo scelto molti più vini toscani, piemontesi e veneti».
Che criterio avete usato nel compilare la lista?
«Abbiamo riesaminato le pagelle delle cantine visitate in passato dai nostri critici, tenendo in considerazione l’importanza storica dei produttori in rapporto al loro contesto regionale. E abbiamo guardato alla tradizione, cioè alle cantine che operano da più tempo».
Avete consultato guide italiane come Slow Wine e Gambero Rosso?
«Consultiamo regolarmente le cinque maggiori guide italiane di vino ma alla fine cerchiamo di basarci sulla nostra esperienza personale. In un paio di casi, quando non avevamo assaggiato i vini di due aziende, siamo andati a vedere cosa dicevano in merito gli italiani».
L’approccio di Wine Spectator è diverso da quello delle guide italiane?
«Il nostro è un approccio democratico, guidato dalle degustazioni bendate e dalla necessità di spiegare ai nostri lettori vini facilmente reperibili in ristoranti e negozi americani. Ogni anno chiediamo agli importatori dei campioni "anonimi" delle nuove annate e introduciamo il punteggio nella nostra banca dati. Ciò ci costringe a focalizzarci sul contenuto del bicchiere, non sull’etichetta o sul prezzo».
Cosa pensa di Luce, vino realizzato dalla collaborazione tra l’italiano Frescobaldi e l’americano Mondavi?
«È l’ultima di una lunga serie di collaborazioni iniziate nel 1978 con Opus One, nato a Napa Valley dal sodalizio tra il Barone Philippe de Rothschild e Robert Mondavi. Da allora gli Usa hanno realizzato joint venture in Italia, Argentina e Cile. È sempre interessante per un produttore americano lavorare nel vecchio mondo e viceversa. Un’esperienza unica per entrambi che apre orizzonti impensabili».
Il palato europeo in materia di vini è diverso da quello americano?
«Molto diverso. Tre quarti dei vini consumati in Usa sono californiani, cioè fruttati, ricchi, con un tessuto morbido e tannini molto evoluti. I vini europei, al contrario, tendono ad avere un’acidità più elevata e ad essere un po’ più eleganti. Vini da abbinare al cibo, come ci ripetono spesso gli europei, che in alcuni casi invecchiano meglio».
È vero che la passione americana per vini ad alto tasso alcolico ha spinto anche il resto della produzione mondiale ad adeguarsi?
«Il trend non è stato inventato da noi critici americani ma dipende piuttosto da fenomeni quali l’effetto serra - che ha prodotto climi più caldi - e dai progressi tecnologici che hanno eliminato malattie e parassiti, creando vigneti più robusti e duraturi dalle uve più zuccherine».
Nel privato, quali sono i vini che preferisce?
«Sono cresciuto in Canada, bevendo vini europei, italiani francesi e spagnoli. Oggi amo l’eleganza e la morbidezza del Burgundy, l’acidità e la freschezza del Riesling e l’ecletticità dello Champagne. Tra gli italiani colleziono Nebbiolo, Barolo e Barbaresco».
Alessandra Farkas

Piazza Affari apre in positivo, lo spread a quota 346 punti base


Piazza Affari apre in positivo, lo spread a quota 346 punti base

Ftse-Mib segna un +0,57 per cento. In rialzo anche le altre Borse europee. Il differenziale aumenta rispetto a chiusura di ieri

 postato 53 min fa
Roma, 30 mar. (TMNews) - Avvio in rialzo per la Borsa diMilanoIn apertura di contrattazioni a Piazza Affari il Ftse Mib ha segnato +0,57% mentre l'All-share ha guadagnato lo 0,54%. Apertura positiva anche per le altre Borse europee: Francoforte in rialzo dello 0,72%, mentre Parigi ha guadagnato lo 0,92% e Londra e Madrid il +0,5%. Spread Btp-Bund in aumento in apertura dei principali mercati finanziari europei. Il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato decennali italiani e quelli tedeschi si è attestato a quota 346, in ascesa rispetto ai 340 punti base di ieri in chiusura. Int6

Raffaele Lombardo, imputazione coatta per concorso esterno in associazione mafiosa


Raffaele Lombardo, imputazione coatta per concorso esterno in associazione mafiosa

raffaele lombardo
Il Gip di Catania ha disposto l’imputazione coatta per Raffaele Lombardo, governatore della regione Sicilia. L’accusa è di concorso esterno in associazione mafiosa ed è relativa all’inchiesta che va sotto il nome di Iblis. Insieme al governatore della regione è indagato anche il fratello Angelo, parlamentare dell’Mpa. L’imputazione coatta prevede tre possibili soluzioni.

Il grande clown


Mediaset caccia Emilio Fede


Emilio Fede
Mediaset: "Logica di rinnovamento editoriale. Ma la trattativa per la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro non è approdata a buon fine". Dopo la vicenda del presunto rifiuto del suo denaro in Svizzera, il giornalista aveva detto: "C'è chi trama perché lasci il posto" 


Licenziato, quasi cacciato. Dopo 19 anni Emilio Fede non è più il direttore del Tg4. La notizia è stata comunicata da Mediaset in una nota dal contenuto inequivocabile: ”In una logica di rinnovamento editoriale della testata, cambia la direzione del Tg4” hanno fatto sapere dalBiscione. Poi la spiegazione della svolta e la comunicazione del suo successore: “Dopo una trattativa per la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro non approdata a buon fine, Emilio Fede lascia l’azienda. Mediaset ringrazia per il lavoro svolto in tanti anni di collaborazione e per il contributo assicurato alla nascita dell’informazione del gruppo”. Un comunicato che contiene una contraddizione in termini: se la “risoluzione consensuale” non è “andata a buon fine”, Fede non ha “lasciato Mediaset”: è stato costretto a lasciare, è stato messo alla porta. In una parola: licenziato. Questioni terminologiche a parte, da domani il Tg4 avrà una nuova guida: a prendere il posto dell’amico (ex?) del Cavaliere sarà Giovanni Toti, direttore di Studio Aperto (il tg di Italia1 di cui manterrà la responsabilità) e una carriera interamente vissuta nell’azienda dei Berlusconi, gruppo nel quale Fede era entrato nel 1989 dopo i 25 anni in Rai, dove è stato anche alla guida del Tg1.



Da tempo, Fede aveva annunciato l’intenzione di lasciare Mediaset a giugno (in vista delle 81 primavere), o comunque entro il 2012, ipotizzando anche la possibilità di scendere in politica, naturalmente nel Pdl che non ha mai fatto mistero di sostenere. Aveva però a più riprese smentito di aver raggiunto un accordo con l’azienda, mentre circolavano indiscrezioni mai confermate su una buonuscita milionaria, con cifre oscillanti tra i 5 e i 10 milioni. Nella trattativa di questi mesi si è discusso di soluzioni consensuali, come la possibilità per Fede di continuare a condurre un programma di prima o seconda serata, di restare in azienda come consulente, di diventare – come ha spiegato lui stesso – direttore editoriale dell’informazione. Poi lo strappo del Biscione: Fede va via, e avrà dunque quello che gli spetta in base al contratto. A poco, evidentemente, sarebbe valsa, nello showdown finale, quella fedele devozione al Cavaliere che ha rivendicato fino all’ultimo minuto. 

Gli storici "fuori onda" di Fede

L’avvicendamento ‘coatto’, tuttavia, è arrivato dopo giorni in cui il suo nome è comparso spesso sulle pagine dei giornali. Solo ieri, ad esempio, l’ormai ex direttore del Tg4 aveva parlato di “un preciso disegno” per screditarlo dopo che alcuni giornali avevano raccontato di una denuncia contro Fede: il giornalista avrebbe cercato di versare sul conto di Lugano denaro in contanti (si parla di due milionie  mezzo di euro) che non sarebbe stato accettato dall’istituto di credito per “carenza di idonea documentazione”. In pratica, la provenienza dei soldi non era chiara.

Fede ha comunque respinto ogni accusa, minacciando querele: “Se io avessi davvero fatto una cosa del genere sarei uno sprovveduto, uno stupido – ha dichiarato – In un momento in cui sono già indagato, e quindi sotto la lente di ingrandimento, non trovo di meglio da far che recarmi inSvizzera con una cifra considerevole di soldi. Se proprio volevo andare a depositare denaro all’estero facevo prima a recarmi a Montecarlo senza attraversare i controlli. Invece che faccio? Vado in Svizzera dove sono indagato”. Poi la conclusione del suo j’accuse e l’ipotesi di una manovra interna ai suoi danni: “Qualcuno ha agito contro di me – ha spiegato il giornalista – si torna alla carica per mettermi in difficoltà e convincermi a lasciare la direzione del Tg4. E’ un falso che per me ha nome e cognome”. Nome e cognome che (per ora) non sono noti. L’unica certezza è che Emilio Fede dopo 19 anni non è più il direttore del telegiornale più berlusconiano d’Italia. 

giovedì 29 marzo 2012

Se bastano 3 euro a creare 20.000 posti di lavoro


 Se bastano 3 euro a creare 20.000 posti di lavoro

giovedì 29 marzo 2012
IL CASO/ Se bastano 3 euro a creare 20.000 posti di lavoroFoto Fotolia

Molti pensano che il settore elettrico sia sostenuto, almeno in larga parte, da finanziamenti pubblici. Tale convinzione trova la sua origine nella semplice constatazione che l’elettricità è un bene primario e sembra pertanto ragionevole supporre che gli oneri derivanti dalla sua fruizione da parte dei cittadini siano coperti da risorse pubbliche. In verità, l’elettricità è certamente classificabile come “commodity”, cioè come un bene caratterizzato da una grande domanda, la cui qualità finale è indipendente dal comportamento dei produttori e, infine, il cui prezzo è sempre deciso dal mercato. Sono commodities il frumento, il legname, l’oro, il petrolio, il gas e via dicendo.
L’elettricità ha molti punti di similitudine con queste risorse, ma anche caratteristiche che la differenziano in modo evidente e interessante. Essa, infatti, non può essere “stoccata”, cioè non è possibile fare un magazzino colmo di energia elettrica, come accade, ad esempio, per l’acqua, con la necessaria conseguenza che essa deve essere prodotta esattamente nella quantità e nel tempo che il mercato, cioè la domanda ovvero il mondo dei consumatori, chiede. Quindi gli elettrodotti che distribuiscono l’energia elettrica sono sempre in perfetto equilibrio, tanto consegnano, in termini di energia, tanto ricevono.
È anche degno di nota sottolineare che l’equilibrio qui citato coinvolge intere nazioni, poiché i sistemi distributivi dei principali paesi europei sono sempre fra loro interconnessi. Appare allora di tutta evidenza la complessità di questo settore industriale che, ad aumentarne l’interesse, nonostante le complicazioni descritte, lascia totale libertà di fruizione agli utenti. In altri termini, ognuno può scegliere liberamente l’istante in cui utilizzare l’energia elettrica per accendere la luce, fare il bucato o usare un tornio. Le pochissime limitazioni a taluni settori industriali sono del tutto trascurabili e non attenuano la categoricità della precedente affermazione.
Dunque l’idea di un pesante intervento pubblico in un settore che si presenta così difficile sembra ineludibile. La realtà, però, è assai diversa, tanto da poter considerare, almeno in questa prima parte dell’articolo, il sistema elettrico come un esempio perfetto di sussidiarietà orizzontale. Per dimostrarlo basti pensare ai diversi “mestieri” presenti nel settore elettrico: l’energia elettrica va infatti prodotta, distribuita e venduta. Ed ecco tre diversi comparti, che la normativa del settore prevede incompatibili fra loro (“unbundling”), nel senso che una stessa società non può essere produttrice e poi anche distributrice e poi ancora venditrice. Questi tre mestieri sono quindi svolti da società di capitale diverse; nel caso della distribuzione va chiarito inoltre che essa è attuata tramite concessione pubblica e regolamentata da tariffe stabilite dall’Authority.
In generale, il ruolo pubblico nel comparto elettrico riguarda esclusivamente due azioni: a) la pianificazione del settore, ad esempio la scelta sull’utilizzo o meno del nucleare, attuata dal Governo, per il tramite del Ministero per lo Sviluppo Economico, e dal Parlamento con l’emanazione di provvedimenti legislativi; b) la regolamentazione. Quest’ultima compete all’Autorità per l’energia elettrica e il gas che, su delega e del Governo e del Parlamento, pubblica una numerosa serie annuale di delibere sull’intero settore energetico, che disciplinano nel dettaglio ogni azione del settore, dal valore delle tariffe di trasporto dell’energia elettrica al funzionamento delle interconnessioni con l’estero.
Così impostato, il settore elettrico si presenta nel seguente modo: esiste la domanda sociale di elettricità che è soddisfatta attraverso la produzione, la distribuzione e la vendita - tutti prodotti e servizi resi disponibili dai privati, non dallo Stato che provvede invece a pianificare e regolamentare il settore. Un esempio quindi di sistema sussidiario orizzontale perfetto. Il tema però merita di essere approfondito e ciò è possibile partendo, ancora una volta, dal lato della domanda.
Occorre analizzare come i consumatori remunerano il servizio che ricevono. La modalità è nota a tutti e riguarda il pagamento della bolletta elettrica che ogni utente riceve mensilmente, o con periodicità diversa a seconda del contratto, dal proprio fornitore. La bolletta è composta, grosso modo, da tre principali parti: la parte che remunera il costo di produzione, che vale circa il 50% del totale, i costi di consegna, che valgono all’incirca il 25%, e, da ultimo, le tasse e gli oneri di sistema, che valgono un altro 25%. Per dare dei riferimenti numerici, mediati sull’intero sistema elettrico nazionale, possiamo dire che il costo di produzione in Italia si aggira quest’anno intorno ai 75 €/MWh, i costi di consegna valgono complessivamente 37,5 €/MWh, tasse e oneri di sistema altri 37,5 €/MWh. Complessivamente, quindi, la bolletta italiana costa in media 150 €/MWh. Se volessimo fare un rapido raffronto con l’estero scopriremmo che nel Regno Unito il costo di produzione è pari a 52 €/MWh, mentre in Spagna è 51,8 €/MWh, in Germania è 51 €/MWh e in Francia 50 €/MWh.
La notevolissima differenza dei costi di produzione fra la situazione italiana e quella estera, pari a circa 25 €/MWh, è una costante temporale del nostro settore elettrico. Nei primi dieci anni di questo secolo essa è stata attribuita al diverso basket produttivo che differenzia l’Italia dal resto dell’Europa. Da noi infatti le centrali erano allora prevalentemente a olio combustibile, con un’efficienza assai bassa a causa della vetustà della maggior parte degli impianti produttivi. All’estero invece vi erano centrali più nuove ed efficienti e, soprattutto, combustibili assai più vantaggiosi, come il carbone e il nucleare.
Attualmente la situazione è mutata poiché il 47% dell’energia prodotta proviene dal gas naturale, mentre il ruolo dell’olio combustibile è sceso a circa il 4%. Ciò nonostante lo spread fra Italia e estero è rimasto assai elevato. La giustificazione in questo caso sta, prevalentemente, nella differenza di prezzo con cui i paesi confinanti pagano il gas naturale. Recentemente c’è stata la presentazione alle Commissioni industria di Senato e Camera della relazione dell’Authority sullo stato del mercato elettrico. In essa si legge che il differenziale di prezzo fra gli hub di gas naturale italiani e quelli belga e olandese vede il nostro Paese sfavorito del 25%.
Tornando alla bolletta, probabilmente il termine meno chiaro per i non addetti è “oneri di sistema”, che però ha un’incidenza rilevante sul totale dei costi dell’elettricità poiché pesa per un quarto. Con questo termine si intendono tutti quei costi dovuti al normale funzionamento del sistema elettrico. Quando, ad esempio, l’Italia nel 1987 decise di uscire dal nucleare a seguito dell’esito di un apposito referendum promosso dopo l’incidente nella centrale russa di Chernobyl, erano attivi nel nostro territorio tre impianti nucleari. I notevolissimi costi relativi al decommissioning, cioè al loro smontaggio, fanno parte degli oneri di sistema. Oppure, la decisione di privatizzare il settore elettrico, assunta dal Parlamento Italiano con la legge n.79 del 1999, comportò il rimborso a Enel di quegli investimenti che l’azienda aveva fatto nella prospettiva di continuare a essere il monopolista del settore. Tali costi, chiamati “incagliati”, ovvero “stranded costs”, sono anch’essi inclusi fra gli oneri di sistema. Anche tutto lo sviluppo delle fonti rinnovabili, che, come noto, hanno ancora un costo di realizzazione mediamente tre volte superiore a quello delle fonti tradizionali, ha bisogno di essere incentivato e ciò accade con fondi che derivano per intero dagli oneri di sistema.
Appare ora più evidente quel riferimento alla sussidiarietà a cui si faceva prima riferimento. È infatti la società a farsi direttamente carico, economicamente e finanziariamente, di tutti quei costi che competono al corretto funzionamento del settore elettrico, ivi compreso lo sviluppo delle fonti rinnovabili, che è promosso senza un solo euro di provenienza pubblica. Ciò accade sia in forza della politica stabilita da Governo e Parlamento, sia attraverso regole stabilite dall’Authority. Questa sussidiarietà si potrebbe però definire “drogata”. Se esaminiamo l’entità degli oneri di sistema nel 2011 vediamo che essa ammonta a circa 10,5 miliardi di euro. A un esame più attento si notano due addendi importanti che la compongono, uno si riferisce al finanziamento delle fonti rinnovabili (8,8 miliardi), l’altro ai servizi “interconnector” e “interrompibilità”, che vengono offerti dalle industrie energivore, quelle cioè a elevato consumo di energia elettrica e gas naturale (sono circa un centinaio) e quindi a esse remunerati, per 932 milioni di euro.
Si tratta di servizi particolari, interruzione improvvisa dei prelievi elettrici in caso di deficit produttivo nazionale e finanziamento di interconnessioni con l’estero, che vengono richiesti a quello specifico settore industriale con una duplice motivazione: poiché solo esso dispone delle specificità tecniche necessarie alla loro offerta e, in secondo luogo, poiché normalmente si tratta di settori svantaggiati dalla concorrenza internazionale che vede costi produttivi esteri significativamente più bassi, proprio l’energia costa assai di meno. Succede allora che la quasi totalità degli oneri di sistema, che, ricordiamo, vengono pagati dall’intera società, sono utilizzati per pagare i servizi offerti dalla grande industria, quella energivora e quella impegnata nello sviluppo delle fonti rinnovabili e, in definitiva, per avvantaggiare solo quella determinata parte del settore produttivo nazionale.
La distorsione presente nel sistema elettrico è ancora più evidente se si considera che, mentre la grande industria riceve dagli oneri di sistema quasi 10 miliardi di euro l’anno, le Pmi versano ogni anno nel medesimo paniere degli oneri di sistema 2,5 miliardi, senza ricevere alcuna “commessa” per servizi erogabili. Le Pmi coprono il 25% dei consumi, il 50% del Pil e l’80% dell’occupazione, versano annualmente 2,2 miliardi di euro per le fonti rinnovabili, 53 milioni di euro per il decommissioning nucleare, 150 milioni di euro per l’interrompibilità, 83 milioni di euro per gli interconnector: in totale 2,5 miliardi di euro, senza mai potersi sedere dall’altra parte del tavolo, quella cioè dove si partecipa all’erogazione dei servizi e quindi alla riscossione dei relativi compensi.
Con il termine “sussidiarietà drogata” si vuole esattamente intendere questa asimmetria che è resa tanto più ingiusta e dannosa se si considera lo stato di crisi generale del Paese. A chi scrive sembra quindi necessario e indifferibile mettere mano a un nuovo provvedimento legislativo nel settore elettrico a favore delle Pmi e, al contempo, dell’occupazione che, ripercorrendo i precedenti comportamenti adottati da Governo, Parlamento e Authority verso la grande industria, risolva alcune contraddizioni interne.
Se è vero che le Pmi non possono attrezzarsi per erogare il servizio di interrompibilità (servizio che, va detto, in presenza di un eccesso di capacità produttiva come quello che documenta oggi Terna, ha in Italia sempre meno senso) è altrettanto incontestabile che le medesime Pmi potrebbero concorrere al finanziamento di nuovi interconnector, con la medesima impostazione in essere per la grande impresa. Si potrebbe cioè prevedere la realizzazione “virtuale” di 2.000 MW di nuova interconnessione che consentirebbe vantaggi economici per le Pmi pari a 240 milioni l’anno. Evidentemente tale flusso di denaro, che dovrebbe uscire ancora una volta dagli oneri di sistema, dovrebbe essere controbilanciato da un’analoga entrata che si tradurrebbe in un costo aggiuntivo annuo, ad esempio per le famiglie, pari a 3 euro in tutto.
È chiaramente un’iniziativa oggi politicamente scorretta, poiché dopo che la demagogia ambientalista ci ha costretto a concedere ai produttori con fonti rinnovabili incentivi molto premianti e dopo che le lobby della grande industria sono riuscite a farsi finanziare servizi di dubbia utilità, tutti oggi si stanno lamentando dell’eccessiva incidenza in bolletta degli oneri di sistema. E questa è certamente una preoccupazione giusta. Come giusta d’altra parte sembra essere la constatazione della modesta entità dell’aumento, tre euro all’anno per le fasce più deboli, e soprattutto la valorizzazione sociale che il provvedimento a favore delle Pmi potrebbe avere.
In questo caso infatti non si tratterebbe di lasciare ai grandi imprenditori energetici la libertà di disporre come credono di quei 10 miliardi di euro l’anno che gli oneri di sistema danno loro. L’imprenditore delle Pmi sarebbe infatti vincolato a usare i 240 milioni di euro annuali per l’assunzione di giovani disoccupati. Ecco allora che se da un lato la collettività si vedrebbe gravata di un piccolissimo, ma pur sempre reale, aumento della bolletta, in questo caso, in modo assolutamente diverso dai precedenti, essa beneficerebbe dei posti di lavoro offerti ai giovani. Le Pmi potrebbero così usufruire di manodopera che non comporta costi poiché di fatto pagata dagli oneri di sistema, attraverso il meccanismo dell’erogazione di un servizio elettrico, e tutti vivrebbero felici e contenti.
Qualche numero: se, al netto dei costi dell’operazione, al mondo delle Pmi fossero destinati 240 milioni di euro all’anno, le Pmi che potrebbero essere coinvolte nel progetto potrebbero essere 10.000, quelle cioè che rientrano in un prefissato range di potenza impegnata. Esse potrebbero ricevere ciascuna circa 25.000 euro l’anno, sufficienti per occupare due giovani apprendisti. In totale quindi la manovra offrirebbe lavoro a 20.000 giovani. Esiste oggi un disegno che potrebbe produrre immediatamente un risultato così importante senza spendere un centesimo del bilancio dello Stato e rendendo la sussidiarietà del settore elettrico un po’ meno drogata?