martedì 16 giugno 2015

Per Atene pronti 15 miliardi di euro da Russia e Cina

Per Atene pronti 15 miliardi di euro da Russia e Cina



Quin­dici miliardi di euro. Que­sta è la somma che potrebbe pre­sto arri­vare ad Atene dai governi di Rus­sia e Cina.
A rive­larlo, ieri, organi di stampa greci (i set­ti­ma­nali Arfí e Agorá), ma anche il sito web dell’autorevole perio­dico tede­sco der Spiegel.
L’interminabile que­relle sull’ultima tran­che di pre­stiti da Unione euro­pea e Fondo mone­ta­rio (7,2 miliardi) si arric­chi­sce dun­que di un ele­mento nuovo, che dovrebbe raf­for­zare la posi­zione nego­ziale dell’esecutivo di Ale­xis Tsi­pras nei con­fronti delle isti­tu­zioni inter­na­zio­nali (la ex tro­jka), tut­tora con­tra­rie a con­ce­dere gli aiuti per la solita, immo­di­fi­ca­bile ragione: «le riforme pro­gram­mate sono insod­di­sfa­centi». Cioè: non obbe­di­scono ai det­tami della reli­gione dell’austerità.
Il denaro pro­ve­niente da Mosca sarebbe legato al pas­sag­gio in Gre­cia del gasdotto «Tur­kish Stream»: forse già mar­tedì i due Paesi potreb­bero siglare l’intesa che por­te­rebbe nelle lan­guenti casse del governo elle­nico una somma sti­mata intorno ai cin­que miliardi.
Dagli ambienti gover­na­tivi russi è arri­vata una mezza con­ferma: «nel loro recente incon­tro — ha affer­mato il por­ta­voce del Crem­lino Dmi­tri Peskow — Vla­di­mir Putin e Tsi­pras non hanno discusso di aiuti finan­ziari, ma hanno affron­tato que­stioni di poli­tica energetica».
Tra­du­zione: «non ci stiamo sosti­tuendo alla Ue come nuovi cre­di­tori, i nostri sono affari fra stati sovrani». Natu­ral­mente, entrano in gioco anche deli­cate que­stioni geo­po­li­ti­che: l’eventuale gasdotto con­sen­ti­rebbe alla Rus­sia di rifor­nire l’Europa senza pas­sare dall’Ucraina.
La stessa idea che era alla base del pro­getto «South Stream», can­cel­lato lo scorso dicem­bre per effetto della crisi diplo­ma­tica fra Mosca e l’Ue. Da Pechino arri­ve­reb­bero circa 10 miliardi — ripor­tano i media elle­nici — sia come paga­mento anti­ci­pato per l’utilizzo di alcuni moli del porto del Pireo, sia come inve­sti­menti nel sistema fer­ro­via­rio greco. Un’ipotesi che non deve stu­pire: Tsi­pras e il suo mini­stro delle finanze Yanis Varou­fa­kis hanno sem­pre detto di non essere a priori ostili a ogni forma di pri­va­tiz­za­zione, ma di essere con­trari a quelle che si tra­du­cono in pure e sem­plici sven­dite del patri­mo­nio pubblico.
Scelte certo dif­fi­cili e con­tro­verse (anche den­tro Syriza), ma adot­tate con moda­lità e scopi ben diversi da quelli cono­sciuti nel periodo in cui ad Atene era la tro­jka a det­tare legge.
Tra le prime rea­zioni del mondo poli­tico euro­peo, quella del mini­stro delle finanze tede­sco Wol­fgang Schäu­ble. «Mi ral­le­gro per la Gre­cia, se le cose stanno così» ha dichia­rato il vete­rano espo­nente demo­cri­stiano (Cdu), in mis­sione a Washing­ton per il mee­ting di pri­ma­vera di Fmi e Banca mon­diale. «Tutto ciò che aiuta la Gre­cia va bene». Nel nego­ziato con la ex tro­jka, però, non cam­bia nulla: «I pro­blemi restano, e la Gre­cia deve con­ti­nuare nella discus­sione con le tre isti­tu­zioni», ha chia­rito Schäu­ble. Nes­sun com­mento — rife­ri­sce lo Spie­gel online — è venuto invece dalla Com­mis­sione europea.

11 Settembre, Umberto Eco e la verità degli imbecilli

11 Settembre, Umberto Eco e la verità degli imbecilli


Gentile signor Eco, ho letto le sue recenti dichiarazioni, riportate dall’Ansa, nelle quali lei afferma che oggi «i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. E’ l’invasione degli imbecilli». Sempre dall’Ansa leggo anche che «la sua lectio magistralis, dopo la laudatio di Ugo Volli, è dedicata alla sindrome del complotto, uno dei temi a lui più cari, presente anche nel suo ultimo libro “Numero zero”». Mi era peraltro già nota la sua avversione per i cosiddetti “complottisti”, per aver letto, in altre sedi, svariate sue dichiarazioni in merito. Ebbene, facendo due più due, sappia che io sono sia un “imbecille” secondo la sua definizione generale (scrivo molto in rete, e mi avvalgo del diritto di parola come se fossi “un premio Nobel”), sia un “complottista” in particolare, visto che sostengo da tempo la tesi dell’autoattentato riguardo all’11 Settembre. Lei invece, in questo caso, si è schierato sul fronte opposto, visto che ha firmato un intero capitolo del libro a più mani “11/9 La cospirazione impossibile”.
Vorrei quindi cogliere questa occasione per farle sapere alcune cose che lei certamente non conosce (se le conoscesse, si sarebbe ben guardato dal partecipare alla stesura di quel libro): tutti coloro che sostengono la versione ufficiale dell’11Umberto EcoSettembre (che siano stati cioè 19 dirottatori islamici a compiere gli attentati) credono infatti, fra le altre cose: [...] – Che sia normale – e quindi credibile – che non esista una sola fotografia (o immagine video) datata e stampigliata che ritragga uno qualunque dei 19 dirottatori ai 3 aeroporti di partenza l’11 di settembre. Nei parcheggi, ai check-in, nei corridoi, nelle sale di aspetto, sulle scale mobili, nei bar dell’aeroporto, agli imbarchi, non esiste una sola foto di uno solo dei 19 dirottatori. (Lei ci crede davvero, signor Eco?) – Che sia normale – e quindi credibile – che a Ground Zero ben 4 scatole nere su 4 “non siano state ritrovate”, nonostante tutte le macerie asportate da Ground Zero dal primo all’ultimo giorno siano state passate al setaccio 3 volte, da 3 diverse squadre specializzate. Trovavano frammenti delle dita delle vittime, orologi e monetine, ma le scatole nere no. (Lei ci crede, signor Eco?)
- Che dopo aver ricevuto decine di avvisi su un “imminente attacco terroristico con aerei dirottati” gli americani abbiano deciso di organizzare così tante “esercitazioni aeree” nello stesso giorno da lasciare soltanto 4 caccia in stato di allerta a difendere l’intero quadrante nord-orientale della nazione (New York e Washington, per intenderci). – Che sia normale che nessuno fra gli alti gradi militari sia stato punito nè richiamato per questo atto di incredibile leggerezza, ma anzi che tutti i responsabili di questo disastro collettivo siano stati promossi a gradi superiori. – Che un intero aereo da 100 tonnellate (United 93) possa venire inghiottito quasi per intero da una buca larga pochi metri, che si sarebbe completamente richiusa sull’aereo stesso prima Il disastro delle Twin Towersancora che arrivassero i soccorritori. (Non glielo dice “Mazzucco il complottista”, glielo dice la stessa Fbi, nel suo goffo tentativo di spiegare la scomparsa quasi totale dei rottami dell’aereo dal luogo dello schianto).
- Che una decina di passeggeri abbia potuto effettuare svariate chiamate con i cellulari da un aereo che volava a 10.000 metri di quota, viaggiando a 6-800 Kmh. (Non è possibile oggi, figuriamoci nel 2001). – Che un edificio (Building 7) possa crollare alla velocità di caduta libera nonostante nessuna forza esterna intervenga a rimuovere la struttura sottostante. (Se questo accadesse, verrebbe violata una delle più fondamentali leggi della Fisica, quella della Conservazione di Energia). E’ come se le cascasse in testa un vaso di fiori, e questo vaso continuasse la sua corsa verso il basso senza minimamente rallentare, nonostante le stia sfracellando tutte le vertebre, una dopo l’altra. (Solo nei fumetti del Vil Coyote accadono queste cose). – Che gli oltre 2.000 architetti e ingegneri americani della associazione Architects & Engineers for 9/11 Truth “si sbaglino” nel sostenere che quanto descritto sopra sia, appunto, impossibile dal punto di vista delle leggi fisiche, e che si sia quindi trattato necessariamente di una demolizione controllata. (Tertium non datur, in questo caso). – Che oltre 100 fra poliziotti e pompieri “si sbaglino” nelMassimo Mazzuccotestimoniare, come ha riportato il “New York Times”, di aver udito chiaramente una serie di forti esplosioni subito prima e durante i crolli delle Torri Gemelle.
Potrei andare avanti, ma immagino che lei abbia già compreso il senso del mio intervento, e cioè: non c’è bisogno di essere un “marcio complottista” per farsi venire dei seri dubbi sulla versione ufficiale dell’11 Settembre. In realtà, dopo aver preso una accurata visione dei fatti, bisogna concludere che soltanto un cretino possa credere ciecamente a tutto quanto descritto sopra. E lei certamente un cretino non lo è (io sono cresciuto leggendo “Diario Minimo”, fra le altre cose). Deduco quindi, per non voler pensare ad una sua eventuale malafede, che sia semplicemente poco informato. La invito pertanto a dedicare un po’ del suo tempo a valutare più da vicino i fatti dell’11 Settembre, fino a potersi fare una opinione personale su quanto sia realmente accaduto quel giorno. Come può vedere più sotto, le informazioni sono tutte a sua disposizione: vedendo il mio film potrà valutare di persona, argomento per argomento, sia quello che dice il Movimento per la Verità sul 9/11, sia quello che dicono i difensori della versione ufficiale (le stesse persone con cui lei ha collaborato alla stesura del libro). E vedrà che alla fine le sue tante lauree honoris causa le verranno in aiuto, nel senso che preferirà mille volte sentirsi dare lei stesso del complottista (a ragion veduta), piuttosto che sentirsi dare del cretino a scatola chiusa. Cordialmente, Massimo Mazzucco (Ps: ovviamente, tutto quello che ho affermato nei paragrafi più sopra è ampiamente documentato nel film che la invito a visionare. Le scrivo anche, naturalmente, a nome di migliaia e migliaia di “imbecilli” che la pensano esattamente come me).

lunedì 15 giugno 2015

Giannuli: tamarri al potere, il Pd è una vergogna nazionale

Giannuli: tamarri al potere, il Pd è una vergogna nazionale


«A essere impresentabile non è Vincenzo De Luca, ma il Pd». Per Aldo Giannuli, il vincitore delle elezioni regionali in Campania «non è un incidente di percorso del Pd, un occasionale cacicco meridionale la cui presenza il partito ha dovuto subire per i capricci del popolo delle primarie». Se così fosse stato, «Renzi non si sarebbe speso mettendoci personalmente la faccia ed oggi non starebbe ad arrampicarsi sugli specchi per salvarlo dalla legge Severino, altre volte applicata senza sconti». L’ex sindaco di Salerno «non è nemmeno un fenomeno locale, che tocca difendere per onor di bandiera». De Luca «esprime l’essenza del Pd attuale», al netto delle sue controversie giudiziarie che «lo rendono simile a tanti altri amministratori del Pd a Genova, a Venezia, a Roma». Il problema? La sua «oscena concezione dellapolitica». Per Giannuli, questo “feudatario del Cilento” «dice quello che il suo gruppo dirigente pensa ma non osa dire». Chissenefrega della legge Severino? Giusto che governi chi ha vinto le elezioni, purché però «nel rispetto delle leggi».
«Sino a quando una norma c’è, si rispetta e non si aggira, magari con la compiacenza di un governo e di un Parlamento di “amichetti”», scrive Giannuli nel suo blog. «Ma la concezione di De Luca è quella dell’asso pigliatutto: chi vince, per fas et Renzi e De Lucanefas poco importa, governa, anzi “comanda” (come insegna il suo capo, Renzi: “un uomo solo al comando”). E’ la stessa concezione della democraziadi Berlusconi, per la quale chi vince le elezioni è “l’Unto del Signore”. Una concezione predatoria che include anche le leggi ad hoc o ad personam, lo smembramento della Costituzione, l’assalto alle alte cariche dello Stato, il diritto di saccheggio». Una concezione che «non concepisce i limiti opposti alpotere dalle norme dello Stato di Diritto, dalla divisione dei poteri, dal ruolo dell’opinione pubblica. Una idea da caudillo latinoamericano». Questa, continua Giannuli, è l’ idea del potere che ha anche Renzi, mirabilmente espressa nella sua legge elettorale, per la quale una forza politica che magari rappresenta il 12,5% dell’elettorato totale (ad esempio il 25% del 50% di quanti vanno a votare) si aggiudica il 54% dei seggi dell’unica Camera e ha un’ottima base di partenza per cambiare la Costituzione a piacimento.
E questo perché “gli italiani devono sapere dalla sera delle votazioni chi governerà”, anzi: “comanderà”, perché «il tanghero fiorentino confonde il governo con il Potere nella sua interezza: ma il governo, in uno Stato di diritto, è solo una delle articolazioni del potere, non l’unica». In GermaniaFrancia, Inghilterra, Spagna, Austria, Olanda ci sono sistemi elettorali che non garantiscono affatto di sapere chi governerà nei 5 anni successivi, eppure quei paesi non vanno in crisi. Perché in Italia dovrebbe essere diverso? «Ma De Luca e Renzi non sono uomini da sofisticatezze intellettuali, cose che lasciano agli oziosi», loro sono uomini d’azione, non di cultura «e ci tengono a rimarcarlo in ogni occasione, facendo sfoggio del loro spirito praticone e del fastidio per ogni dibattito, soprattutto quando assuma vaghe sfumature culturali». E se qualcuno riesce a fare un’obiezione, la risposta non è mai nel merito: è sempre colpa di “personaggetti”, “disfattisti”, “rosiconi”, “gufi”. «Un Orfini e Gomezcocktail di arroganza, aggressività, cafoneria, invadenza, prevaricazione, spudoratezza. E’ il Renzi’s tamarro style che ormai non appartiene solo a lui ma è la cifra di una intera classe politica».
Da Orfini, che zittisce Gomez sullo scandalo di Mafia Capitale, a Ernesto Carbone che la sera della disfatta alle regionali tenta di imporsi sul concorrente vendoliano: «Al povero senatore Stefàno di Sel, che è pugliese ed obiettava che in Puglia nelle civiche c’era proprio di tutto, Carbone rispondeva “Tu pensa a Sel che in Puglia è andata male”. Appunto: perfetto Renzi’s Tamarro Style». Questo stile, conclude Giannuli, è la spia di una concezione autoritaria dellademocrazia. «Il fatto è che i renziani sono antropologicamente estranei alla civiltà delle buone maniere che, guarda caso, quantomeno storicamente, è la premessa di quella della democrazia. E allora, venite ancora a dirmi che ad essere impresentabile è il solo De Luca? Impresentabile è il Pd in quanto tale. E ho una domanda agli ex militanti del Pci, ancora numerosi, nonostante tutto, nelle file del Pd: ma come fate a non vergognarvi di stare in una cloaca del genere?».

Grecia: 10.000 suicidi in 5 anni, l’ultimo quello di mio figlio

Grecia: 10.000 suicidi in 5 anni, l’ultimo quello di mio figlio


Theodoros Giannaros tiene gli occhi fissi sul computer e una sigaretta tra le dita. Guarda le immagini di alberi, di spiagge. È talmente assorto da non accorgersi che la cenere sta coprendo la tastiera. Compare l’immagine di un giovane. Bello, sorridente. «È mio figlio, si è tolto la vita pochi giorni fa. Aveva 26 anni. Quando l’ho saputo non sono riuscito a fare altro che questo video». Atene, Ospedale Elpis: un complesso di palazzine bianche nel centro della città. È un giorno festivo, ma il dottor Giannaros si fa trovare nel suo ufficetto di direttore. Siede lì dal 2010. È un biologo molecolare, specializzato in genetica. Ha studiato a Karlsruhe, in Germania, a San Francisco e a Vienna. Da anni è un punto di riferimento assoluto per tutta la Grecia. Quando interviene sui giornali o in tv nessuno si permette di contraddirlo. Fruga ancora nel pacchetto di nazionali, tira fuori l’ennesima sigaretta e un’altra sassata: «Mio figlio è solo l’ultimo di una lista interminabile. Da quando è iniziata la crisi in questo paese si sono suicidate 10 mila persone. Sì, ha capito bene: 10 mila. È come se una grande città fosse stata cancellata dalla carta geografica della nazione».
Giannaros ha un passato nelle truppe speciali: mostra le foto delle sue ultime missioni, in mimetica, immerso in un fiume fino alle ginocchia. È come se avesse bisogno di una pausa, vuole raccontare ancora qualcosa della sua famiglia, degli altri due Theodoros Giannarosfigli, 24 e 28 anni. «Anche il più piccolo è un soldato». Lo dice con un sottinteso chiaro: lui si è salvato. Ma quanti sono i giovani senza speranza? Le statistiche si afflosciano come svuotate di senso al cospetto della forza, della dignità di quest’uomo. «Appena arrivato qui incontravo pazienti che mi chiedevano: ma quanto devo pagare per operarmi qui? Quanto per una lastra? Nulla, rispondevo, questo è un ospedale pubblico. Poi mi sono fatto portare il registro delle prenotazioni e ho capito. La lista d’attesa risultava sempre infinita, ma con una buona “fakelaki” si poteva comodamente saltare la fila». “Fakelaki”, la bustarella. «In cortile ho fatto mettere dei cartelli con una busta sbarrata con una grande x rossa. Significa che qui non si accettano tangenti».
Le parole del più atipico dei manager conducono nell’antro della crisi. I ragionamenti sulla sostenibilità del debito lasciano il posto alla scarsità di siringhe, bisturi, persino guanti per la sala operatoria. «Abbiamo sviluppato un network di scambi tra le diverse cliniche. Andiamo avanti anche grazie a donazioni in arrivo dalla Svizzera, dall’Austria, dalla Germania». Theodoros accende un’altra sigaretta. Aspira profondamente, poi scarica fumo e una lunga invettiva. Contro le vecchie classi politiche, le dieci famiglie che hanno monopolizzato l’economia del paese, le «idiote» prescrizioni della “Troika”, il Fondo Monetario, la Tsipras e MerkelBce, la Commissione Europea, Angela Merkel. Spera che Alexis Tsipras possa raggiungere qualche risultato, «ma deve avere dietro tutti i partiti, tutta la Grecia. Questo è l’unico modo che abbiamo per sopravvivere». Già, «sopravvivere».
«Penso continuamente a quei 10 mila morti che abbiamo seppellito nel silenzio. Penso a mio figlio. E penso che se in Germania un cane muore in malo modo, ecco che il caso finisce sui giornali, se ne dibatte in tv. Ma avete mai sentito parlare dei nostri giovani, dei nostri anziani che si sono suicidati? La guerra civile della Jugoslavia ha fatto 20 mila morti. Quella, però, era una guerra. Che cos’è, invece, questa nostra strage? È una domanda a cui non so rispondere, posso solo dire che in questo momento mi vergogno di essere un europeo». Forse è arrivato il momento di andare. Ma Theodoros ha ancora qualcosa da dire: «In questi anni sono stato corteggiato da tutti i partiti, avrei potuto fare il ministro cento volte. Invece ho sempre voluto restare un uomo libero e mi sono fatto un mare di nemici. Continuo a stare qui, a lavorare per 1.400 euro al mese, cinque volte meno di qualche anno fa. Non posso permettermi la macchina, viaggio in scooter e giro con una pistola. Prima che mio figlio se ne andasse così, mi sentivo anche un privilegiato».

venerdì 12 giugno 2015

Fegato e cuore umani in un chip per testare farmaci senza studi animali

Fegato e cuore umani in un chip per testare farmaci senza studi animali


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Piccoli organi in scala, in un mini-dispositivo, da utilizzare in ricerca. Nel laboratorio BioEra (Biological Engineering Research Application) dell'Università di Padova e dell'Istituto veneto di medicina molecolare (Vimm) è stato scoperto come sviluppare tessuti umani miniaturizzati 'on chip'. In particolare, sono stati presi in considerazione due tra gli organi umani di maggiore interesse per lo studio della tossicità indotta da farmaci: fegato e cuore. Lo studio è stato pubblicato su 'Nature Methods'.
La combinazione delle tecniche di micro-fabbricazione con la medicina rigenerativa ha reso possibile la creazione di organi umani in dispositivi tecnologici miniaturizzati anche detti 'organ on chip'. L'idea alla base di questa tecnologia innovativa è la possibilità di produrre organi umani da utilizzare come strumento di screening, al fine di testare nuovi farmaci e quindi sviluppare nuove terapie.
La miniaturizzazione consentirà l'analisi di un numero elevato di combinazioni sperimentali a costi estremamente contenuti, e la complessità tecnologica offerta da un dispositivo miniaturizzato garantirà di operare in condizioni che possano mimare la fisiologia umana in situazioni di normalità o in presenza di alterazioni patologiche. Altra peculiarità è la possibilità di sviluppare terapie ad hoc per ciascun paziente nel caso in cui tali organi o tessuti vengano derivati dallo stesso malato, attraverso l'impiego di cellule staminali che mantengono le informazioni genetiche del paziente.
La riproduzione in microscala di tessuti umani funzionali, come quello epatico e cardiaco - evidenziano gli autori - consente dunque di sviluppare sia nuovi modelli in vitro per lo studio di terapie mirate al singolo paziente, sia di testare la tossicità indotta da farmaci, alle diverse concentrazioni e modalità di assunzione, il tutto in tempi rapidi e in modo economicamente sostenibile. A oggi l'unico metodo preclinico utilizzato e approvato per il processo di ricerca e validazione di nuovi farmaci è la sperimentazione animale. Tuttavia possono verificarsi discrepanze nella risposta a un farmaco tra tessuti derivati da specie diverse.
Il tentativo di sviluppare modelli umani in vitro si è scontrato finora con la difficoltà di riprodurre tessuti umani funzionali e con i costi elevati per un impiego di tali tessuti su larga scala. Ma il lavoro del laboratorio BioEra ha già dato i primi risultati per lo studio della epatotossicità di un farmaco. Campioni di tessuto epatico integrati in un chip sono stati impiegati per eseguire efficacemente test automatizzati in risposta a un farmaco somministrato ripetutamente a precisi intervalli temporali.
"Da anni siamo impegnati a sviluppare microtecnologia per mimare in vitro le condizioni ambientali cui le cellule sono sottoposte in vivo", afferma Nicola Elvassore, responsabile scientifico del laboratorio BioEra. "Questo aspetto - aggiunge - è particolarmente rilevante per ottenere tessuti che siano funzionalmente quanto più simili a quelli presenti nell'organismo umano".
Il lavoro appena pubblicato è stato possibile grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo nell'ambito del bando 'Progetti di Eccellenza', e ai finanziamenti del ministero della Salute e dell'Università di Padova.
La tecnologia sviluppata nel laboratorio BioEra si basa sull'impiego di chip microfluidici prodotti utilizzando tecniche litografiche simili a quelle usate in microelettronica. "Abbiamo derivato le cellule umane cardiache ed epatiche nel chip a partire da cellule staminali pluripotenti", sottolinea Giovanni Giobbe, biotecnologo e co-primo autore del lavoro, "queste cellule staminali sono in grado di produrre tutti i tipi cellulari che compongono i tessuti del corpo umano, non soltanto quelli di cuore e fegato, e consentono lo studio della biologia umana in vitro senza ricorso a biopsie troppo invasive per i pazienti".
Lo sviluppo di microtecnologie per ottenere tessuti umani in vitro avrà sicuramente un grande impatto in campo farmaceutico e biomedico nel prossimo futuro. Ottenere tessuti a partire da cellule di un singolo paziente utilizzando una semplice biopsia cutanea o cellule derivate dal sangue o dalle urine renderà possibile il loro impiego di routine per effettuare test di farmaci, e lo sviluppo di terapie mirate per il singolo paziente.

Perché l’America si limita a fingere di combattere l’Isis

Perché l’America si limita a fingere di combattere l’Isis


“Charlie Hebdo”, la falsa morte di Bin Laden, l’aggressione alla Siria e poi all’Ucraina per colpire Putin che non vuole piegare la Russia al codice atlantico, mentre gli Usa cercano di stringere l’Europa nella morsa del Ttip, spaventati dalla Cina che ormai acquisisce la leadership mondiale dell’economia. Tutto chiaro: scenari e retroscena, geopolitica e moventi. Ma il mainstream continua a non prenderne atto, relegando la controinformazione (ormai dilagante) alla sfera del web. Ne abbiamo le prove, ripete il regista Massimo Mazzucco: l’unico terrorismo preoccupante è sempre e solo terrorismo di Stato, strategia della tensione, a partire dal crollo delle Torri Gemelle l’11 Settembre. «Non potrei mai dire chi e come le ha fatte crollare, con quale esplosivo, ma quello che è certo è che sono crollate per demolizione controllata, non certo perché colpite da due aerei di linea». Nel mainstream italiano, spicca una voce isolata e notevole, quella di Marcello Foa, che – dalle pagine del “Giornale” – continua a snocciolare pillole di verità destinate ai non addetti ai lavori. Per esempio, quelle sull’atroce Isis: nessuno ferma i tagliatori di teste perché sono stati messi lì apposta dagli Usa. Ecco il motivo per cui l’Isis non viene annientato.
«Chi osserva con disincanto le vicende in Medio Oriente lo ha capito da tempo: l’America che negli anni Duemila ha lanciato una guerra feroce – e decisamente sproporzionata – ad Al Qaeda, ora appare molto svogliata contro una minaccia ben più Marcello Foaconcreta: quella dell’Isis». Foa non menziona il Pnac, il progetto per il “Nuovo Secolo Americano” che già prima del 2000 annunciava la “guerra infinita” innescata dal terrorismo fatto in casa, con l’obiettivo finale di arginare la Cina entro il 2017. Preferisce limitarsi a osservazioni contingenti, collegando eventi che i media tendono a non collegare mai. «Come ho documentato da tempo – scrive – l’Isis un paio di anni fa è stato usato, armato e finanziato da Arabia Saudita, Emirati Arabi e dagli stessi Stati Uniti nel tentativo di abbattere il regime di Assad. Grazie anche a quei finanziamenti l’Isis si è ampliato, si è rafforzato ed è partito alla conquista di larghe parti dell’Iraq e ha infiltrato i suoi jihadisti in altri paesi, fino alla Libia». Risultato: «L’Isis, come purtroppo ben sappiamo, sta destabilizzando tutta la regione». Ma gli Stati Uniti si guardano bene dal fermarlo.
Per molti osservatori internazionali, da Pepe Escobar a Thierry Meyssan, l’Isis è un mostro fabbricato in provetta nei laboratori della Cia e del Pentagono, con la collaborazione di Israele. E’ ancora Mazzucco a ricordare il ruolo di Tel Aviv nel cosiddetto terrorismo islamico: «Alla vigilia della strage di “Charlie Hebdo” fu lo stesso Netanyahu ad avvertire i francesi che, se avessero firmato la dichiarazione a sostegno della nascita dello Stato di Palestina, avrebbero avuto guai, in casa, coi fondamentalisti». E perché mai gli arabi dovrebbero prendersela con chi aiuta i palestinesi? Il ragionamento, ovviamente, non regge. A meno che non lo si capovolga: il problema non sono “gli islamici”, ma chi manovra i fondamentalisti per i propri scopi politici. Come Netanyahu, in prima fila a Parigi alla grottesca parata dei potenti in occasione dei solenni funerali delle vittime di “Charlie Massimo MazzuccoHebdo”. «E’ uno schema banale, che si ripete alla noia, eppure i media fingono di ignorarlo perché sono funzionali a quello stesso sistema», accusa Mazzucco, intervistato da “Border Nights”. Il copione è invariato, cambiano solo gli attori.
Le comparse dell’Isis, denuncia Gioele Magaldi nel bestseller “Massoni”, sono state accuratamente selezionate da manovalanza occidentale, coordinata dalla cupola massonica del massimo potere concentrata nella Ur-Lodge “Hathor Pentalpha”, la superloggia segreta dei Bush che ha reclutato anche leader europei come Blair, Aznar e Sarkozy, oltre al turco Erdogan. Nella “Hathor Pentalpha”, che Magaldi definisce “loggia del sangue e della vendetta”, nata da George Bush padre dopo la sconfitta subita da Reagan alle presidenziali del 1980, sarebbero confkuiti i campioni del vertice neocon americano, da Dick Cheney e Paul Wolfowitz, il falco Donald Rumsfeld, profeti della globalizzazione neoliberista come Samuel Huntington e decine di satelliti regionali, tra cui anche l’ex presidente del Senato italiano Marcello Pera e l’ex ministro della difesa Antonio Martino. Per Magaldi, la “Hathor Pentalpha” ha diretto l’operazione 11 Settembre, in collaborazione con un certo Bin Laden. E Nicolas Sarkozypoi ha creato il nuovo orrore, quello dell’Isis, non a caso battezzato con il nome della dea egizia, di cui “Hathor” è il secondo nome. Una “firma” piuttosto esplicita, ideata da ambienti esoterici sempre molto attenti ai nomi, alle date, ai numeri che compongono il contenuto simbolico a cui viene attribuito anche un preciso significato propiziatorio.
Marcello Foa resta a debita distanza dalle recenti dietrologie, costantemente oscurate dai grandi media, ma non rinuncia a lanciare avvertimenti. L’Isis? «L’America ufficialmente dice di volerlo combattere. E gli alleati arabi, ufficialmente, non sostengono più i miliziani del nuovo Califfato. Ma qualcosa non torna: sarebbero bastate alcune giornate di bombardamenti intesi sulle milizie Isis – stile quelli condotti sulla Libia – per letteralmente annientare l’Isis. Invece, l’America ha dato sì avvio ai bombardamenti, ma con il freno tirato; limitandosi a bombardamenti simbolici. E l’Isis infatti ha continuano ad espandere la sua influenza». Ora, continua Foa, il sospetto degli analisti trova conferma nelle denunce dei piloti americani, che affermano di essere frenati da regole di ingaggio assurde. Foa cita fonti giornalistiche: «Ci sono stati momenti in cui avevo gruppi dell’Isis nel mirino ma non avevo l’autorizzazione a colpire», ha detto a “Fox News” il pilota di un F-18. Può passare anche un’ora, prima che il pilota possa bombardare. Perché? Lo spiegano Mazzucco, Meyssa, Escobar e tutti gli altri. Foa preferisce formulare la domanda: «Perché l’America non vuole distruggere l’Isis? E perché i paesi europei, pur essendo direttamente esposti alla minaccia jihadista, lasciano fare?».

Scandalo Don Uva/ Di Gioia a Rizzi: “Fatemi una statua”. Il telefonino bollente della Vasiljevic

Scandalo Don Uva/ Di Gioia a Rizzi: “Fatemi una statua”. Il telefonino bollente della Vasiljevic


digioialello

Nell’operazione “Oro Pro Nobis” (titolo mai così azzeccato), emerge un sistema consolidato che vede legati a doppio filo il management dell’ente, professionisti e politici. Nell’ordinanza di quasi 600 pagine, spicca il rapporto tra Dario Rizzi, ex direttore del Don Uva a Foggia e il parlamentare di San Marco La Catola, Lello Di Gioia. Nessuno sembra muovere un muscolo a meno di tornaconti personali. Primo fra tutti proprio l’onorevole, deciso a sfruttare a pieno il suo ruolo di presidente della Commissione parlamentare di controllo sulle attività degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale, oltre che componente permanente della Commissione Bilancio e Tesoro della Camera dei Deputati.

Di Gioia a Rizzi: “Dovreste farmi una statua”

Dario Rizzi
Dario Rizzi
Stando alle carte di “Oro Pro Nobis”, Di Gioia avrebbe bloccato sul nascere l'iniziativa del commissario straordinario Bartolomeo Cozzolitendente all'emanazione di un bando pubblico per l'acquisizione di tutti gli istituti Don Uva (su l’Immediato scrivemmo dell’interesse degli imprenditori foggiani Telesforo e Salatto), proponendo, in alternativa, un progetto di acquisizione della sola sede di Foggia da parte dell'INAILche sarebbe stato oggetto di discussione in apposito incontro alla presenza del commissario straordinario e del direttore dello stesso ente previdenziale. Il progetto proposto dal politico, in sostanza, mirava a faredella sede di Foggia un centro di eccellenza nel meridione per la riabilitazione e, contestualmente, avrebbe salvaguardato la posizione di Rizzi, garantendogli un posto di direttore della nascente struttura che, a seguito dell'acquisizione di un soggetto pubblico, avrebbe cambiato la veste giuridica da privata a pubblica. Particolarmente significativa è l'enfasi con cui Di Gioia, per rincuorare Rizzi, preoccupato di perdere la sua posizione di comando, a fronte dell'interrogativo "E io che devo fare in questa cosa?", replica perentoriamente: “E tu fai il direttore! Che devi fare?!”, dando evidentemente per scontato che a Rizzi sarebbe stato assicurato un ruolo di comando nella nascente struttura. La telefonata - scrive il giudice nell'ordinanza - è interessante anche per un'altra ragione: Rizzi, consapevole di avere con l'onorevole un legame a tal punto indissolubile da poter fare sicuro affidamento sulla sua "copertura politica" in caso di necessità, lascia intendere, implicitamente, che questo "credito di riconoscenza" trae origine dai favori accordati al politico, tra cui sono sicuramente da annoverare l'assunzione e l'attribuzione dell'incentivo all'esodo alla figlia Silvia. Liquidazione dell'incentivo (7.500 euro) avvenuta successivamente all'avvio della procedura del concordato preventivo in violazione del principio della “par condicio creditorum”.

Le pressioni dell’onorevole e l'SMS: "Faccio una brutta figura con mia figlia"

Sono continue le pressioni di Lello Di Gioia su Dario Rizzi. A ballare è la posizione della figlia del parlamentare, Silvia Di Gioia, anche lei indagata. In un momento nel quale si decide il licenziamento di numerosi dipendenti, l’onorevole spinge per il riconoscimento di 7.500 euro alla giovane, prima che quest’ultima parta per Londra. Rizzi si mostra disponibile ma dopo un lungo susseguirsi di telefonate con Di Gioia, finisce per sbottare: “Senti Lello, non mettermi fretta!”. Poi, parlando conAugusto Toscani, l’uomo che doveva sistemare la pratica, dice: “Di Gioia è diventato di una cosa che non capisco… Lo vuoi chiamare tu? Io non voglio neanche più sentirlo”. La storia si concluderà con il riconoscimento del denaro alla figlia del parlamentare, non prima di uno "struggente" SMS di quest'ultimo a Rizzi: "Caro Dario, penso di avere avuto con te e con la Casa un rapporto di correttezza e di piena disponibilità, mi dispiace questo vostro comportamento di continuo rinviare nonostante avessimo parlato io e te già da una settimana. Tuttavia devi sapere che la cosa che più mi da fastidio è di aver fatto una bruttissima figura con mia figlia e questo sinceramente avrei voluto evitarlo. Comunque mi fai la gentilezza di lasciar perdere perché Silvia oggi stesso consegnerà la lettera di licenziamento togliendo il disturbo".

Telefono caldo

Adriana Vasiljevic
Adriana Vasiljevic
Di Adriana Vasiljevic abbiamo detto più o meno tutto. Compreso il suo tentativo di entrare in Consiglio comunale a Foggia per Forza italia alle Amministrative 2014. Ma non può passare in secondo piano uno dei tanti episodi di sperpero di denaro pubblico che vede la 29enne dell’Est Europa ancora protagonista. Per lei e l’amante Dario Rizzi, sull'ordinanza si parla "del medesimo disegno criminoso", atto a dissipare le risorse dell'Ente, già in condizione di profonda e conclamata crisi. La Vasiljevic si assentava sistematicamente dal posto di lavoro per esigenze personali di tipo voluttuario, contando sulla connivenza di altri dipendenti che timbravano il cartellino segnatempo al suo posto. Addirittura, mentre era in Serbia, risultava in ufficio al Don Uva grazie a qualcuno che marcava il suo badge. In pratica era "ubiqua". Inoltre, favorita dalla copertura di Rizzi, percepiva comunque gli emolumenti oltre alla fruizione anticipata di 32 giorni di ferie relative al successivo anno 2015. Ma non è tutto. Rizzi – scrive il giudice - concedeva alla Vasiljevic l'utilizzo di un’utenza cellulare intestata alla Casa divina Provvidenza, sebbene la donna non ne avesse alcuna necessità sul fronte lavorativo. La donna ha poi utilizzato quel telefono per scopi personali, cagionando all’Ente un danno di 5.544,23 euro, pari all'importo delle fatture addebitate all'Ente per i consumi effettuati dall'ottobre 2011 all'agosto 2012. Con l’aggravante, per Rizzi, di aver agito in danno dell'Ente anche allo scopo abietto di ottenere prestazioni sessuali dalla Vasiljevic, anche sodomitiche. Ma questa è una storia già raccontata.