venerdì 13 luglio 2012

Moody's invece di valutare le porcate delle banche USA taglia titoli Italia Spread a quota 481


Moody's taglia titoli Italia Spread a quota 481

Bene asta Btp a 3 anni: in netto calo al 4,65% Spread sfonda quota 480. Passera: 'Fuorviante'

13 luglio, 14:03
Un operatore di Borsa

Moody's taglia titoli Italia Spread a quota 481
NEW YORK - Arriva l'ennesima tegola di Moody's sull'Italia. L'agenzia ha infatti tagliato di ben due scalini il rating dei titoli di Stato, portandolo da A3 a Baa2 e mantenendo un outlook negativo.
La notizia e' arrivata proprio mentre il premier Mario Monti atterrava in Idaho, Stati Uniti, per recarsi alla Allen Conference di Sun Valley, dove e' riunito il gotha della finanza e del mondo dei media 'made in Usa'. Li' il Professore - che interverra' nelle prossime ore intervistato (a porte chiuse) dal noto anchorman della Cbs, Charlie Rose, ha come obiettivo principale quello di convincere ad investire in Italia.
Non a caso Moody's, spiegando la sua decisione, sottolinea come tra i fattori che probabilmente porteranno ad ''un ulteriore netto aumento dei costi di finanziamento'' dell'Italia ci sono anche ''segnali di erosione'' sul fronte degli investeminte esteri, oltre al rischio contagio da Grecia e Spagna, con i rischi di un'uscita di Atene dall'euro ''che sono saliti'' e il sistema bancario spagnolo sempre piu' in difficolta'.
Ma l'agenzia di rating punta il dito anche su altri fattori: dal ''deterioramento delle prospettive economiche nel breve termine'', nonostante le misure e le riforme decise dal governo Monti, al ''clima politico che, con l'avvicinarsi del voto della prossima primavera - scrive Moody's - e' fonte di un aumento dei rischi''. Questo spiega anche l'outlook negativo, con il nostro Paese che resta sotto stretta osservazione da parte dell'agenzia di rating. Per la quale ''i rischi che gravano sull'attuazione delle riforme restano considerevoli''. Il peggioramento dell'economia, poi, col Paese in recessione, ''aumenta il peso dell'austerity e delle riforme sulla popolazione italiana''. Questo porta le forze politiche a frenare, in qualche modo, l'azione del governo. Quest'ultimo - riconosce Moody's - ha messo in campo ''un programma di riforme che ha davvero le potenzialita' per migliorare notevolmente la crescita e le prospettive di bilancio''. Nonostante cio' la recessione incombe e raggiungere gli obiettivi di risanamento dei conti resta una enorme sfida, con il pareggio di bilancio - si sottolinea - slittato di due anni. Forse gli analisti di Moody's pensavano al 'percorso di guerra' citato ieri dallo stesso Monti.
PASSERA, INGIUSTIFICATO E FUORVIANTE - Il giudizio di Moody's è del tutto ingiustificato e fuorviante". Lo ha detto il ministro dello Sviluppo Corrado Passera all'assemblea dell'Ance, aggiungendo che "non tiene conto del lavoro che il nostro paese sta facendo".
BRUXELLES, TEMPISTICA MOODY'S INAPPROPRIATA  - La Commissione europea giudica la "tempistica" del declassamento dell'Italia da parte di Moody's "inappropriata" e "discutibile" per la coincidenza con l'odierna "importante" asta di titoli di Stato, spiegando che considera le riforme adottate dal governo "impressionanti, se non senza precedenti".Lo ha detto il portavoce di Olli Rehn.
SQUINZI, NOSTRO PAESE PIU' FORTE DI VALUTAZIONI "Penso che il nostro paese manifatturiero sia molto più forte di quello che appare nelle valutazioni di Moody's". Lo ha detto il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi arrivando all'assemblea dell'Ance.
BERLINO, SOSTEGNO A RIFORME CORAGGIOSE DI MONTI - "Monti ha fatto riforme con coraggio e forza e ha il sostegno del governo tedesco". Lo ha detto il portavoce del governo tedesco Steffen Seibert a Berlino in conferenza stampa. Seibert ha sottolineato che il governo tedesco non commenta il declassamento dell'Italia da parte di Moody's come tutte le decisioni delle agenzie di rating.
GIAPPONE MINIMIZZA, UE SU STRADA GIUSTA - Il Giappone minimizza la portata del taglio del rating di Moody's sull'Italia (da A3 a Baa2) sulla convinzione che i leader Ue "stiano facendo gli sforzi per risolvere gravi problemi mai sperimentati nella storia". Ne è convinto il ministro delle Finanze, Jun Azumi, secondo cui, "dato il potenziale, sono sicuro che l'Europa supererà i problemi e riavrà la fiducia del mercato". Le prospettive sono più che positive con la mossa Ue su controllo unico bancario, coinvolgendo la Bce, e cooperazione economica e fiscale
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(S)vendesi Italia


 (S)vendesi Italia

venerdì 13 luglio 2012
FINANZA/ 1. (S)vendesi ItaliaInfophoto
Il bollettino quotidiano del percorso di guerra, per dirla con le parole di Mario Monti, presenta una notizia positiva: l’asta dei Bot a 12 mesi ha segnato un indiscutibile successo. Sono stati collocati tutti i 7,5 miliardi offerti a un rendimento del 2,697%, in forte contrazione dal 3,972% di metà giugno. Siamo tornati sui livelli di metà maggio, anche se siamo ben lontani dall’1,15% registrato a inizio marzo. Oggi, come in primavera, poi, a favorire la ripresa sono state più le mosse di Mario Draghi che non il recupero di fiducia dei mercati per i fondamentali dell’Italia. Allora, il recupero era stato reso possibile dalla spinta dei prestiti di Francoforte. Oggi gioca un ruolo fondamentale la decisione della Bce di non remunerare più il denaro depositato dalle banche europee. Stamattina la banca centrale ha comunicato che in un solo giorno i depositi overnight presso la Bce sono crollati a 324,931 miliardi di euro da 808,516 miliardi e il fenomeno dovrebbe proseguire.
L’Italia della finanza pubblica, dunque, ha bevuto un brodino che non serve a rivitalizzare l’economia reale. Non ne fa mistero Giorgio Squinzi, presidente della Confindustria, che ieri ha tenuto fede alla sua fresca fama di Pierino della stanza dei bottoni segnalando che il Pil quest’anno scenderà del 2,4%. Possibile, anzi probabile, che abbia ragione. Del resto, nonostante i progressi della mattinata, la forbice tra Btp e Bund resta di 450 punti, quella con i titoli francesi di 250. Insomma, un distacco che rende impossibile, in un’economia che, lungi dal cedere, scende a rotta di collo, alle aziende italiane di competere. Anche perché le banche, cui è in pratica precluso l’accesso all’interbancario (anche i francesi chiudono l’uscio ai nostri istituti), lesinano i capitali alle nostre imprese.
Il risultato? Non passa giorno senza che un’impresa di casa nostra non passi a qualche operatore a caccia di saldi. Ieri è toccato a Valentino, finito a un player del Qatar vicino al fondo Qia. È una legge amara ma ben nota: quando la banca chiude i rubinetti, si finisce con il vendere l’argenteria al prezzo voluto dal compratore.
La crisi, insomma, morde. E crescono, com’è comprensibile, allarme e malumori. Ma è difficile che ci siano troppe alternative di sostanza alla ricetta Monti, mica più severa della ricetta Rajoy. Anche perché è quanto ci viene chiesto dai partner internazionali, gli stessi che, a novembre, hanno in pratica dato a Cannes gli otto giorni al premier Silvio Berlusconi. In questa cornice la polemica sulla concertazione è un po’ patetica. Certo, la formula ha avuto un grande ruolo nel passato delle relazioni industriali e si può definire “concertata” la svolta della Germania tra il 2001 e il 2003, quando la Repubblica Federale ha messo le basi per i successi di oggi. Ma quella, sia sul fronte fiscale che della scuola e degli investimenti produttivi, era una scelta di imprenditori e del sindacato che guardava alla competitività del sistema, con una una ripartizione delle reponsabilità. Al contrario, il richiamo alla concertazione che occupa il palcoscenico della politica italiana sembra guardare più al buon tempo antico in cui tutto si decideva entro i cortili del nostro condominio, piuttosto che alla necessità di stare sui mercati, cosa che impone grande flessibilità.
Proviamo perciò ad allargare lo sguardo oltre l’uscio di casa, a partire da quell’alluvione di liquidità che scorre in giro per l’Europa, in netto contrasto con il credit crunch che affligge il sistema del credito. I capitali, che fuggono dagli investimenti come un vampiro dall’aglio, hanno ormai compresso i rendimenti dei Bund tedeschi e dei Bond Usa a lungo termine a livelli impensabili: ieri chi voleva avere “l’onore” di parcheggiare i propri soildi presso i titoli a dieci anni emessi da Belino si doveva accontentare dell’1,22%. Chi intende scegliere il Tesoro Usa, incurante della galoppata del deficit Usa e delle incognite fiscali nel dopo elezioni, viene retribuito con l’1,40%. Ma anche chi ha scelto i titoli a breve di Parigi ha acettato di pagare un interesse negativo: chi ha scelto gli Oat scadenza fine dicembre, ha subito un salasso seppur minimo, lo 0,003%. In cambio, François Hollande ha avuto la gradita sorpresa di uno sconto: il debito pubblico paga in media il 2,14%, contro il 2,8% di un anno fa.
Si spiega, in questa cornice, la considerazione inquietante del bollettino della Bce: la volatilità sui titoli di Stato, pur inferiore a quella di novembre, è vicina ai livelli toccati prima della crisi di Lehman Brothers. Dietro l’abbondanza di liquidità provocata da anni di tassi vicini allo zero e altre misure espansive si celano le insidie di acquitrini scivolosi in cui nessuno si sente al sicuro. Nemmeno gli emergenti che hanno ormai preso atto che la crisi europea rischia di avere effetti pesanti in casa loro. Non a caso ieri la Corea del Sud hatagliato a sorpresa i tassi per dare slancio all’export che mostra segnali di fatica. Lo stesso ha fatto il Brasile, che dallo scorso agosto a oggi ha tagliato il costo del denaro otto volte. La Cina si è già mossa, in più occasioni, ma i margini sono ristretti: su Pechino grava il rischio del crollo dei prezzi immobiliari e di una gelata dei consumi cui si aggiunge il rischio di un’estate con una corsa dei prezzi degli alimenti, innescata dalla siccità nel Midwest americano.
Anche senza citare le incognite della campagna elettorale Usa, che sta condizionando le mosse della Fed, o il rischio di un’esplosione in Medio Oriente o in altre aree calde, dobbiamo prender atto che il disordine monetario, stavolta provocato dall’incapacità congenita dell’Eurozona di intervenire a tutela della moneta unica, sembra prender corpo in un modo ancor più pericoloso di quello del 2008. Non fosse che per una ragione: rispetto ad allora, le banche centrali hanno sparato larga parte delle cartucce.
Inoltre, fa quasi tenerezza ripensare alle sciocche rassicurazioni dei governi di quattro anni fa: allora, recitava lo slogan, si cercava di tener separate la finanza “cattiva” dall’economia reale che era “sana”. Oggi anche i più scarsi di comprendonio devono prender atto che il caos finanziario, cui non si è opposta una terapia convincente (basti pensare agli scandali che esplodono in Usa o al caso Barclays), ha investito in pieno l’economia reale. Con un’aggravante. L’Europa, più simile a un patchwork dalle tinte bizzarre piuttosto che a una realtà economica in grado di ritrovarsi su obiettivi politici o fiscali comuni, si ostina a battere il terreno dell’austerità nella convinzione (errata) che i guai derivino dalla finanza allegra di Italia e Spagna piuttosto che dagli squilibri finanziari generati da un’espansione monetaria sconsiderata e da una finanza più attenta ai bonus dei manager che non alla crescita dell’economia.
È in questa cornice, pessima, che l’Italia deve fare i compiti: l’unica nostra speranza consiste nel far quadrare i conti della bilancia commerciale e dei pagamenti senza dover far ricorso ai finanziamenti da fuori, che non ci sono più da un anno almeno. In assenza della valvola di sfogo della svalutazione (pessimo rimedio), a fronte di “alleati” che non intendono aiutarci se non a condizioni inaccettabili, non resta che l’arma della deflazione di salari e stipendi e/o della riduzione dello stock del debito pubblico con interventi il più possibile condivisi, se non concertati.
Insomma, siamo di fronte a una torta che si è ristretta, ma che deve sfamarci, in qualche maniera, tutti quanti. È difficile, però, trovar la quadra con gli stessi meccanismi utilizzati negli anni delle vacche grasse, quando i sacrifici erano di breve durata ma restava la speranza di una fetta più grande nel futuro. Purtroppo, occorre muoversi più in fretta e con decisioni più severe di quelle degli anni passati. Certo, non nutrire speranze è peccato. Chissà, il futuro potrebbe essere meno brutto di quanto non sembri oggi. Soprattutto se faremo i compiti per bene.


La Francia verso la rinucia alla TAV per insostenibilità


La Francia verso la rinucia alla TAV per 

insostenibilità


tav2

Il nuovo governo francese, stando a quanto riporta Le Figaro, sta pensando di riesaminare ed eventualmente rinunciare a dieci progetti di linee ferroviarie ad alta velocità, tra cui la Torino-Lione.
«Lo Stato ha previsto una serie di progetti senza averne fissato i finanziamenti. Il governo non avrà altra scelta che rinunciare ad alcune opzioni», ha dichiarato il ministro del bilancio, Jerome Cahuzac. Secondo il quotidiano, sotto esame anche la Torino Lione, a causa del costo elevato (12 miliardi) e del calo del traffico merci. Poi in serata, l’indiscrezione pubblicata dall’Ansa: «La Torino-Lione ha un’importanza maggiore, diversa dagli altri progetti, ma per poter passare alla sua concreta realizzazione servono nuovi finanziamenti» da parte della Ue. Così una fonte del governo francese, che ha spiegato anche che – data la crisi economica – servirebbe un «nuovo accordo» con l’Italia e con Bruxelles su questa vicenda.
Nella hit-parade delle linee ad alta velocità minacciate dai tagli della crisi, ci sono – tra l’altro – la Nizza-Marsiglia e la Torino-Lione, ha scritto Le Figaro, che sottolinea come dopo il tempo delle promesse è arrivato quella della realtà. In particolare, aggiunge il quotidiano, quest’ultima sarebbe «squalificata per il suo costo (12 miliardi di euro)». Ma anche dal calo registrato nel «trasporto merci, sceso a quattro milioni di tonnellate su quella tratta, contro gli undici milioni di tonnellate vent’anni fa, non gioca a favore di quel progetto».
Era il 2007 quando le autorità pubbliche avevano previsto entro il 2020 la realizzazione di quattordici linee ad alta velocità, circa 2000 chilometri. Un programma da 260 miliardi di investimenti. Ma, in tempi di bilanci «magri», la Francia non ha più i mezzi per accollarsi così tante infrastrutture. Il governo dovrà quindi scegliere i collegamenti a cui rinunciare. Una missione composta da parlamentari ed esperti sarà presto nominata per classificare i progetti in ordine di priorità. Una relazione è attesa entro la fine dell’anno.
Tuttavia in serata il parziale dietrofront di una fonte del ministero del Bilancio francese, interpellato dall’Ansa. Sull’eventuale stop del «progetto dell’alta velocità Torino-Lione non bisogna trarre conclusioni affrettate», spiegando che per il momento non c’è alcuna rinuncia al progetto da parte di Parigi, ma solo «una missione che sta valutando la correttezza degli investimenti pubblici»

Romania: Germania convoca ambasciatore

Berlino preoccupata per rischio principio separazione poteri


Romania: Germania convoca ambasciatore
TAG:  ROMANIA ANSA
(ANSA) - BERLINO - Il governo tedesco ha convocato l'ambasciatore della Romania a Berlino, Lazar Comanescu, per manifestare preoccupazione per le vicende politiche a Bucarest.  Ad allarmare Berlino sono le misure del governo socialista di Victor Ponta per ridurre le prerogative della giustizia costituzionale e il trasferimento di competenze in materia di pubblicazione delle decisioni giudiziarie, che "minacciano seriamente il principio della separazione dei poteri"

giovedì 12 luglio 2012

Spagna, 76 feriti negli scontri tra minatori e polizia


Spagna, 76 feriti negli scontri tra minatori e polizia

11 luglio 2012
Luciana Coluccello
La manifestazione dei minatori spagnoli di questa mattina, svoltasi a Madrid alle porte del ministero dell’Industria, si è trasformata già nel primo pomeriggio in un feroce scontro tra la polizia anti-sommossa e i dimostranti. Di 76 feriti e 7 arresti è il bilancio finale delle vittime, tra manifestanti e poliziotti.
CESAR MANSO/AFP/GettyImages
Secondo fonti dell’Interno, si sarebbero mischiati ai manifestanti alcuni gruppi “antisistema” muniti di lanciarazzi e mattoni che venivano utilizzati contro le forze dell’ordine.
La protesta dei minatori sembrava inizialmente abbastanza pacifica. Anche l’arrivo al ministero, un’ora dopo del previsto, è avvenuto in un clima che si potrebbe definire quasi festoso. I minatori attivavano petardi al grido fiero “a por ellos, oe, oe“, camminando protetti da un cordone di sicurezza messo in piedi da altri manifestanti. Il delegato Cristina Cifuentes aveva parlato di una presenza della polizia “sufficiente e adeguata” per prevenire incidenti e garantire la sicurezza pubblica.
La manifestazione dei minatori, in realtà catalizzatore del malcontento di molti gruppi sociali colpiti dai tagli del governo Rajoy, marciava lentamente e la coda dei partecipanti si estendeva lungo parecchi chilometri, fino a piazza Emilio Castelar. Insieme ai minatori c’erano anche i segretari generali di molti sindacati, alcuni sindaci asturiani che vi avevano aderito e membri del movimento contro i tagli di Madrid.
Le prime tensioni sono cominciate quando i manifestanti, una volta arrivati al ministero, hanno trovato la sede completamente schermata dalla polizia antisommossa. La situazione si è complicata quando alcuni dei minatori hanno cercato di tirare la recinzione di sicurezza che circonda l’intero perimetro della sede del ministero lanciando a intermittenza diversi tipi di oggetti, dai petardi alle bottiglie, dai bastoni alle pietre, alle banane.
Quasi immediatamente sono iniziate le cariche della polizia con manganelli e proiettili di gomma, cosa che non ha fatto altro che inasprire la situazione. Escalation che è coincisa con l’arrivo sul posto dei 200 minatori della “marcha negra” che, dopo aver viaggiato a piedi per quasi venti giorni, sono giunti a Madrid lo scorso fine settimana.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso sembra esser stata la rissa scoppiata tra un gruppo di dimostranti e i poliziotti.  Secondo quanto scrive El Pais, infatti, circa 30 elementi della polizia antisommossa protetti da  scudi, armati di fucili e di proiettili di gomma avrebbero condotto dietro un angolo un gruppo di manifestanti e poi li avrebbero provocati. Non è chiaro se solo verbalmente. Il loro scopo: registrare le reazioni violente dei minatori che, ovviamente, hanno risposto lanciando contro la polizia una nuova pioggia di oggetti. Da quel momento, l’aumento della tensione che ha finito col determinare i 76 feriti. Otto di loro sono finiti addirittura in ospedale.
Nessun rappresentante del dipartimento diretto dal ministro Jose Manuel Soria si è degnato di  ricevere qualche minatore. Neppure quelli che hanno percorso quasi 500 chilometri a piedi per dire“no” ai tagli del governo sono stati accolti. Nessuno di loro, nemmeno qualche sindacalista ha avuto la possibilità di entrare nel ministero.
Il braccio di ferro tra minatori e governo va avanti da più un mese, dopo che Rajoy ha deciso di tagliare i sussidi al settore dai 301 milioni di euro del 2011 ai 111 di quest’anno. Questo, nonostante l’avvertimento dei sindacati: con i tagli si mettono a rischio non solo gli 8mila minatori spagnoli ma anche le 30mila persone che lavorano nell’indotto del settore.

Prof. Monti le Tasse e il rigore non salvano l'Italia, ecco le prove


Prof. Monti le  Tasse e il rigore non salvano l'Italia, ecco le prove

giovedì 12 luglio 2012
INCHIESTA/ Tasse e rigore non salvano l'Italia, ecco le prove
Nell’ultimo anno gli italiani sono stati chiamati a consistenti sacrifici: la tasse sono cresciute sino a portare la pressione fiscale ai massimi storici, le prestazioni pubbliche sono state tagliate, i consumi sono crollati, il Pil è ritornato a dinamiche negative dopo soli due anni dalla precedente recessione, la disoccupazione è in rapida crescita e per i giovani raggiunge tassi elevatissimi, le famiglie fanno fatica a riempire il carrello dopo la metà del mese ma intanto han dovuto dare dei soldi al fisco anche per la casa in cui abitano. A cosa sarebbe dovuto servire tutto questo rigore? Solo a migliorare i saldi di finanza pubblica per accontentare i nostri rigidi controllori europei. Siamo sicuri che ne valesse la pena? Si ha in effetti l’impressione che l’intero paese sia divenuto ostaggio del suo settore pubblico, che l’intero settore pubblico sia considerato esclusivamente nei suoi impatti sul bilancio e che quest’ultimo sia visto solo nell’ottica dei suoi saldi, dell’agognato pareggio che nessuno si è sognato di perseguire nella congiuntura economica favorevole e che viene tenacemente e ottusamente perseguito nel corso di una recessione dalla quale nessuno ha la più pallida idea di quando e come ne usciremo fuori.
Ma almeno i saldi del bilancio pubblico sono migliorati secondo quanto auspicato? La risposta purtroppo è negativa: il grande rigore ha prodotto solo una grande recessione mentre l’aumento delle aliquote sembra per ora aver generato solo una riduzione del gettito. Tanto rigore per un risultato di segno opposto a quello voluto. Questo almeno è quello che si può desumere dall’analisi dei conti pubblici da poco pubblicati dall’Istat in riferimento al primo trimestre del 2012. Come si legge nel comunicato stampa dell’Istat del 4 luglio scorso “I risultati del primo trimestre 2012 hanno risentito, da un lato, dell'aumento della spesa per interessi dovuto alla salita nel corso del 2011 dei rendimenti sui titoli di Stato e, dall'altro, del calo delle entrate causato dall'andamento negativo dell'economia”. Insomma, nulla più di quanto si potesse prevedere con ampio anticipo. 
In particolare le entrate totali del primo trimestre del 2012 sono diminuite dell'1,0% rispetto allo stesso trimestre del 2011 mentre le uscite correnti sono aumentate del 2,6%, solo per metà compensate da un drastico calo (quasi il 20%) nelle uscite in conto capitale. Nel primo trimestre il saldo primario, cioè il disavanzo pubblico  (in termini tecnici indebitamento) computato al netto degli interessi sul debito è risultato negativo e pari a 11.5 miliardi di euro, corrispondenti a -3,0% in rapporto al Pil. Il saldo di parte corrente (risparmio pubblico) è stato pari a -22 miliardi di euro, in netto peggioramento rispetto ai -17.1 miliardi di euro del corrispondente trimestre del 2011, con un'incidenza sul Pil del -5,8%. Infine nel primo trimestre 2012 il disavanzo totale (indebitamento netto delle Amministrazioni Pubbliche-AP), calcolato su dati grezzi, quindi influenzati dalla stagionalità, è stato pari all'8,0% del Pil, in peggioramento rispetto al 7% del corrispondente trimestre dell'anno precedente. Certo si tratta di un solo trimestre, tra l’altro quello peggiore da un punto di vista stagionale per la finanza pubblica, tuttavia è evidente come le tendenze volgano tutte al peggioramento dei conti.
Un modo interessante per far parlare i dati trimestrali di finanza pubblica è quello di sommare sempre quattro trimestri, osservando in tal modo un anno finanziario mobile. Si eliminano così gli effetti stagionali e si osservano le tendenza senza occhiali offuscati. L’ultimo anno finanziario così costruito è quello che comprende il II, III  e IV trimestre 2011 e il I trimestre 2012. I dati ad esso relativi possono quindi essere confrontati con quelli dell’intero 2011, con periodi precedenti e, aspetto di maggior interesse, con le previsioni economiche del governo per l’intero anno 2012 riportate nel DEF, il Documento di Economia e Finanza presentato poco meno di un trimestre fa, lo scorso 18 aprile. Questi dati sono riassunti nella tabella sottostante e ci permettono considerazioni molto interessanti.

Confronto dati effettivi e stime DEF relative al Conto Consolidato delle Amm. Pubbliche (dati in miliardi di euro)









Dati cumulati di quattro trimestri sino al:
Diff. Assolute
Previsione DEF
Diff. Assolute

I tr. 2010
I tr. 2011
IV tr. 2011
I tr. 2012
I 2012-IV 2011
Anno 2012
Prev. DEF - I 2012








Imposte dirette
223,2
228,6
226,0
225,8
-0,2
244,7
18,9
Imposte indirette
211,0
219,3
222,3
221,8
-0,5
247,9
26,1
Contributi sociali
212,6
213,9
216,3
216,1
-0,2
219,9
3,8
Totale entrate fiscali
646,8
661,8
664,7
663,8
-0,9
712,5
48,7
Totale entrate 
712,5
720,5
728,3
726,8
-1,6
781,9
55,1








Uscite correnti primarie
655,3
663,9
664,8
666,7
1,9
676,8
10,1
Interessi sul debito
68,6
70,3
76,1
78,7
2,6
84,2
5,6
Totale uscite correnti
723,9
734,2
740,8
745,3
4,5
761,1
15,8
Totale uscite 
788,1
787,8
788,7
791,1
2,4
809,0
17,9








Indebitamento
-75,6
-67,3
-60,4
-64,3
-3,9
-27,1
37,2
Saldo primario
-7,0
3,0
15,7
14,3
-1,4
57,0
42,7








Fonte: elaborazioni su dati Istat e DEF.

I dati delle diverse colonne sono confrontabili in quanto tutti relativi alla somma di quattro trimestri finanziari. Osserviamo dapprima le prime tre colonne, gli anni finanziari terminanti nel primo trimestre del 2010 e 2011 e nel IV trimestre 2011, in sostanza periodi nei quali la responsabilità della gestione della finanza pubblica è da imputarsi prevalentemente o esclusivamente al Ministro Tremonti. 
Come si può osservare, le uscite correnti totali sono sempre in crescita ma sino al IV 2011 vengono interamente compensate da riduzioni nelle uscite di conto capitale tali da rendere stazionarie le uscite totali. Nel I trim. 2012 questa compensazione non funziona più e la crescita di 4,5 miliardi su base annua nella spesa corrente si traduce per più di metà in incremento anche della spesa totale. Per quanto riguarda invece le entrate esse sono sempre in crescita sino al IV tr. 2011 ma nel I tr. 2012 tutte le principali voci (imposte dirette, indirette e contributi sociali) si caratterizzano per variazioni negative. La perdita su base annua è di oltre 1,5 miliardi per le entrate totali e di quasi un miliardo per le sole entrate fiscali. Come risultato l’indebitamento (disavanzo totale della PA) è in peggioramento su base annua di 4 miliardi di euro e il saldo primario di quasi un miliardo e mezzo.
Possibile che con queste tendenze la finanza pubblica sarà in grado di rispettare i numeretti che il governo ha scritto lo scorso 18 aprile nel DEF, il Documento di economia e finanza? Estremamente difficile. Nell’ultimo trimestre il saldo primario è sceso dal 15,7 a 14,3 miliardi di euro mentre nei prossimi tre trimestri dovrebbe recuperare ben 43 miliardi per portarsi a +57 miliardi di saldo. Nello stesso tempo il disavanzo complessivo (indebitamento) dovrebbe migliorare di 37 miliardi per portarsi a un valore di -27 miliardi, corrispondenti a 1,7 punti di Pil rispetto ai 3,9 punti del 2011. Considerando che la spesa pubblica almeno in valori assoluti è ancora prevista in crescita (di 18 miliardi, di cui 10 per spesa corrente primaria e 6 per interessi sul debito), essa richiede un notevole incremento di entrate: 19 miliardi in più di imposte dirette, 25 di indirette e 4 di contributi sociali nei prossimi tre trimestri, per un totale di quasi 49 miliardi. Possibile ottenere tutto questo aumento di gettito in trimestri di recessione? Nonostante l’incremento attuato nelle aliquote esso sembra impossibile. Forse si otterrà un terzo dell’incremento di gettito, non certo tutto. Ma se così fosse il miglioramento del saldo totale risulterebbe marginale rispetto al 2011, certo molto distante dal permettere l’abbassamento all’1,7% indicato meno di tre mesi fa nel DEF. Più probabilmente ci collocheremo tra il 3 e il 3,5% di disavanzo. Ma questa sarebbe la dimostrazione che i numerosi sacrifici richiesti agli italiani si sono rivelati perfettamente inutili. Il governo si è rivelato disponibile a sacrificare la crescita sull’altare di un drastico rigore di finanza pubblica. E’ riuscito a perdere sul primo fronte senza guadagnare sul secondo.



mercoledì 11 luglio 2012

FIRMIAMO TUTTI /Italia, 75mila firme per la petizione contro gli F-35

Italia, 75mila firme per la petizione contro gli F-35

10 luglio 2012
La campagna “Taglia le ali alle armi”, promossa da Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci! e Tavola della Pace, si avvia alla conclusione della sua seconda fase. Conclusione che sarà celebrata il prossimo 12 luglio con la giornata di consegna delle firme della petizione contro i caccia. Firme che sono già arrivate a 75mila.

U.S. Navy photo courtesy Lockheed Martin via Getty Images
Hanno deciso di aderire alla giornata del 12 luglio 650 associazioni e oltre 50 Enti Locali (tra Regioni, Province e Comuni). Tutte presenze importanti che, insieme ai cittadini, chiederanno nuovamente al governo la cancellazione del programma di acquisto dei Joint Strike Fighter.
La convocazione in piazza avviene in concomitanza con la conferenza stampa del Senato prevista sempre per il 12 luglio e nata proprio con l’obiettivo di spiegare il nuovo programma di riforma della Difesa e i tagli che dovrà necessariamente subire il settore. Tagli che appaiono a molti solo “finti”, dal momento che, d’altro canto, il governo non sembra ancora aver manifestato alcun dubbio sull’acquisto dei costosi caccia F35.
É pur vero che nei mesi scorsi il ministro Di Paola aveva annunciato di averne ridotto l’acquisto: da 130 il nostro Paese avrebbe comperato “solo” 90 caccia. Si tratta, però, di un costo che resta comunque alto: 10 miliardi euro. 10 miliardi che, secondo i promotori della campagna “Taglia le ali alle armi”, ma anche secondo tutte le associazioni che ad essa hanno aderito, potrebbero essere utilizzati per incentivare l’occupazione, accelerare la ripresa economica, investire di più nella ricerca, nel settore sanitario e nell’ambiente.
Ideologie a parte, comunque, la campagna in questione ha avuto negli ultimi mesi il merito di far conoscere ai cittadini anche alcuni aspetti più “oggettivi” che stanno dietro l’acquisto degli F35. Problemi tecnici che, forse, sarebbe necessario considerare dal momento che farebbero lievitare ulteriormente il prezzo d’acquisto dei velivoli. Si tratta di quei difetti che sono stati segnalati dall’ultimo della Corte dei conti statunitense (il Gao) sul programma F-35 Joint Strike Fighter. Rapporto che risale al 20 marzo scorso ma di cui si è preferito parlare molto poco in Italia, al contrario di altri Paesi che, invece, hanno cominciato a manifestare dubbi sulla opportunità di procedere nell’acquisto.
Grazie a “Taglia le ali alle armi”, dunque, l’opinione pubblica italiana ha avuto la possibilità di capire meglio negli ultimi mesi cosa realmente ci sia dietro al progetto del caccia F-35. Capire, e probabilmente iniziare a considerare tale acquisto come un grave spreco di denaro pubblico a sostegno delle spese militari che, a dir della Difesa, avrebbero subito al contrario dei tagli.
Per quanti vogliano ancora aderire alla campagna che chiede al governo di cambiare rotta, dunque, l’appuntamento è per giovedì 12 luglio a Roma, subito dopo la conferenza stampa del Senato prevista per le ore 11.30.
Proprio tale conferenza sarà ulteriore motivo di discussione durante la giornata promossa da Giulio Marcon (Sbilanciamoci!), Flavio Lotti (Tavola della Pace) e Francesco Vignarca (Rete Italiana per il Disarmo), che cercheranno di illustrare, con dati ed analisi le controproposte del mondo della Pace per tagliare le ali alle armi.
E’ importante sapere, inoltre che nella giornata di dopodomani il Senato discuterà non solo dei problemi tecnici e dei costi del caccia F-35, ma anche del cosiddetto Ddl Di Paola, il provvedimento che dovrebbe portare a un risparmio della spesa militare. Questo almeno teoricamente, perché ad oggi esso appare a molti soltanto un modo per spostare l’impiego di risorse pubbliche verso nuovi acquisti di sistemi d’arma. Cosa di cui si può trovare conferma anche nella recente “spending review”, da cui si evince che le riduzioni per la Difesa e per l’acquisto di armamenti si limitano a poche decine di milioni e definiscono una diminuzione degli effettivi delle Forze Armate che si realizzerà solo dopo diversi anni.