martedì 7 maggio 2013

Stamattina la manifestazione del Coisp in sostegno degli agenti che uccisero Aldrovandi. Alcuni ragazzi protestano



Stamattina la manifestazione del Coisp in sostegno degli agenti 
che uccisero Aldrovandi. 
Alcuni ragazzi protestano

di Cinzia Gubbini

Si presentano in sette, otto: sono studenti dell'università. "Abito qui vicino, nemmeno lo sapevo che c'era questa manifestazione: ho chiamato un po' di amici. E' una vergogna!". Dice uno di loro. Siamo sotto al ministero di Grazia e Giustizia, a via Arenula, Roma. Il Coisp, un semi sconosciuto sindacato di polizia, ha organizzato un presidio: sono qualche decina. Chiedono che "anche per i poliziotti valgano le leggi che valgono per gli altri cittadini". Il problema? Quattro agenti di polizia sono stati condannati per omicidio colposo a 3 anni e sei mesi: hanno ucciso a Ferrara un ragazzo di 18 anni, si chiamava Federico Aldrovandi. Un caso che ha colpito al cuore l'opinione pubblica italiana. I poliziotti hanno avuto la pena "scontata" per indulto a soli sei mesi. I tribunali di sorveglianza hanno deciso che quei sei mesi, però, andavano scontati in carcere. Il Coisp non è d'accordo e dice che i poliziotti non hanno visto garantiti i loro diritti: tutti fuori. Si riferiscono al fatto che, di solito, chi ha pene inferiori ai 18 mesi viene affidato ai servizi sociali. Ma, in questo caso, i tribunali hanno valutato che le colpe e soprattutto l'atteggiamento tenuto dai poliziotti (nessun evidente segno di pentimento, né collaborazione alle indagini)consigliasse il carcere. Il Coisp aveva protestato già sotto le finestre dell'ufficio della mamma di Federico, a Ferrara, creando sconcerto e proteste. Non contenti, sono tornati a manifestare a Roma.

Alcune persone si sono sentite offese da questa manifestazione: c'era da aspettarselo. Quasi contemporaneamente al Coisp è arrivato un piccolo gruppo di ragazzi dei centri sociali romani che, come fece Patrizia Moretti quando gli stessi manifestarono sotto il suo ufficio ferrarese, si sono piazzati sul marciapiedi opposto e hanno mostrato la stessa foto di Federico ai sindacalisti, già sconfessati da tutte le sigle del comparto.



Tra i manifestanti anche Luca Blasi e il giornalista Checchino Antonini di Popoff (il primo a far uscire da Ferrara la notizia dell'omicidio Aldrovandi), candidati entrambi con la lista Repubblica Romana per Sandro Medici sindaco, «l'unica lista - spiegano - che prova a ribaltare l'emergenza sicuritaria che droga i programmi di centrodestra e centrosinistra». I due sono stati identificati dai responsabili dell'ordine pubblico in un clima comunque assolutamente tranquillo. Dal megafono veniva spiegato: «Questa foto vi seguirà ovunque!». «Il mio pensiero va alla mamma di Federico Aldrovandi - aggiunge via Twitter Sandro Medici -.È un'offesa per Roma la manifestazione del Coisp». Un altro gruppo di ragazzi, quelli che vedete nel video qui sotto, ha manifestato il proprio disappunto spontaneamente, rimanendo sul marciapiede e semplicemente indirizzandosi contro il presidio ha cominciato a gridare: "Ma che è questa storia? Ma come si fa a manifestare in sostegno di quattro assassini? Ma se lo facessimo noi non ci darebbero mai l'autorizzazione", e cose così. Tra l'altro si lamentavano i ragazzi perché uno dei partecipanti al sit-in li aveva ripresi con una telecamera, e loro chiedevano che quelle immagini fossero cancellate. Ecco quello che dicevano:



Ma le loro rimostranze a un certo punto hanno causato una reazione davvero spropositata di uno dei funzionari di polizia presenti in piazza. Ecco cosa è accaduto:



Alle rimostranze dei presenti, il funzionario responsabile dell'ordine pubblico ha spiegato che di fronte a delle offese la polizia ha il diritto di identificare le persone. Tesi piuttosto ardita. Mettiamo il caso: una persona parla dal palco, ed esprime una sua posizione politica. Viene contestato. La polizia deve identificare chi contesta? Non sarebbe una azione intimidatoria nei confronti del diritto di critica e della libera espressione? Quei ragazzi stavano contestando un presidio sindacale e politico, non certo singole persone per strada. Ma, ha spiegato il funzionario: "Questa è la legge".

Opposizione non pervenuta: non osa denunciare Bruxelles


Opposizione non pervenuta: non osa denunciare Bruxelles


Ce lo dice lo spread: per ora, i padroni dell’universo non stringeranno il cappio. Hanno un piano, diverso da quello di Draghi: permettere al governo Napolitano-Letta di “resistere” fino all’autunno, cioè alle elezioni tedesche. Nel frattempo, Enrico “Ponzio Pilato” Letta lavorerà sull’unico punto che trova il pieno accordo di tutto il Palazzo: varare una legge elettorale il più in fretta possibile, che sia peggiore del Porcellum. Obiettivo: impedire a chiunque di insidiare il potere. Tagliando fuori Grillo e, intanto, logorandolo, ovvero «aiutandolo nel compito non difficile in cui è già impegnato: logorare se stesso». Giulietto Chiesa è netto: se l’unica risposta alla crisi è a Bruxelles, Grillo deve “prendere l’aereo” e correre in cerca di alleati, «che ci sono», anziché «limitarsi a controllare i conti del Palazzo», mentre il sistema-Italia sta per saltare in aria e “nonno Napolitano” «resta, armi in pugno, a difendere Maastricht e Lisbona, per portare l’Italia in Grecia (a nuoto)».
«Quando il nipote di Gianni Letta si insediò a Palazzo Chigi fece due lapsus veramente significativi», ricorda Chiesa nel video-editoriale di “Megachip” Giulietto Chiesa del 2 maggio: «Riferendosi a Napolitano, per ben due volte, lo chiamò “presidente del Consiglio”». Cosa ci voleva dire? La verità: «Questo governo è suo, io non c’entro granché». “Ponzio” Letta se ne lava le mani, prenotando un posto nella storia – ingloriosa – dei governi balneari. Scenario inevitabile: il suo è un esecutivo «destinato al cerchiobottismo permanente», condannato a tentare di tenere insieme «un Partito Democratico “zombie” e un Berlusconi molto arzillo», e nello stesso tempo «un Berlusconi che non piace all’Europa e un’Italia a cui non piace quest’Europa». Io non c’entro, dice Ponzio Pilato: sarà compito di “zio Gianni” e del presidente della Repubblica. Allineati su un unico obiettivo: blindare l’establishment, in attesa di capire se a settembre i tedeschi confermeranno il rigore della Merkel o apriranno una breccia nell’Europa della catastrofe sociale.
Intanto, l’Italia sta affondando: per il 2013 si prevede un forte calo del Pil, almeno dell’1,5% secondo l’Ocse, in aggiunta al 2,2% precedente. La famosa ripresa? Debolissima: appena uno 0,5%, a partire dal 2014. «Ma sappiamo quanto valgono queste previsioni: più o meno come quella dei Maya, che ci voleva tutti estinti nel dicembre dell’anno scorso». Al “guinzaglio” di Bruxelles, con le limitazioni di bilancio imposte dal Fiscal Compact che aggrava l’impotenza finanziaria creata dall’Eurozona, Pd e Pdl useranno questa breve finestra solo per rinforzare la casta con una legge elettorale che metta l’establishment al riparo: gli italiani devono restare lontanissimi dalle segrete stanze. Ma persino su questo, aggiunge Giulietto Chiesa, Grillol’opposizione parlamentare formata da Grillo e Vendola resta in silenzio: se proponesse un ritorno secco al proporzionale, riuscirebbe almeno a scompaginare lo scenario.
«Siamo tutti in un limbo pericoloso: più questo governo dura, più scendiamo nel sottoscala», avverte Giulietto Chiesa. «Ci vorrebbe un’iniziativa europea, ma Ponzio Pilato non ci pensa neppure». Grillo? «Non mi stancherò mai di dirglielo: dovrebbe varare un suo governo-ombra», pensando soprattutto all’altra Europa, quella che si sta ribellando ai diktat dell’austerity e vede con favore l’introduzione di una Tobin Tax per tassare le rendite finanziarie. Primo punto: rinegoziare il debito. Poi: misure di emergenza, per consentire al governo italiano di lanciare un prestito obbligazionario, «magari ancorato alle 2.400 tonnellate d’oro che abbiamo in cassa», che permetta di restituire alle imprese i 90 miliardi che lo Stato deve loro. Emergenza lavoro: il governo deve avviare subito un piano di investimenti pubblici per l’occupazione. Mancano i soldi? Ovvio: è la trappola dell’Eurozona. Cosa aspetta, Grillo, a chiedere che sia stracciato il Trattato di Maastricht? Non si esce dal tunnel senza riforma sovranista della Bce, che trasformi la Banca Centrale Europea in “prestatore di ultima istanza”.

Pronti a tutte le partenze, con alle spalle l’Italia perduta


Pronti a tutte le partenze, con alle spalle l’Italia perduta


Mai dimenticare chi siamo stati, di che Italia siamo figli, come ha vissuto e in cosa sperava la generazione che ci ha preceduto. Solo così, un giorno, potremo impugnare la vita dalla parte giusta, ribellandoci allo spettacolo quotidiano dello sfascio della nazione, in preda alla tragedia sociale della mancanza di lavoro. Svegliarsi dall’incubo e scoprire di dover lottare per il proprio futuro può essere una scoperta amara e allo stesso tempo appassionante: lo racconta in modo magistrale il giovane Marco Balzano, insegnante milanese e romanziere tradotto anche in Germania. “Pronti a tutte le partenze”, ovvero: come lasciare la sonnolenta provincia di Salerno per catapultarsi nella grande Milano, per stringere una strana alleanza con due profughi della globalizzazione, un cinese e un marocchino. E poi spiccare il volo fino a Lisbona, il paese martoriato dall’austerity dove oggi l’anziano patriarca democratico Mario Soares scongiura i portoghesi di sbattere la porta in faccia agli avvoltoi di Bruxelles.
“Pronti a tutte le partenze”, spiega l’editore, Sellerio, è la storia di un lento, agitato risveglio: «Sprofondati in una sonnolenza che genera mostri, i Marco Balzanoprotagonisti del romanzo cercano il coraggio di sfidare il mondo per affrontare ognuno le proprie battaglie, e vincere in fondo la stessa guerra». E’ un mondo che si è fatto durissimo e spietato, talmente ingiusto da provocare persino la rivolta di un duro come l’operaio-tuttofare bergamasco, leghista e razzista, barbarico vicino di casa del terzetto di naufraghi: l’ingegnere asiatico impiegato come tecnico in una multinazionale, il maghrebino che ha la moglie in patria e fa il cameriere in un ristorante siciliano e poi Giuseppe, il protagonista, insegnante precario che ha accettato una supplenza di tre mesi in una scuola milanese, fra ragazzi distratti e scaraventati senza difese verso l’incerto mercato del futuro. Giuseppe è in fuga dal passato: doveva sposarsi con Irene che però l’ha tradito, sa che non avrà un lavoro stabile, Milano è un deserto assordante di paure e solitudini. Lo scopre presto anche il quarto compagno di esilio, un professore precario che viene dalle zone terremotate dell’Abruzzo.
«Diversissimi per origine, cultura, formazione, i quattro si scoprono tremendamente simili: guadagnano lo stesso niente, condividono il medesimo nulla e nutrono un identico scontento», osserva l’editore. «Il trentenne, in Italia, è un prodotto tipico, un articolo originale. Forse non esiste altrove un carattere altrettanto paradossale, forgiato dallastoria e dallo spirito dei tempi, sospeso tra un’eterna e spossante giovinezza e un’infinita e immutabile anzianità, magari dello spirito più che del corpo». Giuseppe vive con consapevole, moderata impazienza questa esitazione indefinita, ha studiato lettere con passione a tratti démodé, ha vinto un dottorato ancora da terminare e Dante è l’amata materia della sua specializzazione. Per fortuna ha alle spalle  una famiglia concreta, madre umile e tenace, padre col cuore da rivoluzionario e cervello pieno di buon Pronti a tutte le partenzesenso. «Ed è proprio papà Vittorio, mentre Giuseppe è sotto la finestra della ex fidanzata a lanciare sassi, che convince il figlio a cambiare aria e ad accettare un incarico di tre mesi nel Nord».
Il romanzo di Balzano – asciutto e agile, tragicomico là dove serve – racconta come il mercato del lavoro e della disoccupazione abbia di fatto realizzato una sorta di uguaglianza sociale al ribasso, annullato le distanze, livellato desideri e speranze sull’orlo di una pericolosa depressione collettiva, a cui si può reagire soltanto con la solidarietà militante, il prendersi a cuore a vicenda. E’ una guerra, aggravata anche da macerie sentimentali, in un orizzonte deturpato dalla rassegnazione al peggio, la malattia di tutti. La possibilità di un vero riscatto è rinviata a tempi migliori, anche se un volo per Lisbona può fare miracoli. Succede, nel caso di Giuseppe, grazie all’immancabile soccorso dell’aiutante magico, il vecchio professore di Salerno che non ha mai dimenticato il candore dell’ex allievo-prodigio, innamorato della Divina Commedia. La cultura, miraggio dei genitori di umili origini: su di loro, artefici struggenti dell’Italia dolce che abbiamo perduto, si sofferma lo sguardo di Marco Balzano, tra le pagine del suo romanzo perfetto e memorabile come un bel film.

Siamo già in guerra, ma speriamo tocchi prima a loro


Siamo già in guerra, ma speriamo tocchi prima a loro


C’è una guerra in atto. Terroristi in giacca e cravatta fanno annunci, programmano azioni di carta e mietono vittime. Barclays, Deutsche Bank e Jp Morgan hanno investito massicciamente nel settore delle commodities agricole, negli ultimi anni, per sfidare Goldamn Sachs e Morgan Stanley: queste cinque banche controllano il 70% degli scambi sui prodotti agricoli in tutto il mondo. Dall’oggi al domani, questi terroristi da 800.000 dollari l’anno possono decidere di mandare a puttane 40 milioni di persone in un botto solo, e l’hanno già fatto alltre volte. Milioni di persone, nei paesi poveri, vedono il prezzo dei prodotti alimentari salire alle stelle, e si trovano in crisi senza neanche sapere perché. E la loro crisi non è come la nostra – dove devi rinunciare all’iphone-8 e accontentarti dell’iphone-7 per mandare sms con scritto “viva la mona” – no, la loro crisi è diversa: è che, da un giorno all’altro, non sai se mangerai oppure no.
Nei paesi poveri, gli investitori stranieri si comprano ogni quattro giorni un’area più grande della città di Roma. I prezzi si sono già impennati tre Natalino Balassovolte negli ultimi quattro anni. Questa Terra diventa un magazzino alimentare per le riserve dei paesi ricchi. E in Borsa ci si scommette, e non conta se questo significa l’espulsione forzata dei poveracci che lavoravano la terra. Alfred Brownell della Green Advocates, Liberia, dice che non servono i proiettili per uccidere le persone: quando tu porti via il cibo da un villaggio distruggendo campagne e coltivazioni, stai affamando tutta la comunità. C’è una guerra in atto, e ognuno la porta avanti come può, magari con piccole azioni di guerriglia. Le aziende sono in trincea, e sparano senza esclusione di colpi. I “magna-schéi” fingono di ritirarsi, e intanto bruciano i pozzi di petrolio. Perché non può aumentare il costo del lavoro dei poveracci, ma può aumentare quello dei manager? Perché il prezzo della benzina può aumentare come cazzo gli pare? E basterebbe poco per metterlo in ginocchio, basterebbe star fermi – non ci si muove, si sta a casa cinque giorni, dieci giorni – una guerriglia, un assedio, una guerra di resistenza.
Ma a chi interesserebbe fare una guerra di resistenza? A nessuno. Perché a tutti fa comodo che ci siano milioni di poveri cristi massacrati. Ci facciamo scudo, con ‘sti poveri cristi: prima che arrivino a noi, ne devono far fuori, di poveracci… Il fatto è che non vogliamo arrenderci all’idea che siamo entrati in un cortocircuito mentale: secondo cui più stanno male gli altri, più stiamo bene noi. E’ il principio del Telepass. Se passi col Telepass e nei caselli vicini non c’è nessuno, il tuo stato d’animo non cambia; ma se i caselli vicini sono pieni di gente in coda che aspetta col biglietto in mano, tu che passi col Telepass sei felice. Perché non eri felice prima? Perché quello che ti fa felice non è l’idea di passare: è l’idea che non passano gli altri. Questo è il cortocircuito: e su vasta scala, i “magna-schéi” applicano lo stesso principio alle nazioni.
Il vantaggio delle élites è che non siamo tutti sulla stessa barca. A tutti piacerebbe farsi una vacanza al mare, ma le “crociere” non vanno tutte nella stessa direzione. Hai un lavoro? Per quanto tempo continuerai ad averlo? I governi tecnocratici bancocentrici del mondo stanno mettendo le mani sulle assicurazioni private: lo sai cosa vuol dire? Che, tra un po’, avvocati, commercialisti, ingegneri, professionisti e affini venderanno le loro villette al mare e cominceranno a guardare bene il conto prima di pagare al ristorante. Sei ingegnere, tu? Sei un avvocato? No, sei un disoccupatoAfrica, bambiniinutile. E, se ti va di culo, sei un impiegato. Fai la cassiera in un supermercato, lavori in un call center, sei “stagionale”.
Ti chiederanno di fare due ore in più, cinque ore in più, di andare in pensione più tardi. Perché tutte le medicine che ti hanno rifilato, purtroppo, ti fanno vivere di più. E loro ti danno il buon esempio: lavorano fino a ottant’anni, a novant’anni, a 800.000 dollari l’anno – fino a cent’anni: non li schiodi mica, da quelle poltrone lì. Prova a pensarci: in un call center fino a novant’anni, senza la mutua. Perché in questa guerra, non lo sapevi, ci sei proprio tu. Sei tra i sacrificabili: non ti espropriano la terra, ti espropriano la vita. Qual è l’unico modo per uscirne? Se non sei riuscito a entrare nel club dei “magna-schèi” e non vuoi fare la fine dei poveracci che si vedono espropriare la terra nei paesi poveri, devi sperare di avere tanto, ma tanto culo.