mercoledì 18 febbraio 2015

Fine della sovranità popolare, è l’autunno della democrazia

Fine della sovranità popolare, è l’autunno della democrazia


L’articolo 1 della Costituzione, comma II, recita: “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Anche molte altre costituzioni iniziano, più o meno, con la stessa dichiarazione di appartenenza della sovranità al popolo. Ed è proprio questa una delle norme più tradite dell’ordinamento giuridico: fra i popolo e la sovranità si frappongono molti ostacoli vecchi e nuovi, che vanificano in gran parte il valore. Fra gli ostacoli di sempre, prima fra tutti, c’è la tendenza oligarchica del ceto politico in tutte le sue forme. Nell’ordinamento liberale classico (retto a collegio uninominale) era un ceto notabilare a sollecitare, sulla sola base della fiducia personale, una delega piena che avrebbe speso a sua totale discrezione. Si pensò che il rimedio sarebbe stato la democrazia dei partiti, basata su una robusta e continua partecipazione popolare. L’eletto non sarebbe stato più solo nell’esercizio quinquennale del suo potere di rappresentanza, avrebbe dovuto render conto agli organi di partito, eletti con metodo democratico e rinnovati con frequenza molto meno che quinquennale. La voce della “base” si sarebbe fatta sentire di continuo.
Per qualche tempo, pur imperfettamente, il meccanismo funzionò, correggendo le tendenze elitarie del sistema didemocrazia rappresentativa; ma, dopo un po’, il metodo si corruppe: i partiti si dettero potenti apparati funzionariali costituiti da una casta Sovranità popolaredi professionisti, che subito si integrò con quella degli “eletti a vita” (parlamentari o consiglieri di enti locali). La burocrazia di partito ebbe buon gioco a rendere sempre più formale il potere della “base” e costituirsi in casta privilegiata ed autoreferenziale. Il meccanismo dei congressi, in cui i delegati di primo livello che sceglievano quelli di secondo che ne eleggevano di terzo livello, che avrebbero poi votato gli organi dirigenti del partito, assicurava che, della voce della base, alla fine restasse solo un debolissimo alito di vento. Nell’intervallo fra un congresso e l’altro, la pratica della distribuzione selettiva delle risorse assicurava al gruppo dirigente la fedeltà di parte degli iscritti per il successivo congresso. Poi, l’assenza di controlli esterni contribuì a pratiche quali il tesseramento gonfiato, i falsi congressuali, la corruzione dei delegati.
A dare il colpo di grazia venne la crescente passivizzazione della base fra una scadenza e l’altra e la confisca di tutte le tribune di partito da parte del ceto politico che impediva la nascita di potenziali concorrenti. La a democrazia interna di partito venne definitivamente seppellita. In definitiva, un rimedio quasi peggiore del male. E ci sono sempre stati anche altri diaframmi fra il popolo e la sovranità: la burocrazia di alto livello dello Stato, i diplomatici, i militari, tutti custodi gelosi del loro potere settoriale e del segreto di Stato. E come potrebbe un sovrano esercitare il suo potere se gli si negano le informazioni necessarie? A questa situazione già non brillante, la globalizzazione neoliberista di ostacoli ne ha aggiunti di nuovi: lo strapotere della finanza e l’emergere di una tecnostruttura internazionale che espropria gli Stati e che non risponde in nessun modo al potere Giannulipopolare. Anche nella fase precedente a quella attuale, il potere economico è sempre stato il contraltare del potere politico, e quindi dellademocrazia.
E si pensi solo a quanto si riduca l’area della sovranità popolare se gli si sottrae il controllo dellapolitica monetaria. Oppure a quanto pesi il mondo della finanza nel controllo degli organi di informazione. La globalizzazione neoliberista ha esasperato queste tendenze creando super-poteri finanziari che fanno ballare interi Stati al ritmo dello spread, che determinano l’andamento del credito, che controlla la rete di distribuzione e il sistema informativo e, di conseguenza, condiziona la politica sin nei minimi particolari. Siamo all’autunno della democrazia rispetto al quale occorre ripensare complessivamente il modello, muovendosi su due direttrici iniziali: una robusta dose di democrazia diretta da innestare sul sistema rappresentativo e la realizzazione di forti spazi di democrazia economica.

Muoia la Grecia, anche Renzi nel club del Venerabile Draghi

Muoia la Grecia, anche Renzi nel club del Venerabile Draghi


La vittoria di Syriza in Grecia, nell’attesa di capire le reali intenzioni di Tsipras, ha comunque movimentato le acque paludose dove sguazzano anguille, pescecani, meduse e alligatori del calibro di Merkel, Schauble, Renzi e Draghi. Da anni va impunemente in scena il solito teatrino che rappresenta a beneficio dei gonzi una inesistente dialettica che vedrebbe fronteggiarsi i finti falchi tedeschi (spalleggiati delle immancabili nazioni del nord) contro le altrettanto inesistenti colombe mediterranee. Questa recita, in mancanza di contrapposizioni reali nel merito delle questioni, è utile a tutti. E’ utile ai tedeschi che, in tal modo, possono presentarsi di fronte all’elettorato germanico vestendo senza arrossire i panni di quelli che difendono le tasche del virtuoso contribuente del Nord Reno-Westfalia; ma è utile pure ai tanti pagliacci italiani e francesi che, conseguentemente, imbrogliano i rispettivi cittadini simulando una strenua battaglia finalizzata a rendere meno intransigenti i cocciuti discendenti di Arminio.
Inoltre, a voler dare retta alla stampa prezzolata, le paure dei tedeschi andrebbero ricollegate allo scioccante ricordo del fenomeno iper-inflattivo che devastò l’economia teutonica nel biennio 1921/1923. Un trauma che i tedeschi, secondo le Renzi e Draghiintelligenti analisi partorite dalle penne lucidissime dei vari Antonio Polito e Massimo Franco, non sarebbero ancora riusciti a superare. Evidentemente i connazionali di Angela Merkel hanno metabolizzato molto meglio un’altra sciagura, quella riguardante la completa distruzione di Amburgo avvenuta nel luglio del 1943 per mano dell’aviazione britannica con la collaborazione dalle forze aree statunitensi. Lode quindi al nuovo ministro greco Varoufakis che ha pubblicamente rinfrescato la memoria ad alcuni apprendisti stregoni che non hanno ancora ben compreso la reale gravità di alcune ripetute e scellerate condotte.
Di fronte alle modeste e insufficienti proposte avanzate dal governo greco per rispondere a una crisi interna che ha oramai assunto i contorni della vera e propria emergenza umanitaria, i tecno-nazisti hanno reagito compatti come un sol uomo. Weidmann, Schauble e Merkel hanno subito ringhiato all’indirizzo di Atene, spalleggiati questa volta pure da Mario Draghi, lupo travestito da agnello pronto adesso a minacciare addirittura il blocco della liquidità in maniera intimidatoria e ritorsiva. Il presidente della Bce ha oltrepassato il segno. In preda a un giustificato e comprensibile nervosismo, il Venerabile Mario Draghi ha finalmente palesato al mondo la sua vera natura di antieuropeista, pronto a mandare in frantumi il progetto di integrazione pur di non ridiscutere alcune fallimentari ricette economiche. Come mai gli arcigni sacerdoti del rigore ad ogni costo sembrano voler costringere Tsipras a scegliere fra la povertà più nera e l’abbandono dell’euro? Forse perché il dissimulato Il Golpe dei Colonnelli in Greciaobiettivo perseguito nell’ombra dai massoni contro-iniziati che oggi guidano questo mostro di Ue è proprio quello di favorire dappertutto il ritorno di regimi filo-nazisti?
Forse Mario Draghi, iniziato non a caso anche presso la Ur-Lodge “Three Eyes”, officina che supervisionò il golpe greco del 1967, crede che esistano oggi le condizioni per archiviare definitivamente in Europa tanto la democrazialiberale quanto la sovranità popolare? Mi auguro che il banchiere centrale recuperi in fretta quella lucidità che, unita allo spregiudicato e manipolatorio cinismo, fino ad oggi lo ha sempre accompagnato. Da segnalare infine il comportamento farsesco tenuto dal sedicente progressista Matteo Renzi. Il premier italiano, a capo di un partito che ha perfino organizzato una trasferta sognante per dare manforte al compagno Tsipras, si è subito schierato a favore dell’ingorda tecnocrazia europea e contro il popolo greco. Il Pinocchietto fiorentino, pronto per essere accolto all’interno della Ur-Lodge “Pan-Europa” proprio per merito di Draghi, non poteva fare diversamente.

martedì 17 febbraio 2015

Tsipras nelle mani della Lazard, la piovra del regime Ue

Tsipras nelle mani della Lazard, la piovra del regime Ue


Mentre i media tallonano Yanis Varoufakis e Alexis Tsipras, in realtà «uomini di facciata ad uso del pubblico», il vero cervello dell’evoluzione tecnocratica europea è un super-banchiere francese, che risiede a Parigi in Boulevard Hausmann. Si chiama Matthieu Pigasse, si definisce “un socialista pro-mercato” nonché un fan dello “scontro frontale”. Secondo il “Wall Street Journal”, disegnerà «il futuro finanziario dell’Europa». Ha 46 anni ed è a capo dei consulenti del governo greco, in quota alla famigerata Lazard, banca d’investimenti internazionali già implicata nella maxi-speculazione contro il popolo greco. Pigasse «è stato coinvolto in alcune delle più importanti ristrutturazioni del debito sovrano in questi ultimi dieci anni», rivela Deborah Zandstra, socia di un team di avvocati che lavorano al dipartimento del debito sovrano della “Clifford Chance Llp”. La Lazard è una società di consulenza e gestione patrimoniale di New York, nata nel 2005. Il suo business: consulenze ai governi. Lazard è stata anche molto attiva in Africa, dove ha dato consulenze a Egitto, Mauritania, Congo, Gabon e Costa d’Avorio. L’anno scorso ha “aiutato” l’Etiopia ad emettere il suo primo miliardo di dollari di prestito in obbligazioni sovrane: un cappio attorno al collo del paese africano.
Un business da capogiro, scrive “Zero Hedge” in un post tradotto da “Come Don Chisciotte”: già nel 2012, la Grecia ha versato a Lazard  28,5 milioni dollari per la consulenza degli ultimi due anni. Perché scegliere proprio Lazard anziché una delle altre Mattieu Pigasse (Lazard), super-consulente di Tsiprasboutique delle ristrutturazioni del debito? «La risposta: molti paesi non dispongono di elementi sufficienti per prendere le decisioni necessarie a negoziare il proprio debito basandosi solo sulle informazioni interne». In altre parole, anche il governo Tsipras sarebbe “ostaggio” dei tecno-bankster. Francis Fitzherbert-Brockholes, un esperto di ristrutturazioni del debito presso lo studio legale “White & Case”, dice che alcuni governi – loro clienti – potrebbero preferire Lazard «perché non negozia debito pubblico» e lascia trapelare «una percezione di assenza di conflitto di interessi». Tecnici che sembrano neutrali, ma in realtà lavorano per la speculazione internazionale a scapito degli Stati. Lazard ha quindi un’immagine diversa da quella della Rothschild, altra super-banca “indipendente”, che però ha lavorato per Cipro durante la sua crisi del debito e ha “aiutato” il Portogallo a ricapitalizzare il suo sistema bancario.
«Mentre il background accademico di Pigasse non è niente di speciale – scrive “Zero Hedge” – è invece notevole che uno dei suoi colleghi di lavoro non sia altro che l’ex capo del Fmi ed ex candidato alle presidenziali francesi, caduto in disgrazia: Dsk», Dominique Strauss-Kahn. «Pigasse si è laureato in Francia alla Ena, una prestigiosa scuola per l’amministrazione che ha formato molti dei migliori funzionari del paese». Alla fine del 1990, ha lavorato al ministero delle finanze francese proprio sotto la direzione di Strauss-Kahn. «E’ entrato nella Lazard nel 2002 e si è guadagnato una reputazione di forte negoziatore dopo aver lavorato su una serie di affari molto grossi, compresa la fusione da 38 miliardi di dollari tra i giganti delle “utilities” Suez e Gaz de France». Curiosamente, aggiunge “Zero Hedge”, in questo ultimo specifico incarico greco, «non solo sarà in sintonia monetaria con il suo cliente», ma Pigasse condividerà – per così dire – anche «i legami ideologici», visto che «il banchiere è un socialista devoto», cioè aderisce al gruppo che più di ogni altro ha lavorato per costruire il regime oligarchico di Bruxelles e dell’Eurozona. Per inciso, Pigasse è anche comproprietario di “Le Monde”, che “Zero Hedge” definisce «quotidiano di sinistra».

Anche i Ricchi Piangono:Foggia: furto caveau Unicredit di Corso Vittorio Emanuele

Foggia: furto caveau Unicredit di Corso Vittorio Emanuele
Foggia: furto caveau Unicredit di Corso Vittorio Emanuele
Colpo da professionisti al caveau dell'Unicredit: svaligiate 300 cassette di sicurezza

Foggia: furto caveau Unicredit di Corso Vittorio Emanuele
Colpo da professionisti al caveau 
dell'Unicredit: svaligiate 300 cassette di 
sicurezza

Foto R. D'Agostino


Foggia: furto caveau Unicredit di Corso Vittorio Emanuele
Trecento cassette di sicurezza svaligiate per un bottino non ancora quantificato, ma certamente ingente. Sono questi gli unici elementi al momento nelle mani degli agenti di polizia che stanno indagando in merito al “misterioso” furto messo a segno all’interno del caveau della filiale Unicredit di corso Vittorio Emanuele, a Foggia.
Ad accorgersi dell’avvenuto furto sono stati, nella tarda mattinata di oggi, gli stessi dipendenti dell’istituto di credito. La banca aveva riaperto gli sportelli al pubblico questa mattina, dopo la consueta chiusura nel fine settimana, quindi il furto potrebbe essere avvenuto anche due giorni fa. Nessun segno di effrazione, però, è stato riscontrato dagli agenti della polizia scientifica, il che vuol dire che i malviventi hanno potuto contare su strumentazioni sofisticate e professionalità criminali elevate.
La polizia ha accertato che i ladri hanno svuotato quasi tutte le 300 cassette di sicurezza della banca contenenti documenti sensibili, ma anche denaro e preziosi. Al momento, non è possibile procedere ad un stima compiuta dell’ammontare del colpo perché il contenuto delle cassette di sicurezza è noto solo ai titolari delle stesse. Bisognerà quindi attendere che i proprietari, probabilmente domani, si recheranno in banca per rendersi conto di eventuali ammanchi.
Sul posto sono giunti gli agenti della squadra mobile di Foggia, della sezione volanti e della scientifica che non escludono che i ladri - almeno quattro - possano essere entrati dall'ingresso principale, utilizzando copie delle chiavi. Da un primo esame dei filmati del sistema di videosorveglianza della banca, non sarebbero emersi elementi utili alle indagini. Non è la prima volta che a Foggia si registrano furti di questo tipo.
L’ultimo in ordine di tempo risale al marzo del 2012 quando un commando ben organizzato svaligiò il caveau della filiale foggiana del Banco di Napoli del gruppo Intesa San Paolo. Anche allora nessun segno di effrazione riscontrato, nessun foro praticato nei muri, nessuna traccia lasciata nel cuore d’acciaio - blindatissimo - della filiale di piazza Puglia. In quell’occasione, delle 400 cassette di sicurezza, solo 141 furono aperte e saccheggiate dai rapinatori che “sciolsero” le serrature con sostanze acide, altamente corrosive.


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lunedì 16 febbraio 2015

La nuovissima Ducati GP15 di Gigi Dall’Igna

La nuovissima Ducati GP15 di Gigi Dall’Igna



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E finalmente ci la fanno vedere la nuovissima e tanto attesa Rossa di casa Ducati scaturita, dopo tanti dati raccolti da Andrea Dovizioso ed Andrea Iannone, dalla mente dell’ing Gigi Dall’Igna, deve essere il riscatto della casa di Borgo Panigale. Finta l’attesa adesso saranno i piloti e la pista a dimostrarne la validitá.

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Decisamente più piccola e leggera, dietro finisce molto stretta, lo scarico sale verso l’alto, nuove prese d’aria ma soprattutto hanno dichiarato che ha un motore controrotante compattissimo: da questo punto di vista la nuova Ducati Gp15 è rivoluzionaria, cosí l’ha definita a parole il creatore, l’ingegner Gigi Dall’Igna: ha le idee molto chiare, in vista della stagione MotoGp al via il 29 marzo 2015 ( forza ragazzi resistiamo che manca poco) in Qatar: Dichiara l’ingegner Gigi Dall’Igna”L’obiettivo è vincere almeno una gara. E competere per il podio in tutte le altre”. Michele Pirro, il collaudatore che per primo ci è salito sopra in due giorni di prove segretamente e lontano dagli occhi di tutti  ne è entusiasta: “Mai provato niente di simile in questi tre anni con la Rossa”.

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Le prime prove ufficiali saranno nei test di Sepang2 in programma dal 23 al 26 marzo. In Malesia la Ducati porterà anche l’ultima versione  Gp14.3 per fare una serie di confronti. Sulla nuova GP15 “cercheremo in particolare di lavorare sulla ciclistica”, dice Dall’Igna. “Abbiamo due piloti con caratteri e caratteristiche diverse, ognuno dei due potrà far valere il suo talento in diversi gran premi. Ci aspetta una stagione memorabile”.
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11 Settembre organizzato dagli Usa, eccovi le prove

Putin: 11 Settembre organizzato dagli Usa, eccovi le prove


L’attacco alle Torri Gemelle «è stato pianificato dal governo degli Stati Uniti, ma è stato eseguito per procura, in modo tale che l’attacco contro l’America e il popolo degli Stati Uniti sembrasse un’aggressione effettuata da organizzazioni terroristiche internazionali». Attenzione: «Le prove fornite sarebbero a tal punto convincenti, da smontare completamente la versione ufficiale dell’11 Settembre sostenuta dal governo degli Stati Uniti». Quali prove? Quelle che starebbero per essere pubblicate a Mosca, controfirmate nientemeno che da Vladimir Putin. Ultima mossa, clamorosa, per tentare di fermare la macchina da guerra che – dalla Siria all’Ucraina – sta assediando i non-allienati allo strapotere di Washington, Russia e Cina in primis, tenendo sotto ricatto anche i paesi del petrolio e la stessa Europa, costretta a varare sanzioni autolesioniste contro l’impero del gas e usare la Nato come minaccia contro Mosca. Il presidente russo, annuncia la “Pravda”, si prepara dunque al colpo del ko: l’esibizione di «prove schiaccianti», satellitari, che inchioderebbero l’intelligence di Bush al crimine dell’11 Settembre, spaventoso massacro ai danni dei cittadini americani, da terrorizzare al punto da indurli a sostenere le guerre a venire, cominciando da Iraq e Afghanistan.
La notizia trapela dal newsmagazine “Veterans Today”: un collaboratore, Gordon Duff, segnala che sulla “Pravda” del 7 gennaio 2015 si parla dell’imminente, clamorosa iniziativa dei russi: smascherare definitivamente l’imbroglio mondiale dell’11 Putin 11 SettembreSettembre, quello degli arei dirottati sulle Torri “all’insaputa della Cia e dell’Fbi”, senza alcuna reazione da parte della difesa aerea americana. «Le evidenze satellitari russe che provano la demolizione controllata del World Trade Center con “armi speciali” – scrive “Come Don Chisciotte” – sono state recensite da un redattore di “Veterans Today”, mentre si trovava a Mosca». Gli analisti ritengono che l’attuale situazione di “guerra fredda” tra Washingon e Mosca rappresenti la quiete prima della tempesta: «Putin colpirà una sola volta, ma ha intenzione di farlo con notevole durezza», annuncia “Veterans Today”. «L’elenco delle prove include delle immagini satellitari», aggiunge il newsmagazine, e il materiale in via di pubblicazione «dimostrerebbe la complicità del governo degli Stati Uniti negli attacchi del 9/11 e la successiva manipolazione dell’opinione pubblica».
«Le ragioni dell’inganno e dell’assassinio dei propri cittadini – continua Duff – avrebbero servito gli interessi petroliferi degli Stati Uniti e delle corporazioni statali del Medio Oriente». La Russia si preparerebbe quindi a dimostrare, in modo clamoroso, che «l’America ha utilizzato il terrorismo “false flag”, sotto falsa bandiera, contro i suoi stessi cittadini, per creare il pretesto per un intervento militare in paesi stranieri». Se così dovesse essere, aggiunge Duff, «la conseguenza diretta della tattica di Putin sarebbe quella di rendere note le politiche terroristiche segretamente adottate dal governo degli Stati Uniti: secondo gli analisti americani, la credibilità del governo statunitense ne risulterebbe compromessa e ci sarebbero, di conseguenza, delle proteste di massa nelle città e infine una rivolta generalizzata». A quel punto, si domanda Duff, gli Usa come potranno Obamarapportarsi ancora sulla scena politica mondiale? «La leadership americana nella lotta contro il terrorismo internazionale ne risulterebbe totalmente compromessa, dando un immediato vantaggio agli Stati-canaglia e ai terroristi islamici».
Lo stesso Barack Obama non è immune da accuse: tutti ricordano la scandalosa gestione dell’ultimo capitolo dell’affare Bin Laden, dichiarato morto in Pakistan senza uno straccio di prova, il presunto cadavere inabissato nell’Oceano Indiano. Morti anche i soldati del commando che avrebbe ucciso il capo di Al-Qaeda ad Abbottabad: fulminati “per errore” da fuoco amico, a Kabul, poche settimane dopo il misterioso blitz. Tutte le voci più importanti della dissidenza, negli Usa, hanno denunciato come palesemente falsa la versione ufficiale sulla strage dell’11 Settembre, mentre il Senato degli Stati Uniti ha concluso, di recente, che l’Fbi era perfettamente al corrente delle mosse dei futuri dirottatori-kamikaze. Finora, il manistream ha avuto buon gioco nel rifiutare i sospetti, avvalorando la verità ufficiale sulla base di una semplice tesi: il crimine evocato – strategia della tensione, con numeri smisuratamente stragistici – è troppo mostruoso per essere accettato. Impossibile digerire l’idea che qualcuno, al Pentagono, abbia organizzato l’attentato del secolo, arrivando addirittura ad “accecare” l’aviazione Usa per molte ore e a “sequestrare” il presidente Bush, fatto letteralmente scomparire “per proteggerlo”, e anche per impedirgli di reagire. “Complottismo”, è stata finora la formula liquidatoria per seppellire le scomode verità sull’11 Settembre, illuminate da prestigiose contro-inchieste: le Torri sarebbero crollate secondo le procedure della “demolizione controllata”, grazie all’impiego di esplosivi speciali come la nano-termite, di origine militare. E se ora Putin riuscisse davvero a confermare questa versione con evidenze esclusive?
Gioele Magaldi, autore del dirompente libro “Massoni”, sulla scorta di documentazione top secret di origine massonica (che l’autore si dichiara pronto a esibire in caso di contestazioni) rivela che Osama Bin Laden non fu soltanto reclutato dalla Cia in Afghanistan ai tempi dell’invasione sovietica, ma fu “affiliato” nientemeno che da Zbigniew Brzezinski e inserito nel potentissimo club ultra-segreto delle superlogge internazionali. Una di queste, denominata “Hathor Pentalpha”, sarebbe stata creata da Bush padre con intenti palesemente eversivi: usare il terrorismo per manipolare l’opinione pubblica e trascinare l’Occidente nella “guerra infinita”, a beneficio delle super-lobby del petrolio e delle armi. Nella “Hathor Pentalpha” sarebbe arruolato anche Tony Blair, che più di ogni altro si spese per costruire la suprema menzogna delle inesistenti “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein. Oggi, l’erede di Bin Laden è il “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi, misteriosamente scarcerato nel 2009 dal centro di detenzione di Camp Bucca in Iraq, perché potesse combattere nel sedicente “Esercito Siriano Libero” e poi fondare l’Isis, il cui nome coincide con quello della divinità egizia Iside, vedova di Osiride, nei testi antichi chiamata anche “Hathor”. Solito schema: creare l’armata del terrore per poi scatenare una guerra. E, prima ancora, una campagna elettorale: quella di Jeb Bush, ultimo rampollo della dinastia presidenziale del fondatore della “Hathor Pentalpha”, Gioele Magaldidefinita «superloggia del sangue e della vendetta» perché nata quando Bush – affiliato a superlogge reazionarie – fu battuto nella corsa alla Casa Bianca da Ronald Reagan, sostenuto da clan massonici concorrenti.
Sempre secondo Magaldi, lo stesso Putin è “affiliato” a una superloggia latomistica internazionale. L’autore di “Massoni” sostiene inoltre che da qualche anno sia in atto una sorta di guerrainframassonica: le “Ur-Lodges” progressiste starebbero preparando una controffensiva, dopo gli ultimi decenni in cui il mondo è caduto letteralmente nelle mani dell’élite finanziaria che ha pilotato la globalizzazione più selvaggia, calpestando i diritti dei popoli e gettando anche l’Occidente in una crisi senza precedenti, il cui punto più critico è l’Europa, dove le classi medie sono state rapidamente impoverite a beneficio dell’oligarchia neo-feudale che domina Bruxelles con il dogma neoliberista del rigore. In parallelo, si muovono scenari geopolitici: come previsto da tutti gli analisti, il gigante cinese è cresciuto in modo esponenziale, minacciando la supremazia americana. La Russia di Putin, prima provocata in Siria e ora assediata in Ucraina a due passi da casa, rappresenta la prima linea del fronte, mentre i Brics lavorano nelle retrovie per preparare un’alternativa multipolare, anche finanziaria, alla “dittatura” del petrodollaro. Quella che Papa Francesco chiama Terza Guerra Mondiale si sta avvicinando. Nel tentativo di scongiurarla, Putin giocherà davvero la sconvolgente carta delle “prove definitive” per accusare il governo Usa per l’11 Settembre?

Giovani al lavoro gratis per l’Expo dei ladri e degli ipocriti

Giovani al lavoro gratis per l’Expo dei ladri e degli ipocriti


Per quale ragione in una Expo appaltata alle grandi multinazionali del cibo, nella quale affari edilizi, speculazione e corruzione hanno prosperato e che viene ancora presentata come un possibile volano per l’economia del paese, perché in un evento ove tutto è misurato in termini di profitti a breve o differiti, gli unici gratis devono essere i lavoratori? Con un accordo del luglio 2013, un mese che dovrebbe essere abolito dal calendario sindacale visti i disastri che in esso si son concepiti, l’ente Expo, le imprese e tutte le istituzioni hanno concordato con Cigil, Cisl e Uil che gran parte di coloro che faranno funzionare la fiera lo faranno gratuitamente. Per l’esattezza circa 800 persone lavoreranno con contratti a termine, di apprendistato, da stagista, che garantiranno una lauta retribuzione dai 400 ai 500 euro mensili. Siccome i contratti e la stessa legge Fornero sul mercato del lavoro avrebbero previsto condizioni più favorevoli per i lavoratori, si è applicato quel principio della deroga normativa, contro il quale la Cgil si era spesso pronunciata.
Ma questi 800 lavoratori sottopagati sono comunque una élite rispetto a tutti gli altri. Che avranno un orario giornaliero obbligatorio e turni, pare bisettimanali, di lavoro, ma che lo faranno senza alcuna retribuzione. Essi saranno consideratiRenzi al cantiere dell'Expo 2015 di Milanovolontari e come tali riceveranno solamente dei buoni pasto quotidiani, per non smentire il significato alimentare dell’evento. Nelle previsioni iniziali questi fortunati avrebbero dovuto essere 18.500, da qui il peana subito scattato sui 20.000 posti di lavoro creati dalla magia dell’Expo. Ora invece pare che siano meno della metà, per la semplice ragione che lavorare all’Expo non solo non paga, ma costa. Immaginiamo un pendolare che debba accollarsi i costosissimi costi quotidiani del sistema ferroviario lombardo. O addirittura un giovane di un’altra regione che volesse fare questa esperienza a Milano. Per lavorare gratis bisogna godere di un buon reddito e non tutti ce l’hanno.
Eppure a tutto questo ci sarebbe stata una alternativa semplice semplice. Visto che l’Expo per sua natura è un evento a termine, coloro che lo faranno funzionare avrebbero potuto essere assunti con il tradizionale contratto a termine. Lavori sei mesi? Sei pagato per quelli. Sono solo due settimane? Riceverai la tua quindicina. Perché non si è fatto così? Semplice. Perché in questo modo si sarebbe dovuto spendere molto di più in salari e questo non era compatibile con gli alti costi della fiera. C’era da pagare una montagna di mazzette, non si potevano retribuire anche gli addetti agli stand. Capisco che questo modo di ragionare possa essere considerato troppo rigido e ancorato a vecchi tabù. C’è un lavoro e si pretende anche un salario, allora si vogliono difendere vecchi privilegi, direbbero gli araldi del lavoro flessibile. Quando l’accordo sul lavoro gratis è stato sottoscritto, l’allora presidente del Consiglio Enrico Letta disse, facendo eco al presidente della Confindustria Squinzi, che esso era un Giorgio Cremaschimodello per il paese. La rottamazione renziana sempre rivolta alle nuove generazioni ha lasciato quella intesa intatta, così come hanno fatto Cgil, Cisl e Uil, nonostante le critiche a quel “#jobsact” che l’accordo Expo già anticipava.
Tutte le forze politiche rappresentate in parlamento, escluso il Movimento 5 Stelle, sono consenzienti. Così l’Expo finirà per essere una vetrina di tutto ciò che non dovrebbe, ma che invece continua a dominare le scelte economiche e sociali del paese. L’Expo sarà la migliore rappresentazione dell’ipocrisia e del gattopardismo che governano la nostra crisi. Sotto lo slogan “Nutrire il pianeta” si lascerà alla Nestlè il compito di spiegare che l’acqua va gestita in ragione di mercato. Si farà l’apologia delle grandi opere senza riuscire neppure a nascondere la speculazione – e non solo quella illegale, ma quella ancor più scandalosa sulle aree, che è perfettamente consentita. Si lanceranno proclami sui giovani capaci di operare nella globalizzazione, rimuovendo il fatto che lo faranno solo in cambio di una medaglietta che non varrà nemmeno come accreditamento per altri lavori precari. E ancora una volta tutto, ma proprio tutto, sarà a carico del lavoro. In una fiera che si presenta come l’ultimo Ballo Excelsior di una globalizzazione in piena crisi, l’Italia che guarda al passato cianciando di futuro troverà la sua vetrina. Che dovrebbe essere accesa proprio il Primo Maggio, trasformando così la festa dell’emancipazione del lavoro nella celebrazione del suo ritorno allo stato servile. Ci sono movimenti e forze sindacali che dicono no a tutto questo e che già dalle prossime settimane si faranno sentire, per poi provare a restituire alla Festa del Lavoro il suo antico valore. Fanno benissimo.