mercoledì 22 aprile 2015

Fortezza Europa: vendiamo armi e anneghiamo profughi

Fortezza Europa: vendiamo armi e anneghiamo profughi


Siamo noi a vendere le armi ai regimi che li massacrano, facendoli fuggire sui barconi. Per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il numero di profughi, richiedenti asilo e sfollati ha superato i 50 milioni di persone. E’ il più grande esodo della storia, dopo la fuga di massa dall’Europa dominata dal nazismo. La fuga è diventata espressione del nostro mondo, scrivono Barbara Spinelli, Daniela Padoan e Guido Viale in una petizione al Parlamento Europeo in occasione del semestre italiano di presidenza dell’Ue. «È una fuga che vede l’Europa come approdo, luogo di salvezza». Sulle nostre coste affluiscono uomini, donne e bambini «che si lasciano alle spalle paesi in fiamme, dittature, genocidi, carestie, catastrofi climatiche e ambientali, guerre divenute inani e senza fine contro il terrorismo». Ma siamo noi, Occidente, i principali “esportatori” di disperazione. E tutto quello che facciamo è lasciare i disperati in mano ai trafficanti, per poi rinchiudere i superstiti nei centri di detenzione italiani, mentre il resto d’Europa lascia che la sbrighi l’Italia.
«I rifugiati sono oggi il prodotto su scala industriale di quella grande guerra, immateriale e non dichiarata, che è laguerra contro i poveri, dove un confine Profughinetto separa chi ha diritto di muoversi da chi quel diritto si vede negato», e di trova di trova di fronte un’Europatrasformata in filo spinato, scrivono Spinelli, Padoan e Viale, nella petizione sottoscritta da Alexis Tsipras e Nichi Vendola e da autorevoli personalità come Stefano Rodotà, Luigi Manconi, Andrea Camilleri, Umberto Eco, Curzio Maltese, Moni Ovadia, Erri De Luca, Gad Lerner, Marco Revelli, Ermanno Rea, Sandra Bonsanti e Gustavo Zagrebelsky. Imperativo morale: garantire il diritto di fuga e fermare i “respingimenti”. Nel 2013, il numero dei migranti forzati è aumentato di ben 6 milioni, complice la carneficina siriana che in tre anni ha sfrattato due milioni e mezzo di civili. Si scappa anche dalla Repubblica Centrafricana, dal Sud Sudan, dall’Eritrea, dalla Libia gettata nel caos dalla guerraoccidentale; si fugge dalla Somalia e dal Maghreb.
Uomini, donne e bambini che giungono alle nostre coste «in cerca non solo della nuda vita, ma di libertà e di giustizia: di quell’inclusione nel concetto di umanità senza il quale ogni discorso sui diritti perde significato, rimanendo appannaggio di un ceto di privilegiati». Chi non muore durante il viaggio, che trasforma il Mediterraneo in un cimitero, viene accolto come un fuorilegge, subendo una «inferiorizzazione giuridica, economica e sociale», oltre alla privazione della libertà. Così, a naufragare è «quello stesso pensiero di eguaglianza e solidarietà che fonda le nostre democrazie». Sicché, «i cittadini europei non possono più assistere passivamente alla strage che giorno dopo giorno si svolge davanti ai loro occhi». Tuttavia, l’Unione Europea – che dal 2000 dichiara di voler prevenire e combattere il traffico di esseri umani – sta, di fatto, permettendo che profughi e migranti attraversino il Mediterraneo «mettendo la propria vita nelle mani di organizzazioni criminali transnazionali, perché è stato lasciato loro il monopolio del trasporto in mare».
La cosa, aggiungono i firmatari della petizione, è tanto più grave in quanto il Trattato sul Funzionamento dell’Unione prevede una responsabilità diretta in materia di gestione integrata delle frontiere, gestione di tutte le fasi del processo migratorio, accoglienza delle persone e condivisione degli oneri, non solo finanziari, tra tutti i paesi membri. Tutte norme rimaste quasi lettera morta: questo «conferma l’assenza di volontà politica da parte degli Stati membri e la pusillanimità della Commissione», data anche l’incapacità di predisporre  soluzioni pratiche come la creazione di corridoi umanitari. L’Ue preferisce restare «nascosta dalla retorica del Consiglio Europeo o dalla valanga di documenti, incontri e conferenze», tra agenzie europee che dovrebbero «applicare le politiche europee, e non nel fare da schermo alla loro assenza». Massima ipocrisia, i respingimenti: presentati come misure per salvare i profughi, sono esattamente la loro condanna all’annegamento. Sono gli Stati, per primi, a violare le norme su diritto d’asilo, integrazione e solidarietà: «L’ossessione della lotta contro l’immigrazione clandestina e la chiusura dei canali di accesso regolari hanno concretamente operato per Operazione Mare Nostrumaccrescere, come strumento di dissuasione, il rischio patito da tutti coloro che cercano di attraversare i confini della “fortezza Europa”».
Come ogni altra legge varata dall’autocrazia tecnocratica di Bruxelles che infligge le politiche di austerity, anche lo “scudo” europeo anti-immigrazione, Frontex, non è mai stato votato dai cittadini. «L’Europache ha creduto di potersi barricare in una fortezza, ha fallito», scrivono Spinelli, Padoan e Viale, ricordando il cartello esposto a Bruxelles da un migrante: “Non siamo noi ad attraversare i confini, sono i confini ad attraversare noi”. Servono nuove leggi, da applicare prontamente per fermare la strage. Oggi ci sono soltanto «iniziative su base volontaria, approcci diplomatici poco credibili e strumenti operativi con risorse limitate, come Frontex», praticamente «fumo negli occhi». I firmatari chiedono a Bruxelles di esaminare seriamente la situazione e produrre risposte. Nel frattempo, «si tratta di prevedere d’urgenza l’apertura di percorsi autorizzati e sicuri per chi lascia il territorio di nascita, di cittadinanza o di residenza – in fuga da guerre, persecuzioni, catastrofi ambientali, climatiche o economiche». Un corridoio umanitario tra Africa e Ue, sotto tutela Onu, per scongiurare nuove tragedie. Del resto, l’Europa è già presente in Libia: perché non fa niente per contrastare il traffico di esseri umani?
Spinelli, Padoan e Viale chiedono «canali di ingresso legale», in cui «un sistema di traghetti e voli charter sostituisca le carrette del mare», e in cui l’Onu e l’Ue presidino ogni snodo di partenza e di transito per «identificare, tutelare e dotare i profughi di visti provvisori», per poi «smistare gli arrivi fra i vari porti e aeroporti attrezzati per l’accoglienza, così da governare razionalmente la distribuzione sul territorio europeo dei singoli e delle famiglie», mettendo fine all’assedio degli abitanti di Lampedusa, costretti a supplire, con grande generosità, «l’abissale assenza dello Stato e dell’Unione Europea». Più in generale, «l’Italia e tutti i popoli del Sud Europa non possono più essere lasciati soli nel gravoso compito dei soccorsi in mare». Poi occorre assicurare libertà di movimento, garantire ai profughi «la libertà di scegliere dove vivere e la libertà di riannodare i propri affetti». Serve anche il “mutuo riconoscimento” delle decisioni sull’asilo: «Chiunque si trovi nello spazio europeo, indipendentemente dalla sua cittadinanza, deve poter godere del pieno esercizio di pari diritti». Per questo, i firmatari chiedono «la chiusura di tutti i centri di detenzione per migranti e profughi, comunque si chiamino, che configurano una forma di detenzione extra ordinem».
Barbara Spinelli, Daniela Padoan, Guido Viale e chiedono che l’Ue si impegni a facilitare richieste e visti, «per chi fugge da situazioni di guerra o di persecuzione o di rischio per la vita», grazie a una normativa «capace di restituire dignità giuridica ai rifugiati», a cominciare dalla protezione del diritto di transito. Problema ancor più drammatico per i minori non accompagnati, quasi 6.000 in Italia negli ultimi 18 mesi: «Molti di loro sono trattenuti da mesi in strutture inadeguate, che non prevedono percorsi di formazione né di integrazione». Poi, l’istituzione dello “ius soli”, per assicurare la cittadinanza europea ai figli dei migranti nati nei nostri paesi. Obiettivo finale: una “pax mediterranea”, dopo la “guerrainfinita” prodotta dall’attuale geopolitica occidentale, prima responsabile delle crisi che determinano il flusso dei rifugiati. Servono nuovi strumenti politici per governare l’esodo: «Basti pensare al fatto che se accogliessimo davvero i profughi, dando loro possibilità di avere voce e diritti, si creerebbe forse in Europa una “terza forza” in grado di rappresentare il rispettivo paese – per esempio la Siria, la Repubblica Centrafricana, l’Eritrea e tutti i paesi del Corno Un migrante: il mio sangue è rosso come il tuod’Africa – in un eventuale negoziato, più e meglio dei cosiddetti governi in esilio, che talvolta sono puri fantocci».
La crisi migratoria, concludono i firmatari, mostra quanto sia urgente una politicaestera europea, «attualmente impedita non solo da sterili sovranità nazionali gelosamente custodite, ma anche dalla sudditanza dell’Unione Europea alla Nato e agliUsa, che sono spesso all’origine dei conflitti che deflagrano nel mondo e soprattutto ai nostri confini». L’Europa è tutt’altro che innocente: tra i primi dieci esportatori mondiali di armi figurano Germania, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi, Italia, Spagna e Svezia. «Partner di questo lucroso commercio sono in gran parte proprio i paesi dai quali le persone sono costrette a fuggire per mettersi al riparo da guerre, persecuzioni, violazioni dei diritti umani e soppressione delle libertà democratiche. Poiché i rifugiati sono il prodotto della guerra, noi, cittadini d’Europa, chiediamo che la nostra pace non sia una retorica né un privilegio di asserragliati, ma si declini in politiche solidali capaci di includere i paesi che si affacciano sul Mediterraneo e l’Africa».

Mentono e vi derubano ogni giorno, e voi gli credete ancora?

Mentono e vi derubano ogni giorno, e voi gli credete ancora?


I dati forniti dall’Istat smentiscono l’interessato ottimismo sparso a piene mani dal premier Matteo Renzi e dal suo ministro del lavoro Giuliano Poletti. La disoccupazione, con buona pace del Jobs Act, continua ad aumentare, mentre la crescita resta un miraggio. Da quasi quattro anni, dall’arrivo cioè di Mario Monti sul trono d’Italia, i grandi mediaannunciano senza sosta l’imminente ripresa di un’Italia sempre più povera, stanca e sfiduciata. Chi di voi ricorda le promesse del professore di Varese, ridicolo fino al punto da ipotizzare un aumento del Pil prossimo al 10% in virtù delle famose liberalizzazioni riguardanti quattro tassisti e qualche farmacista? E chi di voi ha dimenticato il “piano giovani” varato da Enrichetto Letta, approvato in teoria per dare un futuro a generazioni intere senza speranze né prospettive? E come sarà possibile scordare in fretta le tante menzogne veicolate dell’attuale premier Matteo Renzi, degno successore dei vari Monti e Letta? Il gioco è semplice e scoperto: mentire, mentire e poi mentire ancora. Anche di fronte all’evidenza, anche a costo di sfidare la logica e di umiliare la verità e il buon senso.
Mentire ad oltranza. Questo fanno i nostri governanti, etero-diretti dall’esterno dal ghigno malefico del Venerabile Maestro Mario Draghi, osannato dai servi di regime per avere varato un quantitative easing che serve solo per prolungare il più possibile Renzi e Polettil’agonia di questo mostro di Europa a trazione tecnocratica. Quando, e se, la cosiddetta pubblica opinione capirà di essere stata per anni raggirata e truffata, sarà oramai troppo tardi. Ma come può un uomo sano di mente credere che l’abolizione dei diritti possa avere un qualche effetto benefico sull’occupazione? Ma dove sono vissuti gli italiani negli ultimi venti anni, caratterizzati da un contestuale aumento di precarietà e disoccupazione? Ma come si fa a credere ancora che l’austerità serva per abbattere il debito, quando il debito di tutti i paesi dell’area euro è esploso proprio in virtù dell’applicazione cieca delle famose politiche del rigore? Come si fa a non capire che è in atto un progetto politico (definito “complotto” dai meno lucidi), gestito e supervisionato da una manipolo di burocrati illuminati, volto a regolare i conti una volta per tutte con le “masse plebee”?
Non siete stanchi di sentire che la ripresa arriverà l’anno prossimo, e poi l’anno prossimo ancora? A nessuno sorge il dubbio che le famigerate “riforme strutturali” rappresentino poco più che un espediente retorico per giustificare la prosecuzione di una crisi in realtà voluta ed indotta? Non è dai tempi di Mani Pulite che il sistema di potere promuove senza sosta (destra o sinistra poco cambia) riforme destinate a colpire le pensioni, la rappresentanza democratica, idiritti dei lavoratori, il welfare e i salari? Non vi sono bastati venti anni di sbornia neoliberista, caratterizzati da una colossale svendita di Stato, per smascherare i trucchi usati da uomini senza scrupoli né morale? Resto sbigottito, incredulo e allibito. Noi del Movimento Roosevelt non ci Merkel e Hollandestancheremo di dirvi che dalla crisi non usciremo mai fino a quando il popolo, per mezzo di rappresentanti democraticamente eletti, non intenderà riappropriarsi della sovranità che gli spetta.
Bisogna riportare la Banca centrale sotto il controllo del potere politico per rifuggire dal continuo ricatto dei “fantomatici mercati”; bisogna varare su scala europea un piano per la piena occupazione al fine di rilanciare i consumi e ridare fiato alle imprese; bisogna rafforzare il welfare ed investire nella ricerca, e bisogna infine favorire la partecipazione dei cittadini nella formazione dei processi decisionali allargando e non comprimendo il perimetro democratico. Questo bisogna fare, avendo cura di coniugare libertà economica e interesse generale, giustizia sociale e meritocrazia. Ma bisogna farlo al più presto. Perché ogni giorno che passa i vari Draghi, Schaeuble, Hollande, Renzi e Merkel sradicano impunemente un albero dal nostro giardino. E se nessuno riuscirà a fermarli, in berve tempo il Vecchio Continente si trasformerà in un deserto di malinconia, rimpianto, cattiveria e depressione.

martedì 21 aprile 2015

Elite-ombra, si nasconde per privatizzare il mondo

Elite-ombra, si nasconde per privatizzare il mondo


“Shadow Elite”, ovvero élite-ombra: è il titolo di un libro completamente ignorato, scritta da una docente universitaria molto rispettata, Janine Wedel, che «con straordinaria precisione documentaria spiega come operino le élite che riescono a condizionare democrazia e libero mercato», spiega Marcello Foa. La Wedel le definisce “flex-net” e porta numerosi esempi concreti, con tanto di nome e cognome. «La sua tesi, ampiamente comprovata, è che la fine della Guerra Fredda, l’avvento di nuove tecnologie soprattutto nel campo dell’informazione e della comunicazione, la diffusione della retorica di un finto neoliberismo, che solo in apparenza porta alla deregolamentazione e alla riduzione del ruolo dello Stato, abbiano permesso l’affermazione di queste nuove reti di potere». In realtà, «buona parte delle privatizzazioni sono finte: non portano a una vera concorrenza per abbattere i costi e migliorare i servizi, ma a incredibili regalìe monopolistiche». Un viaggio nel nuovo super-potere internazionale, quello che detta i tempi delle crisi, delle austerità e delle speculazioni.
«La Wedel – continua Foa nel suo blog sul “Giornale” – spiega come queste élite possano essere di destra o di sinistra, a seconda delle convenienze, di come operino nelle istituzioni e nell’economia privata, di come i suoi me mbri possanoJanine Wedelassumere diverse identità e di come approfittino della globalizzazione con un solo scopo: l’arricchimento personale. E che se ne infischino degli interessi del proprio paese e del proprio popolo, benché apparentemente patriottici». Un saggio denso, documentatissimo, trascurato dai grandi media in America e inEuropa. Intervistata da “Radio Free Europe”, l’autrice spiega: siamo alle prese con «una nuova generazione di giocatori, le cui manovre sono al di là dei tradizionali meccanismi». Lavorano come consulenti del governo e delle imprese, ma anche se appaiono sui media «è molto difficile, per il pubblico, sapere chi rappresentano, esattamente». In realtà «lavorano per conto di più organizzazioni, così sono meno trasparenti e meno responsabili».
Secondo Janine Wedel, «viviamo in un’epoca molto più pericolosa di ogni altra, da quando siamo entrati nella storia dello Stato moderno». In sostanza, «chi soffre in questa storia è la democrazia». Idem il libero mercato: i signori delle lobby sabotano la concorrenza e costruiscono intrecci opachi tra governo e imprese, tra Stato e privato. E ottengono benefici di governo da utilizzare a loro vantaggio, alterando le regole del mercato. Lo dimostrano anche le rivelazioni di Wikileaks: la nuova élite-ombra vive di segretezza e teme ogni forma di trasparenza. «L’avvento delle nuove tecnologie dell’informazione – continua la Wedel – è una delle ragioni principali per cui ci troviamo in questo nuovo sistema dipotere e di influenza, che ancora una volta scavalca i meccanismi tradizionali di controllo democratico. Questo è il pericolo». Siamo in una nuova era: «Gran parte del nostro mondo, ora, è molto meno prevedibile: ogni giorno ci svegliamo e sempre nuove tecnologie appaiono all’orizzonte». E non siamo noi a controllarle, ma gli uomini invisibili della “Shadow Elite”.

lunedì 20 aprile 2015

Partiti fantasma, a pezzi, per una democrazia senza popolo

Partiti fantasma, a pezzi, per una democrazia senza popolo


Non è esagerato parlare di partiti in pezzi: divisi e già scissi di fatto, sebbene formalmente si esiti ancora a lacerare l’involucro dell’unità. Osservando quanto accade in vista delle elezioni regionali di fine maggio, lo spettacolo è quello di una scomposizione di forze politiche e alleanze: la conseguenza fisiologica di uno sgretolamento progressivo delle identità, dei blocchi sociali, delle nomenklature. In pochi anni, non solo i «cartelli» elettorali sono invecchiati come se ne fossero passati dieci. La dimensione locale della politica ha subito un’involuzione che la fa apparire quasi impazzita. È il prodotto della subalternità del sistema dei partiti ad interessi che lo dominano e lo umiliano; e dell’impoverimento culturale di piccole tribù autoreferenziali che sommano i difetti del dilettantismo a quelli del professionismo del potere. Le tante inchieste della magistratura che convergono sulle cosiddette classi dirigenti locali confermano questa deriva. E fanno apparire molti Comuni e Regioni come epicentri di un’economia studiatamente inefficiente, funzionale al malaffare.
Lo iato tra livello nazionale e “periferia” non potrebbe essere più vistoso, dal Veneto alla Puglia. Ma rischia di suggerire una contrapposizione tra due fenomeni in realtà speculari. L’esplosione dei legami dentro e tra i partiti non è soltanto laMassimo Francocertificazione del fallimento di un’idea di federalismo. Riflette anche le scissioni sociali che sono avvenute in questi anni in un’Italia affacciata sul vuoto dell’azione politica. Sono la versione minore e moltiplicata delle migrazioni parlamentari registrate in questi anni alle Camere: indizi di un malessere ormai cronico. Le spaccature e le riaggregazioni locali nel centrodestra, nella Lega, perfino nel Pd, imitano alla perfezione i conflitti alla Camera e al Senato. Replicano “cambi di casacca” che non sono solo frutti dell’opportunismo: rivelano un trasversalismo privo di nobiltà, e alimentato da identità debolissime e stralunate. Il cemento è il micro-interesse, e tanti micro-narcisismi collettivi che rendono difficile qualunque aggregazione forte e duratura.
La domanda è se e chi riuscirà a ricompattare questo magma centrifugo. In apparenza, il modello verticale di Matteo Renzi lo sta facendo. Ma la distanza tra il premier o il capo della Lega, Matteo Salvini, o Beppe Grillo, i tre oggi in auge, e il caotico agitarsi di anonimi candidati regionali, non esalta solo la loro capacità di leadership. Finisce anche per sottolineare i loro limiti: quasi l’impossibilità, oltre che l’incapacità, di trasformare dall’alto una realtà prosaicamente mediocre e fuori controllo. La politica nazionale inspira a pieni polmoni i miasmi locali anche perché non appare in grado di trasmettere messaggi forti di rinnovamento come quelli che si sforza di offrire all’Europa. Il risultato è che a vincere sembra sia la “periferia” non governata, immutabile e misteriosa nei suoi gangli più oscuri: quelli che solo la magistratura finora tende a portare alla luce, Astensionismodelegittimando partiti che arrivano sempre dopo; e che mostrano riflessi difensivi automatici, lasciando ai giudici una supplenza di fatto che assume contorni ambigui e mostra limiti oggettivi, seguendo logiche non politiche. Sono fenomeni che corrodono quotidianamente la credibilità degli eletti, e si proiettano sulle scelte nazionali.
Vedremo come si evolverà la campagna elettorale. Ma il turbinìo di liste, unioni e rotture trasmette una pessima impressione. Il crollo della partecipazione a livello locale che si è registrato negli ultimi anni non è un segno di modernità “all’americana”: anche per la rapidità con la quale sta avvenendo, suona come la risposta patologica ad una rappresentanza inadeguata e malata. Se si dovesse confermare a maggio, significherebbe un rifiuto di metodi e di formazioni non disinvolti ma, appunto, ormai percepiti come “impazziti”. Sarebbe una sconfitta che nessuna riforma elettorale, né la prevalenza di uno schieramento sull’altro, potrebbero attenuare o nascondere. Il guaio maggiore, tuttavia, non sarebbe il fallimento di una politica locale che per paradosso oggi fornisce tanti governanti, premier compreso; né la scissione di alcuni partiti, ridotti a gusci di identità irriconoscibili. Il rischio vero è quello della scissione tra l’elettorato e chi non è in grado di offrirgli una scelta degna di questo nome. Sarebbe la premessa di una pericolosa democrazia con sempre meno popolo.

Ma nella Bibbia non c’è Dio né creazione del mondo

Ma nella Bibbia non c’è Dio né creazione del mondo


La Bibbia è uno dei tanti libri che l’umanità ha scritto nel corso della sua storia, quindi va letta come tale, secondo me. Parla del rapporto tra un popolo e un individuo, che noi conosciamo con il nome di Jahwè, e che poi successivamente ci è stato presentato come Dio. Leggo la Bibbia dai tempi del liceo e la trovo affascinante, più l’approfondisco e più mi piace. La Bibbia contiene moltissimi errori, contraddizioni e discrepanze. Di errori, i docenti israeliti ne hanno trovati almeno 1.500 (tra errori e sviste), e poi ci sono un sacco di contraddizioni e discrepanze, veramente tantissime. Sicuramente la contraddizione che mi ha colpito di più quella che è stata tradotta dall’esterno, cioè la volontà di vedere nella Bibbia la presenza di Dio, che assolutamente in realtà non c’è. Il modo corretto per affrontare la Bibbia? Leggerla, appunto, come uno dei tanti libri che l’umanità ha scritto nel corso della sua storia, cercando di dare credito a ciò che c’è scritto. Dobbiamo leggerla e studiarla perché, piaccia o non piaccia, almeno un paio di miliardi di persone hanno la vitacondizionata, direttamente o indirettamente, da quel libro.
Se la Bibbia viene da Dio? Assolutamente no – e per fortuna, direi. Se Dio ci ha fatto a sua immagine? Non Dio, ma gli Elohìm, cioè quel gruppo di individui di cui parla la Bibbia, che ci hanno costruiti – loro sì, a loro immagine. Cosa cambierei della Mauro BiglinoBibbia? Nulla. La Bibbia va presa così com’è, altrimenti non sarebbe più la Bibbia. Salverei la Genesi, perché è il libro che, essendo stato preso da libri più antichi di altri popoli del Medio Oriente – quindi, quello meno toccato dalla teologia, per certi aspetti – è quello che ha più probabilità di contenere delle verità, almeno dal punto di vista della cronaca e dellastoria. La prima volta che ho letto la Bibbia ho provato stupore, per le differenze che ci sono tra ciò che leggo nella Bibbia e ciò che della Bibbia avevo sempre sentito raccontare. I dubbi mi sono nati mentre ero alla mia scrivania, mentre facevo le mie traduzioni professionali della Bibbia per conto delle Edizioni San Paolo.
Conosciamo tutto, del nostro passato? Per fortuna no, così abbiamo ancora un sacco di cose da studiare. Cosa sia la creazione non lo so, ovviamente penso che non lo sappia nessuno. Non so come sia nato l’universo. Di certo so che non se occupa neppure la Bibbia. Cioè, nemmeno la Bibbia parla di creazione. Né tantomeno del diavolo: il diavolo biblico non esiste, come non esistono né l’inferno né il paradiso biblico. Nella Bibbia non esistono neppure gli angeli. Esisterà l’Apocalisse? Se per Apocalisse intendiamo Rivelazione, allora io spero che prima o poi ci sia la rivelazione di una qualche forma di verità. Gli alieni? Mi stupirei se non esistessero. La Bibbia oggi è sicuramente ancora attuale: siamo in Italia, e la stessa politica italiana è comunque condizionata da ciò che da quel libro è stato ricavato. Quanto c’è di vero e quanto di falso? Stabilire percentuali è quasi impossibile. Direi che nella Bibbia c’è sicuramente una sostanza cronachistica e storica vera, su cui è stato costruito un castello di falsità.
Se la Bibbia è in grado di rispondere a tutte le domande? Assolutamente no. Direi che non era neppure il suo obiettivo: la Bibbia si occupava solo del rapporto tra un popolo e un individuo di nome Jahwè. A un certo punto – parliamo dellastoria di Adamo ed Eva, ovviamente – questo gruppo di Elohìm ha avuto la necessità di fabbricarsi qualcuno che lavorasse per loro. Hanno fatto prima il maschio, un gruppo che noi conosciamo come l’Adàm, e con ogni probabilità lo hanno fatto con un intervento di Adamo ed Evaingegneria genetica. Dopo un po’ di tempo si sono accorti, bontà loro, che il maschietto da solo non stava tanto bene. E hanno deciso di fargli la femminuccia, e anche questa l’hanno fatta – stando a quel che racconta la Bibbia – compiendo un ulteriore intervento di ingegneria genetica. E di lì in avanti, poi, si è sviluppato il tutto.
Penso che questo possa essere considerato l’inizio, perlomeno della specie che conosciamo come homo sapiens, perché prima probabilmente gli ominidi hanno seguito il loro normale processo evolutivo. Io penso che la vita, come espressione del Dna, chieda ad ogni essere vivente di realizzare se stesso al meglio e sviluppare al meglio i suoi talenti. Il senso della Bibbia è quello di raccontarci una storia, dalla quale probabilmente possiamo ricavare delle informazioni sulle nostre origini. A un religioso cristiano non ho da dire assolutamente nulla, anche perché non ho la necessità di convincere nessuno. Io a metto a disposizione le mie cose, poi ciascuno ne fa quello che vuole.

G8 Genova, prove generali per lo choc dell’11 Settembre

G8 Genova, prove generali per lo choc dell’11 Settembre


La Corte europea dei diritti umani ha certificato sul piano legale e formale ciò che era già chiaro sul piano sostanziale a tutti gli uomini onesti presenti sulla faccia della Terra: i poliziotti che fecero irruzione presso la scuola Diaz a Genova la notte del 21 luglio del 2001 si abbandonarono volutamente a pratiche di tortura. I giudici inoltre, dopo avere accertato l’utilizzo di metodi e prassi degne del regime argentino di Jorge Videla, stigmatizzano pure l’inerzia del sistema Italia nel (non) rendere giustizia alle vittime. Non solo i torturatori protagonisti della mattanza di Genova non ricevettero condanne penali proporzionate alla gravità dei fatti, ma molti di loro non furono neppure individuati e/o espulsi dai corpi di polizia. Paradossalmente, quindi, ancora oggi, lo Stato italiano potrebbe affidare il mantenimento dell’ordine pubblico a uomini resisi protagonisti nel recente passato di condotte che avrebbero ben meritato una ragionevole e giustificata condanna alla pena dell’ergastolo (con relativo isolamento diurno). Il capo della polizia del tempo, prefetto Gianni De Gennaro, siede adesso al vertice di Finmeccanica, degno premio da garantire a chi ha già irrimediabilmente infangato l’immagine dell’Italia nel mondo.
Comunque, della gravità dei fatti di Genova si sapeva già prima che la corte europea si pronunciasse nel merito, così come ampiamente nota era la propensione dei governi ad insabbiare e sminuire la gravità di quanto accaduto. Che l’Italia del 2001 L'ex ministro della difesa Antonio Martinosomigliasse più al Cile di Pinochet che ad una democraziaoccidentale è un dato di fatto. Meno chiare sono invece le ragioni che determinarono una tanto grave sospensione delle libertà democratiche, realizzata da un corpo armato grazie alla fattiva complicità del governo dell’epoca. Proviamo insieme ad indagare ora la parte nascosta della faccenda, avendo cura di collegare razionalmente i tanti tasselli di un unico mosaico. A pagina 535 del libro “Massoni” scritto da Gioele Magaldi è possibile scorgere una traccia importante. Come saprà chi ha letto il libro, l’ultimo capitolo riporta un dialogo intercorso fra quattro massoni di alto rango, appartenenti cioè al circuito segreto delle Ur-Lodges, vero e sconosciuto vertice del potere globale. Ad un certo punto, nel ricordare le precondizioni che consentirono l’arrivo di George W. Bush alla Casa Bianca, uno dei “fratelli” domanda all’altro: “A proposito, perdonami se ti interrompo, non ci hai parlato dei fatti del G8 di Genova, del luglio 2001. Chi ne fu responsabile, ai piani alti del potere?”.
Sfortunatamente non è possibile leggere la risposta offerta da Frater Kronos, massone oligarchico al quale la domanda era rivolta, di fatto impedita dalla rapida entrata in scena di Frater J.: “Scusate se mi intrometto. Ma è solo per dire che affronteremo la questione, che è intimamente collegata alla preparazione dell’11 settembre successivo, nei prossimi volumi di Massoni”. Per avere maggiori dettagli non resta che attendere l’uscita, si spera imminente, degli altri volumi. Nel frattempo però è possibile abbozzare un ragionamento anche limitandosi ad analizzare soltanto le circostanze già conosciute. Come sappiamo la strage dell’11 Settembre del 2001 fu pensata, voluta e pianificata all’interno di una specifica loggia, la Hathor Pentalpha, fondata tra gli altri da Bush padre e Dick Cheney. Una loggia certamente influente in America ma con addentellati Marcello Pera, ex presidente del Senatopresenti in tutto il mondo, Italia compresa. E’ possibile leggere i fatti di Genova alla stregua di esperimento preparativo in vista dell’evento principale (l’attacco alle Torri Gemelle) da consumarsi di lì a poco sull’altra sponda dell’Atlantico? Beh, io credo di sì.
Tanto per cominciare è giusto ricordare come nel 2001 il ministro della difesa del governo italiano fosse Antonio Martino, figura organica alla loggia dei Bush, mentre sullo scranno più alto di Palazzo Madama sedeva allora un altro politico iniziato nella stessa Ur-Lodge “del sangue e della vendetta”: Marcello Pera. Dipoi, per giustificare un uso spropositato della forza, la polizia italiana fabbricò dopo i fatti di Genova alcune prove false, a partire dal ritrovamento delle famose “molotov”. Analogamente George W. Bush e Tony Blair (anche quest’ultimo affiliato presso la Hathor Pentapha) si inventarono di sana pianta la presenza di fantomatiche “armi di distruzione di massa” per rendere possibile un insensato e folle attacco all’Iraq di Saddam Hussein. La tecnica volta ad esasperare un finto pericolo per dare vita a  scelte altrimenti improponibili fu chiaramente testata pure a Genova. Una tecnica nella quale i massoni della Hathor Pentalpha eccellono. Basti pensare a cosa è recentemente accaduto nella Francia di Sarkozy (Hathor Pentalpha), e a cosa ora accade nella Turchia di Erdogan (Hathor Pentalpha). Ordo ab chao.

Superlavoro e licenziamenti, la Cgil vi condanna al peggio

Superlavoro e licenziamenti, la Cgil vi condanna al peggio


Con la firma dei contratti del commercio e dei bancari la Cgil, fieramente schierata contro il Jobs Act, lo ha nei fatti sottoscritto, applicato e persino interpretato creativamente. Il contratto del terziario peggiora i due contratti precedenti che la Cgil aveva avuto il coraggio di non sottoscrivere. Si potrebbe fare un elenco di tante piccole e grandi angherie verso i lavoratori che vengono confermate, ma credo basti sottolineare che il lavoro domenicale diventa regola e obbligo. Particolare attenzione è stata poi rivolta alla clausola di flessibilità, che consente all’impresa di obbligare il lavoratore a lavorare 44 ore settimanali per 16 settimane senza neanche pagargli lo straordinario. Con 5 milioni di disoccupati, aumentare l’orario di lavoro è proprio una bella sensibilità sociale, ma c’è di peggio. A livello aziendale o territoriale sarà possibile concordare orari di 48 ore per 24 settimane in un anno. Metà dell’anno si lavorerà con gli orari previsti dalla legge del 1923, senza neppure che sia riconosciuto lo straordinario.
La Cgil nel passato si arrabbiò molto con il ministro berlusconiano Sacconi che aveva promosso il regime delle deroghe aziendali ai contratti nazionali. Ora sottoscrive una doppia deroga sugli orari di lavoro, realizzando un altro punto dellaCamusso e Polettifamosa lettera di Draghi e Trichet, che nel 2011 dettarono ciò che si doveva fare in Italia per obbedire alla Troika. Il Jobs Act prevede il demansionamento, cioè la possibilità per la aziende di degradare i lavoratori. Il contratto del commercio lo permette in via anticipata, cioè si potranno assumere a termine disoccupati con due qualifiche al di sotto della mansione effettivamente svolta. Cosa non si fa pur di dare lavoro, Poletti e i supermercati sono commossi. Naturalmente gli enti bilaterali, cioè gli strumenti del peggiore consociativismo sindacale, e mi fermo qui, vengono rafforzati. Quello di fare enti è l’unico diritto che resta, perché è dei sindacati e non dei lavoratori. Se il contratto del commercio è soprattutto il veicolo di ogni flessibilità a carico di chi lavora, quello dei bancari corre in soccorso di una esigenza di fondo delle imprese, quella di tagliare il personale e ristrutturarsi con meno costi possibili. Uno privilegia la flessibilità in entrata, l’altro quella in uscita, ma la logica è sempre la stessa.
Tutti sappiamo che la politica economica dei governi italiani ed europei ha un occhio di particolare riguardo per il sistema bancario, che viene sostenuto in tutti i modi con i nostri soldi. Lo stesso sostegno ai poveri banchieri lo fornisce per la sua parte l’accordo appena sottoscritto. Le banche potranno più serenamente licenziare, perché assumono l’impegno di prendere in considerazione i licenziati per eventuali nuove assunzioni. Hanno il via libera per le terziarizzazioni in tante belle newco, realizzate magari con la fusione di quelle banche popolari scalabili grazie alla riforma di Renzi. Si riducono i costi e il valore delle liquidazioni dei dipendenti così le banche risparmiano, ma per dare un contentino si afferma che i lavoratori dismessi in nuove società continueranno ad avere l’articolo 18. E qui c’è una mela avvelenata, perché con questa clausola il contratto dei bancari riconosce di fatto il rapporto di lavoro a tutele crescenti. Se infatti si esclude di applicarlo ai terziarizzati e solo a quelli, Cremaschisi accetta che sia pienamente applicabile a tutti gli altri che verranno assunti. Come sempre le eccezioni confermano la regola.
È questa la realizzazione di quanto il gruppo dirigente della Cgil aveva promesso nelle piazze del 12 dicembre scorso? La lotta al Jobs Act si riduce a individuare le persone esentate dai suoi danni? Questi contratti distruggono bel po’ di diritti in cambio di un aumento di 85 euro lordi distribuiti su diversi anni. Un aumento mensile di 13 euro netti nella busta paga ogni anno non mi pare uno scambio equo rispetto a ciò che i lavoratori restituiscono. In effetti per un dipendente di un grande magazzino e di una banca sarebbe molto più conveniente vedersi prolungare il contratto precedente con zero aumenti, piuttosto che un rinnovo come questo. E infatti sono le aziende che festeggiano gli accordi. Perché allora i grandi sindacati firmano queste porcherie? Semplice, lo fanno per sopravvivere come grandi organizzazioni burocratiche, ma questo loro modo d’agire finisce proprio per rafforzare Renzi e le sue politiche.
Non so se Landini si riferisse ad accordi come questi quando ha parlato di crisi sindacale, però non l’ho sentito contestare una frottola che oggi va per la maggiore e che serve a giustificare le politiche di flessibilità e precarietà. In ogni talkshow ad un certo punto c’è chi afferma che la colpa principale delle grandi confederazioni sia quella di difendere i sindacalizzati e non i precari. È falso. Cgil, Cisl e Uil in questi anni hanno firmato accordi che progressivamente hanno ridotto i diritti dei propri rappresentati, e per questo non hanno difeso neanche i precari. Come facevano ad estendere ciò a cui un po’ alla volta rinunciavano? Oggi più che mai il lavoro in tutte le sue forme ha bisogno di organizzarsi in sindacato per difendersi. Ma il sindacato che serve non è certo quello che firma contratti come quelli del commercio e dei bancari. No, quei sindacati che senza un minuto di sciopero firmano la resa e poi affermano di avere vinto fanno solo danno. Per ricostruire i diritti del lavoro ci vogliono organizzazioni e strategie diverse da quelle che ci hanno portato sino al disastro attuale.