domenica 8 febbraio 2015

Tsipras e il tecno-nazismo del venerabile maestro Draghi

Tsipras e il tecno-nazismo del venerabile maestro Draghi


Alexis Tsipras ha vinto con largo margine. Si tratta di un risultato ampiamente in linea con le previsioni. D’altronde i partiti tradizionali, a partire da “Nuova Democrazia” al Pasok, hanno negli ultimi anni pianificato e attuato un vero e proprio sterminio in danno del popolo greco; uno sterminio, mascherato da una melliflua retorica sul risanamento dei conti, che ha generato un numero imprecisato di morti, ammalati, suicidi e indigenti. In Grecia, nel cuore della civilissimaEuropa, è aumentata la mortalità infantile, sono cresciuti i casi di malnutrizione e sono ricomparse malattie da degrado che parevano sconfitte per sempre. Insomma la Troika capitanata da Draghi, Lagarde e Juncker, successore del vile Barroso a capo della Commissione Europea, ha oggettivamente rinverdito nell’Ellade i fasti hitleriani, inseguendo il mito della “soluzione finale” con la stessa fanatica testardaggine che in altre epoche accompagnò la furia sanguinaria dei vari Himmler e Goebbels.
Tra Draghi e Rosenberg, lo riconosco per amore di verità, esiste però una differenza che sarebbe scorretto occultare: pur condividendo entrambi nella sostanza la stessa gnosi feroce ed anti-umana, i metodi utilizzati dai tecno-nazisti moderni sono epaselect GERMANY FINANCE ECONOMY ECBdecisamente più sottili ed incruenti. In sintesi, tanto i nazisti classici capitanati da Hitler quanto i tecno-nazisti contemporanei guidati da Draghi puntano ad una selezione eugenetica della “razza europea”; ma mentre il primo pensava di dover salvaguardare la purezza germanica a colpi di mitraglia e campi si concentramento, il secondo si limita in maniera darwiniana a rendere impossibili le condizioni esistenziali delle masse popolari, perseguendo il dissimulato scopo di far rimanere in vita solo i ceppi più resistenti, quelli in grado cioè di adeguarsi ad una vita di fame, privazione e stenti. Il tecno-nazismo poi, a differenza del nazismo classico, può trionfare senza formalmente sopprimere i cardini della democrazia liberale: ovvero elezioni periodiche e libertà di espressione.
Il senso di tale dottrina è stato brillantemente cristallizzato tempo fa dallo stesso Draghi, bravo nel formulare limpidamente la teoria del “pilota automatico”, quella che spiega al mondo come e perché la dialettica formalmente democratica in voga nei rispettivi paesi dell’area euro non possa in ogni caso influenzare per nulla il tracciato disegnato nell’ombra dal banchiere centrale e dai suoi relativi fratelli. Per quanto riguarda la libertà di espressione, il militare controllo dei principali mezzi di informazione permette la costruzione in vitro di una realtà apparente che disabilita scientificamente il senso critico della maggior parte dei cittadini. E quand’anche la propaganda martellante dovesse infine risultare insufficiente per favorire Hollandel’elezione del burattino di turno gradito al Venerabile Maestro Mario Draghi, sarà sempre possibile corrompere o minacciare gli eventuali outsider riportandoli tosto a più miti consigli.
Qualche esempio? Che fine ha fatto l’Hollande che in campagna elettorale prometteva la fine dell’austerità? Cosa ha fatto Renzi, a parte qualche battuta di cabaret, per invertire l’attuale paradigma economico in voga in Europa? Domande sospese. E, alla luce dei precedenti testé citati, chi vi dice che Tsipras non abbia già formalmente baciato la pantofola dei padroni per godersi finalmente in tranquillità la tanto agognata ascesa al potere? Non vi pare quantomeno strana la dichiarazione con la quale Tsipras certifica di essere un sostenitore del pareggio di bilancio? A parte i cialtroni e gli idioti, tutti sanno come sia impossibile attuare politiche per favorire la crescita e l’occupazione perseguendo sulla strada anti-keynesiana del rigore dei conti. Capiremo presto se Tsipars rappresenti per davvero una opportunità di rinascita per il suo popolo o se, più probabilmente, il suo governo assumerà piuttosto le sembianze di una “merchant bank” indispensabile per arricchire i tanti lanzichenecchi rossi finalmente GREECE PARLIAMENT BUDGET 2014entrati nelle stanze del potere. In Italia di simili prassi ne sappiamo certamente qualcosa.
Ogni  cambiamento epocale deve essere preceduto da un segno che attesti urbi et orbi e in forme eclatanti la fine del vecchio mondo. Il nazismo classico non è più riemerso perché in molti si ricordano ancora oggi i corpi dei gerarchi nazisti penzolanti sulla forca. Se Tsipras intende davvero dichiarare sconfitto per sempre il tecno-nazismo greco personificato dai vari Samaras e Venizelos, apra fin da subito una discussione all’interno del Parlamento al fine di chiarire la natura, stragista o meno, degli ultimi governi alternatisi al potere. Samaras e Venizelos potranno cioè rispondere liberamente alle domande di una libera e democratica commissione d’inchiesta, chiamata appositamente a verificare l’eventuale dolosa consumazione di ripetuti “crimini contro l’umanità”. Se Tsipras, come credo, non farà nulla di tutto ciò, sarà chiara immediatamente a tutti la natura falsa ed infingarda del giovane pifferaio greco.

La scheda bianca di Silvio e il colpo di spugna che arriverà

La scheda bianca di Silvio e il colpo di spugna che arriverà


Il “Patto Mattarella” svela il piatto forte del Patto del Nazareno: Berlusconi non ha voluto votare l’uomo del Colle per poter poi rivendicare il diritto di nomina dei due giudici costituzionali mancanti. Obiettivo: utilizzare la Consulta per neutralizzare la retroattività della legge Severino che esclude i condannati, e quindi ridiventare eleggibile e tornare inParlamento. Lo sostiene Olinda Moro, rileggendo le tappe fondamentali della “resistenza” del Cavaliere contro la magistratura e il recente accordo sotterraneo con Renzi, fino alla scelta di «un nome secco, quello di Mattarella, votato da tutti e non concordato con nessuno, neanche con il proprio partito». Salendo al Quirinale, Mattarella lascia libera la poltrona di giudice costituzionale. Se fino a ieri alla Corte mancava un magistrato, ora i nuovi giudici da eleggere sono dunque due, entrambi di nomina parlamentare. Già così, la Consulta potrebbe non essere anti-Cavaliere, grazie ai giudici nominati da Napolitano. Se poi fosse proprio Berlusconi a proporre i due nomi mancanti, per la legge Severino i giorni potrebbero essere contati. Ecco dunque il “Patto Mattarella”?
Berlusconi ha ripetutamente denunciato la “dittatura dei giudici” nel paese che governava, ricorda Olinda Moro su “Megachip”. Nel 2011 arrivò a lamentarsi con Obama di «una dittatura dei giudici di sinistra». E due anni prima aveva spiegato alla Merkel Renziche «la sovranità in Italia è passata dal Parlamento al partito dei giudici», perché la Corte Costituzionale «ha 11 componenti su 15 che appartengono alla sinistra». Di questi, «cinque sono di sinistra in quanto di nomina del presidente della Repubblica: e noi abbiamo avuto purtroppo tre presidenti della Repubblica consecutivi tutti di sinistra». Oggi la Corte deve decidere sulla retroattività della legge Severino che, come noto, a seguito della condanna definitiva per frode fiscale, ha determinato la sua decadenza dal Senato e la sua incandidabilità per sei anni. Cinque giudici sono nominati dal presidente della Repubblica, cinque sono eletti dai magistrati di ciascuna delle tre magistrature superiori e cinque sono eletti dal Parlamento in seduta comune, cioè dalle due Camere riunite. Vale la maggioranza dei due terzi nei primi tre scrutini e poi dei tre quinti (circa 570 parlamentari su 950) dal quarto scrutinio in poi.
Ogni giudice è nominato per nove anni. La lunga durata del mandato (originariamente 12 anni) è superiore a quella di ogni altro mandato elettivo, proprio per assicurare l’indipendenza dei giudici anche dagli organi che li designano. La stessa Corte, sul proprio sito, chiarisce che «i cinque giudici nominati dal Capo dello Stato sono scelti normalmente in funzione di integrazione o di equilibrio rispetto alle scelte effettuate dal Parlamento, in modo tale che la Corte Costituzionale sia lo specchio il più possibile fedele del pluralismo politico, giuridico e culturale del paese». E’ chiaro, aggiunge Olinda Moro, che una forte inclinazione del bilanciamento e dell’equilibrio costituzionale l’ha determinata l’anomala rielezione di Napolitano, confermato peraltro da un Parlamento con un premio di maggioranza dichiarato anticostituzionale dalla Corte medesima. E Napolitano si è dimesso «solo dopo avere esercitato in fretta e furia il suo potere di nomina (novembre 2014) di ulteriori due giudici (Nicolò Amato e NapolitanoZanon e Daria De Pretis)», dopo aver già nominato nel 2013 Giuliano Amato, in aggiunta agli altri due nomi indicati nel primo settennato (Paolo Grossi e Marta Cartabia).
«Insomma, alla faccia dell’equilibrio costituzionale e del bilanciamento delle garanzie – scrive la Moro – oggi abbiamo una Corte Costituzionale con cinque giudici eletti da un solo uomo, ovvero dal medesimo presidente della Repubblica». Questo strapotere esercitato sulla Consulta potrebbe avere i connotati di incostituzionalità, aggiunge l’analista. «Certamente è un chiaro cortocircuito costituzionale, su cui ilParlamento non ha avuto il coraggio di indagare e risolvere: sarà solo un caso che sul sito della Presidenza della Repubblica sono riportati solo i primi tre nominati?». Inoltre, due giudici nominati da Napolitano (Zanon e Amato) hanno già espresso pubblicamente dubbi sulla costituzionalità della legge Severino e in particolare riguardo al caso diBerlusconi, il che fa sorgere perplessità anche sulle altre nomine fatte da Napolitano in seno alla Consulta: «Dopo questo “regio” capolavoro abbiamo quindi 14 giudici, di cui 5 nominati dal medesimo presidente Napolitano e di cui, almeno l’altro giorno, 4 eletti dal Parlamento: Mattarella e Sciarra (in quota centrosinistra), Napolitano e Frigo (in quota centrodestra)». La Corte decide in modo collegiale, Berlusconima se non trova un accordo delibera a maggioranza. «Oggi i giudici sono in 13, di cui 5 nominati da Napolitano e 2 di area centrodestra. Attualmente la maggioranza per accogliere una decisione è di 7».
A questo punto, continua Olinda Moro, «potrebbe essere utile ma forse neanche necessaria la nomina dei 2 giudici mancanti». E laddove sia necessaria, «è evidente che la rivendicazione a scegliere i giudici mancanti da parte di chi, almeno ufficialmente, si è tirato fuori dall’elezione del presidente della Repubblica sarà la prova provata del vero Patto del Nazareno». Se cioè la Corte dovesse dichiarare l’incostituzionalità della legge Severino nella parte in cui prevede la decadenza dalla carica di parlamentare e l’incandidabilità di 6 anni per coloro che abbiano avuto condanne definitive superiori ai due anni e per fatti antecedenti all’entrata in vigore della legge, «alloraBerlusconi rientrerebbe in Senato in pompa magna e potrebbe ricandidarsi liberamente». Quando fu stanata la “manina” che cercava di cancellare il reato di evasione e di frode per importi non superiori al 3% dell’imponibile, «un colpo di spugna finalizzato non solo a dare agibilità politica ma a garantire la partecipazione nella compagine societarie a Berlusconi e tanti altri», Renzi ripeteva che non avrebbe «mai modificato la legge Severino», nonostante la “manina” fosse diretta a cancellare un reato di frode e di evasione fiscale e non a modificare la legge. «Excusatio non petita, accusatio manifesta: si sentiva stanato su altre manovre?».

giovedì 5 febbraio 2015

Lega, chiesto il rinvio a giudizio per Umberto Bossi e Francesco Belsito

Lega, chiesto il rinvio a giudizio per Umberto Bossi e Francesco Belsito

L'accusa è di truffa sui rimborsi elettorali ai danni dello Stato per circa 40 milioni di euro. Coinvolti anche altri tre esponenti del Carroccio

La procura di Genova ha chiesto il rinvio a giudizio per l'ex segretario della Lega Umberto Bossi e l'ex tesoriere Francesco Belsito per la presunta truffa sui rimborsi elettorali ai danni dello Stato da circa 40 milioni di euro. Chiesto il giudizio anche per altri tre componenti del Carroccio: Stefano Aldovisi, Diego Sanavio e Antonio Turci. L'inchiesta, da Milano, era stata trasferita a Genova per competenza territoriale.
Lega, chiesto il rinvio a giudizio per Umberto Bossi e Francesco Belsito
A chiedere il rinvio a giudizio è stato il pubblico ministero Paola Calleri. 

Per Belsito anche appropriazione indebita - Non solo truffa ai danni dello Stato. Belsito, ex tesoriere del partito, è accusato anche di appropriazione indebita aggravata. E' quanto emerge dalla richiesta di rinvio a giudizio. Secondo la procura, Belsito si sarebbe impossessato della somma complessiva di 5,7 milioni di euro. 

Una prima tranche, pari a 1,2 milioni di euro, sarebbe stata stornata "dal conto corrente della Lega attraverso un bonifico in favore della società inglese Krispa Enterprices della quale Paolo Scala era titolare effettivo, presso la banca di Cipro, somma della quale una parte pari a 850 mila euro è stata restituita nel febbraio 2012". 

Un secondo importo, pari a 4,5 milioni di euro, sarebbe stato trasferito, sempre tramite bonifico, dal conto del Carroccio a quello "intestato a Stefano Bonet presso la Fbme Bank della Tanzania, somma non accreditata per il rifiuto di quest'ultima banca, la quale non aveva ritenuto sufficiente la documentazione allegata, ma restituita soltanto nel febbraio 2012". 

Nel provvedimento vengono indicate come parti offese la Camera dei Deputati, il Senato e la Lega Nord

La scheda bianca di Silvio e il colpo di spugna che arriverà

La scheda bianca di Silvio e il colpo di spugna che arriverà


Il “Patto Mattarella” svela il piatto forte del Patto del Nazareno: Berlusconi non ha voluto votare l’uomo del Colle per poter poi rivendicare il diritto di nomina dei due giudici costituzionali mancanti. Obiettivo: utilizzare la Consulta per neutralizzare la retroattività della legge Severino che esclude i condannati, e quindi ridiventare eleggibile e tornare inParlamento. Lo sostiene Olinda Moro, rileggendo le tappe fondamentali della “resistenza” del Cavaliere contro la magistratura e il recente accordo sotterraneo con Renzi, fino alla scelta di «un nome secco, quello di Mattarella, votato da tutti e non concordato con nessuno, neanche con il proprio partito». Salendo al Quirinale, Mattarella lascia libera la poltrona di giudice costituzionale. Se fino a ieri alla Corte mancava un magistrato, ora i nuovi giudici da eleggere sono dunque due, entrambi di nomina parlamentare. Già così, la Consulta potrebbe non essere anti-Cavaliere, grazie ai giudici nominati da Napolitano. Se poi fosse proprio Berlusconi a proporre i due nomi mancanti, per la legge Severino i giorni potrebbero essere contati. Ecco dunque il “Patto Mattarella”?
Berlusconi ha ripetutamente denunciato la “dittatura dei giudici” nel paese che governava, ricorda Olinda Moro su “Megachip”. Nel 2011 arrivò a lamentarsi con Obama di «una dittatura dei giudici di sinistra». E due anni prima aveva spiegato alla Merkel Renziche «la sovranità in Italia è passata dal Parlamento al partito dei giudici», perché la Corte Costituzionale «ha 11 componenti su 15 che appartengono alla sinistra». Di questi, «cinque sono di sinistra in quanto di nomina del presidente della Repubblica: e noi abbiamo avuto purtroppo tre presidenti della Repubblica consecutivi tutti di sinistra». Oggi la Corte deve decidere sulla retroattività della legge Severino che, come noto, a seguito della condanna definitiva per frode fiscale, ha determinato la sua decadenza dal Senato e la sua incandidabilità per sei anni. Cinque giudici sono nominati dal presidente della Repubblica, cinque sono eletti dai magistrati di ciascuna delle tre magistrature superiori e cinque sono eletti dal Parlamento in seduta comune, cioè dalle due Camere riunite. Vale la maggioranza dei due terzi nei primi tre scrutini e poi dei tre quinti (circa 570 parlamentari su 950) dal quarto scrutinio in poi.
Ogni giudice è nominato per nove anni. La lunga durata del mandato (originariamente 12 anni) è superiore a quella di ogni altro mandato elettivo, proprio per assicurare l’indipendenza dei giudici anche dagli organi che li designano. La stessa Corte, sul proprio sito, chiarisce che «i cinque giudici nominati dal Capo dello Stato sono scelti normalmente in funzione di integrazione o di equilibrio rispetto alle scelte effettuate dal Parlamento, in modo tale che la Corte Costituzionale sia lo specchio il più possibile fedele del pluralismo politico, giuridico e culturale del paese». E’ chiaro, aggiunge Olinda Moro, che una forte inclinazione del bilanciamento e dell’equilibrio costituzionale l’ha determinata l’anomala rielezione di Napolitano, confermato peraltro da un Parlamento con un premio di maggioranza dichiarato anticostituzionale dalla Corte medesima. E Napolitano si è dimesso «solo dopo avere esercitato in fretta e furia il suo potere di nomina (novembre 2014) di ulteriori due giudici (Nicolò Amato e NapolitanoZanon e Daria De Pretis)», dopo aver già nominato nel 2013 Giuliano Amato, in aggiunta agli altri due nomi indicati nel primo settennato (Paolo Grossi e Marta Cartabia).
«Insomma, alla faccia dell’equilibrio costituzionale e del bilanciamento delle garanzie – scrive la Moro – oggi abbiamo una Corte Costituzionale con cinque giudici eletti da un solo uomo, ovvero dal medesimo presidente della Repubblica». Questo strapotere esercitato sulla Consulta potrebbe avere i connotati di incostituzionalità, aggiunge l’analista. «Certamente è un chiaro cortocircuito costituzionale, su cui ilParlamento non ha avuto il coraggio di indagare e risolvere: sarà solo un caso che sul sito della Presidenza della Repubblica sono riportati solo i primi tre nominati?». Inoltre, due giudici nominati da Napolitano (Zanon e Amato) hanno già espresso pubblicamente dubbi sulla costituzionalità della legge Severino e in particolare riguardo al caso diBerlusconi, il che fa sorgere perplessità anche sulle altre nomine fatte da Napolitano in seno alla Consulta: «Dopo questo “regio” capolavoro abbiamo quindi 14 giudici, di cui 5 nominati dal medesimo presidente Napolitano e di cui, almeno l’altro giorno, 4 eletti dal Parlamento: Mattarella e Sciarra (in quota centrosinistra), Napolitano e Frigo (in quota centrodestra)». La Corte decide in modo collegiale, Berlusconima se non trova un accordo delibera a maggioranza. «Oggi i giudici sono in 13, di cui 5 nominati da Napolitano e 2 di area centrodestra. Attualmente la maggioranza per accogliere una decisione è di 7».
A questo punto, continua Olinda Moro, «potrebbe essere utile ma forse neanche necessaria la nomina dei 2 giudici mancanti». E laddove sia necessaria, «è evidente che la rivendicazione a scegliere i giudici mancanti da parte di chi, almeno ufficialmente, si è tirato fuori dall’elezione del presidente della Repubblica sarà la prova provata del vero Patto del Nazareno». Se cioè la Corte dovesse dichiarare l’incostituzionalità della legge Severino nella parte in cui prevede la decadenza dalla carica di parlamentare e l’incandidabilità di 6 anni per coloro che abbiano avuto condanne definitive superiori ai due anni e per fatti antecedenti all’entrata in vigore della legge, «alloraBerlusconi rientrerebbe in Senato in pompa magna e potrebbe ricandidarsi liberamente». Quando fu stanata la “manina” che cercava di cancellare il reato di evasione e di frode per importi non superiori al 3% dell’imponibile, «un colpo di spugna finalizzato non solo a dare agibilità politica ma a garantire la partecipazione nella compagine societarie a Berlusconi e tanti altri», Renzi ripeteva che non avrebbe «mai modificato la legge Severino», nonostante la “manina” fosse diretta a cancellare un reato di frode e di evasione fiscale e non a modificare la legge. «Excusatio non petita, accusatio manifesta: si sentiva stanato su altre manovre?».

Le fiabe di Pinocchio Renzi e l’agonia terminale dell’Italia

Le fiabe di Pinocchio Renzi e l’agonia terminale dell’Italia


Dobbiamo aumentare la produttività degli italiani? Essere più competitivi? Rilanciare le privatizzazioni e rendere meno rigido il mercato del lavoro? Nemmeno per sogno, caro “Pinocchio” Renzi. Secondo Paolo Barnard, bastano «parole da terza media» per «asfaltare» il pensiero economico di “Renzino”. A cominciare dal falso dogma della produttività: gli italiani dovrebbero produrre di più, sul lavoro? «Ma questo cosa ci risolve? Il problema che spacca il paese oggi è la disoccupazione, con percentuali da record africano e almeno 300 miliardi all’anno di ricchezza perduta, per questo». Domanda: a che ci serve far diventare più produttivi quelli che già lavorano? «Vuol dire avere sempre mente gente a lavorare, perché gli occupati lavoreranno come delle furie (e poi crepano)». Parabola: se hai 100 cani ma gli butti solo 50 ossi (posti di lavoro), 50 cani torneranno a cuccia senza mangiare. Gli fai dei corsi di formazione per imparare a correre e mordere meglio? Se gli ossi restano 50, metà dei cani (formati o meno) resteranno affamati. E poi: «La produttività tedesca per ora lavorata è la più bassa d’Europa, ma da loro la disoccupazione è molto più bassa: ti dice nulla, Pinocchio?».
Essere più competitivi? «Lo siamo già». Lo dice uno dei maggiori centri di studio economici del mondo, la Ert, European Roundtable of Industrialists: «Fa ogni anno la classifica dei lavoratori più competitivi d’Europa. Be’, gli italiani sono sempre Barnardfra i primi, meglio di Gran Bretagna e Danimarca, e solo un pelo sotto la Germania». La competitività? «Si misura con una formula da Mago Merlino che si chiama “Unit Labour Cost”, che fa la media fra quanto ti costa un lavoratore e quanto ti produce. Noi siamo già fra i migliori». Al che, Renzi cambia discorso e dice che il settore privato deve rilanciarsi, e il governo gli darà  sempre più spazio (privatizzazioni) per arricchire l’Italia. Altro errore madornale: «I soldi, o li fa lo Stato o li fanno le banche, punto. Se tu obbedisci ai diktat dei tecnocrati Ue che proibiscono (coi limiti di deficit e di debito) allo Stato di creare soldi per noi tutti, allora non ci rimane che sperare che siano le banche a creare la ricchezza finanziaria». Le banche: «Vuol dire che i privati italiani devono indebitarsi come pazzi in banca, e coi debiti arrivano gli interessi, lo strangolamento, l’anatocismo e altre porcate delle banche».
I soldi, quelli veri, «o li crea lo Stato investendo per noi, e quelli noi non dobbiamo restituirli, sono ricchezza al netto, oppure li creano le banche, e sono debiti di noi privati, non ricchezza al netto». Renzi? Un «codino dei tecnocrati», quelli che «stanno dando tutta l’Italia in mano alle banche, con ’sta storia che il rilancio viene dal privato: così le banchediventano lo Stato». Poi, continua Barnard, «quando privatizzi che fai? Togli un bene costruito per tutti da generazioni di italiani, e lo vendi a prezzi stracciati ai privati. Questi devono fare profitto, gliene fotte di noi, e quindi tagliall’occupazione, cali dei salari, intrighi con le banche (che sulle privatizzazioni guadagnano parcelle da sogno), e zero interesse pubblico». Il rilancio dal settore privato come lo intende Renzi «non avverrà mai senza debiti bancari e senza danni ai cittadini». Per Barnard, al contrario, «Deve tornare in gioco la spesa pubblica, l’investimento di Stato, che è ricchezza al netto per noi privati, perché lo stipendio di un Giuliano Polettimedico pubblico, di un operaio che lavora per lo Stato o un servizio pubblico non sono soldi che noi dobbiamo restituire con interessi, mai!».
Altra favola: il mercato del lavoro italiano “troppo rigido”, per colpa dell’articolo 18. “Facciamo come gli stranieri, basta con ’sta rigidità antimoderna”. «Come gli stranieri? Chi? Il World Economic Forum di Davos, il top del top della finanzia e dell’industria mondiale, ogni anno scrive pagelle sui vari Stati. Andiamo vedere l’ultima», propone Barnard. «I bocciati per troppa rigidità sul mercato del lavoro sono: Germania, Finlandia, Svizzera, Svezia e Giappone». Chiaro, no? «Evidentemente non è la protezione del lavoro che ci fa danni economici». Per fortuna, dice Renzi, col ministro Poletti il governo sta trovando risorse finanziarie per aiutare le imprese, le famiglie, l’occupazione. Macché, «voi non state trovando un accidenti», protesta Barnard. «Voi fate il gioco delle tre carte, cioè fate entrare 10 soldi dalla porta dell’Italia e intanto gliene sfilate 10 o 15 dalla finestra. Non siamo tutti idioti, qui, perché ce ne accorgiamo che, quatti quatti, sono sbucati 10.000 aumenti di balzelli strani a tutti i livelli». Inoltre, come insegna la Modern Money Theory sviluppata da Warren Mosler e diffusa in Italia da Barnard, «se un governo vuole dare soldi ai suoi cittadini e alle sue aziende al netto, cioè senza poi volerli indietro, o li sborsa lui a deficit (cioè ci dà più soldi di quanto ci tassa), o ci riduce le tasse in modo drammatico». In economia non c’è altro modo, conclude Barnard. «Ma il governo Renzi deve obbedire al pareggio di bilancio imposto dalla Ue (lo Stato ci dà 100 e ci tassa 100)», quindi i famosi fondi li allunga con la destra e poi li ritira con la sinistra, sotto forma di imposte.
«Lo raccontate ai fagiani e ai cefali – aggiunge Barnard – che senza un esborso di Stato superiore alle tasse voi ci darete qualcosa da masticare: no, è matematicamente impossibile. E infatti raccontate balle, buffoni». Anche per questo, Renzi continua ad annunciare grandi svolte e grandi decisioni. Mente, sapendo di mentire: sa benissimo, infatti, che «l’Italia ha firmato e ratificato tutti i Trattati europei sovranazionali, cioè più potenti delle leggi italiane, che hanno totalmente tolto potere decisionale al governo e al Parlamento nazionale». Così, l’Italia «oggi può solo obbedire alle decisioni della tecnocrazia europea», la Troika Ue che esegue gli ordini di Berlino attraverso la Commissione e la Bce, col supporto del Fmi. Inutile agitarsi, fingendo di non essere un «pagliaccio fiorentino, parto del popolo bue del Pd». Renzi non conta nulla, e ogni esperto d’Europa lo sa benissimo. Lo sa anche Renzi, purtroppo. Per questo, continua a inventare fiabe su come risollevare l’economia di famiglie e aziende, ben sapendo che si tratta soltanto di favole.

mercoledì 4 febbraio 2015

Per la tragedia greca il lieto fine non si vede





Dopo la vittoria di Syriza alle elezioni greche e la formazione di un governo con un partito di destra populista anti-tedesco, i toni tra Atene e l’Unione europea sono progressivamente inaspriti sino a una apparente polarizzazione: lo schieramento guidato da Alexis Tsipras e che ha nel suo ministro delle Finanze, l’economista Yanis Varoufakis, l’esponente sinora più visibile e duro, accantonate le iniziali richieste di taglio del valore nominale del debito chiede ora una ristrutturazione del debito, che per circa l’80 per cento è verso l’Unione europea, legandone il servizio (cioè il pagamento degli interessi) alla crescita dell’economia, e un abbattimento dell’avanzo primario (entrate meno le spese, al netto del costo del debito) chiesto dai creditori alla Grecia per rimborsare quel debito.
L’attuale 4,5 per cento annuo è visto come un cappio che sta strangolando il Paese con una austerità distruttiva. Per la Ue e per il governo tedesco è fuori discussione ogni ipotesi di riduzione del valore facciale del debito e si può invece ragionare su un taglio del suo valore attuale netto, mediante riduzione del tasso d’interesse e allungamento dei termini di rimborso. Prima delle elezioni il consenso degli osservatori e dei mercati era per un accordo relativamente indolore. Ma l’atteggiamento del governo greco, e di Varoufakis in particolare, sta portando i mercati a ricredersi, e a prezzare in modo crescente l’ipotesi di un esito traumatico, almeno per la Grecia, a giudicare dall’impennata di rendimenti dei titoli di stato ellenici. Varoufakis ha messo una pietra tombale sulla Troika, da sempre vissuta dai greci come potenza coloniale occupante.
Ma il tempo stringe, occorre trovare una soluzione entro il 28 febbraio, quando scadrà il mandato di assistenza finanziaria sovranazionale. Dopo questo termine, in assenza di accordo, le banche greche perderanno l’accesso alla liquidità della Bce, che ha sinora compensato i forti deflussi di depositi, e si troveranno di fatto prive di fonti di finanziamento. Se un simile scenario si materializzasse, non vi sarebbe alternativa all’uscita in modo rovinoso della Grecia dall’euro. Lo scenario di “accomodamento” negoziale era sinora apparso quello più probabile: la Grecia ha già negoziato con la Ue condizioni di rimborso del debito molto favorevoli, tali da portare l’incidenza del servizio del debito su Pil a circa il 2,5 per cento nel 2014, contro il 4-5 per cento degli altri Paesi maggiormente indebitati, tra cui l’Italia. Ciò avviene anche in virtù del fatto che la Banca centrale europea, che possiede circa un decimo del debito greco, restituisce ad Atene l’interesse sui titoli di Stato ellenici detenuti a Francoforte e dalle altre banche centrali nazionali. I debiti greci con le istituzioni europee e con singoli Paesi creditori hanno scadenza molto lunga, in virtù della quale la durata media del debito greco è di ben 16,5 anni. Discorso diverso per i circa 58 miliardi di euro di debito di Atene verso il Fondo Monetario Internazionale, che potrebbe comunque essere rinegoziato.
Il rapporto debito-Pil greco, pari al 175 per cento, non è il maggior problema. Il problema è quel 4,5 per cento di avanzo primario e il fatto che sinora la quasi totalità dei crediti forniti alla Grecia sono andati a servire il debito pregresso e ricapitalizzare le banche domestiche, che malgrado ciò affogano nel debito privato in sofferenza o inesigibile. Il governo Tsipras vuole liberare risorse per alleviare le sofferenze della popolazione, la Ue non vuole creare un precedente che darebbe fiato ai movimenti populisti e antisistema che stanno crescendo in Europa. Ma quanto è realistica la posizione del governo greco? Atene vuole liberare risorse di welfare ma promette conti pubblici in ordine grazie alla mitologica lotta a corruzione, evasione e sprechi. Quindi, sulla carta, nessuna dissipatezza fiscale. Ma quanto è fattibile? E di che qualità di spesa pubblica parliamo, nel caso della Grecia? Se le erogazioni sociali per i soggetti in reale condizione di povertà e disagio economico hanno senso, molto meno ne ha aumentare il salario minimo, così da rendere il Paese meno competitivo.
Inoltre, come segnalato da Mario Draghi, la pressione fiscale e contributiva greca era pari, a fine 2014, a circa il 34 per cento, molto meno della media europea. Ciò indica endemica presenza di evasione fiscale e di ampio sommerso. In questi anni la Grecia non pare aver fatto rilevanti progressi sul piano di efficacia ed efficienza dell’amministrazione pubblica, soprattutto di quella fiscale. Il quadro cambierà radicalmente, con l’arrivo di un economista come Varoufakis, che ha la delega a entrate e spesa pubblica? Lecito avere dubbi. Ma c’è un altro elemento di criticità che rende unico il caso greco. Malgrado la drastica riduzione delle retribuzioni, il Paese non è progredito nell’export (che include il turismo) e il riequilibrio di bilancia commerciale è sinora avvenuto in prevalenza attraverso distruzione della domanda interna, come segnalato dal think tank Bruegel. Un accordo con la Ue resta possibile ma l’economia greca appare minata dalle fondamenta dall’incapacità di trovare un modello di sviluppo, e rischia di sostituire una deriva autodistruttiva a quella inflittale dal memorandum della Troika. Difficile scommettere sul lieto fine.

La BCE pensa solo alle Banche :Cancellare il debito? No: trasformarlo in debito sovrano

Cancellare il debito? No: trasformarlo in debito sovrano


In regime di sovranità finanziaria, il debito pubblico non è che un “anticipo” che lo Stato versa ai cittadini, in termini di beni, servizi e infrastrutture, potendo ricorrere alla libera emissione di moneta: in questo caso il debito è ricchezza netta per famiglie e aziende, interamente garantita dal “prestatore di ultima istanza”, dotato di capacità di finanziamento teoricamente illimitate, anche se armonizzate con la capacità produttiva (Pil) e con la bilancia commerciale (import-export). Se invece il debito pubblico non è denominato in moneta di proprietà dello Stato, allora si trasforma in un incubo, esattamente come per i soggetti privati, famiglie e aziende. E’ esattamente la condizione dei paesi dell’Eurozona, che non dispongono più di denaro proprio: devono mettere all’asta titoli di Stato presso il sistema bancario, unico destinatario del denaro virtuale della Bce. Il “quantitative easing” non risolve nessun problema strutturale: se il debito europeo continuerà ad essere denominato in valuta estranea ai singoli Stati resterà in ogni caso fuori controllo, esponendo gli Stati stessi al ricatto perpetuo della speculazione finanziaria.
«Mettiamola in questi termini», riassume Marcello Foa: oggi la Bce «stampa più moneta per permettere alle banchecentrali nazionali di comprare titoli di Stato, ovvero debito pubblico, con lo scopo dichiarato di rilanciare l’economia(crescita del Pil) e Eurolo scopo effettivo immediato di sgravare i bilanci dellebanche private». Se il “quantitative easing” può essere considerata «un’aberrazione, in quanto viola le leggi di mercato basate sulla domanda e sull’offerta», lascia però intatta «la vera catena che imprigiona le asfittiche economie occidentali: quella del debito», scrive Foa nel suo blog sul “Giornale”, equiparando quindi paesi occidentali con debito sovrano – Usa e Gran Bretagna – a paesi con debito non più sovrano, cioè i membri dell’Eurozona. In realtà, spiega un economista come Nino Galloni, il debito pubblico italiano è diventato «una catena» soltanto a partire dal 1981, con la separazione fra Tesoro e Banca d’Italia: fino ad allora, infatti, il debito pubblico era stato ciò che dovrebbe essere, e che è tuttora nei paesi sovrani: la più importante leva strategica di sviluppo, attraverso la quale un paese produce investimenti (a deficit) destinati a far crescere l’economia in modo diffuso.
«Se la Ue e la Bce volessero davvero rilanciare l’economia – aggiunge Foa nel suo post – dovrebbero avere il coraggio di andare fino in fondo, ovvero non di stampare moneta per comprare debito ma di stampare moneta per cancellare il debito, accompagnando questo passo da misure altrettanto rivoluzionarie e benefiche come la simultanea riduzione delle imposte sia sulle imprese che sulle persone fisiche e magari varando investimenti infrastrutturali». Qui, ancora, Foa non spiega di che debito parla: se il debito è sovrano non può costituire un problema, come dimostra il debito del Giappone al 250% del Pil. Sarebbero certo “rivoluzionario” cancellare il debito non-sovrano, quello cioè accumulato da quando in paesi dell’Eurozona hanno cessato di indebitarsi in proprio, cioè “anticipando” denaro alle rispettive comunità nazionali, e preferendo acquistare denaro – ad alti tassi di interesse – presso il mercato finanziario privato internazionale. Quindi il problema non è il debito in sé, ma la fonte del debito: se lo Stato si è indebitato coi suoi cittadini (ha speso denaro per loro, in anticipo) il problema non esiste. Se invece i soldi li ha acquistati sui “mercati”, gli interessi sono da ripagare. Se poi lo Stato non ha più la possibilità di intervenire con emissione di valuta propria, allora il collasso è garantito. Di qui la stretta fiscale, per spremere denaro ai cittadini anziché anticiparglielo come avveniva un tempo.
«Oggi – riconosce Foa – l’Italia è già in avanzo primario, ovvero lo Stato spende meno di quanto incassa, ma il debito pubblico continua a salire perché la spesa pubblica è gravata dagli interessi sul debito». Interessi, appunto, contratti coi mercati finanziari internazionali: quelli verso cui, grazie a Ciampi e Andreatta, l’Italia si orientò improvvisamente nel 1981, disponendo che la banca centrale cessasse di finanziare il governo a costo zero, come aveva sempre fatto. Da allora, il debito pubblico è diventato un dramma, aggravato negli ultimi anni dalla catastrofe dell’euro, su cui la nazione non ha alcuna possibilità di governo. «L’Italia – conclude Foa – è in una spirale da cui difficilmente uscirà, per quanti sforzi faccia. Ma questo né la Ue, né la Bce, né il Fmi lo ammetteranno mai; anzi, continuano ad alimentare la retorica delle riforme, ovviamente Foastrutturali». Foa sogna un “giubileo del debito”, col taglio lineare di un terzo dell’attuale euro-debito di ogni paese e simultanea riduzione delle imposte per un periodo di almeno 5 anni.
«Basterebbe una semplice operazione contabile creando denaro dal nulla (ovvero con un semplice click, come peraltro si apprestano già a fare), per togliere definitivamente dal mercato una parte del debito pubblico», scrive Foa, secondo cui il risultato sarebbe «un boom economico paragonabile agli effetti di un nuovo Piano Marshall». Starebbero meglio tutti, dice Foa: «I consumatori che si troverebbero con più liquidità in tasca, le aziende che sarebbero fortemente incentivate a investire nella zona Ue, lo Stato che troverebbe le risorse sia per le grandi opere che per altre riforme. Le stesse banche private che non sarebbero più costrette a comprare titoli di Stato pubblici e vedrebbero diminuire drasticamente le sofferenze bancarie nel giro di pochi mesi proprio grazie alla ripresa dell’economia reale». La macchina, insomma, si rimetterebbe in moto. «A “rimetterci” sarebbero solo la Bce, la Commissione Europea e analoghe istituzioni transnazionali, il cui potere implicito di condizionamento si ridurrebbe drasticamente».
Questo è appunto il motivo per cui tutto ciò non avverrà, secondo l’analisi degli economisti non liberisti: perché quel “potere di condizionamento” è esattamente la ragione sociale dell’euro, piano strategico concepito per togliere allo Stato la facoltà sovrana di spesa pubblica, cioè di produrre debito pubblico strategico (deficit positivo) senza il quale, dall’avvento della moneta moderna, nessun paese al mondo può garantire benessere diffuso. La demonizzazione del debito è tipica del neoliberismo, che vuole spogliare lo Stato della sua sovranità e ridurlo in bolletta, come una qualsiasi azienda o famiglia, dipendente dal sistema finanziario privato. Il liberismo teme lo Stato, in quanto ingombrante concorrente economico: ildebito pubblico “deve” quindi diventare un problema, in modo che lo Stato ceda i suoi asset strategici e si rassegni alla loro privatizzazione. La via d’uscita non è dunque la cancellazione del debito – gli investimenti di cui parla Foa si possono realizzare solo mediante deficit – ma l’eliminazione del debito non sovrano. Missione impossibile, se si resta nel lager monetario chiamato euro, appositamente progettato dall’élite finanziaria perché gli Stati permanessero all’infinito sotto il ricatto di un debito divenuto insostenibile, in quanto non garantibile con valuta propria.