venerdì 11 maggio 2012

Alec Ross: “Le startup di chi ha 20 anni ci salveranno”

Alec Ross: “Le startup di chi ha 20 anni ci salveranno”

Oggi e domani al Digital Economy Forum di Venezia, si incontrano gli innovatori di Stati Uniti e Italia. Per l’occasione riproponiamo il testo dell’editoriale apparso su Repubblica.it firmato da Alec Ross, consigliere speciale per l’innovazione per Hillary Clinton.
Ho appena compiuto quarant’anni ed è stato un compleanno interessante per chi, come me, ha l’incarico di Consigliere Speciale per l’Innovazione per il Segretario di Stato Hillary Clinton. Per un verso, nelle alte sfere del governo questo compleanno coincide con il raggiungimento dell’età adulta. L’immagine di un diplomatico di carriera o del ministro di un governo evoca il concetto di esperienza ed è in qualche modo legato ai capelli grigi. D’altro canto, a volte mi sento troppo vecchio per far parte dell’altra comunità, quella con cui passo una buona parte della mia vita professionale: gli innovatori e gli imprenditori che sono la forza propulsiva dell’economia del XXI secolo. Mi colpisce constatare quanto siano sempre più giovani questi nuovi capitani d’industria e quanto il loro lavoro appaia distante dalle attività dei funzionari governativi che risiedono nella capitali, dove il rafforzamento delle nostre economie è il più importante argomento di discussione.
Trovandomi al punto d’intersezione tra gli alti funzionari governativi e gli imprenditori del XXI secolo penso che sia necessario avvicinare gli uni agli altri. È sempre più chiaro che se negli Stati Uniti e in Europa l’economia si riprenderà sarà grazie alla capacità dei nostri paesi di supportare e dare spazio all’innovazione. Appare evidente che l’innovazione può immettere nuova energia nella macchina dei nostri sistemi economici, e la maggior parte di quest’innovazione verrà dalle menti e dall’impegno di questi giovani uomini e donne tra i venti e i trent’anni.
Esiste un precedente. Oggi in America il 40% per Prodotto Interno Lordo deriva da aziende che non esistevano prima del 1980. Sono dati statistici sorprendenti. Ciò significa che ogni anno nel mio paese quasi 6000 miliardi derivano da aziende che fino a poco tempo fa erano solo idee nella mente di qualche ambizioso imprenditore.
Come è potuto accadere? Un primo fattore è rappresentato dall’enorme spostamento di potere reso possibile dalla tecnologia e in special modo da Internet. Competenze che un tempo erano appannaggio di potenti gerarchie come i governi o le grandi compagnie nel settore dei media sono ora a disposizione di singoli cittadini o di reti di cittadini. La tecnologia rende più facile creare un grande business, in fretta e senza il grande capitale iniziale che un tempo era necessario. Dieci anni fa l’utilizzo di un’applicazione base di Internet costava 100mila euro al mese. Oggi, attraverso ilcloud, quella stessa applicazione costa 1000 euro.
Da un punto di vista pratico questo significa che ora uno studente universitario può aprire un’azienda senza bisogno del supporto delle banche o degli investitori.
In secondo luogo, gli imprenditori che si collocano nella fascia d’età compresa tra venti e trent’anni sono la prima generazione digitale e globale insieme. Per loro il periodo di rapida globalizzazione vissuto negli Anni Settanta, Ottanta e Novanta è storia antica quanto un mondo senza Internet. Per questo, sono cresciuti con codici culturali diversi e con idee e approcci nuovi al mercato. I giovani che oggi creano aziende sono si sentono in modo intuitivo, a proprio agio con le nuove tecnologie, i mercati emergenti e con il sistema globalizzato in cui tutti ci troviamo ora a vivere. Hanno utilizzato queste conoscenze per creare modelli di business che si adattano facilmente a un mondo assai più interconnesso di quanto non fosse trent’anni fa.
In America l’88% di piccoli e medi imprenditori sotto i quarant’anni utilizza i social network per il proprio business, contro il 66% di persone di quarant’anni o più.Usando questo tipo di tecnologie le giovani generazioni si trovano ad avere un vantaggio competitivo sulle loro controparti più adulte perché sono in grado di raggiungere una clientela più ampia. Possono connettersi con più persone più velocemente.
Se noi che facciamo parte dei governi saremo in grado di capire come creare un’economia prospera per il futuro ciò sarà in larga misura dovuto al fatto che avremo compreso e dato spazio agli impulsi imprenditoriali e innovativi di questi imprenditori emergenti.
Questo vuol dire molte cose. Primo, che dobbiamo essere disposti ad accettare il profilo di rischio più alto che questa nuova forma d’imprenditoria comporta. Ciò significa non considerare il fallimento imprenditoriale come una disgrazia che rovina una persona e la sua reputazione. Una delle più importanti caratteristiche culturali della Silicon Valley, e una delle principali ragioni per cui tanta parte dell’innovazione mondiale continua ad arrivare da questa striscia di terra californiana lunga 90 chilometri, è proprio l’accettazione del rischio. Questo ha generato una florida attività di venture capital che riconosce che solo due o al massimo tre investimenti su dieci produrranno un ritorno di capitale, ma quei due o tre saranno così grandi da giustificare il rischio. E se sostenere che investire sui neolaureati può essere una bella teoria, sappiamo nella pratica che questo significa andare inevitabilmente incontro a qualche fallimento.
Questo atteggiamento implica l’accettazione che i giovani hanno il diritto a sedersi al tavolo della discussione ricoprendo un ruolo determinante. Coloro che occupano importanti posizioni governative o nelle elite del mondo del business devono cominciare a considerare seriamente le prospettive dei ventenni e dei trentenni che troppo spesso vengono ignorate. Dovremmo trarre beneficio dalla loro visione del mondo perché questi giovani sono una generazione globale e digitale allo stesso tempo. Dovremmo farli entrare nella discussione e nelle decisioni politiche dalle quali sarebbero di norma esclusi.
Infine, per favorire la crescita dobbiamo guardare alle nuove attività industriali che si svilupperanno nel futuro. Così come negli ultimi anni l’industria informatica ha sostenuto l’innovazione, in futuro si consolideranno nuove aree industriali di grande impatto economico come le nanotecnologie, la robotica, le biotecnologie, le tecnologie verdi e la scienza del genoma.
Nel mondo economico di oggi dobbiamo aggiornare le osservazione di Charles Darwin ed ammettere che non è il più forte della specie a sopravvivere, ma colui che più si adatta al cambiamento. Al Digital Economy Forum, organizzato a Venezia il 10 e l’11 maggio dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Italia, spero di incontrare la nuova generazione di innovatori in Italia.

viva la grecia


Berlino molla Atene, Euro sopravvive senza

Duro messaggio del ministro Finanze tedesco Mandato a Venizelos: 'Tenteremo ogni strada'

11 maggio, 11:16
Il ministro tedesco Wolfgang SchaeubleGuarda le foto1 di 6Il ministro tedesco Wolfgang Schaeuble
Berlino molla Atene, Euro sopravvive senza
ROMA - La zona euro può sopportare un'uscita della Grecia dalla moneta unica: lo ha detto oggi il ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schaeuble. In un'intervista al quotidiano regionale tedesco Rheinische Post, Schaeuble ha dichiarato che la zona euro è più solida di due anni fa. "Abbiamo imparato molto da questi ultimi due anni e costruito dei meccanismi di protezione. I pericoli di contaminazione per gli altri Paesi della zona euro si sono indeboliti e l'area euro è nel suo insieme diventata più resistente", ha spiegato. "La crisi ha dimostrato che quando bisogna agire in fretta, l'Europa può reagire rapidamente. L'idea che non siamo in grado di reagire a breve termine di fronte a un imprevisto è falsa", ha concluso il ministro.
WESTERWELLE, SENZA RIFORME BASTA SOLDI A GRECIA- Nuovi aiuti alla Grecia solo se rispetterà gli impegni presi. Lo ha detto il ministro degli esteri tedesco Guido Westervelle nel suo intervento al Bundestag. "Noi intendiamo mantenere le nostre promesse di aiuto. Ma questo significa che la Grecia deve varare le riforme che abbiamo concordato".
BARROSO, VIA SE NON RISPETTA IMPEGNI - "Se un membro del club non rispetta le regole, è meglio che se ne vada dal club". Lo ha detto il presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso, riferendosi alla Grecia, in una intervista a Sky Tg24.

"Ho molto rispetto per la democrazia greca e il parlamento greco. Ma devo anche rispettare gli altri 16 parlamenti nazionali che hanno approvato il programma per la Grecia", ha spiegato Barroso, sottolineando che "tutti devono rispettare gli accordi". Ma se questi "non sono rispettati", ha concluso, "vuol dire che non esistono più le condizioni per continuare" a far parte dell'eurozona.
STAMPA, TIMORE URNE E PRESSING UE FAVORISCE ACCORDI - Il timore dei risultati di nuove elezioni e le forti pressioni da parte dei partner europei potrebbero produrre un risultato positivo durante la riunione dei leader dei partiti sotto la presidenza del capo dello Stato Karolos Papoulias che potrebbe svolgersi fra domenica 13 e lunedì 14. E' quanto riferiscono oggi in prima quasi tutti i giornali ateniesi ricordando che stamani il leader del Pasok, Evanghelos Venizelos, riprenderà le consultazioni per la formazione di un nuovo governo incontrando prima il leader di Nea Dimocratia, Antonis Samaras, e quindi Alexis Tsipras di Syriza. Le preoccupazioni per un eventuale nuovo ricorso alle urne si basano sui risultati dei primi sondaggi di opinione condotti in Grecia a quattro giorni dalle consultazioni secondo cui, in caso di nuove elezioni, la Coalizione delle Sinistre radicali (Syriza) avrebbe il maggior numero di voti (23,8%) scavalcando di 6,4 punti percentuali Nea Democratia che passerebbe al secondo posto con il 17,4% delle preferenze. Seguirebbero il Pasok al terzo posto con il 10,8%, Greci Indipendenti (Anexartiti Ellines) al quarto posto con l'8,7%, seguito dal Partito Comunista di Grecia (Kke) con il 6%, Alba Dorata (Chrisi Avghì) con il 4,9% e infine Sinistra Democratica con il 4,2%. La proposta, ieri, del leader di Sinistra Democratica Fotis Kouvelis, per la formazione di un nuovo esecutivo "ecumenico" di cui farebbero parte tutti i partiti, potrebbe essere un buon punto di partenza. A prescindere dalla formula della proposta, l'obiettivo principale è quello di formare un governo di coalizione fra Nea Dimocratia, Pasok e Sinistra Democratica, che disporrebbe di una maggioranza di 168 parlamentari e che potrebbe durare fino alle elezioni europee del 2014. Da un tale esecutivo sarebbero naturalmente esclusi il filo-nazista Chisi Avghì, il partito comunista e i Greci Indipendenti (nazionalista) in quanto non interessati a partecipare ad un governo che avrebbe come obiettivo la revisione e non l'abolizione completa del Memorandum. Per quanto riguarda Syriza, gli analisti politici sostengono che molto difficilmente parteciperebbe a un governo "ecumenico", specialmente dopo i risultati degli ultimi sondaggi.

Il governo dopo che ha succhiato il sangue ..sembra che si sia accorto del problema!!che siano dei coccodrilli??invece che tecnici??


Passera,il disagio sociale mette a rischio la tenuta economica del Paese

Dopo mesi di rigore e tagli, i ministri del governo tecnico di Mario Monti stanno iniziando a prendere coscienza delle conseguenze delle misure anticrisi sulla popolazione e soprattutto sulle fasce più basse. Ad appena un giorno dalla dichiarazione del ministro del Lavoro, Elsa Fornero, che ieri ha ammesso che l’esecutivo ha sottovalutato la situazione delle classi più disagiate della società, oggi è arrivato il turno del responsabile allo Sviluppo economico, Corrado Passera.
“La principale fonte di responsabilità che io sento – ha detto il ministro – è quel disagio sociale diffuso che è legato alla mancanza di lavoro e che è molto più ampio di quello che le statistiche dicono e sta creando un forte disagio sociale che mette a rischio la tenuta economica del Paese”. Nel suo intervento all’assemblea di Rete Imprese Italia, Passera ha ammesso: “Siamo a valle di 10 anni di cose non fatte ed è a rischio la tenuta, da qui il senso di angoscia e responsabilità che ci sentiamo dentro per recuperare alcuni ritardi”.
Passera ha poi bacchettato l’Unione Europea per le strategia usate nell’affrontare la crisi: “Bruxelles non ha fatto la sua parte adeguatamente negli ultimi mesi; adesso deve dimostrare di saper garantire se stessa e anche i più deboli, deve smettere di parlare di crescita e fare qualcosa con investimenti, distinguendo ciò che è spesa e ciò che è investimento”.

mercoledì 9 maggio 2012

GSE, i numeri del boom fotovoltaico italiano


GSE, i numeri del boom fotovoltaico italiano

Un mercato che nel 2011 ha coperto il 33% della domanda mondiale. Con gli oltre 340mila impianti presenti la producibilità elettrica da fotovoltaico nel nostro paese è stimabile oggi in quasi 17 TWh/anno. Interessanti i numeri sulla sostituzione dell'amianto. I dati forniti dal GSE nel corso dell'Italian PV Summit di Verona.
Il mercato italiano delle rinnovabili è passato da una potenza di 18,3 GW del 2000 (per il 91% rappresentata dalla fonte idroelettrica) a 41,3 GW  nel 2011, con un incremento del 125%. Va segnalato però che il 75% di questo aumento (23 GW) si è avuto solo negli ultimi 4 anni. La parte del leone l’ha giocata il fotovoltaico che oggi (fine 2011) rappresenta il 31% di questa potenza di energie pulite (l’idroelettrico passa ad una quota del 43%). Se nel 2000 la produzione elettrica da fonti rinnovabili era di 51 TWh (mld di chilowattora), nel 2011 è arrivata a 84 TWh: questo differenziale di produzione, pari a 33 TWh, è dovuto pressoché totalmente a eolico, solare FV e bioenergie (oggi il 38% del totale).
Questi dati sul ruolo delle rinnovabili in Italia e della loro sempre più importante presenza nel sistema elettrico nazionale sono stati forniti e illustrati dal direttore divisione operativa del GSE (Gestore Servizi Energetici), Gerardo Montanino, nel corso dell'Italian PV Summit a Verona. Successivamente Montanino ha analizzato il boom delle installazioni fotovoltaiche nel nostro paese, fornendo numeri, per lo più conosciuti dagli addetti ai lavori, ma che restano impressionanti se inseriti in un’ottica non solo nazionale, ma anche internazionale.
Nel 2011 l’Italia ha installato 9.300 MW fotovoltaici, che includono però anche impianti per 3.500 MW compresi nel decreto ‘salva Alcoa’ (realizzati entro la fine del 2010 e allacciati in rete entro il 30/6/2011) e che hanno beneficiato degli elevati incentivi del 2° conto energia. La potenza FV annuale del nostro paese ha rappresentato più del 33% di tutto il mercato mondiale del 2011 e quello italiano è diventato il primo mercato mondiale dell’anno davanti alla Germania che comunque conserva il primato per potenza cumula con 24.700 MW installati; l’Italia è seconda con 12.700 MW (a maggio 2012 ha superato 13.160 MW).
Con gli oltre 340mila impianti (13 GW) presenti nel nostro paese la producibilità elettrica da fotovoltaico è stimabile oggi in quasi 17 TWh/anno, ed è in continua crescita. Va considerato che solo 5 anni fa era infinitesimale (0,039 TWh). Una quantità di produzione che secondo l’Autorità per l’Energia e diversi analisti ha portato effetti nuovi sul sistema elettrico: prima dell'esplosione del fotovoltaico dell'ultimo anno alla Borsa elettrica c'erano due picchi di prezzo, uno di giorno, verso le 11 di mattina, e uno di sera, verso le 18-20. Ora il picco delle 11 di mattina è praticamente scomparso (anche se quello serale è stranamente aumentato di molto). La spiegazione è che ilfotovoltaico, assieme alle altre rinnovabili, producendo a costi marginali nulli (non serve più combustibile per dare un kWh in più), di giorno fa concorrenza alle centrali tradizionali e riesce a contenere il prezzo dell'energia. Si tratta dell’effetto peak shaving che nel 2011 ha fatto risparmiare 400 milioni di euro.
Tornando all’esplosione delle installazione del fotovoltaico nel nostro paese, il direttore operativo del GSE ha voluto sottolineare come oggi circa il 95% dei Comuni italianiha nel proprio territorio almeno un impianto FV, una quota che era solo del 31% nel 2007.
A livello regionale la maggiore potenza installata è in Puglia (17,1% del totale), Lombardia (10,3%), Emilia Romagna, Veneto, Piemonte. In termini di numero di impianti la leadership regionale spetta alla Lombardia (14,7%), seguita da Veneto (13,6%) ed Emilia Romagna.
Montanino ha spiegato che sul totale della potenza installata in Italia il 49% è su terreno, il 41% è su tetti, il 6% è su pensiline e serre, e poi c’è un altro 4% residuale. In termini di tecnologie usate il 70% dei moduli è in silicio policristallino, il 23% in silicio monocristallino e il 7% è rappresentato da film sottili. Circa il 65% della potenza degli impianti FV è connesso al settore industriale, una quota che cala al 13% sia per l’agricoltura che per il terziario; nel residenziale si scende al 9%. Da notare che circa l’89% della potenza installata è di soggetti responsabili che sono imprese (solo l’8,5 è rappresentato da persone fisiche).
Il GSE ha fornito inoltre una fotografia della distribuzione per taglia di impianto a fine 2010 e a fine 2011. Come si può vedere dalla tabella il maggiore incremento nello scorso anno si è registrato nel range 1-5 MW.
Interessante è quantificare un altro dei benefici portati dai precedenti ‘conto energia’: la sostituzione dell’amianto su tetti con il fotovoltaico (vedi tabella con distribuzione regionale). Sono finora 1.340 i megawatt fotovoltaici realizzati grazie al bonus stabilito ad hoc (circa 16.350 impianti), per una superficie di 12,7 milioni di mq. Le tre regioni capofila sono nell’ordine Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte. Il costo del bonus è stimato in 45,8 milioni di euro.
Il GSE in riferimento al raggiungimento della quota di 6 miliardi di € annui per incentivi al fotovoltaico, che dovrebbe essere il momento di avvio del quinto conto energia in discussione alla Conferenza Stato Regioni, stima una data che potrebbe cadere tra agosto e dicembre. Secondo la bozza del quinto conto energia, la nuova normativa entrerebbe in vigore il mese successivo.

Fotovoltaico, noi finanziamo la Cina o la Cina finanzia noi?


Fotovoltaico, noi finanziamo la Cina o la Cina finanzia noi?

I soldi dei consumatori europei stanno finanziando i produttori di moduli fotovoltaici cinesi o è la Cina che, con il forte supporto alla propria industria, aiuta a tenere bassi i prezzi e ad avvicinare il fotovoltaico alla grid parity? Il confronto tra Cina e Occidente nel sempre più competitivo mercato globale del FV all'Italian PV Summit di Verona.
I soldi dei consumatori europei stanno finanziando i produttori di pannelli fotovoltaici cinesi – come spesso si sente ripetere da chi contesta gli incentivi a questa tecnologia - o, piuttosto, è la Cina che, con il forte supporto statale che dà alla propria industria fotovoltaica, permette di avere moduli a prezzi sempre più bassi, dando un grande contributo alla decarbonizzazione del sistema energetico occidentale e al raggiungimento della grid parity del FV?
È questa la domanda, rimasta senza risposta, che è stata al centro della tavola rotonda di lunedì pomeriggio all'Italian PV Summit di Verona nella quale, appunto, si è parlato anche della crescente pressione competitiva sul mercato globalizzato del FV e in particolare dello scontro commerciale tra l'industria europea e statunitense e quella cinese.
In un contesto di sovrapproduzione e di lotta al ribasso sul prezzo dei moduli (si veda il quadro dipinto in Qualenergia.it, L'industria del fotovoltaico, dalla crisi al consolidamento) in cui anche molti grandi europei vengono spinti fuori mercato, la problematica è ovviamente molto sentita (vedi anche Qualenergia.it, FV tra globalizzazione, protezionismo e model business).
Al centro del dibattito gli ingenti aiuti che lo Stato cinese eroga all'industria nazionale soprattutto sotto forma di finanziamenti agevolati e di rimborso dell'Iva. Su queste pagine abbiamo già raccontato del procedimento in corso negli Usa al Department of Commerce e alla US International Trade Commission che ha già prodotto i primi dazi sull'importazione di moduli di industrie cinesi (Qualenergia.it, La guerra commerciale del fotovoltaico Usa contro i cinesi). L'accusa è che siano solo gli aiuti di Stato che queste ricevono a permettere loro di essere così competitive sui prezzi.
La stessa tesi sostenuta alla conferenza di Verona da Paolo Mutti, CEO di Solsonica, che però rovescia la prospettiva. A favorire dei cinesi, ha spiegato, non sarebbe tanto l'integrazione verticale – “svantaggiosa in tempi di sovrapproduzione e prezzi in calo nella parte alta della filiera” – né il minore costo del lavoro - “2-3 centesimi di euro per watt, 50-60 euro di differenza su un impianto da 3 kWp”, ma appunto gli aiuti statali. Il problema però, sottolinea, non è il supporto che la Cina dà alle proprie aziende quanto “la scarsa considerazione che il nostro Ministero dello Sviluppo economico – invitato al PV Summit ma ingiustificatamente assente - ha nei confronti della nostra industria nazionale del fotovoltaico” .
Ovviamente la competitività cinese poggia anche su altre basi, come ricorda Guido Agostinelli di Syntegra Solar. Per citarne solo una, le grandi economie di scala: in Cina ci sono ben 10 aziende che producono più di 1 GW l'una, ricorda Sun Guangbin, responsabile del settore fotovoltaico della Camera di commercio cinese. La questione degli aiuti di Stato, specialmente sull'accesso al credito, in questa fase è però chiaramente centrale: “in questo momento servono investimenti per sopravvivere e colmare il gap negativo tra prezzi e costi di produzione – osserva Götz Fischbeck, presidente di Smart Solar Consulting – in Cina lo Stato sta finanziando l'innovazione. In Europa chi può farlo?”
Insomma, se gli aiuti di Stato cinesi danneggiano i concorrenti occidentali, aiutano comunque a spingere il FV mondiale verso la grid parity. Lo riconosce anche Reinhold Buttgereit, segretario generale dell'EPIA, l'associazione europea dell'industria fotovoltaica, che comunque è piuttosto sensibile al problema dell'asimmetria competitiva tra Cina e resto del mondo (Qualenergia.it, Come ridare energia all'industria europea del fotovoltaico).
I vantaggi che il fotovoltaico cinese dà al resto del mondo (calo dei prezzi dell'energia fotovoltaica, lavoro in occidente per la filiera, ecc.) non manca di ricordarli lo stesso Sun Guangbin che, come c'è da aspettarsi, condanna le barriere al commercio che “danneggiano prima di tutti il consumatore”.
“Con gli aiuti di Stato la Cina sta indirettamente finanziando energia verde a basso costo in Europa”, osserva Fischbeck, che con una domanda provocatoria introduce un altro tema importante, quello della domanda interna cinese che potrebbe dare un grosso sollievo al mercato mondiale del fotovoltaico. “Supportare le aziende per vendere sotto-costo all'estero moduli fotovoltaici – fa notare l'analista – è uno spreco di denaro pubblico cinese, visto che queste risorse economiche  darebbero più vantaggi al Paese se investiti nel fornire elettricità pulita in grado di colmare le carenze domestiche. Perché la Cina non rivede al rialzo l'obiettivo nazionale, oggi relativamente modesto, di 15 GW al 2015?"
Il rappresentante cinese non si sbilancia nella risposta, parlando di limiti di rete e pianificazione centrale, ma le possibilità che la Cina alzi l'asticella sul fotovoltaico nazionale è tutt'altro che remota. Finora – fa notare infatti Agostinelli - il Governo di Pechino è sempre venuto incontro all'industria nazionale, innalzando la domanda domestica in caso di sovrapproduzione, anche anticipando già ora progetti previsti nei prossimi anni; intanto nei discorsi non ufficiali si sente parlare di obiettivi più ambiziosi per il fotovoltaico cinese.

L'industria del fotovoltaico, dalla crisi al consolidamento


L'industria del fotovoltaico, dalla crisi al consolidamento

In 10 anni entrati nel mercato moltissimi operatori, con una capacità produttiva di circa 55 GW, il doppio rispetto alla domanda. Il rapido calo dei prezzi del 70% in 3 anni, con una produzione concentrata in Asia. La conseguenza è la crisi di molti produttori europei e USA, ma inizia anche così l'assestamento di un settore.
“Con un mercato fotovoltaico in piena maturazione, con crisi ripetute di crescita, l’industria procede spedita verso una fase di profonda ristrutturazione. La stessa incertezza normativa può accelerare o rallentare questo processo, ma in entrambi i casi procura un danno al settore produttivo, che ha bisogno di orizzonti temporali più ampi per investire. Tuttavia i fondamentali di lungo periodo per il settore a livello mondiale sono molto positivi soprattutto alla luce della veloce riduzione dei costi, della crescita di nuovi mercati e di altri sempre meno dipendenti dai sussidi”. Questa è in sintesi è la valutazione di Guido Agostinelli, analista di mercato di Syntegra Solar che ha esposto alcune riflessioni, nel corso della quarta edizione di Italian PV Summit di Verona, su uno scenario in rapido mutamento dal punto di vista dell’industria fotovoltaica.
Gli effetti di questa evoluzione del settore saranno caratterizzati nel breve periodo – secondo Agostinelli – da casi di insolvenza, da un incremento di acquisizioni e fusioni di aziende produttive, riposizionamenti, ristrutturazioni, cambiamenti di business model, ecc., con l’obiettivo di razionalizzare al meglio l’offerta e arrivare a una fase di consolidamento del settore nel suo complesso che potrà essere più sostenibile e redditizia.
Le difficoltà del settore fotovoltaico nascono da una tumultuosa entrata nel mercato negli ultimi 10 anni di numerose aziende, con una capacità diventata rapidamente troppo elevata rispetto alla domanda, che a sua volta è rimasta circoscritta in pochi mercati con incentivi particolarmente attraenti, anche se con normative spesso in bilico. Oggi la capacità produttiva di celle FV arriva a circa 55 GW (4,5 GW/mese), cioè circa il doppio della domanda (intorno ai 27 GW) e per il 40% è costituita dai primi 15 produttori al mondo, con un livello di competizione tra i più elevati nell’intera filiera, così come per la parte relativa alla produzione di moduli. Nel complesso, nella parte a monte della filiera (dal lingotto al modulo) ci sono oltre 160 operatori, e i primi 40 coprono l’80% del mercato.
C’è da aggiungere poi un calo dei prezzi di oltre il 70% in soli tre anni, che da una parte ha portato a una notevole crescita di installato, con vantaggi per i consumatori, ma dall’altra anche a una stagnazione se valutiamo il mercato in termini di giro d'affari. Si è accresciuto poi lo squilibrio tra una domanda mondiale concentrata nell’Unione Europea (65%) e una produzione di moduli localizzata soprattutto in Asia (in Cina per il 45%). Dal lato della domanda, la quota europea tuttavia è destinata a ridursi tra il 40 e il 50% entro il 2015 e tutto il comparto tenderà a riequilibrarsi.          
Quali saranno le strategie che le aziende adotteranno per sopravvivere, secondo l’analista di Syntegra Solar? Ci si muoverà su più fronti: miglioramento e ottimizzazione della fase produttiva, incremento del rendimento dei prodotti, verso un nuovo focus su specifici segmenti di mercato e altro ancora.
Sulle strategie e le prospettive del settore, una valutazione di Andrew Beebe, Chief Commercial Officer di Suntech: “un quadro regolatorio stabile e una crescente cooperazione internazionale sono elementi fondamentali per lo sviluppo del fotovoltaico. Il libero scambio e la concorrenza sono presupposti importanti per generare innovazione e creare posti di lavoro nel settore dell’energia solare. Al momento assistiamo quindi con soddisfazione anche al rafforzamento della cooperazione economica tra Italia e Cina, e al supporto di entrambi i Paesi alla crescita di un settore dinamico come quello del solare a livello globale”.
Intanto il mercato mondiale - che ha una potenza cumulata di circa 70 GW (realizzata in soli 11-12 anni), di cui 51,7 GW nell’Unione Europea - si appresta a tagliare, tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo, la soglia dei 100 GW installati, ha annunciatoReinhold Buttgereit, segretario generale dell’EPIA (European Photovoltaic Industry Association). Ma forse il segnale più significativo del cambio di paradigma del sistema energetico europeo è riscontrabile nel dato sull’evoluzione della nuova potenza installata per le varie tecnologie per la produzione elettrica: sono quasi 22.000 i nuovi megawatt fotovoltaici installati nella UE nel corso del 2011; per il gas si arriva intorno ai 9.000 MW, al netto delle dismissioni, e per il carbone a meno di 2.000 MW. Per il nucleare, quasi solo dismissioni nel corso del 2011 (-6.200 MW). E questo trend si registra ormai da circa un decennio.

SCUOLA


 Tfa e non solo: una "nota", e il Profumo-pensiero cambia la scuola

mercoledì 9 maggio 2012
SCUOLA/ Tfa e non solo: una nota, e il Profumo-pensiero cambia la scuolaO
Retromarcia. Con una “Nota a margine sul Tfa” pubblicata ieri, il Miur ha fornito nuovi argomenti alle dichiarazioni che il ministro Profumo ha rilasciato domenica in un’intervista al Corriere della Sera. Sono molte le novità contenute nella Nota del Miur. Andiamo con ordine. Da domenica fino a ieri, i docenti non abilitati ma con 36 mesi di servizio nella scuola sono stati una categoria a parte, cui è stato garantito dal ministro Profumo la possibilità di saltare il test d’ammissione al Tirocinio formativo attivo. In barba alla normativa vigente. Facevano testo, infatti, le dichiarazioni del ministro al Corriere, domenica 6 maggio. «I docenti con almeno tre anni di servizio verranno ammessi al Tfa senza dover sostenere alcuna prova preselettiva». Come, senza dover sostenere alcuna prova? E il regolamento Gelmini?
Ora la Nota precisa che «il primo corso di Tfa … sarà attivato con la preselezione nazionale nelle date già fissate», «indipendentemente dal diverso percorso abilitante previsto per i docenti con 36 mesi di servizio, laureati ma senza il possesso della prescritta abilitazione». Questi prof, infatti, saranno abilitati con modalità a parte, che il ministero deve ancora predisporre. La Nota non potrebbe essere più chiara. «La procedura  per i docenti con 36 mesi di servizio sarà costituita da un percorso formativo e da un esame da sostenere e superare per conseguire l’abilitazione. Tale procedura fa eccezione alla logica programmatoria cui è improntato il Tfa disciplinato dal D.M. n. 249 ma cerca di dare risposta all’esigenza di regolarizzare la situazione di migliaia di persone che hanno permesso negli ultimi anni alle scuole statali e paritarie di funzionare nonostante l’assenza di abilitati».
Dunque il comunicato fornisce finalmente la giusta esegesi delle parole del ministro. Viene da pensare che già tutto stesse bollendo in pentola, che quando il ministro parlava col Corriere, gli uffici fossero già al lavoro, lavorando pancia a terra per intervenire su tutti i gangli del sistema. Come si spiegherebbe, infatti, che la Nota dà finalmente una risposta ai principali punti interrogativi rimasti aperti in questi mesi? Non solo si dà ai docenti non abilitati con esperienza la garanzia di un percorso abilitante ad hoc, ma si dice come e quando saranno banditi i prossimi concorsi e pure che il sospirato reclutamento del personale docente abilitato dal nuovo Tfa è in fase di studio, e «introdurrà modalità innovative».
Bene, benissimo. Intanto, il problema dei non abilitati che da anni insegnano, sia nella scuola statale che in quella paritaria, è un problema reale, lo è da tanto tempo e da altrettanto tempo è ben noto sia al Miur che ai sindacati. Si potrebbe perfino dire che configura chiaramente una perversa forma di sfruttamento da parte dello Stato, ed è vergognoso che non si sia mai voluto affrontarlo prima. Ma occorreva farlo mettendo sabbia negli ingranaggi del Tfa? Per due giorni ci sono stati motivi di dubitare che una politica fatta pro tempore dai tecnici potesse realmente forzare la mano dell’Aula e concludere l’iter di un nuovo Dl entro il 4 giugno.
Tutti più tranquilli, dunque, anche se forse conviene dormire con un occhio aperto. Non pare, infatti, che i prof non abilitati ma con 36 mesi di servizio siano davanti ad una scelta facile. Conviene tentare l’accesso al Tfa di luglio, oppure confidare in un «percorso formativo» per il quale il Miur usa tempi verbali declinati al futuro?Tanto più che, dice la Nota, si deve «procedere ancora alla  stesura del provvedimento amministrativo di istituzione dei suddetti percorsi e di individuazione degli aventi titolo, oltre all’acquisizione preventiva delle prescritte autorizzazioni e consensi». Non vorremmo essere nei loro panni, anche se essere prudenti, alla luce di come funziona la scuola italiana, non guasta.
Infine, c’è un ultimo dato su cui riflettere. Visto che secondo il ministro «sono persone che nella realtà il tirocinio l’hanno già fatto», forse si sarebbe potuto dare ai «prof  36 mesi» la possibilità di sostenere direttamente l’esame finale di abilitazione, senza caricarli anche dei costi del TFA; oppure bandire un concorso riservato, tanto più che la maggioranza occupa da tempo le stesse cattedre con contratti annuali sempre reiterati, magari sullo stesso posto. In ogni caso, ora queste sono solo ipotesi che si possono definire – appunto – di scuola. La realtà è che, stando al pensiero del ministro, i percorsi abilitanti non saranno unici, ma doppi: quelli per i candidati che saranno ammessi al Tfa transitorio, e quelli destinati ai docenti con 36 mesi di servizio. Se questi ultimi vogliono l’abilitazione “riservata”, potranno risparmiare – oggi – i 150 euro di iscrizione e i 3mila per il TFA (che avrebbero dovuto comunque sborsare se fossero stati ammessi senza fare le selezioni), ma sborseranno – domani – i quasi 3mila euro una cifra non molto diversa per il corso di formazione che dovranno fare quando sarà il loro turno. E i corsi vien da pensare che a farli saranno le università, esattamente come oggi. Un bel «regalo» agli ex-colleghi (rettori)?
Troppa dietrologia è sbagliata, ma in modiche quantità potrebbe avere qualche fondamento.