lunedì 9 febbraio 2015

La Grecia attacca l'Italia: vicina alla bancarotta


La Grecia attacca l'Italia: vicina alla

bancarotta 








La bomba a orologeria da disinnescare rappresentata dalla Grecia, prima ancora che a Bruxelles, piomba sul G20 a Istanbul. Dove Usa e Gran Bretagna vanno in pressing sull'Eurozona perché trovi una soluzione ed eviti una nuova fase d'instabilità dalle ripercussioni potenzialmente globali. Il premier greco Alexis Tsipras nel frattempo presentando le linee programmatiche del suo governo ribadisce che andrà avanti con il programma annunciato nella campagna elettorale: "Mi impegno a rispettare in pieno il programma del partito con cui ho vinto le elezioni", dice al Parlamento, con misure per ridurre gli sprechi (riorganizzazione da zero della tv pubblica, vendita di 800 auto blu, taglio dei costi) e dice che "la Grecia vuole pagare il suo debito, ma vuole raggiungere un'intesa comune con i partner per l'interesse di tutti. Il problema del debito greco "non è economico ma politico", osserva. Il memorandum, taglia corto Tsipras, è fallito ora il paese ellenico chiede "un nuovo accordo-ponte sino a giugno per rinegoziare il suo debito". Una condizione che "ad essere sincero, sono sicuro raggiungeremo" potrebbe rappresentare forse una tregua e una possibile via d'uscita dal rischio default già a marzo. 

Intanto Atene, dopo che Roma e Parigi si sono sostanzialmente fatte da parte cedendo la leadership nelle trattative ad Angela Merkel, manda una frecciata rivolta al governo Renzi. "Funzionari italiani mi hanno detto che non possono dire la verità. Anche l'Italia è a rischio bancarotta ma teme ritorsioni da parte della Germania", dice il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis dopo il tour europeo che l'ha portato anche a Roma. Parole pesanti che rompono decisamente con lo stile "felpato" che di solito domina gli scambi fra i ministri europei, e che ben testimoniano la delusione di Atene per la mancanza di solidarietà da parte dei paesi, Italia e Francia in testa, che in effetti dello stop all'Austerity avevano fatto la propria bandiera. Secca anche la replica del ministro dell'Economia italiano, Pier Carlo Padoan: "il nostro debito è sostenibile", le parole di Varoufakis sono fuori luogo. La visita di Varoufakis a Roma, Londra, Parigi, Berlino non ha portato alleanze nel braccio di ferro con l'Eurozona. La cancelliera ha esplicitamente detto che Atene è isolata e che Italia e Francia sono con Berlino. E il ministro greco, in un'intervista a Presa Diretta tira in ballo il debito, al top nella classifica europea, che accomuna Grecia e Italia. 

Un'uscita che serve ad aprire un varco nella presunta compattezza europea sulla posizione della Germania di fronte al "New Deal" chiesto da Atene, che vorrebbe abbuonare parte del proprio debito, la fine delle missioni di monitoraggio della troika e, soprattutto, un prestito ponte che le consenta di non sottoscrivere un nuovo programma con il trio Ue-Bce-Fmi. I nodi potrebbero venire al pettine all'Eurogruppo convocato d'urgenza per l'11 febbraio, alla vigilia del Consiglio dei capi di stato e di governo a Bruxelles, con la Bce che ha dato praticamente un ultimatum tagliando i prestiti diretti alle banche elleniche. Ma il tema della Grecia, con le agenzie di rating che agitano lo spettro di un default, fa breccia già al vertice turco dei ministri finanziari e governatori di domani e martedì. Anche se l'ex presidente della Fed Alan Greenspan dice che la Grecia dovrebbe uscire dall'euro ("è solo questione di tempo"), il rischio 'Grexit', con la sua carica d'instabilità che mette in forse i progressi europei ottenuti con il quantitative easing di Draghi, non piace per niente a Washington. Alla Casa Bianca non è piaciuta affatto l'apertura di Mosca ad Atene sul fronte finanziario. "Incoraggeremo le due parti a trovare un percorso comune. E anche Londra torna a farsi sentire, con il ministro delle Finanze George Osborne che punta il dito sulla stallo nei negoziati europei. Non è escluso che a Istanbul, geograficamente vicina ma paradossalmente distantissima politicamente da Atene, comincino a tracciarsi i contorni della strategia per salvare la Grecia e l'euro a 19. Con, sullo sfondo, il tema caro agli Usa di un rilancio della domanda globale.

LA Bce ha riportato l’Occidente al tempo in cui un gruppetto di aristocratici era padrone di tutto».

E bravo Draghi, che ricompra i titoli dei suoi amici bankster


«Le ricche istituzioni finanziarie che hanno acquisito a prezzi bassi il travagliato debito pubblico di Grecia, Italia, Portogallo e Spagna ora ne vendono i titoli alla Bce a prezzi elevati». Ecco a chi serve il “quantative easing” di Mario Draghi, «ex dirigente della Goldman Sachs», come ricorda Paul Craig Roberts, già viceministro di Reagan. Sono loro, i grandi padroni dell’élite finanziaria, i primi a rallegrarsi all’annuncio che la Banca Centrale Europea avrebbe emesso 720 miliardi di euro all’anno «con cui acquisire crediti inesigibili dalle grandi banche, collegate politicamente». Come negli Stati Uniti, «l’alleggerimento quantitativo (Qe) serve ad arricchire chi è già ricco. Non ha alcun altro scopo». E attenzione: il mercato finanziario è cresciuto «nonostante il livello di recessione, la disoccupazione in gran parte dell’Europa nonché l’austerità imposta ai cittadini». Aumenta, il business finanziario, «in previsione del fatto che gran parte dei 60 nuovi miliardi di euro che saranno creati ogni mese troverà la sua strada nelle quotazioni dei capitali: la liquidità alimenta il mercato borsistico», arricchendo ulteriormente l’1% dei possessori di titoli. «La Federal Reserve e la Bce hanno riportato l’Occidente al tempo in cui un gruppetto di aristocratici era padrone di tutto».
«Le Borse – continua Craig Roberts in un post tradotto da “Megachip” – sono bolle gonfiate dalla creazione di moneta della banca centrale». E dato che le banche centrali «sono gestite dai ricchi per i ricchi», questo dimostra che «la corruzione può Paul Craig Robertsprevaricare i principi di base per un periodo indeterminabile». Craig Roberts lo spiega in un libro del 2012, “The Failure of Laissez Faire Capitalism and Economic Dissolution of the West” (“Il fallimento del capitalismo liberista e il deterioramento economico dell’Occidente”). Ecco lo schema: «Prima la Goldman Sachs ha ingannato i finanziatori con prestiti esagerati (“overlending”) al governo greco, poi suoi ex dirigenti hanno assunto il controllo degli affari finanziari della Grecia e costretto all’austerità la popolazione per evitare perdite a carico dei creditori stranieri». Questo, continua Craig Roberts, «ha stabilito un nuovo principio in Europa, che il Fondo Monetario Internazionale ha inesorabilmente applicato ai debitori dell’America Latina e del Terzo Mondo». Il principio è che «quando i creditori stranieri commettono errori e prestano in eccesso ai governi stranieri, caricandoli di debiti, gli errori dei banchieri sono rimediati derubando le popolazioni povere. Pensioni, servizi sociali e pubblico impiego sono tagliati, risorse preziose vengono svendute agli stranieri per pochi spiccioli e il governo è costretto a sostenere la politica estera statunitense».
Lo chiarisce in modo inequivocabile John Perkins in “Confessioni di un sicario dell’economia”, edito da Minimun Fax nel 2004. Perkins descrive perfettamente il processo: «Se non avete letto il libro di Perkins – dice Craig Roberts – avete solo una vaga idea di come sono corrotti e senza scrupoli gli Stati Uniti. Infatti, Perkins dimostra che l’eccesso di prestiti è fatto apposta per preparare il paese al saccheggio. Questo è ciò che Goldman Sachs ha fatto in Grecia», anche i greci «hanno impiegato molto tempo per accorgersene». A quanto pare, il 36,5% della popolazione è stato svegliato da un aumento della povertà, della disoccupazione e dei suicidi. «Tale cifra, poco più di un terzo dei voti, è bastata a portare al potere “Syriza” nelle elezioni greche appena concluse e a cacciare il corrotto partito “Nuova Democrazia”, che ha sempre venduto il popolo greco alle banche estere». Tuttavia, aggiunge Craig Roberts, il 27,7% dei greci «ha votato per il partito che ha sacrificato il popolo greco ai bankster, i banchieri gangster». E questo perché «anche in Grecia, un paese abituato a manifestazioni popolari nelle strade, John Perkinsuna percentuale significativa della popolazione ha subìto un lavaggio del cervello sufficiente a farla votare contro i suoi stessi interessi».
“Syriza” potrà fare qualcosa? «Si vedrà, ma probabilmente no», dice Craig Roberts: altro discorso se Tsipras avesse ottenuto il 60-70% dei voti, «ma una maggioranza del 36,5% non rappresenta un paese compatto, consapevole della propria condizione e spoliazione per mano di ricchi banchieri gangster». Il voto dimostra che una percentuale significativa dei greci appoggia ancora il saccheggio estero del paese. «Inoltre, “Syriza” è contro i pezzi grossi: le banche tedesche e olandesi che detengono i crediti verso la Grecia e i governi che sostengono le banche; l’Ue cheusa la crisi del debito pubblico per distruggere la sovranità dei singoli paesi membri della stessa unione; Washington che sostiene il potere sovrano dell’Ue sui singoli paesi, in quanto è più facile controllare un solo governo piuttosto che un paio di decine». I media della grande finanzastanno già avvertendo “Syriza”: non metta in pericolo la sua adesione all’euro e non abbandoni il modello di austerità imposto ai cittadini greci con la complicità di “Nuova Democrazia”.
Potrebbero minacciare di espellere Atene dall’Eurozona? «È una cosa di cui la Grecia dovrebbe rallegrarsi». «Uscire dall’Ue e dall’euro – scrive Craig Roberts – è la cosa migliore che possa capitare alla Grecia, perché un paese senza una propria moneta non è un paese sovrano, è uno Stato vassallo di un altro potere. Un paese senza una propria moneta non può finanziare i propri bisogni». Infatti, anche se è membro dell’Unione Europea, «il Regno Unito ha mantenuto la sua propria moneta e non è soggetto a controllo da parte della Bce». Insiste Craig Roberts: «Un paese senza il suo denaro è impotente, è niente. Se gli Stati Uniti non avessero il proprio dollaro, non avrebbero nessuna importanza sulla scena mondiale. L’Unione Europea e l’euro sono stati solo trucchi e inganni. I paesi hanno perso la loro sovranità, alla faccia dei concetti occidentali di “autogoverno”, “libertà”, “democrazia”: tutti slogan senza contenuto. In tutto l’Occidente non troviamo nient’altro che persone derubate da quell’1% che controlla i governi».

Sorpresa, ora i sauditi impongono agli Usa di mollare l’Isis

Sorpresa, ora i sauditi impongono agli Usa di mollare l’Isis


La situazione nel Levante rischia di evolversi rapidamente, in parte a causa della crisi di autorità a Washington e in parte a causa dell’ascesa del principe Salman al trono saudita. Questa evoluzione potrebbe essere facilitata da un’alternanza politica in Israele. In primo luogo, la crisi di autorità che paralizza gli Stati Uniti continua a mobilitare la classe dirigente. Dopo l’appello del presidente onorario del Council on Foreign Relations (Cfr) affinché il presidente Obama si circondi di personalità sperimentate di entrambe le parti, il “New York Times” ha dedicato un editoriale a un rapporto pubblicato nel mese di ottobre dalla Rand Corporation. Il principale think-tank dedicato alle questioni militari ha fatto una inversione ad U nel giro di un anno. A suo parere, la vittoria della Repubblica araba siriana è ormai «l’opzione più desiderabile» per gli Stati Uniti, mentre la sua caduta sarebbe «il peggiore dei risultati». I gruppi armati hanno perso ogni sostegno tra la popolazione urbana, le defezioni si sono fermate da più di un anno e l’esercito siriano continua la sua liberazione del paese.
Inoltre, continua la Rand, la vittoria siriana non andrà a vantaggio dell’Iran finché Daesh (l’Isis, ndr) sarà presente in Iraq. L’istituto prevede che gli Stati che hanno fin qui alimentato gli jihadisti smetteranno di farlo. Essi, infatti, non possono sperare Salman, nuovo sovrano sauditadi sconfiggere la Siria in questo modo e ora temono che gli jihadisti si rivoltino contro di loro. Pertanto, ha concluso la Rand, non vi sarà alcuna soluzione negoziata con gli Stati sponsor, bensì una netta vittoria del “regime”, alla quale gli Stati Uniti dovrebbero essere associati. Si osserverà il cambiamento radicale della posizione del complesso militare-industriale. Un anno fa, la Rand preconizzava di bombardare la Siria come la Libia, e di condurvi un’azione limitata a terra con la creazione di aree protette amministrate dai “rivoluzionari”. Oggi, ammette implicitamente che non c’è mai stata una rivoluzione in Siria e, dopo un lungo momento di esitazione sul suo futuro, la maggioranza sunnita sostiene nuovamente la Repubblica laica.
L’atmosfera a Washington oggi assomiglia a quella all’inizio del 2006, quando l’esercito era impantanato in Afghanistan e in Iraq, mentre Donald Rumsfeld tentava di nascondere la sconfitta. All’epoca, il Congresso istituì la Commissione Baker-Hamilton. Questa, dopo otto mesi di lavoro, concluse che le forze Usa non sarebbero state in grado di stabilizzare il paese che occupavano senza l’aiuto dell’Iran e della Siria. Il quadro della situazione militare che disegnò era così spaventoso che gli statunitensi sanzionarono George W. Bush nelle elezioni di medio termine. Il presidente a quel punto sacrificò Rumsfeld e lo sostituì con un membro della Commissione, Robert Gates. Il nuovo segretario della Difesa concluse degli accordi sul campo con Daesh-IsisTeheran e Damasco, acquistò i principali gruppi della resistenza irachena (la carota) e aumentò il numero dei soldati lì schierati (il bastone) fino a stabilizzare la situazione.
In secondo luogo, in Arabia, il nuovo re Salman ha dapprima cercato di destituire tutti gli ex sostenitori del suo predecessore, arrivando perfino a congedare il principe Miteb e il segretario generale del palazzo due ore dopo la morte di re Abdullah. Poi è ritornato sulle sue decisioni dopo aver ricevuto le condoglianze del suo Signore statunitense. In ultima analisi, Miteb sarà l’unico sopravvissuto dell’era precedente, mentre il principe Bandar è stato licenziato. Ora, Bandar foraggiava Daesh con l’aiuto della Cia, al fine di fare pressione sul re Abdullah nell’interesse del clan dei Sudeiri. La sua cacciata, pretesa dal presidente Obama, segna probabilmente la fine del predominio saudita sul terrorismo internazionale. Questa volta – la quarta – dovrebbe essere quella buona: nel 2010, il principe era stato bandito per aver tentato di organizzare un colpo di Stato, ma era ritornato grazie alla guerra contro la Siria; nel 2012, era stato vittima di un attacco in rappresaglia per l’uccisione di membri del Consiglio di sicurezza nazionale siriano, ma era di nuovo al lavoro un anno dopo, debole e ossessivo; nel 2014, John Kerry ha preteso ancora una volta il suo licenziamento, ma è tornato nuovamente in scena grazie alla crisi egiziana; è stato appena sacrificato dal suo stesso clan, che non gli lascia alcuna prospettiva di ritorno né a breve né a medio termine.
In terzo luogo, l’attacco a Hezbollah da parte di Israele, cui è seguita la risposta di Hezbollah contro Israele, evidenzia paradossalmente la debolezza di Benjamin Netanyahu in pieno periodo elettorale. Il primo ministro uscente sperava che la resistenza libanese non fosse in grado di rispondere all’aggressione e che lui uscisse così coronato da questo confronto. Il suo errore di calcolo potrebbe costargli il posto, per la gioia della Casa Bianca che non nasconde più da molto tempo la propria esasperazione per il suo fanatismo. In base agli sviluppi in corso a Washington, a Riyadh e forse presto a Tel Aviv, è Netanyahuragionevole concludere che, nei prossimi mesi, gli Stati Uniti concentreranno i loro sforzi per escludere Daesh dal Levante per proiettarlo, fuori della loro area di influenza, contro la Russia e la Cina.
Da parte sua, l’Arabia Saudita dovrebbe cercare sia di salvare la sua autorità presso i vicini Bahrein e Yemen, fornendo assistenza al gran perdente della guerra contro la Siria, il presidente Recep Tayyip Erdoğan, che il Stati Uniti hanno deciso di abbandonare. Questo sviluppo sarà più o meno lungo a seconda dei risultati elettorali a Tel Aviv. Mentre gli jihadisti sono diventati una minaccia per la stabilità di tutti gli stati nel Levante, compreso Israele, Netanyahu potrebbe continuare a mettere la sua aviazione e i suoi ospedali al loro servizio. Ma non si può immaginare che persisterà quando tutti gli altri Stati della regione li combatteranno. Al contrario, nel caso che il primo ministro perda le elezioni, il suo successore darà immediatamente una mano agli Stati Uniti contro gli jihadisti. Ancora una volta, Damasco, la più antica città abitata del mondo, sarà sopravvissuta ai barbari che volevano distruggerla.

Die Welt: un tedesco su 6 non arriva più alla fine del mese

Die Welt: un tedesco su 6 non arriva più alla fine del mese


L’ufficio federale di statistica tedesco ha pubblicato dati allarmanti. Il rischio di impoverimento non è mai stato così alto. Addirittura 3,1 milioni di lavoratori guadagnano così poco da scivolare al di sotto della soglia di povertà. Il rischio di povertà è sensibilmente maggiore tra le donne che tra gli uomini. Per circa la metà dei colpiti (1,5 milioni), già una vacanza di 1 settimana all’anno fuori casa non rientra nelle possibilità. Quasi 600.000 poveri hanno rinunciato ad una autovettura propria perché non se la possono permettere. Questi dati si basano sulle indagini delle famiglie. «Il numero di lavoratori che con il loro reddito stanno appena sotto o appena sopra la soglia per le prestazioni Hartz-IV è spaventosamente alta», ha detto al giornale la presidente della Vdk (Sozial Verband Vdk Deutschland), Ulrike Mascher. Per molte di queste famiglie il sussidio è evidentemente insufficiente per superare in un certo qual modo le difficoltà. La responsabile delle politiche sul mercato del lavoro dei Linke, Sabine Zimmermann, chiede un rapido aumento del salario minimo a 10 euro.
Per combattere il trend negativo serve inoltre, secondo la Zimmermann, introdurre dei limiti nei rapporti di lavoro, come anche arginare o abolire il lavoro interinale e i Minijob. Un’occhiata alle statistiche svela anche come ci siano grosse differenze Sabine Zimmermann, della Linkeregionali. Nel 2013 il rischio povertà era chiaramente più alto dellaGermania Orientale che nella ex Repubblica Federale. Il numero delle persone a rischio è del 19,8% nei nuovi Land e del 14,4% nella Germaniaoccidentale, chiaramente superiore rispetto al valore degli anni scorsi. L’ufficio di statistica presenta i dati sul rischio di povertà sulla base del censimento del 2005. Da allora gli indici di povertà dell’est e dell’ovest si sono certamente avvicinati, tuttavia la minaccia della povertà rimane sensibilmente più alta nella Germania orientale. Nel 2005 il 20,4% dei tedeschi dell’est e il 13,2% dei tedeschi dell’ovest era ritenuto a rischio di povertà.
In Germania sempre più lavoratori riescono, a quanto pare, a vivere a malapena col loro reddito. Come riferisce il “Saarbrücker Zeitung”, secondo i dati dell’ufficio federale di statistica, alla fine del 2013 circa 3,1 milioni di lavoratori percepiscono un reddito al di sotto della soglia di povertà. Nel 2008 erano almeno 2,5 milioni. E’ un aumento del 25%. Soprattutto la cosiddetta quota a rischio di povertà raggiunge il livello record di 16,1%. E’ considerato a rischio di povertà chi, compresi tutti i sussidi statali come, per esempio, fondi per la casa o per i figli, raggiunge meno del 60% del reddito medio. Nel 2013 la soglia era di 939 euro netti al mese. Per le famiglie con 2 figli si parla di soglia di povertà quando il reddito familiare netto è inferiore a 2.056 euro. Molti non ce la fanno ad andare in vacanza. Una analisi dettagliata delle statistiche ci offre una visione più precisa della sgradevole situazione di molti cittadini. Svela che nel 2013, 370.000 lavoratori poveri non sono riusciti a pagare l’affitto entro Nando Sommerfeldtla scadenza, 417.000 hanno rinunciato ad un riscaldamento adeguato, e 538.000 hanno risparmiato sul cibo e si sono preparati un pasto completo soltanto un giorno ogni due.
Nel 2005 Il pericolo di povertà è al minimo sia nel Baden-Wurttemberg che nella Baviera, è il più alto a Brema e nel Mecleburgo – Pomerania Anteriore. Nel 2013 il rischio di povertà è all’11,4% in Baden-Wurttenberg, e all’11,3 % in Baviera. A Brema e nel Meclemburgo è circa il doppio (24,6% Brema, 23,6 % Meclemburgo). A confronto con l’inizio della rilevazione nel 2005, il rischio di povertà è sceso con più vigore in Turingia e in Sassonia-Anhalt. E’ salito di più nel Nordreno-Vestfalia e a Berlino. Osservando le 15 città più popolose, il rischio povertà è il più basso a Monaco (11,4%) e a Stoccarda (13,4 %). Il più alto a Dortmund (26,4%) e a Lipsia (25,9%). Nel confronto col 2005 il rischio povertà è sceso ad Amburgo, Norimberga e Dresda. Nelle restanti città esaminate, il pericolo di povertà è salito dal 2005: l’aumento maggiore si è verificato a Duisburg, Dortmund, Düsseldorf e Colonia. Deludente è anche riconoscere che laGermania, col suo tasso di povertà medio del 16.1%, non se la cava bene in confronto all’Europa. Per la maggiore economia sociale e simbolo economico del continente non è certamente motivo di gloria che paesi come l’Irlanda, scossa dalla crisi, e la malata Francia, mostrino un tasso di povertà inferiore. Per non parlare di nazioni come i Paesi Bassi, la Norvegia (entrambi al 10.1%) o la Repubblica Ceca (9.6%), che chiaramente hanno punteggi migliori. Solo nazioni veramente in crisi come la Grecia (23.1%), la Spagna (22.2%) o l’Italia (19.4%) battono di molto la Germania.

domenica 8 febbraio 2015

Tsipras e il tecno-nazismo del venerabile maestro Draghi

Tsipras e il tecno-nazismo del venerabile maestro Draghi


Alexis Tsipras ha vinto con largo margine. Si tratta di un risultato ampiamente in linea con le previsioni. D’altronde i partiti tradizionali, a partire da “Nuova Democrazia” al Pasok, hanno negli ultimi anni pianificato e attuato un vero e proprio sterminio in danno del popolo greco; uno sterminio, mascherato da una melliflua retorica sul risanamento dei conti, che ha generato un numero imprecisato di morti, ammalati, suicidi e indigenti. In Grecia, nel cuore della civilissimaEuropa, è aumentata la mortalità infantile, sono cresciuti i casi di malnutrizione e sono ricomparse malattie da degrado che parevano sconfitte per sempre. Insomma la Troika capitanata da Draghi, Lagarde e Juncker, successore del vile Barroso a capo della Commissione Europea, ha oggettivamente rinverdito nell’Ellade i fasti hitleriani, inseguendo il mito della “soluzione finale” con la stessa fanatica testardaggine che in altre epoche accompagnò la furia sanguinaria dei vari Himmler e Goebbels.
Tra Draghi e Rosenberg, lo riconosco per amore di verità, esiste però una differenza che sarebbe scorretto occultare: pur condividendo entrambi nella sostanza la stessa gnosi feroce ed anti-umana, i metodi utilizzati dai tecno-nazisti moderni sono epaselect GERMANY FINANCE ECONOMY ECBdecisamente più sottili ed incruenti. In sintesi, tanto i nazisti classici capitanati da Hitler quanto i tecno-nazisti contemporanei guidati da Draghi puntano ad una selezione eugenetica della “razza europea”; ma mentre il primo pensava di dover salvaguardare la purezza germanica a colpi di mitraglia e campi si concentramento, il secondo si limita in maniera darwiniana a rendere impossibili le condizioni esistenziali delle masse popolari, perseguendo il dissimulato scopo di far rimanere in vita solo i ceppi più resistenti, quelli in grado cioè di adeguarsi ad una vita di fame, privazione e stenti. Il tecno-nazismo poi, a differenza del nazismo classico, può trionfare senza formalmente sopprimere i cardini della democrazia liberale: ovvero elezioni periodiche e libertà di espressione.
Il senso di tale dottrina è stato brillantemente cristallizzato tempo fa dallo stesso Draghi, bravo nel formulare limpidamente la teoria del “pilota automatico”, quella che spiega al mondo come e perché la dialettica formalmente democratica in voga nei rispettivi paesi dell’area euro non possa in ogni caso influenzare per nulla il tracciato disegnato nell’ombra dal banchiere centrale e dai suoi relativi fratelli. Per quanto riguarda la libertà di espressione, il militare controllo dei principali mezzi di informazione permette la costruzione in vitro di una realtà apparente che disabilita scientificamente il senso critico della maggior parte dei cittadini. E quand’anche la propaganda martellante dovesse infine risultare insufficiente per favorire Hollandel’elezione del burattino di turno gradito al Venerabile Maestro Mario Draghi, sarà sempre possibile corrompere o minacciare gli eventuali outsider riportandoli tosto a più miti consigli.
Qualche esempio? Che fine ha fatto l’Hollande che in campagna elettorale prometteva la fine dell’austerità? Cosa ha fatto Renzi, a parte qualche battuta di cabaret, per invertire l’attuale paradigma economico in voga in Europa? Domande sospese. E, alla luce dei precedenti testé citati, chi vi dice che Tsipras non abbia già formalmente baciato la pantofola dei padroni per godersi finalmente in tranquillità la tanto agognata ascesa al potere? Non vi pare quantomeno strana la dichiarazione con la quale Tsipras certifica di essere un sostenitore del pareggio di bilancio? A parte i cialtroni e gli idioti, tutti sanno come sia impossibile attuare politiche per favorire la crescita e l’occupazione perseguendo sulla strada anti-keynesiana del rigore dei conti. Capiremo presto se Tsipars rappresenti per davvero una opportunità di rinascita per il suo popolo o se, più probabilmente, il suo governo assumerà piuttosto le sembianze di una “merchant bank” indispensabile per arricchire i tanti lanzichenecchi rossi finalmente GREECE PARLIAMENT BUDGET 2014entrati nelle stanze del potere. In Italia di simili prassi ne sappiamo certamente qualcosa.
Ogni  cambiamento epocale deve essere preceduto da un segno che attesti urbi et orbi e in forme eclatanti la fine del vecchio mondo. Il nazismo classico non è più riemerso perché in molti si ricordano ancora oggi i corpi dei gerarchi nazisti penzolanti sulla forca. Se Tsipras intende davvero dichiarare sconfitto per sempre il tecno-nazismo greco personificato dai vari Samaras e Venizelos, apra fin da subito una discussione all’interno del Parlamento al fine di chiarire la natura, stragista o meno, degli ultimi governi alternatisi al potere. Samaras e Venizelos potranno cioè rispondere liberamente alle domande di una libera e democratica commissione d’inchiesta, chiamata appositamente a verificare l’eventuale dolosa consumazione di ripetuti “crimini contro l’umanità”. Se Tsipras, come credo, non farà nulla di tutto ciò, sarà chiara immediatamente a tutti la natura falsa ed infingarda del giovane pifferaio greco.

La scheda bianca di Silvio e il colpo di spugna che arriverà

La scheda bianca di Silvio e il colpo di spugna che arriverà


Il “Patto Mattarella” svela il piatto forte del Patto del Nazareno: Berlusconi non ha voluto votare l’uomo del Colle per poter poi rivendicare il diritto di nomina dei due giudici costituzionali mancanti. Obiettivo: utilizzare la Consulta per neutralizzare la retroattività della legge Severino che esclude i condannati, e quindi ridiventare eleggibile e tornare inParlamento. Lo sostiene Olinda Moro, rileggendo le tappe fondamentali della “resistenza” del Cavaliere contro la magistratura e il recente accordo sotterraneo con Renzi, fino alla scelta di «un nome secco, quello di Mattarella, votato da tutti e non concordato con nessuno, neanche con il proprio partito». Salendo al Quirinale, Mattarella lascia libera la poltrona di giudice costituzionale. Se fino a ieri alla Corte mancava un magistrato, ora i nuovi giudici da eleggere sono dunque due, entrambi di nomina parlamentare. Già così, la Consulta potrebbe non essere anti-Cavaliere, grazie ai giudici nominati da Napolitano. Se poi fosse proprio Berlusconi a proporre i due nomi mancanti, per la legge Severino i giorni potrebbero essere contati. Ecco dunque il “Patto Mattarella”?
Berlusconi ha ripetutamente denunciato la “dittatura dei giudici” nel paese che governava, ricorda Olinda Moro su “Megachip”. Nel 2011 arrivò a lamentarsi con Obama di «una dittatura dei giudici di sinistra». E due anni prima aveva spiegato alla Merkel Renziche «la sovranità in Italia è passata dal Parlamento al partito dei giudici», perché la Corte Costituzionale «ha 11 componenti su 15 che appartengono alla sinistra». Di questi, «cinque sono di sinistra in quanto di nomina del presidente della Repubblica: e noi abbiamo avuto purtroppo tre presidenti della Repubblica consecutivi tutti di sinistra». Oggi la Corte deve decidere sulla retroattività della legge Severino che, come noto, a seguito della condanna definitiva per frode fiscale, ha determinato la sua decadenza dal Senato e la sua incandidabilità per sei anni. Cinque giudici sono nominati dal presidente della Repubblica, cinque sono eletti dai magistrati di ciascuna delle tre magistrature superiori e cinque sono eletti dal Parlamento in seduta comune, cioè dalle due Camere riunite. Vale la maggioranza dei due terzi nei primi tre scrutini e poi dei tre quinti (circa 570 parlamentari su 950) dal quarto scrutinio in poi.
Ogni giudice è nominato per nove anni. La lunga durata del mandato (originariamente 12 anni) è superiore a quella di ogni altro mandato elettivo, proprio per assicurare l’indipendenza dei giudici anche dagli organi che li designano. La stessa Corte, sul proprio sito, chiarisce che «i cinque giudici nominati dal Capo dello Stato sono scelti normalmente in funzione di integrazione o di equilibrio rispetto alle scelte effettuate dal Parlamento, in modo tale che la Corte Costituzionale sia lo specchio il più possibile fedele del pluralismo politico, giuridico e culturale del paese». E’ chiaro, aggiunge Olinda Moro, che una forte inclinazione del bilanciamento e dell’equilibrio costituzionale l’ha determinata l’anomala rielezione di Napolitano, confermato peraltro da un Parlamento con un premio di maggioranza dichiarato anticostituzionale dalla Corte medesima. E Napolitano si è dimesso «solo dopo avere esercitato in fretta e furia il suo potere di nomina (novembre 2014) di ulteriori due giudici (Nicolò Amato e NapolitanoZanon e Daria De Pretis)», dopo aver già nominato nel 2013 Giuliano Amato, in aggiunta agli altri due nomi indicati nel primo settennato (Paolo Grossi e Marta Cartabia).
«Insomma, alla faccia dell’equilibrio costituzionale e del bilanciamento delle garanzie – scrive la Moro – oggi abbiamo una Corte Costituzionale con cinque giudici eletti da un solo uomo, ovvero dal medesimo presidente della Repubblica». Questo strapotere esercitato sulla Consulta potrebbe avere i connotati di incostituzionalità, aggiunge l’analista. «Certamente è un chiaro cortocircuito costituzionale, su cui ilParlamento non ha avuto il coraggio di indagare e risolvere: sarà solo un caso che sul sito della Presidenza della Repubblica sono riportati solo i primi tre nominati?». Inoltre, due giudici nominati da Napolitano (Zanon e Amato) hanno già espresso pubblicamente dubbi sulla costituzionalità della legge Severino e in particolare riguardo al caso diBerlusconi, il che fa sorgere perplessità anche sulle altre nomine fatte da Napolitano in seno alla Consulta: «Dopo questo “regio” capolavoro abbiamo quindi 14 giudici, di cui 5 nominati dal medesimo presidente Napolitano e di cui, almeno l’altro giorno, 4 eletti dal Parlamento: Mattarella e Sciarra (in quota centrosinistra), Napolitano e Frigo (in quota centrodestra)». La Corte decide in modo collegiale, Berlusconima se non trova un accordo delibera a maggioranza. «Oggi i giudici sono in 13, di cui 5 nominati da Napolitano e 2 di area centrodestra. Attualmente la maggioranza per accogliere una decisione è di 7».
A questo punto, continua Olinda Moro, «potrebbe essere utile ma forse neanche necessaria la nomina dei 2 giudici mancanti». E laddove sia necessaria, «è evidente che la rivendicazione a scegliere i giudici mancanti da parte di chi, almeno ufficialmente, si è tirato fuori dall’elezione del presidente della Repubblica sarà la prova provata del vero Patto del Nazareno». Se cioè la Corte dovesse dichiarare l’incostituzionalità della legge Severino nella parte in cui prevede la decadenza dalla carica di parlamentare e l’incandidabilità di 6 anni per coloro che abbiano avuto condanne definitive superiori ai due anni e per fatti antecedenti all’entrata in vigore della legge, «alloraBerlusconi rientrerebbe in Senato in pompa magna e potrebbe ricandidarsi liberamente». Quando fu stanata la “manina” che cercava di cancellare il reato di evasione e di frode per importi non superiori al 3% dell’imponibile, «un colpo di spugna finalizzato non solo a dare agibilità politica ma a garantire la partecipazione nella compagine societarie a Berlusconi e tanti altri», Renzi ripeteva che non avrebbe «mai modificato la legge Severino», nonostante la “manina” fosse diretta a cancellare un reato di frode e di evasione fiscale e non a modificare la legge. «Excusatio non petita, accusatio manifesta: si sentiva stanato su altre manovre?».

giovedì 5 febbraio 2015

Lega, chiesto il rinvio a giudizio per Umberto Bossi e Francesco Belsito

Lega, chiesto il rinvio a giudizio per Umberto Bossi e Francesco Belsito

L'accusa è di truffa sui rimborsi elettorali ai danni dello Stato per circa 40 milioni di euro. Coinvolti anche altri tre esponenti del Carroccio

La procura di Genova ha chiesto il rinvio a giudizio per l'ex segretario della Lega Umberto Bossi e l'ex tesoriere Francesco Belsito per la presunta truffa sui rimborsi elettorali ai danni dello Stato da circa 40 milioni di euro. Chiesto il giudizio anche per altri tre componenti del Carroccio: Stefano Aldovisi, Diego Sanavio e Antonio Turci. L'inchiesta, da Milano, era stata trasferita a Genova per competenza territoriale.
Lega, chiesto il rinvio a giudizio per Umberto Bossi e Francesco Belsito
A chiedere il rinvio a giudizio è stato il pubblico ministero Paola Calleri. 

Per Belsito anche appropriazione indebita - Non solo truffa ai danni dello Stato. Belsito, ex tesoriere del partito, è accusato anche di appropriazione indebita aggravata. E' quanto emerge dalla richiesta di rinvio a giudizio. Secondo la procura, Belsito si sarebbe impossessato della somma complessiva di 5,7 milioni di euro. 

Una prima tranche, pari a 1,2 milioni di euro, sarebbe stata stornata "dal conto corrente della Lega attraverso un bonifico in favore della società inglese Krispa Enterprices della quale Paolo Scala era titolare effettivo, presso la banca di Cipro, somma della quale una parte pari a 850 mila euro è stata restituita nel febbraio 2012". 

Un secondo importo, pari a 4,5 milioni di euro, sarebbe stato trasferito, sempre tramite bonifico, dal conto del Carroccio a quello "intestato a Stefano Bonet presso la Fbme Bank della Tanzania, somma non accreditata per il rifiuto di quest'ultima banca, la quale non aveva ritenuto sufficiente la documentazione allegata, ma restituita soltanto nel febbraio 2012". 

Nel provvedimento vengono indicate come parti offese la Camera dei Deputati, il Senato e la Lega Nord