lunedì 23 marzo 2015

Perché Renzi fa fortuna col piano che a Gelli costò la galera


Perché Renzi fa fortuna col piano che a Gelli costò la galera

 Crozza dice, ironicamente, che Renzi sta facendo la sua fortuna con lo stesso programma di attacco alla Costituzione che portò Gelli in galera. Questa iperbole evidenzia la legalità in due differenti stagioni politiche: siamo alle conseguenze estreme del liberismo, cioè del Capitale che, ritirandosi dalla produzione e opponendosi alla vita sociale, si rintana nella rendita (come dimostra Thomas Piketty ne “Il capitale nel XXI secolo”). A questo piano-strutturale globale, si somma in Italia la debolezza endemica della nazione, per la gracilità dello Stato, per la corruzione – intellettuale e morale, ancor prima che penale – delle classi dirigenti. Il quadro gramsciano della “rivoluzione passiva regressiva”, cioè della trasformazione che giova solo alle caste di potere, che si rimette in moto. Infatti la liquidazione della Costituzione come compromesso avanzato tra ceti moderati e classi lavoratrici, la sua ispirazione profonda sostenuta da sinistra con la formula togliattiana della “democrazia progressiva”, è ora possibile per il sopravvenire di un comando più alto, di un compromesso soprannazionale – con la Troika – e per la sparizione della soggettività delle classi subalterne.

Crozza imita RenziDato questo contesto, si può capire il senso “governista” dei vari elementi di questo attacco alla Costituzione: la liquidazione del Senato come segnale di attacco alla centralità del Parlamento, chiaramente sancita dalla Carta; l’attacco alla magistratura come svincolo delle classi alte e delle caste governanti dalla sua giurisdizione; l’impoverimento delle tutele del lavoro, sancite già dall’incipit della Carta e simbolicamente stracciate con il Jobs Act; infine la riforma elettorale iper-maggioritaria e chiaramente anticostituzionale. Segnali, sintomi, attacchi, atti simbolici caratterizzano questa prassi perché nei fatti la democrazia è già conclusa con il distacco della partecipazione popolare mai ripresa – con l’eccezione di un avanguardistico esperimento come quello del Movimento 5 Stelle – dopo la fine dei partiti, con la nascita della Seconda Repubblica. Appunto, siamo ora al simbolico, al tentativo di stabilizzare un processo con la sua istituzionalizzazione.
Ciò spiega la massa di fuoco propagandistica mentre il vulnus procedurale della mancata convocazione di un’Assemblea Costituente viene giustificato dalla velocità dei mercati, dall’imperio dell’euro. Il fine è chiarissimo e già descritto da Marx con la categoria del bonapartismo (Luigi Napoleone) come “governo degli affari” e poi da Gramsci impiantato nel trasformismo italiano come Parlamento “subalpino” delle camorre affaristiche liberali e teso ad allontanare la nazione e il popolo dalla politica. Serviva un genio-idiota per “imbonire” la gracilissima “società civile italiana” e distrarre la banale “opinione pubblica” e Renzi è l’attore perfetto. Nonostante questo destino segnerà il fiorentino, credo che il nuovo compromesso oligarchico, “scribacchiato” nei furbi commi di modifica delle regole sarà palliativo di fronte alla potenza di questa crisi che, concludendo, sempre con Gramsci, ha la profondità storica di “crisi organica”, dentro la quale lo sfregio alla Costituzione è soprattutto ammissione di impotenza della res-pubblica, della politica, di fronte alla prepotenza dell’interesse privato.

domenica 22 marzo 2015

Gli orrori della globalizzazione e il silenzio degli intellettuali

Gli orrori della globalizzazione e il silenzio degli intellettuali


Il fenomeno della globalizzazione ha preso le mosse negli ultimissimi anni ‘80, dopo una gestazione ventennale, e ormai è al quarto di secolo: un periodo sufficiente a individuare alcune delle sue principali tendenze e caratteristiche. Non c’è mass media, partito politico, impresa o singolo intellettuale che non affermi che con la globalizzazione tutto è cambiato, che siamo entrati in una fase storica diversa in cui occorre predisporsi ad un continuo mutamento. «Ma, all’atto pratico, l’osservazione suggerisce – almeno in Occidente – che imprese, partiti, mass media e anche intellettuali continuano a comportarsi nei modi consueti». Tutto, scrive Aldo Giannuli, viene letto sulla base di analogie con il passato: la crisi? E’ una ripetizione del 1929. Il disordine mondiale? E’ la riproposizione del periodo che precedette la Prima Guerra Mondiale. L’incontro con altre culture? Già visto nel ‘500, e sono gli altri che devono accettare la cultura più avanzata, ovviamente quella occidentale. «I fatti stanno prendendo una direzione molto diversa da quella prevista e le analogie con il passato servono a poco per capire le tendenze in atto», sostiene Giannuli.
«La crisi finanziaria, imprevista e imprevedibile, è curata con costanti iniezioni di liquidità (come se fosse quella di ottanta anni fa) che però hanno effetti sui sintomi ma non sulle ragioni del male oscuro», scrive Giannuli sul suo blog. «Le rivolte arabe, anch’esse impreviste, segnalano una interdipendenza stretta fra crisi economica e dinamiche socio-culturali che sfugge alle capacità di gestione della comunità internazionale». In più, «lo sviluppo cinese ha mutato i rapporti di forza esistenti ma porta con sé problemi insospettati». Questo, continua lo storico, determina un profondo disorientamento soprattutto (ma non solo) nelle classi dirigenti, «che si trovano ad affrontare problemi a un livello di complessità incomparabilmente maggiore del passato, e questo disorientamento sta già producendo effetti molto negativi sul piano delle decisioni: è lo shock da globalizzazione, il fenomeno più rilevante della nostra epoca che si impone al centro dell’attenzione di storici, sociologi, economisti, politologi».
Almeno per quel che riguarda l’Occidente, secondo Giannuli, lo shock sembra determinare tre fenomeni: la paralisi dei decisori, la paura dei governati e l’afasia degli intellettuali. «I decisori appaiono sempre più indecisi sul da farsi, tanto sul fianco finanziario (dove l’unica cosa che riescono a decidere è l’inondazione di liquidità, che fa guadagnare tempo ma non cura la crisi), quanto sul piano delle relazioni internazionali (e le esitazioni americane su Iran, Siria e Califfato ne sono una testimonianza, non meno che il pantano ucraino da quale nessuno sa come uscire)». Di fronte a un corso dei fatti, che Giannuli reputa «del tutto imprevisto», e non frutto di pianificazione da parte di una ristrettissima élite, come invece suggerisce Gioele Magaldi nel libro “Massoni”, che svela il ruolo occulto delle “Ur-Lodges”, le superlogge internazionali del massimo potere mondiale, i decisori (tanto politici quanto finanziari) «reagiscono schierandosi a difesa dell’esistente e senza chiedersi se le patologie socio-economiche in atto non siano un prodotto di quel sistema che rifiutano costantemente di mettere in discussione».
Dai governanti “rassegnati” alla globalizzazione autoritaria, senza più alternative politiche, si passa ai governati, «cui era stato promesso che la globalizzazione sarebbe stato un cammino fiorito». I cittadini, scrive Giannuli, «assistono impotenti al crollo di queste aspettative, al peggioramento delle loro condizioni di vita, e avvertono sempre più la paura del futuro». Che è, al tempo stesso, «paura dei diversi che giungono dal sud del mondo e che si pensa minaccino posti di lavoro e identità culturale, paura della crisi che erode risparmi e getta nella disoccupazione, paura della concorrenza delle merci straniere che tagliano l’erba sotto i piedi alle nostre aziende, paura di un fisco sempre più vorace che programmaticamente non colpisce più i grandi capitali volati nei paradisi finanziari ma si accanisce sui ceti medi». E ancora: «Paura del terrorismo, delle epidemie, di tutto». E su questo paesaggio «impera il chiassoso silenzio degli intellettuali, che parlano di tutto senza dir nulla». Infatti, «una critica della globalizzazione e dei modi con cui si è realizzata e va avanti è tentata solo da pochissimi», i quali però vengono «spinti ai margini» e restano «privi, in gran parte, di accesso alle tribune massmediatiche». Secondo Giannuli, «c’è una sottile vendetta della storia che punisce chi aveva imposto il  “pensiero unico”: democrazia liberale (o quel che si pensava fosse tale) e liberismo economico erano l’unica forma di pensiero legittimata», a scapito di «tutte le altre correnti di pensiero, pure interne al mondo occidentale».
Per il politologo dell’ateneo milanese, «la resa senza condizioni della socialdemocrazia ha segnato la riduzione dello spazio politico: tutto il resto ne era espulso». E così, «il rullo compressore della finanza, attraverso gli opportuni finanziamenti, la direzione dei mass media, il controllo dell’industria culturale, la colonizzazione delle facoltà, persino l’uso calibrato del Premio Nobel, tutto è stato usato per imporre questa dittatura culturale. E gli intellettuali – in grande maggioranza – si sono adattati gioiosamente a questo stato di cose, rinunciando ad ogni residuo spirito critico». Oggi, nel momento della crisi, i decisori – non meno che i governati – di fatto «non trovano le parole per capire quel che sta accadendo, e non sanno riconoscere la crisi in atto». E questo, conclude Giannuli, «accade perché dal fronte degli studiosi, dei “tecnici”, di quelli che dovrebbero illuminarli, viene solo un confuso starnazzare che non dice nulla. E’ questa la rumorosa afasia degli intellettuali», peraltro “incanalati” nel mainstream dai tempi del manifesto “La crisi della democrazia”, promosso dalla Commissione Trilaterale: propaganda conculcata negli atenei e nei media anxche attraverso la poderosa macchina dei think-tanks, come l’Aspen Institute, che recluta intellettuali di fama. Il Verbo è sempre lo stesso: il Mercato deve vincere sullo Stato. La democrazia sociale? Rottamata. Il vero potere è finito nelle mani di pochissimi, come nel feudalesimo medievale. E paga legioni di intellettuali perché non dicano la verità e non raccontino quello che sta davvero succedendo.
Il fenomeno della globalizzazione ha preso le mosse negli ultimissimi anni ‘80, dopo una gestazione ventennale, e ormai è al quarto di secolo: un periodo sufficiente a individuare alcune delle sue principali tendenze e caratteristiche. Non c’è mass media, partito politico, impresa o singolo intellettuale che non affermi che con la globalizzazione tutto è cambiato, che siamo entrati in una fase storica diversa in cui occorre predisporsi ad un continuo mutamento. «Ma, all’atto pratico, l’osservazione suggerisce – almeno in Occidente – che imprese, partiti, mass media e anche intellettuali continuano a comportarsi nei modi consueti». Tutto, scrive Aldo Giannuli, viene letto sulla base di analogie con il passato: la crisi? E’ una ripetizione del 1929. Il disordine mondiale? E’ la riproposizione del periodo che precedette la Prima Guerra Mondiale. L’incontro con altre culture? Già visto nel ‘500, e sono gli altri che devono accettare la cultura più avanzata, ovviamente quella occidentale. «I fatti stanno prendendo una direzione molto diversa da quella prevista e le analogie con il passato servono a poco per capire le tendenze in atto», sostiene Giannuli.
Aldo Giannuli
«La crisi finanziaria, imprevista e imprevedibile, è curata con costanti iniezioni di liquidità (come se fosse quella di ottanta anni fa) che però hanno effetti sui sintomi ma non sulle ragioni del male oscuro», scrive Giannuli sul suo blog. «Le rivolte arabe, anch’esse impreviste, segnalano una interdipendenza stretta fra crisi economica e dinamiche socio-culturali che sfugge alle capacità di gestione della comunità internazionale». In più, «lo sviluppo cinese ha mutato i rapporti di forza esistenti ma porta con sé problemi insospettati». Questo, continua lo storico, determina un profondo disorientamento soprattutto (ma non solo) nelle classi dirigenti, «che si trovano ad affrontare problemi a un livello di complessità incomparabilmente maggiore del passato, e questo disorientamento sta già producendo effetti molto negativi sul piano delle decisioni: è lo shock da globalizzazione, il fenomeno più rilevante della nostra epoca che si impone al centro dell’attenzione di storici, sociologi, economisti, politologi».

Almeno per quel che riguarda l’Occidente, secondo Giannuli, lo shock sembra determinare tre fenomeni: la paralisi dei decisori, la paura dei governati e l’afasia degli intellettuali. «I decisori appaiono sempre più indecisi sul da farsi, tanto sul fianco finanziario (dove l’unica cosa che riescono a decidere è l’inondazione di liquidità, che fa guadagnare tempo ma non cura la crisi), quanto sul piano delle relazioni internazionali (e le esitazioni americane su Iran, Siria e Califfato ne sono una testimonianza, non meno che il pantano ucraino da quale nessuno sa come uscire)». Di fronte a un corso dei fatti, che Giannuli reputa «del tutto imprevisto», e non frutto di pianificazione da parte di una ristrettissima élite, come invece suggerisce Gioele Magaldi nel libro “Massoni”, che svela il ruolo occulto delle “Ur-Lodges”, le superlogge internazionali del massimo potere mondiale, i decisori (tanto politici quanto finanziari) «reagiscono schierandosi a difesa dell’esistente e senza chiedersi se le patologie socio-economiche in atto non siano un prodotto di quel sistema che rifiutano costantemente di mettere in discussione».
Gioele Magaldi
Dai governanti “rassegnati” alla globalizzazione autoritaria, senza più alternative politiche, si passa ai governati, «cui era stato promesso che la globalizzazione sarebbe stato un cammino fiorito». I cittadini, scrive Giannuli, «assistono impotenti al crollo di queste aspettative, al peggioramento delle loro condizioni di vita, e avvertono sempre più la paura del futuro». Che è, al tempo stesso, «paura dei diversi che giungono dal sud del mondo e che si pensa minaccino posti di lavoro e identità culturale, paura della crisi che erode risparmi e getta nella disoccupazione, paura della concorrenza delle merci straniere che tagliano l’erba sotto i piedi alle nostre aziende, paura di un fisco sempre più vorace che programmaticamente non colpisce più i grandi capitali volati nei paradisi finanziari ma si accanisce sui ceti medi». E ancora: «Paura del terrorismo, delle epidemie, di tutto». E su questo paesaggio «impera il chiassoso silenzio degli intellettuali, che parlano di tutto senza dir nulla». Infatti, «una critica della globalizzazione e dei modi con cui si è realizzata e va avanti è tentata solo da pochissimi», i quali però vengono «spinti ai margini» e restano «privi, in gran parte, di accesso alle tribune massmediatiche». Secondo Giannuli, «c’è una sottile vendetta della storia che punisce chi aveva imposto il  “pensiero unico”: democrazia liberale (o quel che si pensava fosse tale) e liberismo economico erano l’unica forma di pensiero legittimata», a scapito di «tutte le altre correnti di pensiero, pure interne al mondo occidentale».

Per il politologo dell’ateneo milanese, «la resa senza condizioni della socialdemocrazia ha segnato la riduzione dello spazio politico: tutto il resto ne era espulso». E così, «il rullo compressore della finanza, attraverso gli opportuni finanziamenti, la direzione dei mass media, il controllo dell’industria culturale, la colonizzazione delle facoltà, persino l’uso calibrato del Premio Nobel, tutto è stato usato per imporre questa dittatura culturale. E gli intellettuali – in grande maggioranza – si sono adattati gioiosamente a questo stato di cose, rinunciando ad ogni residuo spirito critico». Oggi, nel momento della crisi, i decisori – non meno che i governati – di fatto «non trovano le parole per capire quel che sta accadendo, e non sanno riconoscere la crisi in atto». E questo, conclude Giannuli, «accade perché dal fronte degli studiosi, dei “tecnici”, di quelli che dovrebbero illuminarli, viene solo un confuso starnazzare che non dice nulla. E’ questa la rumorosa afasia degli intellettuali», peraltro “incanalati” nel mainstream dai tempi del manifesto “La crisi della democrazia”, promosso dalla Commissione Trilaterale: propaganda conculcata negli atenei e nei media anxche attraverso la poderosa macchina dei think-tanks, come l’Aspen Institute, che recluta intellettuali di fama. Il Verbo è sempre lo stesso: il Mercato deve vincere sullo Stato. La democrazia sociale? Rottamata. Il vero potere è finito nelle mani di pochissimi, come nel feudalesimo medievale. E paga legioni di intellettuali perché non dicano la verità e non raccontino quello che sta davvero succedendo.

sabato 21 marzo 2015

Guerra e bugie: rapinare la Jugoslavia, tutto cominciò lì

Guerra e bugie: rapinare la Jugoslavia, tutto cominciò lì


Guai se la denuncia del nazifascismo, risuonata nel 70° anniversario della liberazione di Auschwitz, serve a depistare l’opinione pubblica dall’altro fascismo, il “nostro”, fondato sulla menzogna che giustifica le peggiori, sistematiche aggressioni. Per esempio la Libia di Gheddafi, travolta dopo la decisione di costituire una banca africana e una moneta alternativa al dollaro. E la Jugoslavia, rasa al suolo dopo la decisione della Germania di riconoscere i separatisti: inaccettabile, per la nascente Eurozona, la sopravvivenza di un grande Stato multientico con l’economia interamente in mani pubbliche. E avanti così, dalla Siria all’Ucraina, fino alle contorsioni terrificanti del cosiddetto Isis, fondato sulle unità di guerriglia addestrate dall’Occidente in Libia contro Gheddafi, poi smistate in Siria contro Assad e quindi dirottate in Iraq. Possiamo chiamarlo come vogliamo, dice John Pilger, ma è sempre fascismo. E’ il “nostro” fascismo quotidiano. «Iniziare una guerra di aggressione», dissero nel 1946 i giudici del tribunale di Norimberga, «non è soltanto un crimine internazionale, ma è il crimine internazionale supremo». Se i nazisti non avessero invaso l’Europa, Auschwitz e l’Olocausto non sarebbero accaduti.
«Se gli Stati Uniti e i loro vassalli non avessero iniziato la loro guerra di aggressione in Iraq nel 2003, quasi un milione di persone oggi sarebbero vive, e lo Stato islamico, o Isis, non ci avrebbe in balìa delle sue atrocità», scrive Pilger in unaGheddafi freddato dai ribelliriflessione ripresa da “Come Don Chisciotte”. I nuovi “mostri” sono «la progenie del fascismo moderno, svezzato dalle bombe, dai bagni di sangue e dalle menzogne, che sono il teatro surreale conosciuto col nome di “informazione”». Infatti, «come durante il fascismo degli anni ‘30 e ‘40, le grandi menzogne vengono trasmesse con la precisione di un metronomo grazie agli onnipresenti, ripetitivi media e la loro velenosa censura per omissione». In Libia, nel 2011 la Nato ha effettuato 9.700 attacchi, più di un terzo dei quali mirato ad obiettivi civili, con strage di bambini. Bombe all’uranio impoverito, Misurata e Sirte bombardate a tappeto. L’omicidio di Gheddafi «è stato giustificato con la solita grande menzogna: stava progettando il “genocidio” del suo popolo». Se gli Usa avessero esitato, disse Obama, la città di Bengasi «avrebbe potuto subire un massacro che avrebbe macchiato la coscienza del mondo». Peccato che Bengasi non sia mai stata minacciata da nessuno: «Era un’invenzione delle milizie islamiche che stavano per essere sconfitte dalle forze governative libiche».
Le milizie, scrive Pilger, dissero alla “Reuters” che ci sarebbe stato «un vero e proprio bagno di sangue, un massacro come quello accaduto in Ruanda». La menzogna, segnalata il 14 marzo 2011, ha fornito la prima scintilla all’inferno della Nato, definito da David Cameron come «intervento umanitario». Molti dei “ribelli”, segretamente armati e addestrati dalle Sas britanniche, sarebbero poi diventati Isis, decapitatori di “infedeli”. «Per Obama, Cameron e Hollande – scrive Pilger – il vero crimine di Gheddafi era l’indipendenza economica della Libia e la sua dichiarata intenzione di smettere di vendere in dollari Usa le più grandi riserve di petrolio dell’Africa», minacciando così il petrodollaro, che è «un pilastro delpotere imperiale americano». Gheddafi aveva tentato con audacia di introdurre una moneta comune in Africa, basata sull’oro, e voleva creare una banca tutta africana per promuovere l’unione economica tra i paesi poveri ma dotati di risorse pregiate. «Era l’idea stessa ad essere intollerabile per gli Stati Uniti, che si preparavano ad “entrare” in Africa corrompendo i governi africani con offerte di Clinton e Blaircollaborazione militare». Così, “liberata” la Libia, Obama «ha confiscato 30 miliardi di dollari dalla banca centrale libica, che Gheddafi aveva stanziato per la creazione di una banca centrale africana e per il dinaro africano, valuta basata sull’oro».
La “guerra umanitaria” contro la Libia aveva un modello vicino ai cuori liberali occidentali, soprattutto nei media, continua Pilger, ricordando che, nel 1999, Bill Clinton e Tony Blair inviarono la Nato a bombardare la Serbia, «perché, mentirono, i serbi stavano commettendo un “genocidio” contro l’etnia albanese della provincia secessionista del Kosovo». L’ambasciatore americano David Scheffer affermò che «circa 225.000 uomini di etnia albanese di età compresa tra i 14 e i 59 anni potrebbero già essere stati uccisi». Sia Clinton che Blair evocarono l’Olocausto e «lo spirito della Seconda Guerra Mondiale». L’eroico alleato dell’Occidente era l’Uck, Esercito di Liberazione del Kosovo, «dei cui crimini non si parlava». Finiti i bombardamenti della Nato, con gran parte delle infrastrutture della Serbia in rovina – insieme a scuole, ospedali, monasteri e la televisione nazionale – le squadre internazionali di polizia scientifica scesero sul Kosovo per riesumare le prove del cosiddetto “olocausto”. L’Fbi non riuscì a trovare una singola fossa comune e tornò a casa. Il team spagnolo fece lo stesso, e chi li guidava dichiarò con rabbia che ci fu «una piroetta semantica delle macchine di propaganda di guerra». Un anno dopo, un tribunale delle Nazioni Unite sulla Jugoslavia svelò il conteggio finale dei morti: 2.788, cioè i combattenti su entrambi i lati, nonché i serbi e i rom uccisi dallUck. «Non c’era stato alcun genocidio. L’“olocausto” era una menzogna».
L’attacco Nato era stato fraudolento, insiste Pilger, spiegando che «dietro la menzogna, c’era una seria motivazione: la Jugoslavia era un’indipendente federazione multietnica, unica nel suo genere, che fungeva da ponte politico ed economico durante la guerra fredda». Attenzione: «La maggior parte dei suoi servizi e della sua grande produzione era di proprietà pubblica. Questo non era accettabile in una Comunità Europea in piena espansione, in particolare per la nuova Germania unita, che aveva iniziato a spingersi ad est per accaparrarsi il suo “mercato naturale” nelle province jugoslave di Croazia e Slovenia». Sicché, «prima che  gli europei si riunissero a Maastricht nel 1991 a presentare i loro piani per la disastrosa Eurozona, un accordo segreto era stato approvato: la Germania avrebbe riconosciuto la Croazia». Quindi, «il destino della Jugoslavia era segnato». La solita macchina stritolatrice: «A Washington, gli Stati Uniti si assicurarono che alla sofferente Pilgereconomia jugoslava fossero negati prestiti dalla Banca Mondiale, mentre la Nato, allora una quasi defunta reliquia della guerra fredda, fu reinventata come tutore dell’ordine imperiale».
Nel 1999, durante una conferenza sulla “pace” in Kosovo a Rambouillet, in Francia, i serbi furono sottoposti alle tattiche ipocrite dei sopracitati tutori. «L’accordo di Rambouillet comprendeva un allegato B segreto, che la delegazione statunitense inserì all’ultimo momento». La clausola esigeva che tutta la Jugoslavia – un paese con ricordi amari dell’occupazione nazista – fosse messa sotto occupazione militare, e che fosse attuata una “economia di libero mercato” con la privatizzazione di tutti i beni appartenenti al governo. «Nessuno Stato sovrano avrebbe potuto firmare una cosa del genere», osserva Pilger. «La punizione fu rapida; le bombe della Nato caddero su di un paese indifeso. La pietra miliare delle catastrofi era stata posata. Seguirono le catastrofi dell’Afghanistan, poi dell’Iraq, della Libia, della Siria, e adesso dell’Ucraina. Dal 1945, più di un terzo dei membri delle Nazioni Unite – 69 paesi – hanno subito alcune o tutte le seguenti situazioni per mano del moderno fascismo americano. Sono stati invasi, i loro governi rovesciati, i loro movimenti popolari soppressi, i risultati delle elezioni sovvertiti, la loro gente bombardata e le loro economie spogliate di ogni protezione, le loro società sottoposte a un assedio paralizzante noto come “sanzioni”. Lo storico britannico Mark Curtis stima il numero di morti in milioni. «Come giustificazione, in ogni singolo caso una grande menzogna è stata raccontata».

venerdì 20 marzo 2015

Orrore in Francia, scoperti cinque neonati nascosti nel congelatore

Orrore in Francia, scoperti cinque neonati nascosti nel congelatore


<p>(Foto Afp)</p>

Orrore in Francia dove, in una casa nel dipartimento della Gironda, nel sudovest del Paese, la polizia ha trovato cinque neonati morti, alcuni dei quali in un congelatore.
Un uomo di 40 anni, riporta l'emittente 'iTele', descritto come il padre, è andato dalla polizia dopo avere scoperto uno dei piccoli in un sacchetto termico. Successivamente, gli agenti hanno trovato altri quattro corpicini in un congelatore.
Una donna di 35 anni, si legge ancora, avrebbe lasciato uno dei piccoli da solo a casa e il compagno ha raccontato alla polizia di non sapere che la donna, portata in ospedale per esami fisici e mentali, fosse incinta. Sono in corso i test per determinare le cause della morte e il legame tra le vittime e i due adulti.

Tsipras: tedeschi, prima risarciteci per i danni di Hitler

Tsipras: tedeschi, prima risarciteci per i danni di Hitler


Oggi prendo la parola in questa riunione storica per ragioni che non sono solo simboliche ma anche sostanziali. In primo luogo, vorrei rendere omaggio alle vittime della Seconda Guerra Mondiale. Ma vorrei anche rendere omaggio a tutti i combattenti e alle combattenti del mondo intero che hanno dato la loro vita per la libertà della loro patria, che hanno dato la vita per la sconfitta del nazismo, che aveva gettato la sua ombra mortifera sui popoli del mondo. Prendo anche la parola per rendere omaggio ai combattenti della resistenza greca, che hanno dato la loro vita affinché il nostro paese fosse liberato dalla barbarie dell’occupazione nazista. Affinché noi avessimo, oggi, una patria libera e sovrana. Alcune persone ci chiedono: “Perché vi occupate del passato? Occupatevi del futuro!”. Ma quale paese può mai avere futurosenza rendere omaggio alla propria storia e alle proprie lotte? Quale popolo può andare avanti cancellando la memoria collettiva, lasciando le proprie lotte e i propri sacrifici senza un giudizio storico? D’altra parte, il tempo trascorso da quei fatti non è così lungo.
La generazione dell’occupazione e della resistenza nazionale è ancora in vita. E nella memoria collettiva del nostro popolo, le immagini e i rumori delle torture e delle esecuzioni a Disromo e Kaisariani, a Kalavryta e Vianno sono ancora freschi. Nella Tiprasmemoria del nostro popolo i crimini e la distruzione causati dalle armate del III Reich ai quattro angoli del territorio greco, ma anche dell’Europa intera, sono ancora vivi nella memoria. E la propria memoria deve essere preservata per le nuove generazioni. Preservarla è un nostro dovere storico, politico e morale. Non per preservare l’odio e il sospetto fra i popoli, ma per ricordare sempre che cosa sia il nazismo, che cosa significhi il nazismo. Per ricordarsi che quando la solidarietà, l’amicizia, la cooperazione e il dialogo fra i popoli sono rimpiazzati dal senso di superiorità e di destino storico, quando il rispetto è rimpiazzato dall’odio razziale o sociale, è allora che la guerra e l’oscurità prendono il sopravvento.
E l’Europa ha conosciuto questa oscurità. L’ha conosciuta e l’ha odiata. È stata una delle ragioni per le quali i popoli europei hanno deciso insieme di lanciare il processo del 1957, affinché le sirene della guerra non risuonassero mai più. Non bisogna dimenticare che anche il popolo tedesco ha sofferto la barbarie nazista. E che il nazismo ha dominato inGermania perché in precedenza il popolo tedesco era stato umiliato. Ovviamente questa non è una giustificazione, ma una spiegazione. È la lezione del XX secolo, del secolo breve, per citare Eric Hobsbawm. In seguito alla Prima GuerraMondiale furono l’odio e il revanscismo a farla da padrone. Ciò che dominava era la logica a corto termine dell’umiliazione dei vinti per aver sbagliato, la logica del ripudio e dell’impoverimento di un popolo intero per essere stato vinto. E questa scelta è stata pagata poco dopo, con il sangue dei giovani del mondo intero. Germania inclusa. I popoli d’Europa e i loro dirigenti devono ricordarlo e trarre dalla Eric Hobsbawmstoria europea contemporanea le conseguenze. Perché l’Europa non deve – né le è permesso – commettere oggi gli stessi errori del passato.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale questa lezione fu compresa. A dispetto dei crimini commessi dal III Reich e dalle orde hitleriane, che misero il mondo a ferro e fuoco, a dispetto del male assoluto della Shoah, la Germania ha beneficiato – e a giusto titolo – di una serie di aiuti. I principali dei quali erano l’annullamento del suo debito contratto a seguito della Prima GuerraMondiale, con la Convenzione di Londra del 1953, e naturalmente, gli enormi capitali sborsati dagli Alleati per la ricostruzione del paese. Ma la Convenzione di Londra riconosceva anche che restavano da pagare le riparazioni di guerra relative alla Seconda Guerra Mondiale, riparazioni che avrebbero dovuto essere regolate con il trattato finale di pace, che non fu firmato a causa della divisione della Germania perdurata fino al 1990. La riunificazione delle due Germanie creò le condizioni giuridiche e politiche necessarie per la risoluzione del problema, ma da allora in poi i governi tedeschi hanno optato per il silenzio, per i sotterfugi giuridici, per procrastinare e ritardare. E io mi chiedo: questo comportamento è morale? Ho parlato di sotterfugi giuridici e, trattandosi di un punto particolarmente importante, vorrei spiegare chiaramente cosa intendo affinché non ci sia alcun equivoco.
Quando la Germania accetta di prendere posizione a proposito del suo debito verso la Grecia a seguito della SecondaGuerra Mondiale, evoca il nostro accordo bilaterale del 1960. Allora  la Germania, di propria iniziativa, versò 115 milioni di marchi a titolo di riparazioni, mentre il Regno di Grecia riconobbe di non avere più ulteriori recriminazioni. Tuttavia quell’accordo non concerneva le riparazioni dovute per i danni subiti dal paese, ma riguardava solo i danni patiti dalle vittime del nazismo in Grecia. E, beninteso, non riguardava affatto il prestito forzoso imposto dagli occupanti né le riparazioni e i danni per i crimini di guerra, con la distruzione quasi totale delle infrastrutture del paese e della suaeconomia durante la guerra e l’occupazione. Lo so bene, tutto ciò è allo stesso tempo estremamente tecnico e particolarmente sensibile, e probabilmente non è qui né la sede Partigiani greciné il momento per parlarne. Non sarò io, ma gli specialisti, i giuristi e gli storici, che daranno le necessarie delucidazioni e tratteranno la questione sul piano tecnico.
Per parte mia voglio assicurare, tanto il popolo greco quanto il popolo tedesco, che affronteremo la questione con sensibilità, con senso di responsabilità e sincerità, e con la volontà di dialogo e intesa. Ma ci aspettiamo che il governo tedesco faccia altrettanto. Per ragioni che sono politiche, storiche, simboliche, ma anche morali. Di fronte ai discorsi moralizzanti che da qualche anno hanno dominato il dibattito inEuropa, noi non scegliamo né il ruolo dello scolaretto che abbassa lo sguardo di fronte alle ingiunzioni morali che arrivano dall’alto, né rivendichiamo il ruolo del maestro di morale, che leva il proprio dito di fronte al presunto peccatore, ingiungendogli di pagare per i propri peccati. Al contrario, noi scegliamo la via del negoziato e del dialogo, dell’intesa comune e della giustizia. Non si tratta di teodicea, ma d’altra parte non rinunciamo alle nostre imprescrivibili pretese. Non ci interessa dare lezioni di morale, ma d’altra parte non le accetteremo più. Perché, come voi ben sapete, negli ultimi tempi, e a sentire le numerose dichiarazioni provocatorie che arrivano dall’estero, mi La Merkel con Schaeubleviene in mente il celebre passo del Sermone della montagna di Gesù: “Vedono la pagliuzza nell’occhio del loro fratello, ma non vedono la trave nei loro occhi”.
Concludendo questo breve intervento, vorrei assicurare che il governo greco opererà senza soste affinché, su di un piano di uguaglianza e attraverso il dialogo, nel quadro di un sincero negoziato, si possa trovare una soluzione ai complessi problemi ai quali l’Europa è messa di fronte. Lavorerà affinché i suoi patti e obblighi siano rispettati nella loro integralità. Ma allo stesso tempo lavorerà affinché siano rispettate tutte le obbligazioni che non sono state assolte nei confronti della Grecia e del popolo greco. E, così come noi ci impegniamo a rispettare i nostri obblighi, tutte le parti devono fare altrettanto. Perché la moralità non può essere “a discrezione”. E non può dipendere dalle circostanze. Il nuovo governo greco sosterrà concretamente e con tutte le proprie forze l’iniziativa di ricostruzione e di miglioramento proposta dalla Commissione per la rivendicazione dei debiti tedeschi verso la Grecia. Noi la sosterremo concretamente e in maniera essenziale e giuridica, affinché gli sforzi fatti dalla Commissione siano fruttuosi. E portino un risultato importante nel quadro del suo mandato. Che portino una soluzione. Che giustizia sia fatta a questo debito morale ma anche materiale, non nei confronti del popolo greco ma nei confronti di tutti i popoli d’Europa che hanno lottato, hanno versato il loro sangue e hanno vinto il nazismo. Ne va del nostro dovere verso lastoria. Ne val del nostro dovere verso le vittime della Seconda Guerra Mondiale. Ne va del nostro dovere verso l’Europae i suoi popoli che hanno il diritto alla memoria e ad un avvenire libero da ogni totalitarismo.
(Alexis Tsipras, discorso pronunciato il 10 marzo 2015 alla commissione sulle riparazioni di guerra del Parlamento Europeo, ripreso da “Come Don Chisciotte”. L’indomani, la Germania ha nuovamente rigettato le richieste greche. Così, Atene ha annunciato di non escludere un ricorso alla giustizia e alla confisca del patrimonio che lo Stato tedesco detiene sul suo territorio).

Sbrighiamoci a morire, l’immortalità è solo per loro

Sbrighiamoci a morire, l’immortalità è solo per loro


Confondere il corpo umano con la merce, oltre che un orrore, può rivelarsi una dolorosa illusione. Eppure non può passare inosservata la notizia diffusa da alcuni media statunitensi come “Newsweek” o “Bloomberg”, secondo cui i miliardari stanno mettendo fretta e milioni di dollari alla ricerca della vita semi-eterna. Per loro, ovviamente. Bill Maris, manager di Google Ventures, ha ricevuto l’incarico di investire ben 425 milioni di dollari per finanziare studi contro l’invecchiamento, mentre Larry Ellison, big boss di Oracle, considera “incomprensibile” la nozione della propria fine. Peter Thiel, patron del sistema di pagamenti PayPal, ha stanziato 3,5 milioni di dollari ad una fondazione privata per un progetto di riparazione e rigenerazione delle cellule. Dalle nostre parti il pensiero corre alle note incursioni di Berlusconisul terreno dell’intervento sulle cellule per rallentarne l’invecchiamento. Gli scopi e i contorni di questa vicenda, come noto, corrono al confine tra la politica e il pecoreccio.
Eppure questa illusione di poter vivere più a lungo, ma soprattutto molto più di tanti altri, ci dà la cifra di cosa significhi la prevalenza degli interessi privati su quelli collettivi, o meglio dell’appropriazione privata della produzione sociale, direbbe ilBodygrande barbone di Treviri. Nell’epoca in cui nella produzione sociale sono entrati a pieno titolo il “vivente” e la natura, per i grandi capitalisti anche il corpo umano non può che essere merce. Incluso il loro, ma a condizione che sia meno deteriorabile di quello di tutti gli altri. Vivere più a lungo, sogno ma anche incubo di ogni essere umano, come ci ricorda Simon De Beauvoir nel suo splendido “Tutti gli uomini sono mortali”, diventa così paradigmatico di un XXI Secolo in cui la disuguaglianza è tornata ad essere un valore e l’uguaglianza un disvalore.
Sul nostro giornale abbiamo spesso evocato il “Dovete morire prima” come aspirazione neanche più troppo nascosta delle classi dominanti nel loro rapporto con le classi subalterne. Meccanismi concreti come l’innalzamento dell’età pensionabile, peggioramento delle condizioni di lavoro e abbassamento degli standard sanitari, indubbiamente puntano a ridurre quelle aspettative di vita cresciute nell’ultimo secolo ma oggi ritenute un “costo inaccettabile” (vedi i recenti documenti del Fmi). Su scala mondiale, dove nonostante le disuguaglianze l’aspettativa di vita era riuscita a crescere anche nei paesi meno sviluppati, non mancano i tentativi di intervento per ridurre la popolazione ritenuta in eccesso. Il caso storico è quello della Russia dove Larry Ellison, di Oraclel’instaurazione del capitalismo, dopo la dissoluzione dell’Urss, ha portato ad una brusca riduzione della popolazione, un caso unico in un paese non investito da una guerra.
Il problema è serio, estremamente serio, come hanno dimostrato alcuni interventi al recente forum di Bologna dedicato al “piano inclinato” su cui gli imperialismi hanno collocato il mondo in cui viviamo. Fabbriche completamente automatizzate, in cui la presenza del lavoro umano è ridotta a poche unità, rendono infatti eccedente molta forza lavoro, quel capitale umano – decisivo comunque per l’estrazione del plusvalore – che il capitalismo vorrebbe rendere variabile irrilevante e totalmente subalterna. Ma una umanità piena di capitale umano in eccesso sarebbe piena di uomini e donne ingombranti, non più funzionali al sistema produttivo e all’estrazione di valore, gente che oggi vive più a lungo di quanto sia utile al sistema dominante e che, ovviamente , avanza richieste ed esigenze per mantenersi in vita nel modo migliore possibile in società che hanno prodotto sistemi di cura e prevenzione adeguati allo scopo.
Dunque per prima cosa le classi dominanti stanno dichiarando che non esiste più un diritto universale ed egualitario alla salute. La privatizzazione de facto dei sistemi sanitari (anche in Italia ed anche nelle ex regioni “rosse”, come sottolinea Ivan Cavicchi su “Il Manifesto”) attua questo primo step verso una società brutalmente gerarchizzata. Si cura chi può e chi può di più si cura meglio.Talmente meglio che, potendoselo permettere, può alimentare l’illusione di poter vivere più a lungo degli altri. Anzi, per molti aspetti a scapito degli altri, visto che la concentrazione della ricchezza in poche mani non può che avvenire in sottrazione della ricchezza collettiva. Fino a qualche decennio fa “il sistema” aveva fatto sì che lo sviluppo allargasse e distribuisse in qualche modo la ricchezza prodotta, anche sotto forma di servizi sociali universali. Ma oggi che allo sviluppo si Bill Maris, di Google Venturesè sostituito solo il “demone della crescita”, questo allargamento si è sempre più ridotto, così come le risorse disponibili dentro un globo che, per sua definizione è uno spazio limitato.
Da questa consapevolezza del limite e dei limiti, le classi dominanti si guardano bene dal ricavarne una logica redistributiva delle risorse e della ricchezza disponibile, al contrario accentuano la centralizzazione, a tutti i livelli. E se tra queste risorse c’è anche il vivente e il capitale umano, viene applicata la medesima logica. “Mors vostra, vita nostra”, ci dicono. Fino ad alimentare l’idea che per alcuni si possa allungare la vita media oltre il limite fisiologico finora consentito. Ma, detto fra noi, dieci, quindici anni più si potranno anche rimediare, ma non evitano l’alzheimer. Ci troviamo così di fronte ad un cambio di passo anche sul terreno del conflitto sociale e di classe. Se negli anni del “modello sociale europeo” le classi subalterne entravano in campo rivendicando ed anche ottenendo quote di redistribuzione della ricchezza, oggi che questa possibilità viene negata sul lavoro come sulla salute da misure concrete. Come ci si approccia ad una lotta di clase che per molti aspetti somiglia a quella per la sopravvivenza? Qualcuno diceva che la “rivoluzione non è un pranzo di gala”. Sarà dunque il caso di cominciare a pensare, collettivamente e non invidualmente, al come sedersi a tavola senza complessi di inferiorità e lib

giovedì 19 marzo 2015

Corruzione, Vergogna Lupi. sotto assedio ma non molla: "Io innocente, vado avanti"

Corruzione, Lupi sotto assedio ma non molla: "Io innocente, vado avanti"


<p>Angelino Alfano e Maurizio Lupi</p>

''Sono tranquillo, il govermo mi appoggia sicuramente'', assicura Maurizio Lupi quando arriva a Montecitorio nel primo pomeriggio per il question time. Travolto dallo scandalo delle tangenti per le Grandi Opere, il ministro delle Infrastrutture non molla, convinto della sua innocenza, ma si temono nuovi sviluppi dell'inchiesta giudiziaria che possano compromettere la sua posizione. Tant'è che nessuno, in Transatlantico, a Montecitorio, tra i capannelli dei parlamentari della maggioranza, complice anche il silenzio di Matteo Renzi (che non aiuta a far chiarezza sulla linea del Pd) è in grado di scommettere su un esito positivo della vicenda, perchè resta sempre aperto il ''problema politico'' di un sottoposto al fuoco di fila delle indiscrezioni stampa sul suo coinvolgimento nel sistema Incalza.
L'informativa alla Camera dovrebbe tenersi entro il fine settimana, forse venerdì, e Lupi, racconta chi ha avuto modo di sentirlo in queste ore, non pensa affatto alle sue dimissioni, anche perchè non risulta iscritto nel registro degli indagati e non c'è nulla di accertato dal punto di vista penale. In casa Ncd confidano nel buon senso del Pd e considerano la situazione tutta in divenire. Il partito, infatti, Angelino Alfano in testa, fa quadrato attorno al ministro dei Trasporti. ''Lupi è una persona perbene e onesta è questo è il punto di partenza, noi lo sosteniamo e abbiamo fiducia in lui'', sottolinea il leader di Ncd. Un sostegno che Alfano avrebbe ribadito anche durante un lungo faccia a faccia al Viminale con Lupi al termine del question time.
Per gli 'alfaniani' basterà chiarire in Parlamento, ma nel Pd c'è forte imbarazzo. Anche oggi Renzi preferisce non pronunciarsi e questo indebolisce sempre di più con il passare delle ore la poltrona al dicastero dei Trasporti. Si torna a parlare di un 'piano B', se la situazione dovesse precipitare: il premier penserebbe a un 'tecnico' da mettere al posto di Lupi (continua a girare la candidatura di Raffaele Cantone), ma tutto è da vedere.