sabato 26 maggio 2012

EGITTO/ Farouq: la paura regala il Paese ai Fratelli musulmani


EGITTO/ Farouq: la paura regala il Paese ai Fratelli musulmani

sabato 26 maggio 2012
EGITTO/ Farouq: la paura regala il Paese ai Fratelli musulmaniUna donna egiziana vota per le presidenziali

A uscire vincitori dalle elezioni egiziane sono i Fratelli musulmani e i sostenitori dell’ex presidente Mubarak. I due candidati che si sfideranno al ballottaggio sono il leader islamista Mohamed Morsi, che ha ottenuto il 26%, e Ahmed Shafiq, ultimo premier durante la dittatura, al 23%. Tutti i nomi legati alla rivoluzione di piazza Tahrir sono scivolati alle loro spalle e quindi sono esclusi dal secondo turno. Per Wael Farouq i cristiani egiziani, terrorizzati dall’idea di una vittoria dei Fratelli musulmani, hanno votato in massa per Shafiq che però non ha il carisma per battere Morsi. La paura consegna quindi l’Egitto all’islamismo radicale che ora potrà inasprire la Sharia e rendere la vita ancora più difficile per i cristiani già marginalizzati. Per Farouq, “l’errore di prospettiva dei copti è che cercano sempre un protettore in grado di garantire i loro diritti. I cristiani dovrebbero invece confidare solo nelle loro forze, perché nessun musulmano offrirà mai loro quella piena cittadinanza cui giustamente aspirano”.

Professor Farouq, quello di ieri è il peggiore dei risultati possibili …

A uscire sconfitti sono i candidati liberali, ma non il liberalismo. Sommando i voti degli esponenti laici si arriva al 75%, contro solo il 40% delle elezioni parlamentari di questo inverno. I sostenitori della rivoluzione avevano raggiunto il 23% al referendum del marzo 2011, il 38% alle elezioni parlamentari e il 51% a quelle presidenziali di ieri.

Intanto però al ballottaggio passano Morsi e Shafiq …

Il fatto stesso che si siano tenute le elezioni è la migliore vittoria per la rivoluzione. Per la prima volta nella storia egiziana siamo davanti alla tv, seguendo in diretta i risultati consci del fatto che anche il villaggio più sperduto può decidere chi sarà il nuovo presidente. Sia che a diventare capo di Stato sarà il leader dei Fratelli musulmani, sia che si tratti dell’ex primo ministro di Mubarak, non saranno un grave rischio per il Paese perché la rivoluzione continuerà a spingere l’Egitto nella giusta direzione.

Se i liberali si fossero uniti avrebbero vinto le elezioni al primo turno …

E’ quello che accade in qualsiasi democrazia al mondo, ci sono diversi candidati e quello che prende più voti vince. I fatti positivi sono la partecipazione delle persone e la percentuale di voti andata ai candidati laici. Le stesse elezioni hanno rappresentato un enorme cambiamento, a prescindere dal nome del vincitore.

A votare è stato solo il 50% …

Per molti egiziani è stato impossibile votare. Il numero dei seggi e il tempo a disposizione ha impedito a una parte dei 52 milioni di aventi diritto di esprimere la loro preferenza. Solo in 27 milioni sono riusciti a farlo, cioè il 50%, che è comunque una percentuale superiore rispetto a Paesi come Stati Uniti e Italia. Questo non significa che in Occidente ci sia disaffezione nei confronti della democrazia, in Egitto come in Europa.

Come si spiega che Shafiq abbia conquistato quasi il 23% dei voti?

Non mi stupisce affatto. Sia perché una parte della società ha beneficiato del regime di Mubarak, o è stata influenzata dalla propaganda martellante dei media ufficiali contro la rivoluzione, sia perché Shafiq era sostenuto dai cristiani.

Ne è così certo?

Purtroppo la Chiesa copta ha spinto i fedeli a votare per Shafiq, che ha ottenuto la percentuale di voti più elevata nelle aree dove c’è una presenza più significativa di cristiani. E’ successo ad Assiout, Shubra e in tutte le città dove si concentra il maggior numero di elettori copti. Fondamentalmente, Shafiq è riuscito a superare il primo turno grazie ai voti degli ex membri del Partito Nazionale Democratico e dei cristiani. E d’altra parte ha ottenuto il 23% dei voti, ma il 77% si è espresso contro di lui, sostenendo i candidati che fino a un anno e mezzo fa erano all’opposizione, inclusi i Fratelli musulmani.

Perché molti cristiani hanno scelto Shafiq?

Purtroppo i cristiani in Egitto sono rappresentati politicamente dalla Chiesa ortodossa, e questo è il loro principale problema. E’ difficile che tra i copti si trovino dei liberali, dei conservatori, delle persone di sinistra: il loro voto è sempre su base religiosa. Quasi sempre una volta al seggio elettorale i cristiani obbediscono a una sorta di patto stipulato da un lato dalla Chiesa ortodossa e dall’altra da un’autorità politica che può variare nel tempo. Nelle ultime due settimane tutti hanno parlato di un accordo tra i vescovi e Shafiq, ma del resto è quanto è avvenuto negli ultimi 50 anni e ciò che avverrà ancora. I liberali egiziani si trovano a disagio per queste prese di posizione.

Come vede il futuro dei cristiani dopo le elezioni di ieri?

Temo che nel loro futuro ci sia un vistoso peggioramento. Di fatto, il risultato del loro voto sarà quello di consegnare il Paese nelle mani dei Fratelli musulmani. Nel ballottaggio tra Shafiq e Morsi vincerà inevitabilmente il secondo. Chi ha votato per i candidati liberali al secondo turno sosterrà Morsi. La Chiesa ortodossa ha agito per la paura dei Fratelli musulmani, ma in questo modo suo malgrado ha regalato la vittoria agli islamisti.

Possibile che i vescovi copti ortodossi non sappiano ciò che è meglio per i cristiani?

Il loro atteggiamento è sempre quello di chi cerca un protettore in grado di garantire i diritti dei copti. Mentre questa conquista potrà essere realizzata solo grazie a una maturazione e un cambiamento all’interno della stessa comunità cristiana. I copti devono confidare soltanto nelle loro forze, e non in un aiuto esterno che possa venire da un musulmano, chiunque esso sia.

venerdì 25 maggio 2012

Spagna in ginocchio per la crisi


Spagna in ginocchio per la crisi: a Madrid si rubano anche i tombini dalle strade e le portiere delle auto




(Corbis)(Corbis)
Portiere delle automobili, ruote, specchietti retrovisori, qualsiasia cosa si possa rubare non viene tralasciata, nemmeno i tombini. Accade sia nelle vie della capitale Madrid, sia in altre città spagnole dove i furti sono in aumento.
Nella calle Santiago de Compostela vicino a un ufficio della polizia, racconta El Mundo, da settimane è parcheggiata un'auto Volvo a cui sono state tolte le portiere, ma non è l'unico episodio. Se a Madrid la razzia nelle strade includono anche l'arredo urbano, qualsiasi cosa che possa avere un mercato, a Bilbao tre ragazzi di 24 e 26 anni sono stati arrestati mentre caricavano su un furgone decine di tombini prelevati dalle strade. A Toledo invece sono le ruote ad essere prese di mira, soprattutto nei parcheggi di scambio vicino alle stazioni ferroviarie.
Anche il borseggio sta modificando le sue modalità operative. A Marbella è stata arrestata una cinese che offriva massaggi ai bagnanti e approfittando della loro scarsa attenzione rubava i portafogli. Tra i crimini segnalati nelle sezioni di cronaca dei siti locali in questi giorni ci sono poi il furto di cavi per la fibra ottica, benzina dai serbatoi dai camion e dalle barche ormeggiate. Ma il caso più eclatante è il furto in diretta del telefono cellulare di una giornalista che stava seguendo la manifestazione degli indignados a Puerta del Sol a Madrid.
Nella capitale secondo i dati raccolti dal ministero degli Interni spagnolo riferiti al primo trimestre 2012 il crimine violento è aumentato del 12,9 %, da 5.644 casi nel primo trimestre del 2011 a 6.373 di quest'anno. Tra questi, furti e intimidazioni hanno avuto un'impennata del +14,5% (da 5.079 a 5.813 casi). L.B.

A Siviglia pensionati e famiglie occupano un condominio sfitto da anni


A Siviglia pensionati e famiglie occupano un condominio sfitto da anni


Non sono artisti, né giovani: sono semplicemente famiglie, vecchi senza più una casa che, dal 15 maggio, hanno deciso di occupare un condominio a Siviglia. La piccola colonia, aiutata dal movimento degli indignados, ha fatto irruzione in una palazzina di 4 piani, mai abitata e mai venduta, che fa parte della speculazione edilizia travolta dallosboom immobiliare.

Ana Lopez Corrales, 67 anni, un marito settantenne malato e infermo, racconta la sua storia: «Le donne che come me hanno preso questa decisione sono rimaste senza casa. Ad alcune è stata pignorata, altre sono state buttate fuori perché non riuscivano più a pagare 500 euro di affitto. Non c'era altra soluzione per continuare a vivere con dignità».
«Questa palazzina è chiusa da almeno un paio di anni. Nessuno la reclama, il costruttore probabilmente è fallito, perché continuare a tenere chiusa questa proprietà, mentre molti di noi vivono sulla strada?».

Si calcola che ci siano in Spagna almeno un milione di immobili invenduti, e 58.000 famiglie sono state sfrattate solo nel 2011. L'Andalusia è tra le regioni più colpite dalla crisi con almeno 10.00 sfratti avvenuti nell'ultimo anno. Le famiglie, sono consapevoli che quando arriverà l'ordine di sgombero non potranno fare niente per opporsi, ma nel frattempo cercano di vivere questa situazione nella normalità -dice Ana «ogni mattina accompagno i miei tre figli a scuola e vado a lavorare»- grazie anche a un atteggiamento benevolo della polizia che per il momento li "protegge"
.

Come negli anni 50/60 E' 'corsa' a emigrare in Australia


E' 'corsa' a emigrare in Australia

Opportunità per tecnici e specializzati lavoro_curriculum_296Un salto indietro nel tempo, a cent'anni fa. Sì, perché se ai primi del '900 erano migliaia e migliaia gli italiani che partivano alla ricerca di fortuna verso l'Australia, oggi l'assenza di lavoro e la recessione, spingono tanti nostri connazionali a 'vestire' i panni degli emigranti, come tanti anni prima i loro nonni e trisavoli, per cercare una 'nuova frontiera' verso la terra dei canguri. O almeno a provarci.

"Certo, negli ultimi tempi -spiega Vincenzo Romiti, presidente dell'associazione 'Italia-Australia', attiva dal 1976- c'è stato un forte incremento delle persone che cercano informazioni e dati, rivolgendosi anche a noi, su come trasferirsi in Australia per lavoro. Anche se poi alla fine il numero di chi decide davvero di emigrare, e ci riesce, non supera, da quanto ne sappiamo, le 300-400 unità all'anno".

Infatti, è possibile emigrare in Australia per lavoro solo se si è in possesso di una serie di requisiti sulla base dell'età' (che deve essere inferiore a 45 anni), studio, esperienza professionale e conoscenza della lingua. La conoscenza dell'inglese infatti è fondamentale non solo per ottenere un lavoro, ma anche per sostenere un colloquio.

"Si deve capire che andare in Australia -sottolinea Romiti- non vuol dire trasferirsi in un'altra provincia italiana, ma recarsi in un paese anglo-sassone e anche un po' asiatico. Se non conosci bene l'inglese non puoi fare l'impiegato in Australia. E i titoli di studio conseguiti in Italia devono essere prima riconosciuti in Australia, altrimenti non hanno alcun valore, non vi è alcun riconoscimento automatico".

Quindi attenzione a non scambiare l'Australia per un Eldorado che non c'è. Anche se, come, e forse più, di tanti anni fa, resta un Paese con tante opportunità per chi le sa cogliere. "Chi ha idee e tecnologie, e un po' di capitale da poter investire - sottolinea Romiti- ha in quel Paese la possibilità per potere crescere, a differenza che in Italia dove invece non praticamente è possibile. Prendiamo tecnici e operai specializzati restati in questi mesi senza lavoro per via della crisi in Italia. Sono loro a possedere delle competenze fondamentali – aggiunge - che, unite con un piccolo capitale iniziale, potrebbero utilizzare per lanciare qualche nuova attività produttiva in Australia".

Mentre, per chi invece sceglie di provare a fare l'impiegato o comunque il lavoratore dipendente, "ci deve pensare bene, perché ha sì magari uno stipendio più alto, ma si trova ad avere a che fare con un costo delle vita più alto, e in un Paese straniero".

Ma per chi non ha intenzione di abbandonare l'Italia, ma solo di conoscere un Paese nuovo, e fare un po' di esperienza, l'Australia ha più o meno le 'porte aperte'.

I cittadini italiani tra i 18 e i 30 anni possono ottenere, infatti, un visto vacanze-lavoro valido per un anno, rinnovabile una seconda volta se nel primo anno si svolgono attività nelle zone rurali per almeno tre mesi come bracciante, raccoglitore di frutta, giardiniere.

"Nel settore agricolo -conclude Romiti- c'e' molta possibilità per il lavoro stagionale. Ci sono 1.400-1.500 fattorie australiane, che in collaborazione con la nostra associazione, offrono vitto e alloggio in cambio di collaborazione nel lavoro in fattoria. Ma le richieste dall'Italia sono al massimo qualche decina all'anno".

Nuove specie biologiche


Nuove specie biologiche


Biodiversità, da cactus che ‘cammina’ a minivespe

La Top Ten presentata dall’univtà dell'Arizona              scimmia_naso_296

Millepiedi giganti, vermi del diavolo, vespe cacciatrici e cactus ''che camminano'' sono solo alcune tra le bizzarre creature inserite nella Top Ten delle nuove specie biologiche, presentate nel catalogo sulla biodiversità pubblicato dall'Istituto Internazionale sull'Esplorazione delle Specie dell'università dell'Arizona e reso noto oggi,nell'anniversario di nascita di Carlo Linneo, il noto botanico svedese al quale si deve il moderno sistema di classificazioni di piante ed animali. 

La Top Ten comprende animali dalle caratteristiche straordinarie, come la scimmia che starnutisce quando piove, scoperta in Myanmar oppure una stupenda e velenosa medusa, avvistata nelle Antille Olandesi. Il verme del diavolo, lungo circa 0,5 millimetri, è stato scoperto nelle profondità di una miniera africana, mentre l'orchidea che fiorisce di notte e' stata individuata in Papua Nuova Guinea. 

La temibile vespa parassita, scoperta a Madrid, vola a solo un centimetro da terra a caccia di ignare formiche. Del tutto innocuo e' il fungo chiamato come il personaggio di un cartone animato, SpongeBob: una vera e propria spugna che vive in Malesia, nelle foreste del Borneo. Il giallo papavero nepalese, a differenza dei suoi cugini europei, fiorisce d'autunno. Grazie ai suoi 16 centimetri di lunghezza, il millepiedi gigante e' il piu' grande millepiedi in natura, scoperto in Tanzania. Il cactus che cammina e' in realtà un verme corazzato appartenente al gruppo Lobopodia corazzata, ormai estinto, e il cui fossile e' stato ritrovato nella Cina sud occidentale. Infine c'e' l'iridescente tarantola Sazima dal colore blu, scoperta in Brasile. 

''Tutto quello che attira l'attenzione sulla biodiversità, come questa iniziativa, fa comodo alla nostra causa'' commenta Stefano Taiti dell'Istituto sugli Ecosistemi del Centro nazionale delle ricerche. ''La biodiversità è un problema grosso, poco conosciuto e causato dalla deforestazione, dai cambiamenti climatici e dall'antropizzazione in generale ovvero dalle specie invasive che vengono introdotte dall'uomo''. 

''Per esempio il Procambarus clarkii, il cosiddetto gambero killer, una volta importato in Italia dalla Louisiana ha praticamente soppiantato il nostro gambero di fiume. Stessa cosa sta accadendo con lo scoiattolo grigio giunto dal Nord America, che sta prendendo il posto dello scoiattolo rosso europeo''. Le nuove specie individuate ogni anno sono numerose, ''ne descriviamo tantissime anche qui in Italia, ad esempio, occupandomi di crostacei, descriverò tra le 50 e le 100 nuove specie all'anno. Soltanto in Italia ne ho individuate circa una ventina negli ultimi due anni''. 

Il problema non è descriverle ma trovarle, ''fra 5, 10 anni in Italia non ci sarà più nessuno in grado di descrivere le specie animali in modo scientifico, soprattutto quelle invertebrate, che sono la maggior parte in termini di biomassa''. La tassonomia, la disciplina che classifica le specie, è alla base della scienza ambientale, '' sta scomparendo, non ci sono fondi, non c'e' la certezza di una carriera scientifica e l'ecologia sugli invertebrati rischia di non avere futuro''.

La lunga storia di una crisi di sistema, scenari e proposte, intervista a Luciano Vasapollo


La lunga storia di una crisi di sistema, scenari e proposte, intervista a Luciano Vasapollo

Con questa lunga e articolata intervista il professor Luciano Vasapollo offre una propria ricostruzione della crisi che sta sconvolgendo il capitalismo mondiale. Una crisi politica da cui non si può uscire con ricette palliative ma solo con una proposta di alternativa radicale (di stefano galieni per Controlacrisi.org)


  lunedì, 21 maggio 2012
La crisi attuale e le turbolenze in Europa di questi mesi vanno lette per Luciano Vasapollo, Professore di economia applicata all’Università La Sapienza e Direttore di  Cestes – Proteo (Centro Studi dell’USB), all’interno di un processo storico-economico  molto lungo di cui bisogna assolutamente tenere conto in maniera puntuale per capirne la reale entità.

«Quanto sta accadendo oggi è la conseguenza politico-economica  di quanto avviene da molti anni e non è un  dettaglio comprendere la tipologia, l’origine e gli effetti di questa crisi. Nel modo di produzione capitalista si possono, in termini marxiani definire e analizzare tre tipologie di crisi, quella a carattere congiunturale, quella strutturale e quella sistemica. Oggi tutti parlano di crisi sistemica ma pochi sanno veramente di cosa si tratta, ed inoltre quando noi analisti marxisti ne parlavamo in tempi non sospetti già negli anni novanta nessuno ci dava credito».

E quali sono le differenze sostanziali?
«La crisi congiunturale è da considerarsi “normale”, poiché non è vero che il modo di produzione capitalistico è in equilibrio o in costante crescita quantitativa. Aveva perfettamente ragione Marx quando individuava le crisi come fase interna del ciclo in un modello economico produttivo di disequilibrio, e quindi  fasi di sovrapproduzione, situazione che obbliga alla conseguente irrinunciabile condizione di  bruciare forze produttive, distruggendo cioè forza lavoro e capitali in eccesso, materiali, tecnologici e finanziari, per poter ricreare le condizioni di una crescita capace di realizzare masse e tassi di profitto reputati “soddisfacenti” e ottenuti  attraverso gli investimenti di plusvalore in nuovi processi di accumulazione del capitale a maggiore profittabilità . 
La grande  crisi del 1929  assume invece caratteri di strutturalità poiché il capitale internazionale aveva bisogno di un nuovo e diverso modello di accumulazione, anche se  la stessa crisi di allora appariva o veniva presentata come quella di oggi come fosse di carattere finanziario, ma in realtà partiva da una profonda crisi dei fondamentali macroeconomici dello stesso modo di produzione capitalistico. Si è usciti da tale crisi con la messa a produzione di massa del fordismo e del taylorismo, e  applicando il modello keynesiano di sostenimento della domanda  realizzando un grande intervento pubblico, cioè innalzando gli investimenti in spesa pubblica, che non si traduce immediatamente in spese sociali. 

Tanto è che dalla crisi del 1929 non si è usciti con il new deal ma attraverso il  keynesimo militare che esprime il suo massimo livello con la seconda guerra mondiale e con la stessa ricostruzione post- bellica. Gli Stati Uniti diventano la nuova locomotiva mondiale allo sviluppo capitalistico, infatti rafforzando l’apparato industriale militare nella preparazione alla guerra e non dovendosi neanche preoccupare a guerra finita della loro ricostruzione perché non subiscono danni nel loro territorio, possono dedicare risorse da destinare agli investimenti produttivi nella ricostruzione dopo i danni di guerra subiti dai paesi europei, realizzando così un forte interventismo statale  attraverso la politica degli aiuti sul modello dei “Piani Marshall”. 
Tale situazione permette agli USA di  realizzare un proprio  sviluppo economico basato soprattutto sull’import e sull’indebitamento, interno , esterno, pubblico e privato. Una economia così strutturata sull’indebitamento poiché basata sull’importazione, determina quantità di dollari e di titoli in dollari certamente superiori alla ricchezza realizzata dagli Stati Uniti, contravvenendo così alle regole basilari degli accordi di Bretton Woods. 

I paesi creditori accumulano così valuta USA in un mondo fortemente  “dollarizzato”. Si arriva al punto a fine anni ’60 che i dollari in circolazione a livello mondiale sono almeno sei volte la ricchezza degli Stati Uniti e quindi di fatto gli accordi di Bretton Woods inevitabilmente saltano per una imposizione unilaterale da parte degli Usa, che vogliono campo libero per un ulteriore sviluppo del loro modello importatore-debitorio da imporre al mondo  in termini politico-commerciale o anche politico-militare espansionistici. 

Anche perché intanto muta lo scenario mondiale?
«Infatti nel frattempo entrano in campo due nuovi competitori internazionali, cioè i Paesi sconfitti nel conflitto, la Germania e il Giappone, che scelgono per la  ricostruzione e il rafforzamento del proprio sistema di sviluppo interno, un modello capitalistico diverso da quello statunitense, meno aggressivo. Tale modello è stato definito renano – nipponico, e si basava soprattutto su un forte e riqualificato apparato industriale, in funzione di una articolata e competitiva propensione all’esport, mantenendo un ruolo importante dell’impresa pubblica; un modello sostenuto da un consociativismo con le forze sindacali controbilanciato da un capitalismo più a carattere sociale rispetto a quello USA, o meglio anglosassone, definito anche capitalismo aggressivo e selvaggio. Il modello renano-nipponico ha permesso a tali paesi un forte rafforzamento dell’apparato industriale interno, mantenendo salari relativamente più alti, imponendo così una condizione di bassa conflittualità sociale.  Tale strutturazione ha creato da subito problemi competitivi agli Usa che verso il Giappone hanno scatenato una vera guerra speculativa per diminuire la competitività internazionale del Giappone e dello yen. La Germania nel frattempo continua il proprio rafforzamento industriale con una forte capacità esportatrice e per poter mantenere tale modello aveva bisogno di una moneta forte e di un’area europea che assumesse i caratteri di polo economico-commerciale e monetario a guida tedesca, e per far ciò necessitava eliminare competitori interni a tale nuovo polo geoeconomico deindustrializzandoli  e rendendoli dipendenti dall’esport della Germania.. 
È allora che comincia la crisi sistemica che oggi vediamo chiaramente. 

Intanto con  la fine degli accordi di Bretton Woods nel 1971 si evidenzia anche l’inizio dell’attuale crisi sistemica, a causa delle stesse difficoltà nel realizzare da parte del capitale internazionale un nuovo modello di accumulazione in grado da permettere non solo la crescita della massa complessiva del plusvalore ma tale che sappia mantenere per i paesi a capitalismo avanzato quei tassi di profitto reputati congrui per far ripartire il sistema ai livelli di crescita alla profittabilità desiderata .
Gli effetti di tale crisi portano necessariamente all’acuirsi della competizione globale, che viene definita come la nuova fase della globalizzazione; in effetti una nuova fase della mondializzazione capitalista in cui a globalizzarsi in effetti è l’espansione soffocante della finanza. In effetti la crisi sistemica del capitale necessita della globalizzazione neoliberista che sviluppa politiche economiche restrittive  tese a contrarre i salari diretti, indiretti e differiti e contemporaneamente a tentare di aumentare la massa dei ricavi, per compensare la evidente caduta tendenziale del saggio di profitto. Si cerca così di invadere nuovi mercati attraverso nuovi progetti e modalità di presentarsi degli imperialismi, a matrice USA ed euro-germanica, a carattere economico-politico-militare per tentare di risolvere la crisi. Agli altri paesi europei viene imposta la deindustrializzazione e la delocalizzazione dell’attività produttiva in un nuovo disegno della divisione internazionale del lavoro. 

Si sviluppa in tal modo la cosiddetta fase della globalizzazione neoliberista partendo da forti processi di deregolamentazione dei mercati, abbattendo il ruolo interventista nell’economia da parte degli Stati, puntando ad un modello di competizione globale che sviluppa in primis un attacco senza precedenti al costo del lavoro e contemporaneamente processi di delocalizzazione produttiva (in paesi con lavoro a basso costo ma specializzato, non normato e non sindacalizzato, in questo modo si fa piazza pulita dell’industria dei maggiori  competitori europei con la Germania), esternalizzazioni, privatizzazioni e dirottando risorse su una finanza aggressiva e destabilizzante, tentando di realizzare con le rendite quanto non si riusciva ad ottenere  in termini di profitti. 
Il Marco non può farcela a reggere alla competizione internazionale con l’area del dollaro se non si crea un polo economico commerciale europeo che metta la moneta tedesca in condizione di competere col dollaro e con un’economia della Germania che possa ambire a diventare la nuova locomotiva del capitalismo internazionale. 
Insomma fin dagli anni ’70 si gettano le basi per la costruzione dell’Europa dell’euro e del polo imperialista europeo». 

 Quindi l’euro è di fatto una moneta che sostituisce il marco?
«La costruzione del polo imperialista europeo di fatto  avviene sulle necessita competitive internazionali della Germania; pertanto lo stesso euro è da considerarsi una sorta di Super Marco, ed infatti i tassi di cambio imposti agli altri paesi europei non sono stati pesati  in base alla ricchezza dei singoli Stati ma in funzione delle necessità competitive politico-economiche e politico-monetarie della Germania. Non è un caso che nei mesi successivi all’introduzione dell’euro, ad esempio, in Italia.  il potere d’acquisto dei  salari di fatto si dimezza poiché con un euro si acquista in pratica più o meno ciò che pochi mesi prima si acquistava con mille lire e non con le 1936 imposte dalla quotazione di cambio dell’euro. 
La costruzione del polo euro-germanico necessita di una nuova divisione europea del lavoro nel quale i paesi dell’Europa meridionale-mediterranea si trasformino in  aree di importazione, infatti proprio i dati di maggio 2012 confermano  che il 45% delle esportazioni tedesche si riversano proprio nell’are europea. Si risolvono così, quindi, le necessità competitive del modello tedesco che evidenzia significativi surplus  della bilancia dei pagamenti che trovano possibilità di investimento ad alto rendimento acquisendo il deficit della bilancia dei pagamenti degli altri paesi europei in particolare quelli mediterranei, cioè acquistandone i loro titoli  del debito pubblico. Il surplus tedesco è determinato dal proprio modello di esportazione che realizza profitti sull’import degli altri paesi europei, i quali essendo ormai deindustrializzati sono costretti ad indebitarsi sempre più e alla fine il surplus finanziario tedesco realizza rendite dall’acquisto dei titoli del debito pubblico dei PIIG. Ci sono surplus  finanziari che non possono restare immobili quindi la Germania si compra i titoli del debito pubblico dei PIIGS.( volgare acronimo, che significa maiali, utilizzato dai potentati del capitale per identificare la marginalità resa utile e indispensabile per sorreggere l’impianto imperialista euro-tedesco) ».

Ma il problema è il debito pubblico?
«In realtà i dati ci confermano che ad essere fuori controllo è il debito privato, soprattutto delle banche e delle grandi imprese, e il debito pubblico si è formato nel tempo non per l’eccessiva spesa sociale. Infatti ad esempio in Italia l’impennarsi del debito pubblico è dovuto alle scelte dei governi già dagli anni ’70 di accettare per ragioni politico-clientelari livelli incompatibili di evasione fiscale funzionale al sistema partitico e politico-economico; elargizioni clientelari al sistema di impresa attraverso incentivi, defiscalizzazioni, rottamazioni, ecc.; stanziamenti di cifre altissime per grandi opere pubbliche mai realizzate e utili solo per foraggiare il circolo perverso di imprenditoria criminale, tangenti politico-partitiche, malaffare e criminalità organizzata; sperpero di spesa pubblica ma non sociale con finanziamenti legali, illegittimi e illegali al sistema dei partiti e alla politica affaristica. 
Il debito pubblico serve a determinare le condizioni di delegittimazione del ruolo dei singoli stati in campo economico e politico  per creare lo Stato sovranazionale europeo, cioè il passaggio al super Stato politico europeo che necessariamente porta a creare deficit di democrazia, a stabilire la sovranità della super Germania. 

I piani di ristrutturazione della Bce verso i PIGS sono serviti a costruire questa Europa e  la Bce sta facendo  quello che l’Fmi ha fatto per l’America latina, attraverso i piani di aggiustamento strutturale, Pas, o piani di austerità, agendo con privatizzazioni, abbattimento della spesa sociale, riduzione del costo del lavoro e creazione di precariato giovanile e non. 
Ma ora la stessa costruzione del sovrastato europeo è messa in ginocchio dalla crisi di sovrapproduzione che sta realizzando anche quella di sottoconsumo per contrazione dei redditi da lavoro. L’austerità non può andare di pari passo con la crescita; le politiche restrittive servono solo per ultimare la resa dei conti di classe contro il movimento dei lavoratori e per delegittimare definitivamente il ruolo degli Stati-nazione abbattendo ciò che rimane dell’economia pubblica. 

Ma è evidente che  non esistono soluzioni di carattere economico alla crisi sistemica. Non si possono  certo risolvere i problemi della crisi, come vorrebbero la maggior parte dei partiti della sinistra europea e gli economisti keynesiani che a volte ancora si autodefiniscono marxisti,  dando il ruolo di prestatore di ultima istanza alla Bce (che oggi  presta denaro alle banche con un interesse all’1% mentre i titoli emessi hanno il 6% di interesse)  e permettendo le emissioni di eurobond che dovrebbero servire a coprire il debito. Seguendo le ricette imposte siamo come soggetti che sanno quale è il proprio boia, danno il proprio collo e preparano il nodo. Non se ne esce certo da una crisi sistemica del capitale internazionale con improbabili e anacronistiche soluzioni economico – keynesiano che puntano all’impossibile coniugazione fra  austerità e politiche espansive per la crescita in quanto illogiche sul piano macr4oeconomico oltre ad essere impossibili sul piano politico-economico. Nelle regole dell’economia si parte da un equilibrio  ma se mancano le risorse bisogna andare a prenderle da qualche parte. Per arrivare ad oggi i titoli greci sono in mano tedesca, potrebbero mettere in conto di abbandonare Atene ma piazzare i titoli al 2,5%».

Tu quindi chiedi una soluzione politica?
«Le ricette di partiti come il Pd che appoggiano in todo il governo Monti sono suicide e indietro storicamente, economicamente e politicamente anche rispetto a quello che pensano molti uomini politici ed economisti  che si richiamano  alla destra berlusconiana o addirittura più radicale. Inutile offrirsi all’altare sacrificale imposto dalla Germania sperando di entrare fra i potenti addossando tutti i costi della crisi ai lavoratori. Quello che sta attuando il governo dei professori bocconiani e clerico-confindustriali contro il mondo del lavoro non era riuscito a farlo neanche Berlusconi, poiché si sta subendo totalmente la ristrutturazione imposta dalla borghesia tedesca. Quanto accaduto attraverso le politiche economiche negli ultimi otto mesi rischia di costituire  le fondamenta per costruire la nuova forma-Stato d’Europa per i prossimi 30 anni. Ma sta rinascendo un forte conflitto sociale, malgrado anche la posizione accondiscendente e consociativa del partito di Bersani e dei suoi utili alleati dei sindacati confederali, che fingono inappropriate proteste ma accettano la filosofia del disegno politico complessivo. Il parlamento abbatte lo stato di diritto e modifica la Costituzione con una maggioranza trasversale, ma sono ormai politicamente talmente deboli e non rappresentativi della società reale che sono bastate le proteste di massa contro Equitalia per annunciare l’utilizzo dell’esercito rievocando i tristi periodi della democrazia repressiva antipopolare e a connotato fascistoide».

Le elezioni in Grecia potrebbero essere decisive in tutti i sensi anche a favore del rilancio di un forte e organizzato movimento dei lavoratori europeo?
« Auspico una vittoria delle sinistre di classe in Grecia perché potrebbero riaffermare un forte protagonismo sociale e le possibilità di uno sviluppo autodeterminato in molti paesi europei. Oggi la sinistra di classe greca, che non può assolutamente prescindere dal ruolo chiave del KKE e dalla forza conflittuale del sindacato del PAME, potrebbe porsi come punta più avanzata del conflitto sociale europeo contro le politiche dell’euro e della troika.
I compagni greci si devono assumere la responsabilità politica insieme alle altre organizzazioni sociali e del  sindacato conflittuale di indicare al movimento dei lavoratori europeo, a partire da quelli dei paesi PIIGS, una soluzione tutta politica rilanciando una battaglia per la fuoriuscita dall’Europa dell’euro su un terreno di classe; un percorso di lotte e organizzazione per far convivere i momenti rivendicativi tattici con la capacità di rilanciare attraverso la lotta il protagonismo sociale e sindacale che si sappia coniugare con la prospettiva strategica sull’orizzonte della trasformazione radicale in chiave socialista. Per far ciò serve una proposta e un percorso tutto politico e non di accettazione delle compatibilità economiche per quanto edulcorate e a carattere apparentemente sociale, ponendosi da subito fuori dall’euro dell’Europa imperialista e per la costruzione di un’area  che si muova da subito sul terreno dell’anticapitalismo.

Un forte e organizzato movimento di classe a partire dall’Europa Mediterranea , potrebbe imporre attraverso una forte e radicale legge patrimoniale,una congrua tassazione di tutti i capitali, una effettiva redistribuzione del reddito ma soprattutto della ricchezza già a partire da riforme strutturali  che riconoscano il reddito minimo garantito universale, la gratuità di tutti i servizi essenziali, un piano di edilizia pubblica e popolare, la protezione  e il salario pieno per tutti i lavoratori.
Il fulcro centrale della proposta deve però partire dalla nazionalizzazione delle banche per il controllo sociale dei flussi di credito da indirizzare prioritariamente a investimenti socialmente utili ponendo da subito la questione della nazionalizzazione dei settori strategici e la statalizzazione dei  cosiddetti settori in crisi. 

Basti pensare a quanto accaduto nei paesi dell’ALBA in America latina, dove si è realizzata una vera e propria inversione di tendenza sociale attraverso il distacco degli organismi del capitale, come l’FMI, con le nazionalizzazioni dei settori strategici come le comunicazioni, l’energia, i trasporti , con forti investimenti sociali sorretti da una propria Banca del Sur. 
Da noi bisogna realizzare lotte e percorsi di un nuovo protagonismo sociale capace di invertire i rapporti di forza da parte delle organizzazioni di classe per elaborare un programma tattico e strategico. 
Se si esce da soli dall’euro, cioè con una decisione unilaterale di un solo paese, si viene certamente investiti dalla speculazione internazionale capace di spezzare le possibilità di uno sviluppo autodeterminato.

Se la sinistra greca vince dovrebbe  pensare a mettersi alla guida del movimento di classe europeo per costruire una vasta area dell’alternativa anticapitalista, che prendendo di petto la questione del debito e imponendo il suo non pagamento alle banche europee e alle società finanziarie internazionali sappia porre le basi per la costruzione di un’area di paesi che si doti di una propria moneta e di un auto centrato modello di sviluppo fuori dalle logiche del profitto e dello sfruttamento capitalista (nel nostro libro “Il risveglio dei maiali PIIGS”, già alla seconda edizione 2012 per l’editore Jaca Book, chiamiamo tale moneta LIBERA per l’area ALIAS che potrebbe comprendere i paesi dell’Europa Mediterranea, dell’Africa Mediterranea inglobando anche alcuni paesi dell’Est Europeo).

Ma tutto ciò è utopia? E’ davvero nel mondo irrealizzabile di alcuni “sognatori marxisti”?
«La crisi del capitale è sistemica e profonda, e sempre più si trasformerà in una crisi sociale senza precedenti. La storia non ha percorsi lineari ma procede con salti e rotture in funzione delle determinanti del conflitto sociale, basato su sempre nuove e più articolate relazioni sociali che modificano i rapporti di forza e che vanno indirizzati a favore del movimento dei lavoratori, con intelligenza tattica ma senza nulla concedere al capitale accettando impossibili ruoli di cogestione della crisi. Di esempi ne abbiamo tanti: dal progetto alternativo antimperialista, anticapitalista e di sistema dell’ALBA, fino a soluzioni legate specificatamente solo alla risoluzione del problema del debito, come ad esempio  anche in Europa l’Islanda, che non ha avuto problemi a fare una scelta coraggiosa dichiarando il non pagamento del debito pubblico alle società finanziarie e alle banche inglesi e olandesi restituendo invece i soldi dei titoli pubblici ai piccoli risparmiatori ma non ai potenti. In America Latina ci sono stati casi di percorsi di default programmato, come l’Argentina che  a inizio di questo nuovo secolo veniva data per spacciata, ha invece seguito un proprio modello di sviluppo nazionale sottraendosi dal cappio dello strozzinaggio dei potentati finanziari internazionali ed oggi è una potenza emergente. Per far tutto questo c’è bisogno di una virtù che oggi in Italia e in Europa fatica ad emergere, il coraggio politico di una sinistra di classe che scelga da subito il terreno conflittuale per la prospettiva dell’alternativa di sistema in chiave socialista».

Sindaco Orlando, ti invio una storiella


Orlando, ti invio una storiella, non nuova, senz'altro conosciuta da alcuni se non da tutti, in linea con la tua.
Ciao.


LA SETTIMANA DELLA GENEROSITA’

Un giorno, un fiorista si recò dal barbiere per farsi tagliare i capelli.

Alla fine, chiese al barbiere quanto gli dovesse per la sua opera.

"Proprio niente" rispose l'artigiano "ho aderito alla settimana della generosità e per questo ho deciso che per la sua durata taglierò i capelli gratis”.

Il giorno dopo, al mattino, all'atto di aprire la sua bottega, trovò davanti alla porta un mazzo di rose del fiorista con un biglietto: "Queste sono per la sua signora; ho aderito pure io all'iniziativa".

Durante la giornata, arrivò per tagliarsi i capelli il pasticcere.

Stessa storia. Il barbiere rifiutò di incassare il corrispettivo, per la medesima ragione.

All'indomani, così come era accaduto con le rose, trovò un vassoio di pasticcini ed un biglietto, analogo a quello del fiorista, nel quale anche il pasticcere dichiarava di aver aderito alla settimana della generosità.

Più tardi, giunse presso la bottega un Deputato. Anche a lui il barbiere applicò il medesimo trattamento.
Lo servì al meglio, ma non volle accettare il denaro, per l’identica motivazione, che gli comunicò.

La mattina successiva, andando ad aprire la bottega, il barbiere trovò ad aspettarlo altri 10 onorevoli che volevano farsi tagliare i capelli…. gratis!

La morale?

Non c'è: ciascuno provveda, se crede, a trarsela per proprio conto!