lunedì 4 febbraio 2013

Il Camaleonte Mastella si mette d'accordo con la sinistra


Mastella si mette d'accordo con la sinistra


Dopo essere sbarcato al Parlamento europeo sotto le insegne del Pdl Clemente Mastella sarebbe pronto a fare un giro di valzer, tornando ad allearsi con la sinistra.
Intorno al 20 dicembre il segretario dell'Udeur era stato visto entrare nella sede di via del Nazzareno (Pd). Ora arriva la conferma: come scrive il quotidiano Il Sannio dopo una cena, aCeppaloni, con Umberto Del Basso De Caro, è stato siglato il patto tra il Campanile (il partito di Mastella) e i democratici in vista delle prossime elezioni. Mastella ha già smentito tutto. Ma ci sono diverse persone, vicine all'ex ministro, che invece confermano che l'incontro c'è stato.
Qualcuno parla già una mobilitazione in forze dei mastelliani per dar manforte al Pd in due regioni chiave, Campania e Puglia. In cambio di questo sostegno - che potrebbe risultare deciviso - cosa potrebbe ottenere Mastella? Nessun seggio a Roma o a Strasburgo (le europee sono in programma l'anno prossimo). Il leader del Campanile, però, potrebbe correre - con il sostegno della sinistra - alla carica di primo cittadino della sua città (Benevento), con il sostegno dell'avvocato Umberto Del Basso De Caro, socialista candidato nella lista del Pd alla Camera. Ovviamente in caso di un ritorno dei mastelliani a sinistra l'Udeur perderebbe l'assessore regionale nella Regione Campania, Severino Nappi (Lavoro). Inevitabilmente, infatti, il centrodestra chiederebbe la sua "testa" al presidente Caldoro.

Berlusconi,condono interno ad Equitalia


Berlusconi,condono interno ad Equitalia

Puntare a tassazione da persone alle cose. Serve 'nuovo inizio'



(ANSA) - TRIESTE, 4 FEB - ''Faremo un condono interno a Equitalia'', cioe' solo per coloro che hanno contenziosi aperti con l'agenzia delle Riscossioni. Lo afferma Silvio Berlusconi, precisando che per quanto riguarda il condono tombale questo ''si impone in caso di una riforma fiscale globale passando da un sistema fiscale a un nuovo regime che introduca finalmente una tassazione dalle persone alle cose. E' chiaro che occorre un condono per un nuovo inizio''.

Mali,Nigeria..per riprendersi l'Algeria??Niger: francesi a difesa miniere uranio Lo dichiara il presidente Issoufou alla tv


Niger: francesi a difesa miniere uranio

Lo dichiara il presidente Issoufou alla tv



(ANSA) - PARIGI, 3 FEB - Il presidente del Niger, Mahamadou Issoufou, ha confermato che forze speciali francesi proteggono nel suo Paese i siti minerari di uranio. "Lo posso confermare.

Abbiamo deciso, dopo quello che è successo in Algeria con l'attacco al sito gasiero di In Amenas, di rinforzare i siti minerari", ha detto Issoufou alla tv. Fonti dicono che una decina di riservisti delle forze speciali francesi stanno rinforzando la sicurezza dei siti del gruppo nucleare francese Areva i Niger.

Mps, nello scandalo c'è un Chianti Classico di tropp


Mps, nello scandalo c'è un Chianti Classico di troppo

Tutti i dettagli dell'operazione finanziaria che minaccia di lasciare l'ennesimo buco 

Mps, nello scandalo c'è un Chianti Classico di troppo

Risparmiatori, consumatori, correntisti, proprietari di case e inquilini, sono sul piede di guerra. Lo scandalo Montepaschi sta prendendo una nuova piega, scende dalle altezze della finanza, dei grandi accordi internazionali, delle “cupole” politico-affaristiche e dei teoremi giudiziari, per toccare gli interessi concreti della gente di Siena, una città piena di storia, ma anche di miseria, che il Monte ha fatto ricca e satolla nell’ultimo secolo.
L’amministratore delegato Fabrizio Viola ha annunciato ai tifosi che finisce la sponsorizzazione della squadra di calcio. Piangono i contradaioli per il Palio. Ma ancora di più si stracciano le vesti quelli che hanno affidato i loro quattrini a “babbo Monte”. La cartina di tornasole di questi rapporti diventati oggi perversi, si chiama operazione Chianti classico .
Tutto comincia con la cartolarizzazione di 683 immobili per 1,7 miliardi di euro in quel 2009 in cui la banca deve raccogliere quattrini per pagare Antonveneta, acquistata per 10 miliardi e 300 milioni di euro. Tecnicamente si tratta di un nuovo intervento per aumentare il patrimonio (si calcola che il Tier 1 potesse salire dello 0,40 per cento) che si aggiunge al prestito Fresh con JP Morgan. Condizione necessaria era che la vendita di case fosse vera e non un paravento. Dunque, Mps cede gli immobili a una società veicolo chiamata Perimetro della quale la banca possiede l’8%. Molto spesso si tratta di sedi e filiali del Monte che, quindi, a questo punto, paga l’affitto a Perimetro. La nuova società non ha i soldi per acquistare i palazzi e si fa finanziare da Mps che trasferisce i fondi a un altro veicolo, la Casaforte srl.
Nel novembre 2010 gli sportelli del Monte propongono ai clienti obbligazioni Abs Casaforte 2040 delle quali non è l’emittente, ma il promotore. Il sottoscrittore paga una commissione e acquista un derivato con un costo pari al 10% del valore nominale. Quanto ci guadagna? Secondo il prospetto informativo, grosso modo quanto un titolo a basso rischio. Il Mps mette a bilancio una plusvalenza di 450 milioni. Ma adesso scatta l’allarme.
Quella che sembrava una bella trovata, rivela pessime sorprese: per rendere appetibili i titoli, infatti, la banca si impegna a ricomprare i titoli, al 96% del loro valore nominale, a chi volesse venderli prima della scadenza. La crisi finanziaria, poi la recessione e adesso lo scandalo, fanno temere una vera e propria ondata di vendite tale da provocare un buco consistente nel bilancio.
Altro che utili. Bisogna, dunque, liberarsi della bomba a orologeria. Entra in scena l’Imi (del gruppo Intesa Sanpaolo) il quale si impegna ad assorbire i titoli in vendita. In cambio prende 21 milioni l’anno. Ma quanto valgono questi titoli? I contabili del Monte pensano che siano scesi all’83%. Circolano, però, stime ben più allarmanti: addirittura il 55% secondo esperti consultati daIlSole24Ore. In tal caso la perdita sarebbe davvero consistente, coinvolgendo anche l’Imi.
Nella seduta dell’11 dicembre 2012 il consiglio di amministrazione mette all’ordine del giorno quella che chiama operazione Chianti classico(in fondo il documento integrale della seduta del consiglio di amministrazione - alle pag. 8-10 si fa riferimento all'operazione) cioè la ristrutturazione di Casaforte che “ha sofferto dell’andamento dei prezzi di mercato e dello spread e oggi l’incentivo del cliente a rivendere non è marginale”, ammette l’amministratore delegato Fabrizio Viola. Si tratta di “consolidare il veicolo nel 2014” e riprendere pieno possesso degli immobili la cui valutazione finora è basata sugli affitti.
Si oppone il consigliere Lorenzo Gorgoni, che proviene dalla Banca del Salento (è stato incriminato dalla procura di Roma per il prodotto finanziario 4You) e ricorda il via libera della Consob e della Banca d’Italia (la quale ha però imposto di affiancare anche Imi Sanpaolo e ciò riduce il vantaggio per Mps). In ogni caso, insiste, i contratti hanno un sottostante reale. Gettare il bimbo con l’acqua sporca avrebbe un impatto anche sul patrimonio della banca.
Sulla stessa linea il vicepresidente Turiddo Campaini (Unicoop Firenze). Insomma, la vecchia guardia di difende. Fino a quel momento, del resto, Imi non ha comprato quasi nulla. Ma Viola replica evocando il rischio vero: “Potrebbe essere un buyback a generare un contraccolpo reputazionale ingenerando i dubbi sulla ragione dell’acquisto”. E aggiunge: “I titoli Casaforte sono come una sorta di deposito dal quale il cliente può prelevare, di fatto, quando vuole e reinvestire su titoli a rendimento maggiore. E l’incentivo a fare ciò è significativo”.
Insomma, un problema simile a quello che si era posto per i subprime negli Stati Uniti. Un altro trabocchetto in un bilancio aggiustato per far cassa. Il gran fracasso delle ultime settimane, aumenta il rischio di una vendita massiccia. Giovanni Fava della Lega nord ha sollevato la questione. Così come Elio Lannutti e l’Adusbef che accusa: "Mps ha ceduto i propri sportelli ad un consorzio, che ha acquistato gli immobili grazie ad un mutuo della stessa banca. Prima della chiusura di bilancio, Mps ha collocato al pubblico dei clienti ben 1,536 miliardi di obbligazioni Casaforte e 133 milioni presso gli investitori istituzionali. Lo stesso emittente ha stimato che il bond è illiquido e rischioso e che nell'89% dei casi renderà, alla scadenza, quanto un titolo liquido e privo di rischio come BTP emessi dal Tesoro italiano. Per giunta Mps può riacquisire gli immobili a valore di perizia, lasciando così gli investitori con un pugno di mosche in mano”.
A questo punto, tutti chiedono un intervento del governo. Ma di quale governo?

domenica 3 febbraio 2013

Aereo finisce fuori pista a Fiumicino


Aereo finisce fuori pista a Fiumicino

E' ATR 72 della Carpatair proveniente da Pisa. Era in fase atterraggio. A bordo 50 persone



Un aereo ATR 72  proveniente da Pisa e in atterraggio a Fiumicino è finito fuori pista.
A bordo dell'aereo ATR 72, della compagnia romena Carpatair, vi erano 50 persone: quattro componenti dell'equipaggio e 46 passeggeri.
PASSEGGERO, CREDEVAMO DI MORIRE  - "Tanta paura, qualcuno di noi ha creduto di poter morire e tutti urlavano. Durante l'atterraggio l'aereo ha toccato due volte bruscamente a terra: ci è stato spiegato che la seconda volta si è piegato il carrello e l'aereo è finito fuori pista". A parlare è uno dei 46 passeggeri dell'aereo finito fuori pista a Fiumicino. "Tutti quei sobbalzi erano dovuti a dei vuoti d'aria. Eppure il volo era stato tranquillo fino a quel momento", continua il passeggero. Le persone a bordo dell'aereo, tra le quali cresce il numero delle persone curate in codice verde, sono assistite anche dagli agenti della Polaria che li stanno rifocillando. Molti sono ancora sotto choc.
FERITA HOSTESS, NON IN PERICOLO - Una delle persone ferite nell'incidente aereo a Fiumicino è un membro dell'equipaggio, una hostess romena di 30 anni. La donna, ricoverata al policlinico Gemelli, è entrata in codice rosso, ha diversi traumi ma, a quanto si apprende dai primi accertamenti, non è in pericolo di vita.
Sono 16 le persone ferite e trasportate dal 118 in diversi ospedali. 
L'ATR 72 si trova all'altezza della pista numero 3: e' inclinato dalla parte dell'ala destra; il muso e la pancia del velivolo sono completamente adagiati sull'erba e il carrello destro si è sventrato così come sono danneggiate le pale dell'elica destra. Anche il sottopancia del muso dell'aereo presenta dei danni e alcuni detriti sono sparsi intorno alla sagoma. Tutte le porte da entrambi i lati dell'aereo sono aperte e sul fianco sinistro c'é anche la scaletta all'esterno. Per la forza del vento l'elica sinistra continua a girare. L'aeromobile é stato transennato dai vigili del fuoco che stanno continuando ad operare dei rilievi. Sul fianco dell'aereo Alitalia appare la scritta 'Operato da Carpatair' ed è evidente una bandiera con i colori della Romania.
ALITALIA, FORTE VENTO LA CAUSA  - L'Atr 72 di Carpatair è finito fuori pista "a causa del forte vento". E' quanto afferma l'Alitalia in un comunicato nel quale ricostruisce la vicenda. A bordo vi erano 46 passeggeri e 4 membri dell'equipaggio. I passeggeri feriti sono stati portati in ospedale, solo uno ha riportato una frattura del femore. "A causa del forte vento - è scritto nel comunicato dell'Alitalia - l'aeromobile ATR72 di Carpatair che operava il volo AZ1670 Pisa-Roma per conto di Alitalia, nelle ultime fasi di avvicinamento sull'aeroporto di Roma Fiumicino ha incontrato difficoltà nell'atterraggio che hanno provocato un'uscita di pista". "A bordo dell'aereo, decollato alle ore 19.15 da Pisa - prosegue la nota della compagnia italiana - erano presenti 46 passeggeri, oltre a 4 membri dell'equipaggio. I passeggeri sono stati fatti tutti evacuare immediatamente dall'aeromobile. Tutti i passeggeri che necessitavano di cure e di accertamenti ulteriori sono stati portati in ospedale. Di essi solo uno ha riportato una frattura del femore". "Alitalia - conclude il comunicato - ha attivato, per i parenti dei passeggeri, il numero verde 800551350 dall' Italia, e lo             00390665859051       per le chiamate dall'estero, ha avviato immediatamente un'inchiesta e contemporaneamente sospeso tutti i voli operati da Carpatair per conto di Alitalia su Pisa e Bologna".
L'aereo è circondato da quattro unità dei vigili del fuoco oltre che da mezzi della sicurezza aeroportuale e della polizia della quinta zona. Al momento del fuori pista non si sarebbe verificato alcun principio di incendio.  Sul posto c'e' un investigatore dell'Agenzia nazionale per la sicurezza del volo che ha avviato un'inchiesta sul fatto.
INCHIESTA PROCURA CIVITAVECCHIA - La procura di Civitavecchia ha aperto un inchiesta sull'incidente aereo avvenuto a Fiumicino questa sera. Il pm titolare degli accertamenti disporrà una serie di sequestri tra quali quello del velivolo della compagnia Carpatair, partner Alitalia.
ALITALIA SOSPENDE VOLI CARPATAIR  - L'Alitalia ha sospeso i voli su Pisa e Bologna operati per conto della compagnia da Carpatair, la società che gestiva il volo Atr 42 finito fuori pista a Fiumicino. Lo rende noto la compagnia di bandiera in un comunicato nel quale annuncia di aver avviato immediatamente un'inchiesta. E' del 20 settembre 2011 l'accordo commerciale che lega Carpatair, la compagnia aerea il cui volo Pisa-Roma è uscito stasera fuori pista, e Alitalia. Secondo l'accordo i voli Carpatair da e verso l'Italia sono commercializzati da Alitalia sotto propria denominazione. Alla firma dell'accordo Alitalia dichiarava: "L'accordo con Carpatair sviluppa ulteriormente il network di Alitalia perché rafforza la nostra presenza soprattutto dalla provincia italiana verso la Romania e i mercati dell'Est. L'accordo ci permette di offrire ai nostri clienti un ampio ventaglio di destinazioni grazie al network di Carpatair operato dall'hub di Timisoara. Allo stesso modo i clienti di Carpatair potranno raggiungere da Roma Fiumicino più di 90 destinazioni del network globale di Alitalia".

venerdì 1 febbraio 2013

Adesso cadono tutte,La voragine nei conti di Deutsche Bank Nel mirino di Usa e Consob tedesca. Perquisita dalla polizia e invischiata nel buco Mps. E ora anche in profondo rosso.


La voragine nei conti di Deutsche Bank

Nel mirino di Usa e Consob tedesca. Perquisita dalla polizia e invischiata nel buco Mps. E ora anche in profondo rosso.

Il blitz della polizia tedesca alla Deutsche Bank.

La Consob americana e tedesca alle costole, per speculazioni con mutui, tassi d'interesse e derivati. La Bundespolizeinegli uffici, per sospetto di frodi fiscali e riciclaggio. Infine, un buco gigante di quasi 3 miliardi di dollari (2,2 miliardi di euro) in perdite appurate, solo nell'ultimo trimestre del 2012.
Se le rivelazioni alla Sec (l'autorità di controllo sulle società del governo americano) di tre dipendenti silurati si dimostrassero vere, potrebbe essere la punta dell'iceberg di un rosso abissale mascherato negli anni, pari a oltre 12 miliardi di dollari.
La Deutsche Bank, il maggiore gruppo bancario dell'Unione europea, resta un monolite della finanza in Germania. Ma è sempre meno difendibile e intoccabile, anche dagli inquirenti di Berlino. E non solo per il maxi-derivato Santorini da 1,5 miliardi di euro, disegnato su misura nel 2008 per il Monte dei Paschi di Siena, così da coprire - speculandoci sopra - i bond in pancia all'istituto toscano.
NEL MIRINO DEGLI USA. I primi a incriminare la storica banca tedesca, dalla gestione sempre più americana, sono stati il Tesoro e le autorità di vigilanza degli Usa. Mastini con cui il colosso finanziario ha patteggiato multe miliardarie, ammettendo frodi fiscali e speculazioni sul mercato immobiliare statunitense, esploso poi nel 2007 con la bolla dei mutui sub-prime (quelli cioè forniti senza sufficienti garanzie).
In collaborazione con la Financial services autority (Fsa) inglese, su Deutsche Bank indaga anche il Fbi, per far luce sulla manipolazione internazionale del Libor, il tasso medio d'interesse cui le banche si prestano denaro sulla piazza di Londra. Uno scandalo gemello a quello dell'Euribor (il tasso interbancario in euro), per il quale, a gennaio 2013, anche l'autorità di controllo finanziaria tedesca Bafin ha ordinato approfondimenti verso l'istituto di credito di Francoforte.

Si indaga per riciclaggio, frode sui derivati e manipolazione dei mercati

Nel mirino degli investigatori c'è il tandem dei super-capi: lo squalo Anshu Jain, cresciuto nel quartier generale londinese dell'investment banking di Deutsche Bank, e il braccio destro Jürgen Fitschen,trait d'union con i poteri forti della Germania.
Entrambi in forze dell'istituto dopo l'uscita di scena, nel maggio 2012, dell'ex chief executive Josef Ackermann, i due boss negano la diretta responsabilità nelle irregolarità del gruppo. Attribuite invece, nelle indagini interne a trader e top manager ingordi e spericolati.
In realtà, a detta delle gole profonde e a giudicare dai nulla osta rilasciati dalla Commissione sui rischi globali del mercato di Deutsche Bank, almeno per il pacchetto Santorini, i vertici non potevano non essere a conoscenza delle manovre spregiudicate dei loro uomini.
IL BLITZ DELLA POLIZIA. Di questo sembrano esserne convinti anche gli inquirenti tedeschi. Sotto inchiesta in Germania - ma anche dal tribunale di Milano per un contratto con il Comune - per la vendita di pacchetti creativi e rischiosi di derivati sui tassi d'interesse swapa enti e aziende, diverse procure scavano per risalire al coinvolgimento dei piani alti dell'istituto in operazioni illecite.
A dicembre 2012, con uno spettacolare blitz, 500 agenti della polizia federale e tributaria hanno rastrellato gli uffici delle torri gemelle di Francoforte e le sedi periferiche di Berlino e Düsseldorf, disponendo cinque ordini di arresto, per un totale di 25 indagati per frode fiscale e riciclaggio, tra i quali spiccano il nome di Fitschen e di quello del responsabile finanziario del board Stefan Krause.
FRODE SULLE EMISSIONI. I reati sotto la lente dei magistrati risalgono a una falsa dichiarazione al fisco tedesco del 2009, per una truffa di oltre 230 milioni di euro, con il traffico internazionale di certificati dei titoli sulle emissioni di anidride carbonica.
Un anno prima, i poliziotti tedeschi avevano setacciato la stanza del dimissionario Ackermann, spediti in quel caso dai procuratori di Monaco di Baviera che indagano sulla bancarotta del gruppo Kirch. Un vecchia storia di coperture, nella quale i vertici del colosso bancario sono accusati di falsa testimonianza e corresponsabilità nel crac.

Una montagna di «collaterali» per coprire i buchi di bilancio

Se la cessione a caro prezzo (6 miliardi di euro), nel febbraio 2012, delle filiali della Deutsche Post al gruppo di Francoforte ricorda l'acquisto salato del Monte dei Paschi di Antonveneta, ha fatto scalpore anche la notizia della voragine di perdite di 2,17 miliardi di euro, a bilancio negli ultimi tre mesi del 2012.
Certo, il rosso era atteso, sia per la crisi sia per le spese legali e le multe dei vari processi giudiziari. Ma è l'importo record del buco (nel quarto trimestre del 2011 limitato a 351 milioni di euro) e il dato che anche i profitti dell'istituto siano risultati al ribasso di oltre 2,5 miliardi di euro a spaventare gli analisti.
VIA 1.400 POSTI DI LAVORO. All'orizzonte, per Deutsche Bank si profila una sforbiciata di 1.400 posti di lavoro e una riduzione, fino al 2015, di 4,5 miliardi di costi annuali. In vista della pesante ristrutturazione, i circa 25 mila dipendenti tedeschi hanno dovuto rinunciare all'atteso aumento di stipendio.
Peccato che negli stessi giorni le cronache internazionali riferissero di 500 milioni di euro di utili, accumulati nel 2008 attraverso operazioni su tassi d'interesse come il Libor. Dai documenti interni, consegnati al Wall Street Journal da un ex dipendente della banca, non c'è prova che i soldi siano frutto di manipolazioni illecite. Ma certo i margini di guadagno nel comparto - e le possibili perdite - sono ampi.
Tra i lavoratori, comprensibilmente, ribolle il malcontento per la gestione disinvolta del gruppo. Con gli scandali sui bond della morte e su altri derivati ad alto rischio, venduti nelle filiali ai clienti tedeschi, anche tra i correntisti il crollo di fiducia verso Deutsche Bank era stato enorme.
VATICANO, ALLARME RICICLAGGIO. Per l'indagato Fitschen, la responsabilità del colpo all'immagine è tutta delle perquisizioni «disastrose». Ma continuare a nascondere la testa sotto la sabbia potrebbe portare all'implosione di un colosso, cresciuto oltre misura con le acrobazie della finanza.
Troppi occhi sorvegliano la Deutsche Bank. A Roma, Bankitalia vigila anche su un sospetto flusso di riciclaggio in Vaticano, attraverso pagamenti elettronici su bancomat e conti del gruppo tedesco. In Germania, incalzato da Bruxelles e dall'Eba (l'Autorità bancaria di vigilanza), il governo studia come risanare il sistema bancario. Spesso infarcito - come la storia di Deutsche Bank dimostra - di titoli tossici e conti truccati, attraverso una mole di «operazioni collaterali».
Citando tutte le inchieste, lo Spiegel ha chiamato questo castello di carta (e di miliardi volatilizzati) «il lato oscuro della Deutsche Bank». Che la misura, anche per la prima banca d'Europa, sia colma?


Santander cedette Antonveneta a Monte Paschi prima di acquisirla


Santander cedette Antonveneta a Monte Paschi prima di acquisirla

Esclusivo: Botin rifilò Antonveneta a Siena prima di averla comprata. Aggiudicandosi Abn senza aumento di capitale.

Banco Santander e Monte dei Paschi non avevano i soldi per acquistare nel 2007 Antonveneta: entrambi dovettero così ricorrere a una serie di operazioni a rischio per finanziare un azzardo pianificato, avvenuto nell'ambito della più grossa compravendita di un istituto di credito, il controllo da parte degli spagnoli e dei loro soci del colosso olandese Abn Amro, che da circa un anno aveva in mano la maggioranza azionaria di Antonveneta.
L'AFFARE SANTANDER-MPS. Secondo quanto Lettera43.it è in grado di rivelare, quando Santander concluse l'affare con Mps (l'8 novembre 2007), in realtà non aveva ancora comprato Antonveneta e mai la comprò davvero, se non per qualche ora e senza versare nulla: non aveva pagato un centesimo, si era solo impegnata con Abn e cedette così a Rocca Salimbeni qualcosa che ancora non era suo. Un immenso scaricabarile.
IL PACCHETTO ABN: 71 MLD. La prova che il rischio di questo mega acquisto fu rovesciato sin dall'inizio sui cittadini e sui governi è nelle carte di Santander, Mps e Antonveneta, dove sono raccontati passo dopo passo i dettagli del passaggio di un folle gioco di promesse di vendita futura da 71 miliardi di euro: cioè l'importo - ma solo nominale, perché nessuno aveva i quattrini veri - dell'acquisto del gruppo Abn da parte della cordata composta da Santander, Royal Bank of Scotland e Fortis, un gruppo assicurativo olandese, dissanguatosi - come Scotland, poi salvata dal governo britannico - in una scalata avvenuta senza soldi e, infine, soccorso dal governo de L'Aja.

L'Opa su Abn costò a Santander quasi 20 mld

L'8 ottobre del 2007 Santander, Scotland e Fortis diedero il lieto annuncio: l'Opa su Abn, lanciata nel maggio dello stesso anno, era andata a buon fine e la cassaforte olandese era nelle loro mani. Sì, presto ma non immediatamente. Infatti l'accordo con gli azionisti di Abn fu concluso, ma i pagamenti e i passaggi di azioni erano di là da venire.
L'importo dell'operazione era mostruoso: 71,1 miliardi di euro, il 27,9% del quale ricadde sulle spalle di Santander che, in cambio, prese le ricche banche sudamericane controllate da Abn, l'italiana Antonveneta e le finanziarie olandesi Interbank e Dmc. Costo totale per gli spagnoli - si legge nella relazione trimestrale fino al 31 marzo 2007, certificata da Deloitte Madrid - 19,9 miliardi di euro.
LE DATE CHE NON TORNANO. E già qui c'è una prima stranezza: come faceva la trimestrale di marzo a descrivere nei dettagli un'operazione del 29 maggio (il lancio dell'Opa)? Formalmente è tutto in regola, perché i revisori di Deloitte apposero come data del controllo quella del 22 giugno. Tanto che la relazione della banca inserì l'operazione in trimestrale come «fatto avvenuto dopo il 31 marzo».
Ma a essere ancor meno chiaro è come Santander pagò i suoi obblighi verso gli azionisti di Abn. Così nella trimestrale (pagina 13 della versione in inglese, anch'essa certificata da Deloitte per testo e traduzione) si legge che Santander prevedeva di reperire intanto 9 miliardi con un aumento di capitale, mediante sottoscrizioni ma anche in parte legato a non meglio specificati «strumenti convertibili in azioni».
L'EMISSIONE DEI VALORES SANTANDER. Di cosa si trattava in realtà gli spagnoli lo scoprirono amaramente in seguito: sono i Valores Santander, obbligazioni spazzatura simili ai bond Parmalat, venduti a 13 euro e precipitati poi a 2 euro, piazzati a oltre 100 mila piccoli e medi risparmiatori, per lo più clienti del banco, e ora al centro di innumerevoli cause giudiziarie a Madrid.
Nove miliardi - teorici - previsti dal futuro aumento di capitale in varie forme, dunque. Ma mancavano ancora circa 10 miliardi per saldare il conto. Derubricate, sempre genericamente, a «operazioni di bilancio» e di «vendita di asset».
LA CESSIONE DELLE AZIONI SANPAOLO. Ma la relazione dava anche una buona notizia: Santander aveva venduto le sue azioni di Intesa Sanpaolo (1,79% del capitale) a un prezzo pari a 1,2 miliardi di euro, ottenendo - rispetto al prezzo di acquisto - un «guadagno approssimativo di 566 milioni di euro per il gruppo».
Però non bastava. Perché, a parte questi denari, il resto era tutto teorico. Non esistevano ancora le risorse per acquisire la quota di Abn che conteneva Antonveneta. Così, a giugno, partì la prima emissione dei Valores, titoli spazzatura che tuttavia fruttarono a Santander la bellezza di 7 miliardi. Però per saldare il conto ne mancavano ancora 12, e nella trimestrale non era chiaro da dove sarebbero arrivati.
LA TRATTATIVA SIENA. Tra operazioni di bilancio, piccole vendite e partite di giro, si giunse alla trattativa con Monte dei Paschi, interessata pare ad Antonveneta. E Santander, che prima intendeva aggredire il mercato italiano con la banca veneta (settima in Italia), invece la vendette. E diede l'annuncio ai mercati con una lettera del presidente Emilio Botin agli azionisti (leggi il pdf).
Era l'8 novembre del 2007 e il semplice comunicato scosse la Borsa di Madrid: le azioni di Santander ebbero il loro massimo rialzo nella storia del listino (3,88%) e il volume negoziato in un giorno fu pari a 2,4 miliardi di euro, il doppio del record precedente.

Con l'offerta di Rocca Salimbeni Botin evitò la ricapitalizzazione

Nella lettera agli azionisti, Botin scrisse che Antonveneta, pagata 6,6 miliardi, «avrebbe rappresentato un interessante primo passo per entrare nel mercato italiano». Invece, guarda un po', nel giro di poche settimane Santander cambiò idea perché scoprì che il posizionamento di Antonveneta non era tale da permettere di stare nel mercato italiano senza altri «consistenti investimenti».
Basta spender soldi, diceva in sostanza Botin, era il momento di incassare. Anche se in verità nulla fu speso per davvero.
MPS OFFRE 9 MLD. Allora il presidente spiegò che il gruppo aveva deciso di accettare «l'offerta di Monte dei Paschi di Siena per acquistare Antonveneta a un prezzo di 9 mila milioni di euro (9 miliardi), cifra significativamente superiore ai 6.600 milioni di euro con cui abbiamo valutato il gruppo Antonveneta nell'ambito dell'Opa su Abn Amro».
Sì, «valutato» e non pagato, perché in quel momento Santander non aveva ancora speso un euro: Antonveneta restava in mano ad Abn fino al perfezionamento dell'intesa e al pagamento. Pagamento che non avvenne mai.
LO «SCONTO» SU ABN. Nella sua lettera infatti Botin spiegava agli azionisti che il provvidenziale intervento italiano avrebbe permesso di «diminuire l'importo totale dell'acquisto delle attività di Abn Ambro, dai 20 miliardi inizialmente previsti a 11 miliardi di euro». E, punto secondo, di «lasciare senza effetto, perché non necessario, l'aumento di capitale per 4 miliardi che avevamo previsto».
Mentre, spiegava ancora il presidente, Santander si teneva le banche brasiliane e le finanziarie al consumo olandesi, perché considerate preziose.
L'ORIGINE DEI TREMONTI BOND. In sostanza, nella spartizione con Fortis e Scotland, Santander si era dovuta ingoiare anche Antonveneta che tuttavia non le interessava. E così, nel giro di appena una notte, aveva trovato la soluzione con Mps: scaricare quel peso da circa 9 miliardi sulle spalle dei risparmiatori italiani e del governo di Roma, che poi sarebbe intervenuto a salvare Monte Paschi con i Tremonti bond. Quindi, per gli spagnoli, Antonveneta uscì subito dall'affare, perché Monte Paschi si impegnò a comprarla senza che Santander dovesse un euro agli azionisti di Abn.
L'OPERAZIONE SOSPESA. Ma nemmeno i senesi avevano 9 miliardi, poi divenuti 10 con oneri vari, per concludere l'operazione con gli spagnoli. Che infatti restò sospesa per molti mesi e venne perfezionata solo (confermarono le agenzie spagnole all'epoca, un po' trascurate in Italia) il 30 maggio del 2008. Quando ormai Santander aveva messo sul mercato 7 miliardi dei suoi Valores di scarso o nullo valore e anche Mps aveva fatto la sua provvista vendendo a sua volta obbligazioni ai risparmiatori.
L'EMISSIONE DI BOND DEL 2008. Il 26 marzo 2008, per esempio, Monte Paschi lanciò la sua 22esima emissione di «obbligazioni set up/step down», al prezzo di 50 euro ciascuna e per un valore complessivo di 35 milioni. Con un dettaglio che non è un dettaglio: il collocamento, spiegava la nota informativa agli investitori, era affidato guarda un po' ad Antonveneta, che ancora non era stata comprata da Mps (l'accordo, ricordiamo, venne concluso solo il 30 maggio).
IL CONFLITTO DI INTERESSI. In sostanza, Mps affidò ad Antonveneta il compito di fare un po' di provvista per il suo stesso acquisto, la incaricò di cannibalizzarsi. E informò, per obbligo di legge, che l'operazione era «a rischio di conflitti di interesse del soggetto incaricato del collocamento», poiché - si legge ancora nel prospetto di Mps - «in data 8 novembre 2007 l'emittente ha comunicato di aver raggiunto un accordo con Banco Santander» in base al quale «Santander, non appena avrà completato l'acquisizione di Antonveneta in corso con Abn Amro, ne cederà l'intero capitale a Mps al prezzo di 9 miliardi di euro».
I TITOLI TOSSICI. Cifra che la banca senese reperì con aumenti di capitale, «cessione di asset ed emissione di strumenti di debito» tra i quali i «subordinati», ancora bond considerati tossici, emessi sia da Mps sia da Santander per scaricare il rischio sui piccoli investitori.
Tra titoli tossici, soldi fantasma e promesse di vendita di banche non proprie, non stupisce il commento che Franciso Gonzales, presidente del secondo gruppo bancario spagnolo Bbva, fece alla notizia della vendita di Antonveneta da parte di di Santander. «A me», disse, «la notte piace poter dormire...».