venerdì 22 novembre 2013

Banche fuorilegge, da rottamare? Fa parte del piano

 Banche fuorilegge, da rottamare? Fa 
 parte del piano
 
«E’ tutto un peggiorare i servizi, aumentare i costi e le tariffe, destabilizzare i bilanci, dequalificare il personale». Degrado programmato, che procede tra trent’anni e coinvolge anche le grandi imprese private, a cominciare da un settore cruciale e decisivo per l’economia e la società: quello bancario. Marco Dello Luna lo chiama “Progetto Disorganizzazione”. Obiettivo: «Consentire ai capitali stranieri di impadronirsi dei gangli fondamentali dell’economianazionale», e quindi «dirigere le nostre istituzioni attraverso la detenzione del debito pubblico italiano». Tutte cose «già abbondantemente realizzate». Nel lungo periodo, «si sta lavorando per produrre un dissesto funzionale generale del sistema Italia, in modo che si formino le condizioni di emergenza e di consenso popolare» per trasferire la gestione di tutto agli eurocrati, «come burattini dell’unico Stato super-creditore e super-efficiente: la Germania». Sono andate in questo senso anche le politiche economiche degli ultimi governi, «finalizzate a rafforzare la recessione del paese riducendone la competitività».
Oggi, sostiene l’avvocato Della Luna, il conto economico della grande maggioranza delle banche si regge su tre colonne «improprie e instabili», che banca, sportellocrollerebbero all’istante «se venisse applicata la tanto strombazzata legalità». Primo, gli utili fittizi: si segnano a bilancio utili solo teorici, relativi a crediti in sofferenza ma classificati “a rischio ordinario”. «Contenzioso sommerso: se emergessero, e prima o poi emergeranno, salterebbero sia i conti economici che quelli patrimoniali, quindi tutto il sistema bancario italiano». Seconda “colonna di burro”, gli alti guadagni realizzati vendendo prodotti finanziari fraudolenti, una prassi che sta distruggendo il risparmio. Terzo problema capitale, «la quasi sistematica applicazione di tassi d’interesse e commissioni oltre la soglia di usura», che la Banca d’Italia continua a non “vedere”. Risultato: «Non possiamo applicare le leggi alle banche, altrimenti il sistema bancario salta per aria».
Come si è arrivati a tanto? «Tappe fondamentali, legate ai più bei nomi della politica italiana, sono la trasformazione delle banche pubbliche in società private finalizzate al profitto e gestite da fondazioni in mano ai partiti». Abolita la separazione delle banche di credito e risparmio da quelle di azzardo speculativo, dalle stesse teste – Draghi in primis – che hanno pensato la privatizzazione di Bankitalia, ceduta ai finanzieri – prima solo “de facto”, poi anche formalmente dal 2006. Nell’organizzazione del personale e del rapporto coi clienti, ormai vige il “Metodo Mc Kinsey”. Via i vecchi funzionari collaudati e preparati, rimpiazzati da giovani inesperti (la formazione costa), assunti con precari contratti da fame e incoraggiati a “vendere per vendere”, nel brevissimo termine. Addio all’antico core business bancario: non più raccolta del risparmio ed erogazione del credito con attenzione alla qualità e solvibilità dei clienti nel tempo, ma vendita forzata di prodotti finanziari, bancari e assicurativi.
Inoltre, aggiunge Della Luna, all’ignaro pubblico si sono erogati crediti “facili” sotto forma di prodotti strutturati, «contenenti la fregatura, cioè trasferendo il rischio dalla banca ai risparmiatori, senza avvertirli». Poi ecco i tagli al credito verso le imprese in crisi: e quindi recessione, meno redditi, meno risparmi e dunque meno investimenti. Ancora: si pretende che i direttori di filiale si comportino da super-manager, per giunta senza il personale necessario, mentre si adottano metodi di vendita prettamente commerciali: «Al personale si ordina di telefonare a liste preconfezionate di clienti per vendere carte di credito, polizze, prodotti finanziari». Intanto, si allargano le remunerazioni dei vertici «anche quando hanno cagionato gravissimi danni», mentre a impiegati e funzionari si taglino posti di lavoro, stipendi, premi di produzione; si disdicono i contratti di categoria, si allunga l’orario serale di lavoro, si intimidiscono i dipendenti. Tutto questo viene deciso dai vertici, come in una catena di comando militare. Gli obiettivi? Spesso vengono dettati «senza le risorse (di tempo, competenze e personale) Marco Della Lunaper raggiungerli». Frustrazioni, contraddizioni, difficoltà: le conseguenze vengono «scaricate sui dirigenti locali e sui quadri direttivi».
La strategia di assegnare compiti e obiettivi irrealizzabili «può essere letta come una tecnica di sottomissione», sostiene Della Luna. «Combinata alla sistematica dequalificazione del personale e alla soppressione dei diritti contrattuali», questa “strategia dello sfascio” «sembra preludere a una profonda ristrutturazione dei rapporti sociali». Critiche sul ruolo delle banche, che dovrebbero tornare a far credito all’economia reale anziché speculare con la finanza, sono giunte di recente anche da Napolitano, «che peraltro sottoscrisse la privatizzazione di diritto della Banca d’Italia». Per l’Abi, invece, le banche sono imprese private e quindi devono far profitti, libere cioè di inseguire i business più lucrosi. Peccato che proprio le banche «hanno l’esclusiva dello svolgimento di un servizio di pubblica necessità, cioè la creazione e la allocazione della liquidità». Della Luna ricorda che il 92% della moneta è creata dalle banche di credito mediante l’erogazione di credito. Inoltre, quello bancario è anche un servizio che implica l’uso di un potere pubblico, per la creazione di moneta: una posizione esclusiva, di “monopolio del denaro”, che dovrebbe imporre alle banche di rispettare le necessità dell’economia e della società, «e di non strozzinarle per aumentare i propri profitti». Ma ai boss dei partiti, evidentemente, va bene così.

giovedì 21 novembre 2013

Unipol-FonSai:prima della fusione l'ho avevo scritto sul blog che era un danno per gli italiani!!

Nozze Unipol-FonSai, il pressing di Mediobanca sull’Isvap prima del papello

Le pesanti accuse dell'attuario di Fondiaria Sai che chiama in causa l'ad di Piazzetta Cuccia, insieme a Isvap, Consob e Unipol. Le incongruenze di Peluso

Nagel

Non solo papelli con scambi di favori, dalle carte dell’inchiesta milanese sul dissesto del gruppo Ligresti e il cosiddetto salvataggio da parte di Unipol, emergono nuove ombre sull’operato dell’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel.  Secondo Fulvio Gismondi, attuario di FonSai, ben prima della firma del noto papello,  il banchiere sarebbe intervenuto sulla vigilanza delle assicurazioni, l’Isvap, perchè nel 2012 sollecitasse i Ligresti ad accelerare gli accordi con Unipol per la fusione con Fondiaria-Sai. 
“Intanto devo dire che Giannini (l’ex presidente dell’Isvap indagato sia a Milano che a Torino, ndr) mostra di essere favorevole all’operazione, come Cimbri (Carlo, amministratore delegato di Unipol, ndr) mi ha riferito. Ma non va sottovalutata la posizione della dottoressa Mazzarella (Flavia, dirigente Isvap e ora all’Ivass, ndr) la quale, se possibile, mostra un atteggiamento ancora più esplicitamente favorevole. La dottoressaMazzarella ha una familiarità esibita con Nagel”, ha dichiarato Gismondi al pm di Milano, Luigi Orsi che sta chiudendo l’indagine sulle cause ultime del dissesto del gruppo Ligresti e sui punti oscuri della fusione con Unipol voluta da Mediobanca, creditrice di entrambi i gruppi per almeno 1,5 miliardi di euro.
L’interrogatorio è del 16 aprile 2012 e Gismondi, che a Milano è solo un testimone mentre nell’inchiesta di Torino figura tra gli indagati, continua parlando anche di uno “speciale rapporto che Nagel ha instaurato con i vertici dell’Isvap”, che lui deduce dal fatto che di fronte alla “inaffidabilità” dei Ligresti nell’operazione Unipol-Fonsai, “venerdì 16 marzo Nagel si è recato all’Isvap e quello stesso giorno è partita una lettera indirizzata a Premafin (la ex holding di controllo del gruppo assicurativo, ndr) da parte di Isvap”. Secondo l’attuario “il senso di questa missiva è che Premafin e i Ligresti definiscano quanto prima gli accordi con Unipol”. Anche perché il 15 marzo 2012, il giorno prima, Nagel aveva detto a Gismondi, “qualcosa come ‘bisogna che la vigilanza dia un messaggio ai Ligresti e li riporti in carreggiata’”.
La settimana successiva, il 21 marzo 2012, l’amministratore delegato di Unipol parla a Gismondi di un incontro tenutosi a Roma nella sede dell’Isvap alle 16.30, nel corso del quale “Giannini gli aveva assicurato che avrebbe assicurato l’operazione” tra FonSai e Unipol. Le rassicurazioni arrivarono con alcune settimane di anticipo rispetto al via libera dell’Authority a Unipol per l’acquisto di FonSai. “Il lavoro dell’Isvap è ancora in corso e ovviamente non si sa ufficialmente quale ne sarà l’esito”, ricordava infatti Gismondi al pm.  “Con quell’incontro Cimbri voleva farmi capire che l’operazione era gradita ai più alti livelli istituzionali e che il mio atteggiamento (Gismondi era consulente di FonSai nell’operazione, ndr) poteva essere influente. Nella circostanza Cimbri aggiunse anche che avrebbe avuto altresì il via libera della Consob”. Chi della Consob rassicurò Cimbri, chiede il pm: “Lui non me lo ha spiegato – dice Gismondi – probabilmente avrà parlato al più alto livello”.
Dei nodi della fusione tra le due compagnie, poi, sempre secondo Gismondi, avrebbe parlato il figlio del ministro Cancellieri, Piergiorgio Peluso che con lui ha sostenuto di essersi dimesso da direttore generale di FonSai nell’ottobre 2012 perché temeva “di essere coinvolto in un illecito” derivante “dalla irregolarità” nel prezzo fissato per la fusione (che è stato definito tra novembre e dicembre 2012) attraverso i concambi determinati con Unipol per le nozze delle due compagnie. Nessun accenno, invece, alla clausola sul cambio di azionista di riferimento (change of control) inserita nel suo contratto con una curiosa preveggenza quando ancora non era previsto che i Ligresti uscissero di scena e che gli ha garantito una buonuscita milionaria.
Nel corso di un incontro occasionale, è il racconto dell’attuario a Orsi datato 22 ottobre 2012, “Peluso casualmente mi ha detto che si è dimesso ed ha trovato una nuova collocazione lavorativa”, alla direzione finanziaria di Telecom Italia, anch’essa nell’orbita degli interessi di Mediobanca e in una situazione disastrosa, nonché in procinto di cambiare azionista, come si è visto nelle ultime settimane. Il perché del passaggio? “Non intendeva trovarsi nella posizione di direttore generale di Fondiaria nel momento in cui i concambi smettessero di essere delle mere opinioni e determinassero la partecipazione di Fondiaria e Unipol alla nuova costituenda società frutto della fusione”, racconta Gismondi a Orsi.
“Peluso mi ha spiegato che il suo timore di essere coinvolto in un illecito nasce dalla irregolarità che lui ravvisa nel procedimento di definizione dei concambi. Mi ha riferito in particolare che Goldman Sachs, consulente finanziario officiato da Fondiaria, pare starebbe disattendendo le valutazioni che io stesso ed altri consulenti di Fondiaria avevamo fatto di Unipol. Ricordo che la valutazione secondo la quale Unipol mostrerebbe oggi un valore intrinseco negativo, si basa sul criterio base che sempre si segue in questi casi e che è quello dell’’embedded value”, prosegue l’attuario. “Questo criterio base viene poi riscontrato facendo ricorso ad ulteriori metodi valutativi, quali il metodo dei multipli, metodo di Borsa, metodo del consensus. Questi criteri sono estremamente aleatori e mai costituiscono il criterio principale di valutazione di una società assicurativa”, continua Gismondi affermando dunque che “in venti anni di carriera non ho mai visto valutare una società assicurativa senza far capo principalmente al criterio del patrimonio” al punto che “i bonus dei top manager assicurativi a livello internazionale sono individuati facendo ricorso al criterio patrimoniale”.
All’attuario il figlio della Cancellieri avrebbe poi raccontato che “Goldman Sachs sta mettendo da parte del tutto il lavoro mio e di Ernst & Young  e sta facendo ricorso a qualche altro criterio diverso da quello patrimoniale”. L’obiettivo, secondo quanto Pelusoavrebbe riferito a Gismondi, è “riconoscere ad Unipol un concambio più favorevole rispetto agli accertamenti secondo i quali essa avrebbe patrimonio netto negativo. Mi si chiede chi sia l’esponente di Goldman che sta seguendo questa valutazione e rispondo che si tratta del dott. Della Ragione”. Lo stesso nome che compare tra i destinatari di una e-mail di Peluso del marzo 2012 pubblicata dal Fatto Quotidiano lo scorso 25 ottobre nella quale il manager trasmetteva a colleghi e consulenti le “ Considerazioni su criticità bilancio civilistico Unipol 2010” e dove si sottolineava che “a quanto pare non siamo gli unici ad avere problemi di solvibilità …” e si suggeriva di organizzzare una riunione per fare il punto su “quanto stiamo scoprendo”. Documenti che, insieme alle intercettazioni dellaGuardia di Finanza di Torino che hanno alzato un velo sulle modalità discutibili con cui sono stati definiti i concambi della fusione, non sono state ritenute degne di attenzione dalla Consob di Giuseppe Vegas.









lunedì 18 novembre 2013

Le tre C della politica italiana

Casta, cosca e cupola: le tre C che ci stanno divorando

Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo si sono guadagnati un posto nella storia recente di questo sfortunato paese usando una definizione di una categoria sociale privilegiata e separata – la casta – per intitolare il più famoso dei loro instant-book: quello che metteva in fila  nomi, cognomi e indirizzi dello sperpero del denaro pubblico e degli abusi di potere. Ma, dopo sei anni, ci si domanda: il loro indagare è servito a qualcosa? Oggi si scopre che «parlare di casta ha rappresentato quantomeno un limite», nonostante l’irrompere sulla scena di un movimento anti-casta come il 5 Stelle. «Quel che caratterizza infatti la causa prima della decadenza conclamata del nostro paese – osserva Claudio Giorno – non è ascrivibile solo alla inettitudine e alla corruzione, cresciute in modo esponenziale negli ultimi vent’anni, ma al legame indissolubile con altri due fenomeni di cui si parla, e molto, ma come fossero collegati solo occasionalmente tra di loro». La cosca e la cupola. Insieme alla casta, formano «le tre C che io credo siano indissolubilmente legate tra di loro». Sono «metastasi del cancro di cui l’Italia sembra affetta in forma terminale».
I sintomi sono impressionanti, scrive Giorno nel suo blog, e ci arrivano con bollettini medici a cadenza quotidiana. Problema: chi li dovrebbe aggredire «con dosi chemioterapiche da cavallo» non sembra neanche in grado di leggere le analisi cliniche. Lo dimostra il caso di Anna Maria Cancellieri, «cui Anna Maria Cancellieriun governo di emergenza nazionale prima e un governo di larghe intese adesso ha affidato due tra i ministeri più delicati per curare alla radice le nostre peggiori patologie, interni e giustizia». Una «pretesa servitrice dello Stato» che, di fronte alla rivelazione clamorosa del suo spendersi per la messa in libertà di una detenuta “speciale” (amica di famiglia) «non prova il benché minimo imbarazzo, ma con tronfia arroganza sfida i brandelli dei partiti che sostengono svogliatamente l’attuale governo a sfiduciarla, ben sapendo che con lei “perirebbero tutti i filistei”». Una storia che alimenta nuovi sospetti sull’«inestricabile groviglio che “tiene assieme” casta, cosca e cupola». Per Giorno, è «un verminaio in cui ci sta di tutto», dalla superstite istituzione prefettizia, retaggio del fascismo e oggi chiamata a occuparsi di tutto, «dalle acciaierie cancerogene alle fabbriche di armi, fino ai terremoti», ai cascami di «una classe politica agonizzante ma per questo ancor più mortalmente aggrappata alle poltrone».
Eccoli, davanti a noi, «i mille boiardi di Stato che, in ogni intercettazione resa pubblica, trescano con funzionari e impresari corrotti e licenziano o trasferiscono i veri e residuali servitori dello Stato, definiti “rompicoglioni” o anche “terroristi” per il solo fatto di volersi occupare del “rispetto delle regole”». E infine, ci sono «gli “esponenti di spicco” di mafie sempre più multinazionali e sempre più legate al più globale dei mondi, quello della finanza dominante, per cui il denaro non solo non è mai puzzato, ma per cui oggi pare emanare odore di incenso… come solo Papa Bergoglio pare voler denunciare». In uno scenario che neanche Dante poteva forse immaginare, continua Giorno, ostinarsi a indagare sull’esistenza di una “trattativa Stato-mafia” parrebbe superfluo, «essendo chiaro che semmai c’era da rivedere solo qualche aspetto di un accordo consolidato ma turbato dal mancato Nino Di Matteorispetto di qualche “clausola”. Poco male se per “sollecitarne” la revisione bisognava uccidere qualche innocente: è dal tempo di Erode che si fa così».
Né deve stupire che sia stata secretata per anni l’esplosiva confessione del super-camorrista Carmine Schiavone, che avrebbe comportato un cataclisma più devastante dell’eruzione del Vesuvio: «Indagare su due terzi dei vertici industriali del paese collusi con i Casalesi, sbattere alla gogna politici oggi ai massimi vertici istituzionali e trovare decine di miliardi non per graziare Brunetta dall’Imu, ma per bonificare milioni di ettari di terreno da cui ci arrivano in tavola i meglio prodotti della dieta mediterranea, dalle mozzarelle di bufala alla passata verace di pomodoro San Marzano». Quello delle “tre C2” – casta, cosca e cupola – per Claudio Giorno resta uno scenario infernale. Basta dare un’occhiata a quello che è appena successo a Palermo: le minacce appena riecheggiate contro il procuratore Nino Di Matteo, finito esplicitamente nel mirino degli “amici” di Totò Riina, «non preoccupano tanto per chi le ha pronunciate, ma per il silenzio assordante – ancorché istituzionale – che le ha accolte». In altre parole: senza la “cupola”, quella vera, le cosche sarebbero in prigione. Quanto alla “casta”, sarebbe costretta a trovarsi un lavoro onesto

giovedì 31 ottobre 2013

Un orto ti allunga la vita

Un orto ti allunga la vita

I benefici del fai-da-te dopo i 60 anni
http://www.televideo.rai.it/../Contents/immagini/2013/1/1_296_orto_citta.jpgColtivare un orto potrebbe bastare ad assicurarsi una vita più lunga e più sana, riducendo di quasi un terzo il rischio di morte. Lo dimostra sul 'British Journal of Sports Medicine' un gruppo di scienziati svedesi del Karolinska University Hospital di Stoccolma, che dimostra come, dopo i 60 anni di età, per assicurarsi salute e longevità non bisogna per forza sudare su tapis roulant e cyclette: è sufficiente alzarsi dal divano e dedicarsi a piccoli lavoretti fai-da-te come il giardinaggio, la cura della casa oppure dell'auto, tagliare l'erba, cogliere frutti di bosco o anche andare a caccia.

Dalla ricerca, condotta su 4.232 persone seguite per un anno, emerge che i più attivi nella vita di tutti i giorni hanno un minor rischio di attacchi di cuore, e che anche chi coltiva quotidianamente piccoli hobby casalinghi senza fare sport ha un pericolo inferiore rispetto ai sedentari. In particolare, essere attivo riduce del 27% la probabilità di attacchi cardiaci o di ictus, e del 30% la mortalità per tutte le cause.

"Una vita generalmente attiva ha importanti associazioni benefiche con la salute cardiovascolare e la longevità negli anziani, indipendentemente dall'esercizio fisico regolare", sottolineano gli studiosi svedesi. "Nonostante questo studio abbia riguardato persone ultra 60enni - commenta sulla Bbc online Tim Chico, cardiologo consulente onorario agli Sheffield Teaching Hospitals - è ragionevole concludere che più una persona è attiva nel corso della vita, minore è il rischo di malattie cardiovascolari".

martedì 29 ottobre 2013

Foggia, dipendente dell’Agenzia delle Entrate

Foggia, dipendente Agenzia Entrate aggredito in via Ortovecchio
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Foggia, dipendente dell’Agenzia delle Entrate aggredito in via Ortovecchio

La vittima è stata aggredita alle spalle da due persone. Stava per effettuare una verifica fiscale presso l'abitazione di un imprenditore
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Foggia, dipendente Agenzia Entrate aggredito in via Ortovecchio
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Brutta disavventura ieri mattina per un dipendente dell’Agenzia delle Entrata aggredito in via Ortovecchio nei pressi dell’abitazione di un imprenditore, che di lì a poco sarebbe stato sottoposto a una verifica fiscale. Ad aggredirlo, prendendolo alle spalle, stando a quanto ha riferito dal malcapitato ai carabinieri, sarebbero state due persone, che però la vittima non avrebbe riconosciuto e che si sarebbero persino impossessati della documentazione del dipendente, rimasto leggermente contuso.“

Potrebbe interessarti:http://www.foggiatoday.it/cronaca/aggressione-via-ortovecchio-foggia-dipendente-agenzia-entrate.html
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giovedì 24 ottobre 2013

Troika vuole privare Grecia di settori difesa e auto

Troika vuole privare Grecia di settori difesa e auto

Commissione Ue, Bce e Fmi mostrano i muscoli. Se Atene vuole ricevere altri aiuti deve vendere le sue controllate statali. Così Atene importerà auto e vetture da Berlino?


NEW YORK (WSI) - È da ormai quattro anni che va avanti la sinfonia della Troika scontenta dei progressi e della lassività della Grecia in materia di conti pubblici. Ma alla fine Bruxelles, Francoforte e Washington contoinuano a fornire i finanziamenti che il Paese travagliato e indebitato chiede. 

Nell'ultima parte di questa infinita saga, la Troika ha iniziato a mostrare i muscoli e messo bene in chiaro che se Atene vuole ricevere la prossima tornata di aiuti finanziari, dovrà rinunciare alle controllate statali Hellenic Defense Systems (EAS) e Hellenic Vehicle Industry (ELVO).

A riportarlo è il quotidiano ellenico Kathimerini. In breve quello che Bce, Fmi e Commissione Ue stanno dicendo è: chiudete i settori nazionali di difesa e auto e poi possiamo discutere del piano di salvataggio. 

E se poi dovrete importare armi e vetture dalla Germania e dagli altri Paesi esportatori dell'area euro, i cui soldi vi hanno tenuto in piedi in questi ultimi anni difficili, e se dovete chiedere prestiti aDeutsche Bank per pagarli (sembrano dire le autorità europee al Governo Samaras), "prego fatevi avanti".

Condannati dall’euro, come Atene e Lisbona

Condannati dall’euro, come Atene e Lisbona


Il Portogallo sprofonda come la Grecia e anticipa quello che potrebbe accadere all’Italia. Uno schema micidiale: gli Stati europei si indebitano, esattamente come tutti gli altri Stati al mondo, ma «non potendo emettere moneta (a differenza del Giappone, degli Usa, dell’Inghilterra e della Svizzera) chiedono aiuto alla Troika». Bce, Fmi e Unione Europea ben volentieri concedono prestiti, ovviamente a condizioni-capestro: indietro non vogliono solo i soldi che prestati (più gli interessi usurai) ma impongono anche un insieme di misure antisociali per “snellire” il welfare. Così, riassume Massimo Ragnedda, lo Stato non più sovrano è costretto a comportarsi come i cittadini «indebitati e disperati», che chiedono “aiuto” agli strozzini. Si accettano i vincoli e i tagli più drammatici alla spesa pubblica, pur sapendo che non faranno che aggravare la crisi. E’ tutto orribilmente semplice: «Gli Stati un tempo sovrani sono così costretti a vendere i gioielli di famiglia (come fanno gli strozzati dagli usurai), licenziare dipendenti pubblici, ridurre la sanità pubblica, tagliare i finanziamenti alla scuola e alla ricerca, ridurre le pensioni».
La politica economica dell’Eurozona, scrive Ragnedda su “Tiscali” in un intervento ripreso da “Megachip”, è ordinata e imposta da oscuri burocrati e Portogallo, proteste contro la Troika europeabanchieri che vivono in un mondo dorato senza nessun contatto con quello che un tempo si sarebbe definito “il popolo”. «A noi rimane l’illusione che, votando, possiamo scegliere da chi essere governati». Ora, dopo aver schiacciato la Grecia, è il turno del Portogallo: in cambio del generoso piano di “salvataggio”, la Troika ha imposto al conservatore Passos Coelho di tagliare gli stipendi pubblici. Dal 2014 tutti i dipendenti pubblici portoghesi che guadagnano più di 600 euro si vedranno tagliare lo stipendio da un minimo del 2,5% ad un massimo del 12%, annota Ragnedda. Ma non basta: «La Troika ha imposto il licenziamento del 3% dei dipendenti pubblici, in un paese in cui la disoccupazione ha già superato quota 17,4%». In più, il super-potere europeo ha anche ordinato di aumentare l’orario settimanale dei lavoratori pubblici da 35 a 40 ore. Misure ora al vaglio della Corte Costituzionale di Lisbona: in mancanza di Passos Coelhoalternative, lo Stato sarà costretto ad applicarle.
La Troika, continua Ragnedda, chiede anche che vengano privatizzate le aziende in attivo, come la Rete Energetica Nazionale. «Privatizzare significa vendere a prezzi di saldo, agli amici della Troika ovviamente, le aziende che producono. I soldi che si ricaveranno dalla vendita (un po’ come i nostri soldi dell’Imu che sono serviti a salvare il Monte Paschi di Siena) serviranno per salvare dal fallimento il quinto gruppo finanziario del paese, la Banif». Ma il debito non andrebbe pagato? Certo: quello di famiglie e aziende. Quanto al debito pubblico, quello dello Stato, dipende: se si tratta di un paese libero, come il Giappone che emette moneta sovrana, il debito può tranquillamente arrivare al 250% del Pil (più del doppio dell’esposizione italiana) senza che si scateni nessuna tempesta finanziaria. Motivo: gli speculatori sanno che lo Stato giapponese è in grado di ripianare il deficit in qualsiasi momento, ricorrendo all’emissione di valuta. L’Eurozona, senza più alcun potere di autodifesa monetaria, è invece in balia del ricatto finanziario: il deficit italiano è Shinzo Abeattualmente attorno al 3% del Pil, mentre quello nipponico è al 10%.
In regime di moneta sovrana, debito pubblico significa, letteralmente: soldi che lo Stato anticipa ai cittadini, in termini di servizi, stipendi e infrastrutture, assicurando in tal modo il necessario supporto all’economia, in termini di fatturati e consumi, oltre che di stabilità sociale. Infatti, nonostante il suo elevatissimo debito virtuale, il Giappone non solo non ha tagliato la spesa pubblica (come invece la Grecia che ha dovuto chiudere ospedali e università, fabbriche e uffici) ma ha lanciato un ulteriore piano di espansione della spesa statale con un primo intervento da 85 miliardi di euro, con l’obiettivo di creare 600.000 nuovi posti di lavoro, secondo i piani keynesiani del premier Shinzo Abe. «Mentre in Grecia si registra un drastico aumento della povertà, casi di malnutrizione minorile, aumento dei reati legati alla “sopravvivenza”, sistema educativo e sanitario ridotto all’osso, in Giappone il tasso di disoccupazione è del 4.5%», precisa Ragnedda. Dopo la Grecia, ora tocca al Portogallo: il paese è costretto a licenziare i dipendenti pubblici, tagliare loro lo stipendio, ridurre la spesa pubblica elargendo meno servizi vitali per i cittadini.
Dov’è il trucco? Nella moneta: a differenza di noi sventurati “sudditi” della Bce, i giapponesi sono proprietari del loro denaro, che può essere liberamente emesso dalla Bank of Japan, così come fanno la Federal Reserve statunitense, la Bank of England e la Banca centrale svizzera. Il rischio è l’aumento dell’inflazione, continua Ragnedda, ma il vantaggio è che non si è costretti a chiedere prestiti usurai alla Troika e farsi dettare la politica economica e sociale da oscuri banchieri. Attenti poi a maneggiare lo spauracchio dell’inflazione, sempre agitato dal super-potere neoliberista che, dopo quarant’anni di guerra ideologico-economica, sta finendo di distruggere lo Stato democratico come “sindacato dei cittadini” e loro grande sponsor economico. Secondo Paolo Barnard e Warren Mosler, in base alla “teoria della moneta moderna” ci si cautela facilmente dell’iper-inflazione se Ragneddalo Stato crea posti di lavoro produttivi, e non assistenziali, vincolando quindi la maggiore liquidità all’incremento del Pil, cioè dell’economia reale.
Per un vero piano di piena occupazione, abbonderebbero gli spazi nei settori con elevato impiego di personale, dai servizi alla persona alle opere di ripristino del territorio. Senza contare i posti di lavoro – centinaia di migliaia, forse milioni – ricavabili da un grande piano nazionale di riconversione ecologica dell’economia, dalle fonti rinnovabili alla ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio pubblico e privato. Lo Stato, però, può tornare a tutelare la comunità nazionale a una sola condizione: rientrando in possesso della propria moneta sovrana. Giochino piuttosto semplice, conclude Ragnedda: «Il Giappone, l’Inghilterra e gli Usa possono finanziarie il loro debito direttamente, emettendo moneta. Noi no. E per poter pagare il debito siamo perciò costretti a chiedere i soldi alla Bce e aprirci alla speculazione internazionale». Se l’Italia è ancora sospesa nell’anticamera dell’inferno, la micidiale road map di Bruxelles – Atene, poi Lisbona – indica che sta per toccare a noi, perché nessun governo (senza moneta, e quindi senza potere di spesa pubblica) potrà fare nulla di importante per invertire la rotta e opporsi alla catastrofe. Domanda: c’è qualche forza politica che osi porre la questione, in Parlamento?