lunedì 13 gennaio 2014

Lavoro freelance

Lavoro freelance: le opportunità di crowdworking e clickworking

Sono freelance online. Offrono competenze per pochi cent. E vivono alla giornata. Viaggio nella nuova frontiera del lavoro.

di Giovanna Faggionato

Quando le è capitato di dover tradurre in italiano le offerte degli hotel tailandesi a cinque stelle, compagnia femminile compresa come servizio extra, Francesca Carraro non si è scomposta: è un po' arrossita, ma tanto dietro lo schermo del pc non la vedeva nessuno.
Poi, con la necessaria mediazione culturale, ha finito il lavoro entro la scadenza concordata nel contratto digitale sottoscritto con il cliente di Bangkok. A lei, specializzata nelle traduzioni dall'inglese, il portale Odesk.com offre per lo più la redazione di guide turistiche e manuali d'istruzioni.
SI LAVORA PER AGENZIE DI TUTTO IL MONDO. Sul sito, però, ogni freelance può vendere manodopera e competenze di web editing, grafica, indicizzazione, elaborazione software e sviluppo di app a imprenditori e agenzie di tutto il mondo. Qualcuno già lo chiama il lavoro del futuro, altri invece lo intepretano come la consacrazione del precariato.
Di certo è l'ultima frontiera dell'occupazione nel tempo della Rete, inquietante e promettente insieme. E come tutte le frontiere, nell'Italia del boom di disoccupati  e del Jobs Act, ancora poco esplorata.

Assunzioni on demand e controllo degli screenshot: i lavoratori del click

I siti di crowdworking, ultimo sviluppo della sharing economy, funzionano più o meno tutti allo stesso modo. «Ci si registra e si allegano un po’ di certificati: laurea, master e simili», spiega Andrea, editor freelance.
Ci sono annunci 'prendere o lasciare'. O quelli per cui si fa un'offerta, indicando al cliente quanto si vorrebbe essere pagati. Il committente sceglie tra i diversi freelance valutando profili e costo della manodopera. E per gli impieghi più complessi si possono organizzare colloqui via skype.
CENTINAIA DI MIGLIAIA DI CLICKWORKERS. Negli Stati Uniti, il primo mercato toccato dalla rivoluzione, c'è chi lo saluta come la fine del lavoro dipendente.
I siti di questo genere, infatti, si sono moltiplicati rapidamente. Elance.com coinvolge 233 mila programmatori, 30 mila sviluppatori, 170 mila designer e 254 mila tra scrittori e copywriter. Freelance.com altre 165.341 persone, Clickworker.com 450 mila, Odesk.com180 mila.
Tutti hanno slogan che sembrano appartanere a una nuova era: «Utilizziamo il potere della collettività, per impegnare il know how di centinaia di migliaia di clickworker, che ci assistono nel realizzare nel migliore dei modi i tuoi progetti». O ancora: «Assumi on demand e controlla il progresso del lavoro attraverso gli screenshot». Alle imprese viene venduta manodopera flessibile e il vantaggio di non avere costi fissi, al freelance la libertà di non avere capi e di gestirsi in proprio. 
APPESI ALLA REPUTAZIONE ONLINE. A dicembre 2013 il mercato americano ha salutato la fusione dei pionieri del settore Elance.com e Odesk.com, che insieme hanno fatturato 750 milioni di dollari. Poco per le aspettative degli analisti, ma il fenomeno si sta diffondendo rapidamente anche in Gran Bretagna, in Germania e nel nostro Paese (guarda gliscreenshot dei portali).

Sharon, inglese, costa 11,11 dollari l'ora. L'indiana Maitri 3,33

Prima di diventare freelance, Francesca era responsabile della formazione di venditori per una grossa multinazionale. Ha sempre avuto contratti precari e per sei anni non ha potuto costruire un progetto di vita. Era senza tutele, aveva capi a cui rispondere e che chiedevano sempre di più, turni nei weekend e straordinari non pagati compresi.
«Mi sono licenziata, avevo messo da parte dei soldi e volevo tornare a studiare. Poi su Odesk.com ho trovato datori di lavoro seri. Più di quelli che ho conosciuto in carne e ossa», racconta a Lettera43.it. 
I tempi di pagamento, spiega, sono proporzionali alla scadenza del contratto. Online si può trovare il ragazzo che chiede la revisione della tesi entro una notte come la multinazionale che coordina per mesi un gruppo di persone per lanciare un nuovo portale. Tutto dipende dall'accordo stipulato (e di cui il sito si fa garante). 
COMPETERE SUL MERCATO GLOBALE. La vera difficoltà è ottenere le commesse più redditizie. Francesca conosce perfettamente le regole del gioco: «L'importante è imparare a vendersi. E giocarsi le competenze migliori: ottenere impieghi in lingua inglese è l'obiettivo più ostico, perché la maggioranza dei freelance viene dal Subcontinente indiano».
L'India, infatti, è il più grande bacino di manodopera intellettuale a basso costo del mercato anglofono.
Basta dare una scorsa al portale Odesk.com: Sharon R., britannica, si propone per 11,11 dollari l'ora. L'indiana Maitri S. per 3,33. «Io cerco committenti inglesi per madrelingua italiani: il costo della vita nel nostro Paese impone un certo standard e quindi la concorrenza non può essere così al ribasso: si crea una sorta di cartello spontaneo».
Poi ci sono il profilo e la reputazione da costruire. Alla fine del rapporto, datore e freelance ricevono un feedback. Il punteggio legato a ogni utente sale e scende a seconda della qualità del lavoro svolto: «Se diventa troppo basso», spiega Andrea, «è impossibile accedere a certi tipi di ingaggio». Ma anche chi paga in ritardo viene segnalato e può essere bannato dalla piattaforma.
DA 1,5 A 2,5 CENT A PAROLA. All'inizio è dura si inizia con il data entry per entrare nel giro. Oggi Francesca si fa pagare da 1,5 cent a 2,5 cent a parola: quasi quanto guadagna un cronista sul mercato italiano.
E scrive di tutto. «Ogni tanto provo a cercare su Google i miei articoli», racconta. I suoi testi sono disseminati per le praterie del web: appaiono su portali per gli affitti con grandi flussi di traffico e su siti che si occupano di salute (ne snocciola almeno tre, tutti con nome simile). E poi ci sono gli scritti per i portali delle organizzazioni ambientaliste e le boutique di moda. E persino per blogger troppo impegnati per aggiornare i propri diari online. Alla fine la Rete è fatta di parole, creative e non. E tutti han bisogno di qualcuno che le scriva. 

 

Pagati in centesimi di dollaro all'ora

Su ClickworkerItalia si trovano molti impieghi a cottimo. Per esempio, 40coupon da scrivere per Groupon, al prezzo di 2 euro l'uno, o 30 traduzioni per un altro sito di shopping online. «I lavori vengono svolti da chi li accetta per primo e devono essere portati a termine subito, non si possono “prenotare” e svolgere in un secondo momento», precisa Andrea. «In genere sono testi commerciali che prevedono l’utilizzo di determinate parole chiave e una taggatura stile pagina web». Il testo viene revisionato da un altro clickworker e approvato o rimandato indietro all’autore per le correzioni. Più si è veloci, più si guadagna.
«Bisognerebbe riuscire a scrivere almeno cinque coupon in un'ora. Ma non è così facile», commenta il freelance.
LAVORI SENZA SFORZO INTELLETTUALE. Sullo stesso portale si trovano anche altri impieghi, come quelli dell''Universal Human Relevance System', attraverso cui, per esempio, il colosso Microsoft punta a migliorare la qualità del suo motore di ricerca, Bing.
«Si tratta di valutare “a mano” la bontà dei risultati o dei suggerimenti dati all’utente. Si lavora all'interno di un'interfaccia e la paga si calcola in centesimi di dollaro per ogni step che si compie», aggiunge l'editor. «Non è molto, ma non servono grossi sforzi intellettuali».
Su Odesk.com si trovano anche compiti più impegnativi per cui si può optare per avere un fisso all'ora. Ma, in questo caso, i metodi di controllo sono orwelliani. Per monitorare che chi ha ottenuto la commessa non perda tempo, c'è un programma che scatta uno screenshot dello schermo del freelance ogni 5 minuti. «Se qualche volta appare la homepage personale di Facebook, non è un problema», assicura Francesca, «basta non esagerare».

«Se accetti tutto sei destinato a essere perdente»

L'importante, assicura la traduttrice-copywriter, è capire la logica: «Quello che è certo è che se accetti tutto sei destinato a essere perdente». Ma i ragazzi italiani, osserva Francesca, sono tutti iperqualificati e possono farsi valere.
La riprova l'ha avuta quando ha coinvolto un amico farmacista, costretto a fare il tirocinante in ospedale senza intascare un soldo: «Ha iniziato a scrivere articoli scientifici: ha una competenza non da poco che gli permette di farsi pagare anche 60 euro a testo e per lui è stata la salvezza».
LE GARE AL RIBASSO. A Serena, grafica part time 30enne, non è andata altrettanto bene. Dopo aver partecipato alla prima asta, e aver visto la velocità con cui le offerte andavano al ribasso, ha chiuso la finestra del browser. Non era per lei.
«Le commesse scompaiono nel giro di poche ore», conferma Andrea, «riescono a competere solo i liberi professionisti che stanno spesso online e possono permettersi di interrompere quello che stavano facendo per dedicarsi ad altro».
FINO A 600 EURO AL MESE. Francesca, però, pensa ci siano opportunità da cogliere: «Io lavoro per siti diversi. E prendo il meglio, solo quello in cui posso essere efficientissima, così non diventa alienante. Impegnando 4-5 ore al giorno si possono mettere via anche 600 euro al mese». Ovviamente a patto di rimanere sotto il tetto dei 5 mila euro l'anno, se no le tasse si mangiano il grosso del guadagno. E i paradossi non sono finiti. 
«Mi hanno pagato 5 euro per un impiego di otto secondi: volevano la traduzione di tre frasi in inglese. E mi è pure capitato di essere contattata su Linkedin da una mia ex committente (a volte Francesca dice capa, come se fosse un vero ufficio) che era appena stata licenziata e voleva avere informazioni più dettagliate su come trovare lavoro online. È un mondo fluido», conclude, «e tutto può succedere».

venerdì 10 gennaio 2014

Guerra Climatica 2:Srm, scudo solare chimico: l’alibi per la guerra climatica

Srm, scudo solare chimico: l’alibi per la guerra climatica


«Se partiamo dal presupposto che nel 2025 la nostra strategia di sicurezza nazionale includerà la modificazione del clima, il suo uso nella nostra strategia militare nazionale sarà la naturale conseguenza». Modificare il clima: era l’orizzonte a cui già nel lontano 1996 puntava la Air University, una dépendance dell’aviazione Usa con sede nella base aerea di Maxwell, in Alabama. A quanto pare, avvertono Giulietto Chiesa e Paolo De Santis citando fonti delle Nazioni Unite, la “conquista” del clima è già cominciata: per l’Ipcc, il panel scientifico dell’Onu sul clima, la creazione di uno “scudo termico” per proteggere la Terra dall’irraggiamento del sole sarebbe l’unica possibilità di scongiurare la catastrofe del surriscaldamento globale. Lavori già in corso da tempo? «Nessuno di noi ne deve sapere nulla, perché evidentemente la missione è stata interamente delegata ai militari». E mentre i “debunker” tentano di ridicolizzare chi parla di “scie chimiche”, il Palazzo di Vetro squarcia un velo sulle nuove frontiere della geo-ingegneria. E ammette: nessuno è in grado di valutarne gli “effetti collaterali” sul pianeta.
Falliti i negoziati di Kyoto sulla riduzione dei gas serra, si parla ormai correntemente del piano-B come unica alternativa: contenimento della Scie nel cieloradiazione solare, in inglese Srm (solar radiation management). Ovvero: tentare di realizzare un “velo chimico” nell’atmosfera per frenare l’azione solare, sempre più micidiale grazie al buco nell’ozono: secondo la comunità scientifica, il global warming sta crescendo a ritmo esponenziale. Gli scienziati hanno calcolato che per mantenere l’aumento della temperatura entro i 2 gradi centigradi l’umanità ha ancora a disposizione un budget di circa 600 miliardi di tonnellate di CO2 di energia. Solo nel 2010 ne abbiamo prodotti 32 miliardi: di questo passo ne avremo per 20 anni al massimo. Il che significa che non c’è alcuna possibilità di mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi centigradi. In base alle previsioni del “Climate Interactive”, la concentrazione di gas serra nel 2052 sarà tale da innalzare di 36 centimetri il livello degli oceani, cioè oltre mezzo metro al di sopra del livello del mare nell’epoca pre-industriale. Troppo costosa l’altra ipotesi, quella dell’immagazzinamento dei residui nel sottosuolo: per la Ccs (carbon capture and  storage) non basterebbe il 2% del Pil mondiale.
«La verità cruda è che le emissioni di gas a effetto serra si possono ridurre solo con una drastica svolta verso un contenimento dello sviluppo economico», dicono Chiesa e De Santis, ma è chiaro che qui la strada è sbarrata: «Stati e corporations non hanno la minima intenzione di procedere in quella direzione, che comporta modificazioni radicali nella struttura produttiva del pianeta: nessuno dei potenti del mondo, a cominciare dagli Stati Uniti, è disposto a questi sacrifici», troppo impopolari, fuori dalla portata di qualsiasi governo. «Dunque è evidente che sugli scienziati e i centri di ricerca di tutto il mondo è stata esercitata in tutti questi anni una micidiale pressione affinché da essi venisse fuori un messaggio tranquillizzante: possiamo continuare a sviluppare la produzione, cioè a emettere gas a effetto serra. Non inquietatevi, perché le nuove tecnologie ci salveranno dagli effetti climatici che produrremo». Ed ecco allora il “miracolo” della geo-ingegneria, il tentativo di filtrare la radiazione solare. Attenzione: «I suoi effetti sconvolgenti sugli equilibri degli ecosistemi appaiono tanto giganteschi quanto assolutamente incalcolabili e Un report dell'Ipcc sul global warmingimprevedibili: ci s’incammina in territori inesplorati con cieca disinvoltura, ignorando ogni principio di precauzione».
Per l’Ipcc delle Nazioni Unite, l’ingegneria del clima è «un vasto insieme di metodi e tecnologie che mirano ad alterare deliberatamente il sistema climatico al fine di alleviare l’impatto de cambiamenti climatici». Sono ipotizzabili “conseguenze” non ancora quantificabili, nonché «molte altre questioni (politiche, etiche e pratiche)». Il riconoscimento diretto e ufficiale della geo-ingegneria, in realtà, era già avvenuto nel giugno 2011, quando l’Ipcc organizzò a Lima l’Expert Meeting on Geoengineering e l’Expert Meeting on Economic Analysis, Costing Methods and Ethics. «I titoli dicono che si è entrati nell’analisi dei costi, degli effetti, delle tecniche di realizzazione di qualche cosa che rimane per il momento, assai “nebuloso” – parola esattamente pertinente, come vedremo entrando nei dettagli». Nei documenti Onu finora solo disponibili in bozza (attesi in versione integrale nella primavera 2014) c’è un capitolo di 147 pagine intitolato “Nuvole e aerosol”. Dunque: gas irradiati nell’atmosfera. Con quale consapevolezza degli “effetti collaterali”? «Solo dei pazzi possono pensare che “alterare” macro-equilibri dell’ecosistema possa non comportare elevati rischi e mettere a repentaglio certo la vita di centinaia di milioni di individui».
In alcuni passaggi dei documenti citati trapela qualche ammissione, qualche preoccupazione. Ma i testi finali, continuano Chiesa e De Santis, dicono che la comunità scientifica reclutata dall’Onu è incline a seguire le orme di Edward Teller, lo scienziato americano che dedicò la sua vita intera alla produzione di armi di distruzione di massa: «Sono infatti suoi i primi e più sbalorditivi lavori “scientifici” sull’uso di aerosol diffondenti in quota allo scopo di aumentare la riflettività (albedo) della Terra». Fu lui, nel 2002, a lanciare un appello globale per “salvare il pianeta” dal riscaldamento: 50 miliardi di dollari per sviluppare il controllo sull’effetto solare, così da poter continuare tranquillamente a inquinare il pianeta, come e più di prima. Teller espose il suo piano in svariate conferenze, da Erice a Washington: «Per gli evidenti impatti globali, che sono la conseguenza di qualsiasi tipo di sistema di Edward Tellergestione, auspichiamo che la partecipazione internazionale a questo programma sia la massima possibile».
«Questa “partecipazione internazionale” è in atto, ma è rigorosamente secretata», concludono Chiesa e De Santis. «Lo dimostra il fatto che gli articoli di Teller li abbiamo trovati solo in forma di pre-print e sembra che non siano mai stati pubblicati su riviste internazionali». In pieno allarme climatico, quindici  anni dopo queste analisi e proposte, non si sarebbe fatto quasi nulla? Improbabile. Rileggendo Teller, si scopre che lo scienziato nuclearista proponeva «l’uso di vari tipi di aerosol, da irrorare in quota, costituiti di sostanze che producono una diffusione della radiazione solare, con angoli opportuni, per diminuire la potenza che raggiunge la superficie terrestre». Dunque, c’è più di una ragione per pensare che i suggerimenti di Teller siano stati accolti e messi in pratica dagli Usa: un programma di “difesa dell’ambiente” che sarebbe in atto con il consenso e il contributo operativo ed economico dei governi alleati. «Il punto inquietante è che nessun Parlamento di nessuno Stato, a cominciare dagli Stati Uniti, ha mai discusso la questione, né mai è successo che i cittadini siano stati informati di queste attività che dovrebbero salvare il geoingegnerianostro ambiente: se è vero che stanno facendo qualcosa di buono per noi, perché non ce lo illustrano chiaramente, perché non se ne discute?».
La risposta più semplice è anche la peggiore: se qualcuno sta “irrorando” il cielo per difendere la Terra dai raggi solari, non ha idea dell’impatto reale dell’operazione, né sulla salute né sull’ambiente. «La netta e inquietante impressione che si ricava è che questa operazione, che procede ormai da diversi  anni con il silenzio colpevole di tutte le istituzioni, sia in realtà un’enorme operazione d’intelligence militare globale. L’umanità, che è considerata non in grado di comprendere la gravità della situazione, dev’esserne tenuta all’oscuro. Per questo i potenti della Terra – i “Masters of the Universe” nella definizione che ne ha dato il premio Nobel per l’economia, Paul Krugman – hanno affidato ai militari un tale apparato». Su questo punto il rapporto dell’Ipcc è contraddittorio: l’Onu ammette che, se le emissioni di gas serra continuassero ad aumentare, «si richiederebbe un aumento proporzionale di Srm, esacerbandone gli effetti collaterali». Dunque non si partirebbe da zero, e il programma sarebbe già in atto? Il rapporto delle Nazioni Unite smentisce: «I metodi dell’Srm non sono stati implementati né testati. La ricerca sull’Srm è nella sua fase iniziale, anche se sfrutta le conoscenze di come il clima risponde in generale a variazioni forzate di parametri».
Strano: da dove si deducono queste conclusioni se non ci sono state implementazioni? Si suppone soltanto? Oppure si sa con buona approssimazione che ci siano “numerosi effetti collaterali, rischi e difetti” nei sistemi di Solar Radiation Management? Chiesa e De Santis rilevano il carattere contraddittorio delle “mezze ammissioni” del documento. «Diverse linee di evidenza – continua l’Ipcc – indicano che questo produrrebbe una piccola ma significativa diminuzione delle precipitazioni a livello mondiale (con differenze più grandi su scala regionale) se si vuole mantenere costante la temperatura della superficie del pianeta». “Linee di evidenza”? Cosa vuole dire? E quale sarebbe la “piccola ma significativa” diminuzione delle precipitazioni “a livello mondiale”? E cosa accadrebbe su scala regionale, dove le differenze “saranno più grandi”? «Qui gli scienziati si trasformano improvvisamente in apprendisti stregoni: giocano con le precipitazioni “a livello mondiale” con una straordinaria disinvoltura. Quali effetti sulla vegetazione, sulle correnti marine, sui venti?». Poco oltre, gli stessi autori ammettono che «con grande probabilità», un aumento dell’Srm a Filtrare il sole, per evitare che la Terra si surriscaldi?livelli considerevoli «sottoporrebbe a forte sollecitazione i sistemi sensibili ai cambiamenti climatici».
Per Giulietto Chiesa e Paolo De Santis, «stiamo leggendo righe terrificanti sia per quello che non dicono, sia per quello che dicono. E’ evidente che non c’è una soluzione al problema “politico” e che gli scienziati stanno navigando a vista tra diverse impossibilità: quella di dire la verità al grande pubblico; quella di fermare il riscaldamento climatico con i trucchi contabili delle grandi corporations; quella di bloccare gli “effetti collaterali” su popolazioni, vegetazione, equilibri ecosistemici». Intanto, se si alzano gli occhi al cielo, si vedono dovunque spettacoli di strisce che non possono essere “di condensa”, stratificate ad altezze che non hanno nulla a che vedere con quelle degli aerei di linea. «Cosa sono? Chi paga per far volare quegli aerei (sempre più simili a droni, negli ultimi tempi)? Chi decide dove e quando e su quali territori farli volare? Chi produce, trasporta, fornisce i materiali per gli aerosol di cui parlano con tanta circospezione anche i documenti dell’Ipcc? Se si trattasse di una benemerita azione per proteggere le nostre società dal riscaldamento Giulietto Chiesaclimatico, perché mai non rendere noto a tutti il programma e le spese relative?».
Su tutte queste informazioni, pesa un silenzio di piombo. «Il che vuole dire una sola cosa: che si tratta di un programma segreto, anzi segretissimo, che non deve essere assolutamente rivelato». Da tempo, giganteschi investimenti sono stati indirizzati al controllo del clima e all’uso di questo controllo a fini militari: «Il confine tra geoingegneria e controllo climatico è tanto labile da essere quasi nullo». Era, in fondo, la “profezia” dell’Air University. «Nel 2025 – recita il documento del 1996 – le forze aerospaziali degli Stati Uniti potranno “possedere il clima”, capitalizzando le tecnologie emergenti e concentrandosi sullo sviluppo delle tecnologie usate nelle applicazioni belliche. Tale funzionalità offre ai combattenti gli strumenti per modificare il campo di battaglia in modi prima impossibili». Obiettivo: «Delineare una strategia per l’utilizzo di un futuro sistema di modificazione del clima al fine di raggiungere obiettivi militari».  Dunque – continuano gli strateghi di Maxwell, con il codazzo di scienziati da loro finanziati – «le attuali tecnologie, che matureranno nel corso dei prossimi 30 anni, offriranno, a chiunque abbia le risorse necessarie, la capacità di modificare la struttura climatica e gli effetti corrispondenti, almeno su scala locale», ben sapendo che «le attuali tendenze demografiche, economiche e ambientali attuali creeranno tensioni Air Universityglobali che forniranno a molti paesi o gruppi la spinta necessaria per trasformare questa capacità, di modificazione del clima, in una risorsa».
Già allora, il think-tank militare dell’aviazione Usa sosteneva che «la modificazione del clima diventerà verosimilmente una parte della politica di sicurezza nazionale con applicazioni sia nazionali che internazionali», a più livelli, incluse «azioni unilaterali», ma anche «la partecipazione in un quadro di sicurezza come la Nato», oppure «l’adesione a un’organizzazione internazionale come l’Onu» o, ancora, «la partecipazione a una coalizione». Idee chiarissime: «Oltre ai significativi vantaggi che una tale capacità operativa potrebbe fornire, un altro motivo per perseguire la modificazione del clima è scoraggiare e contrastare potenziali avversari». Ovvero, testualmente: creare o dissolvere nubi, aumentare o azzerare le precipitazioni significa produrre o impedire l’occultamento, allagare il campo di battaglia, «negare l’acqua potabile, indurre la siccità, sommergere le linee di comunicazione, diminuire il livello di conforto e il morale». Sottinteso: la manipolazione “artificiale” delle nubi serve anche a dare la Fabio Minimassima efficacia all’impiego di armi nucleari, chimiche, batteriologiche e radiologiche di cui sono pieni gli arsenali della Nato.
“Weather as a Force Multiplier”: il meteo come moltiplicatore di forza. Aspetti inquietanti, che lo stesso Teller riprese a Erice nel 1997, nel suo “Global Warming and Ice Ages”, poi citato anche dal generale Fabio Mini nel suo “Owning the weather: la guerra ambientale globale è già cominciata”, pubblicato sulla rivista “Limes”. In sostanza: l’emergenza climatica è l’alibi di ferro per sviluppare la manipolazione climatica, che – in primo luogo – è interpretata come un vantaggio militare strategico. E se il Pentagono prevede esplicitamente sia “azioni unilaterali”, sia  l’inclusione della Nato (cioè degli alleati) in questa strategia, secondo Chiesa e De Santis questo «significa che esistono voci cospicue di spesa che sono state condivise con gli alleati, senza che i Parlamenti ne siano stati informati». Sempre i militari americani prevedono inoltre che  le “tensioni globali” – quelle prodotte dalle attuali tendenze demografiche, economiche e ambientali – forniranno a “molti paesi” la “spinta necessaria”. «Questi “molti paesi” sono quelli più ricchi e meglio armati, che si preparano a dominare tutti gli altri nel mezzo di una crisi epocale». Per Giulietto Chiesa e Paolo De Santis, «adesso è tutto più chiaro: sia a cosa serve la geoingegneria, sia perché noi non dovremmo impicciarcene (visto che siamo “segmenti” riottosi sarà bene che ci tengano all’oscuro), sia le modalità con cui i potenti si preparano a schiacciare tutti gli altri. A questo punto alzare gli occhi verso il cielo, vedere cosa stanno facendo coloro che ci comandano, e lavorare per smascherarli, diventa una necessità. Per continuare a vivere».

Ieri il nazismo, oggi il caos che prepara la mattanza

Ieri il nazismo, oggi il caos che prepara la mattanza



Mi è capitato di ricevere in regalo, tra il Natale e i fuochi d’artificio di fine anno, due libri, che subito consiglio di leggere: “Come si diventa nazisti”, di William Sheridan Allen (introduzione di Luciano Gallino), Feltrinelli, e “La famiglia Karnowski”, di Israel Singer, Adelphi. Ho finito il secondo, che è un grande, grandissimo romanzo, e sto leggendo il primo. Entrambi quasi freneticamente. Diciamo che sono entrato nel 2014 sotto l’impressione fortissima provocatami da queste letture. Un caso? Naturalmente è un caso. Ma la nostra vita è piena di “casi”, di coincidenze che, a guardare bene, qualche cosa significano; che sono il prodotto di “atmosfere” magari impalpabili, ma che muovono i nostri gesti, aprono e chiudono i cassetti delle nostre emozioni, qualche volta richiamando ricordi, altre suggerendo attese premonizioni, o confermandole; che ci collegano a emozioni di altri, che circolano nell’aria e si trasmettono più sottilmente dei bacilli del raffreddore.
Chissà perché due persone diverse, l’una indipendentemente dall’altra, hanno sentito il bisogno, o il gusto, di indirizzare i miei pensieri in una certa nazismodirezione. Proprio adesso. E chissà perché, questa volta – di nuovo “per caso”? – ho deciso di leggere subito l’uno e l’altro di questi due regali. Un titolo (e l’autore della presentazione) del primo può spiegare il mio interesse contingente. Ma il secondo è nato dalla mia ignoranza (avevo confuso Israel Singer con suo fratello Isaac Singer, il secondo essendo un premio Nobel per la letteratura, scrittore tra i miei primi preferiti). Eppure quest’ultimo mi ha portato sulla stessa carreggiata dell’altro, dove non pensavo di passare. L’impressione, l’emozione, sono evidentemente collegate al presente e al prossimo futuro. Ma le due “storie” si riferiscono entrambe all’intervallo tra le due guerre mondiali, e ai luoghi (la Germania, l’Austria, la Polonia, la Galizia, la Russia) in cui la seconda guerra mondiale si preparò senza che quasi nessuno – tra le vittime, intendo dire – se ne accorgesse.
William Sheridan Allen racconta, con una inchiesta fittissima di dati, come una comunità pacifica, sostanzialmente democratica, attraversata da una crisi economica e sociale, e – evidentemente – morale, si trasforma in pochi anni in un piccolo, feroce esercito di fanatici, di assassini e di complici di assassini. Israel Singer racconta, in forma di romanzo, la saga della famiglia Karnowski, il cui capostipite, David, emigra a Berlino da una microscopica comunità di ebrei polacchi, attraversando una delle frontiere su cui, non molti anni dopo, si massacreranno milioni, e facendo vivere a se stesso, a suo figlio Georg, e al suo nipote Jegor, la tremenda esperienza della persecuzione nazista. Non voglio qui raccontare nulla di queste ricostruzioni, una letteraria, l’altra storiografica: non è questo l’intento, e la sede. Del libro di Israel Singer voglio qui sottolineare soltanto la profondità – e l’umanità, inevitabilmente, a tratti, feroce – dell’analisi della stratificazione delle comunità ebraiche che s’incrociano nella Berlino tra le due guerre. Delle loro Israel Singermiserie e viltà reciproche, come del coraggio e della vitalità insopprimibile con cui si difesero, o semplicemente soffrirono e subirono.
Sullo sfondo, senza che mai appaia la parola “nazismo”, si scorge il prima lento e poi impetuoso muoversi dei “giovanotti con gli stivali” che arriveranno al potere. Il tutto con la connivenza corale di presunti “ariani” di ogni classe. Una tragedia che avviene, matura, prima impercettibilmente, poi con la forza di un torrente in piena che tutto travolge. “Resistibile” – come la chiamò Bertolt Brecht – lo sarebbe stata soltanto se coloro che la subirono, o l’appoggiarono, si fossero accorti dove avrebbe portato. La famiglia ebraica dei Karnowski precipita nello stesso gorgo che gli abitanti della piccola città dell’Hannover (tutti, senza eccezione: commercianti, impiegati, operai, padroni) stavano contribuendo a creare. Hitler arriva al potere con il consenso delle masse, trasformatesi in una micidiale miscela esplosiva. Qui si affaccia l’analogia con il nostro presente. L’Europa, di cui ci apprestiamo a eleggere quest’anno il nuovo Parlamento, è attraversata da una crisi che ne mette in discussione le fondamenta. Umori analoghi a quelli di allora, non identici, serpeggiano a tutti i livelli. Non ci sono “giovanotti con gli stivali” che marciano delle strade, ma ci sono – in uffici senza rumori – signori in giacca e cravatta la cui ferocia, già ampiamente dimostrata, è gelidamente, religiosamente superiore a quella dei faraoni. Non solo non c’è giustizia: non Giulietto Chiesac’è ragionevolezza, non c’è visione. C’è, si vede, basta guardare bene in mezzo alla nebbia del mainstream, il caos che prepara una mattanza.
Leggendo questi due libri ho avvertito la sensazione di trovarmi su un piano inclinato, che sta accentuando la sua pendenza. 1929: aggiungi dieci anni e avrai il 1939. 2008: aggiungi dieci anni e otterrai 2018. So bene che le analogie sono spesso cattivi indicatori. So bene che i ricorsi storici non esistono, com’è vero che l’umanità non si può mai bagnare due volte nella stessa acqua. La questione, ora, è che potrebbe non esserci più acqua. Ma basta guardare due dati: quello del riscaldamento climatico in atto e quello della produzione “infinita” di denaro, cioè di debito, per capire che la crisi del 1929 fu un esercizio di bella calligrafia rispetto a quello che si avvicina a passi da gigante: scarabocchio mostruoso che minaccia qualcosa di inimmaginabile.

(Giulietto Chiesa, “Segnali di ricorsi storici?”, da “Il Fatto Quotidiano” del 7 gennaio 2013

giovedì 9 gennaio 2014

Stato - Mafia: "Il Colle trema". Ecco le Intercettazioni che smuovono gli scheletri..

Stato - Mafia: "Il Colle trema". Ecco le Intercettazioni che smuovono gli scheletri..

Pubblicato l'articolo di Panorama in edicola che ha fatto tanto discutere. Che cosa si sono detti il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e Nicola Mancino? 





Stato - Mafia: "Il colle trema". Ecco le Intercettazioni che smuovono gli scheletri..
Giorgio Napolitano

Sulle conversazioni segrete intercettate dalla Procura di Palermo si sta scrivendo una pagina di storia repubblicana assai tormentata, con inedite coalizioni di commentatori e politici le une contro le altre armate. Ma è una storia che, se avesse un titolo scrivePanorama, potrebbe essere molto semplice: la grande ipocrisia.
 
Ovvero: come usare ogni artifizio retorico e/o giornalistico per fare capire di sapere ciò che c’è nelle intercettazioni senza dichiararlo apertamente. Vediamo di comprendere meglio e, soprattutto, per quale scopo vengono lanciati questi messaggi (vedere anche l’editoriale a pagina 12 e il riquadro a pagina 64). Con due premesse.
 
La prima: da sempre Panorama critica il devastante potere delle intercettazioni nel deformare il pensiero di chi parla, con la trascrizione di frasi fuori dal contesto in cui sono pronunciate.
La seconda premessa riguarda la grande cautela con cui bisogna guardare a messaggi trasversali, soprattutto quando sono rivolti a una figura delicata e decisiva come quella di Napolitano in questa fase della vita politica italiana.
 
Ma i fatti sono fatti e vanno raccontati, soprattutto quando possono nasconderemanovre non limpide verso un’istituzione fondamentale come la presidenza della Repubblica. E svelarli per quel che sono e per quel che si può capire significa contribuire a rompere e interrompere ogni gioco poco chiaro (o forse troppo chiaro) che si voglia costruire.
 
Iniziamo dal contesto dei colloqui telefonici. Si dice che tre indizi costituiscono una prova: e qui di indizi, per ricostruire i contenuti dei colloqui, ce ne sono appunto tre. Sono i commenti di altrettanti osservatori, certamente bene informati (e non appartenenti a un unico fronte politico o editoriale), che il 24 e il 25 agosto hanno ipotizzato in modo univoco e convergente che cosa potrebbero «nascondere» le famose telefonate intercettate su input della procura siciliana e oggetto di un tormentato conflitto di attribuzioni sollevato dal Quirinale davanti alla Corte costituzionale.