venerdì 9 marzo 2012

Gli inglesi ormai sono abituati ....Il precedente afgano


Il precedente afgano

8 marzo 2012versione stampabile
Il maresciallo capo Lorenzo D’Auria  era stato rapito sabato 22 settembre 2007 con un altro sottufficiale del Sismi e ad un loro collaboratore afgano, in Afghanistan, nei pressi di Shindand, area posta sotto la competenza italiana nell’ambito della missione multinazionale Isaf. Cosa facessero due italiani in abiti civili, in giro per quella zona non è mai stato del tutto chiaro, e solo dopo le rivelazioni del Times di un anno dopo divenne chiara l’attività dei nostri 007 nelle aree controllate dagli italiani. Gli ostaggi erano stati condotti a sud, nella provincia di Farah.
Il blitz delle teste di quoto inglesi scattò all’alba del 24 settembre: un attacco al convoglio di veicoli con cui gli ostaggi venivano spostati altrove per essere venduti a bande locali. Nell’operazione, sia i due agenti segreti che il cittadino afgano, rinchiusi nei bagagliai delle vetture, erano stati feriti dal “fuoco amico”. Lorenzo D’Auria, che era stato colpito alla testa morì il 4 di ottobre.

Rifondazione d'Europa


Rifondazione d'Europa

venerdì 9 marzo 2012
Rifondazione d'EuropaFoto Imagoeconomica

Il welfare europeo è morto e finalmente qualcuno in Europa se n’è accorto. Il Presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, lo ha detto a chiare lettere. La disoccupazione giovanile e il grave squilibrio delle condizioni contrattuali che ci sono tra nuovi e vecchi lavoratori danno ragione all’ex Governatore della Banca d’Italia. Occorre un immediato ripensamento del modello sociale europeo.
Draghi ci indica chiaramente come ci sia il bisogno oggi di superare la contrapposizione ideologica tra statalismo e liberismo, che ci ha contraddistinto finora. Dobbiamo trovare nuove soluzioni virtuose che tengano conto di una diversa e più efficace idea di sviluppo. L’Europa deve riformare le proprie politiche, se vuole proteggere i propri valori. Il mantenimento dello status quo è semplicemente uno spreco nel lungo termine.
Il fatto che l’Europa abbia superato gli Stati Uniti in termini di crescita per mezzo secolo fino alla metà degli anni ‘90, sviluppando e realizzando un’infrastruttura sociale degna di nota che ha garantito la condivisione del benessere, è stata una conquista notevole. Tuttavia, di fronte a un rischio di recessione e all’evidente diminuzione del benessere, non possiamo trascurare il fatto che il nostro modello sociale è attualmente un ostacolo alla competitività e alla crescita.
In linea di principio, il modello sociale europeo riscuote da sempre un ampio consenso, per lo meno a parole. Chi può avere qualcosa in contrario a un insieme di valori comuni, alla pace, alla giustizia sociale, alla libertà, all’uguaglianza e così via? I valori europei fondamentali dell’uguaglianza, della solidarietà, della ridistribuzione e della non discriminazione, nonché dell’assistenza ai giovani, agli anziani e ai malati attraverso servizi pubblici universali, devono essere difesi, ma integrati in maniera consistente dall’aiuto indispensabile della società civile. Mai come ora la sussidiarietà rappresenta il fattore determinante per uscire dalla crisi.
Dobbiamo avere il coraggio di dire ai cittadini europei che la dimensione sociale va rilanciata nella discontinuità con il passato. Occorre guardarci bene dal dare credito all’oltranzismo di coloro i quali proseguono nel vedere la soluzione nel solo intervento dello Stato, o viceversa, nel solo contributo del mercato. Questo è un passaggio decisivo per capire cosa deve diventare l’Europa, per poter dire chiaramente ai cittadini europei se il futuro dell’Europa, e non solo la sua storia pregressa e quella del Novecento che tutti conosciamo e abbiamo vissuto, sarà prosperità o declino.
In questi giorni a Palma di Maiorca il Gruppo del Partito popolare europeo si riunisce per ribadire che “se vogliamo far ripartire la crescita, migliorare la competitività e creare lavoro, la risposta è più Europa”. Più Europa nel senso di un bisogno sempre più evidente di armonizzazione delle politiche Ue, attraverso un metodo aperto e rafforzato di coordinamento. In altre parole, basta con un utilizzo improprio della sussidiarietà verticale, con i Governi che ricevono dall’alto indicazioni di principio e che adottano politiche di welfare troppo diverse tra loro, contribuendo ad aumentare squilibri e disuguaglianza sociale.
Il progetto europeo deve compiersi a partire dall’Unione fiscale e da un comune sistema di welfare. Da qui deve arrivare l’imposizione agli stati di alcune regole base, volte a promuovere la sussidiarietà vera, quella orizzontale. La riduzione della spesa pubblica e la sostenibilità del sistema assistenziale dipenderanno dallo spazio che vorremo affidare alla libera iniziativa, allo spirito di intrapresa, al non-profit e alla creatività dei corpi intermedi e dei singoli cittadini.
Va rilanciata la solidarietà sociale: ci sarà progresso e benessere se il Governo dell’Europa si poggerà sul rispetto della dignità di ognuno e sull’aiuto che i gruppi sociali sanno proporre alla famiglia e alle persone in difficoltà. Poche, essenziali regole condivise universalmente, per istituzioni che siano capaci di valorizzare tutte le energie della società, che siano garanti e non padrone della vita dei cittadini.

Campiglio: lo Stato ha tolto 100 miliardi alle famiglie


 Campiglio: lo Stato ha tolto 100 miliardi alle famiglie

venerdì 9 marzo 2012
J’ACCUSE/ Campiglio: lo Stato ha tolto 100 miliardi alle famiglieFoto Fotolia

Nel suo discorso davanti ai parlamentari italiani, il Cardinal Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza episcopale italiana, è tornato a parlare di “suicidio demografico”. Un’espressione che aveva già usato nella Prolusione all’Assemblea generale della Cei del 2010. “Il nostro Paese - ha detto mercoledì Bagnasco - vive un preoccupante calo delle nascite, che mi ha spinto a parlare di suicidio demografico: è il suicidio di una nazione che non guarda avanti perché ha paura del futuro; che vede aumentare rapidamente l’età media dei suoi cittadini, creando problemi di ordine economico e sociale a medio e lungo termine”. «Effettivamente, parlare di suicidio demografico non è esagerato», ci dice Luigi Campiglio, Docente di Politica economica all’Università Cattolica di Milano.

Perché?

Faccio un esempio concreto. Nella classe di età 20-39 anni, che rappresenta il cuore della popolazione residente nel nostro Paese che studia o lavora, c’è stato un declino demografico drammatico: il numero dei nati in Italia nel 2003 era di quasi 16 milioni ed è diventato di 13,5 milioni nel 2011. Solo in questa fascia di età c’è stato quindi un calo di 2,5 milioni di unità. Nello stesso periodo, la popolazione straniera appartenente alla stessa classe anagrafica è passata da poco meno a poco più di un milione. Il risultato netto è una diminuzione di oltre un milione di persone nella fascia di età più importante della popolazione.

Quali sono le conseguenze economiche di questa situazione?

La principale è che il prodotto potenziale del Paese diminuisce. Questo perché abbiamo “perso” un milione di persone che potevano produrre e consumare beni e servizi. Quindi, decresce il potenziale di crescita del Paese. Non a caso l’Italia è stato l’unico Paese dell’Ue a 27 fra il 2000 e il 2010 in cui il Pil pro capite è diminuito. Inoltre, l’immigrazione, oltre a colmare solo in parte quantitativamente la diminuzione demografica, è rivolta solo a settori e attività che apportano poco valore aggiunto.

Dunque non possiamo aspettarci che sia l’immigrazione a “salvarci” da questo declino.

Non credo che possa farlo. Nel nostro Paese, infatti, il Pil reale per anno di istruzione di chi è occupato è diminuito del 15% tra il 2001 e il 2009. Ciò significa che la qualità delle nostre risorse umane (cioè il capitale umano) è diminuita: siamo un Paese in cui, rispetto al resto dell’Ue, l’educazione di livello superiore, è bassa. Tutto questo ha una conseguenza pratica: i paesi nei quali è alta la quota di occupazione con livello di istruzione elevata attraggono immigrazione di livello altrettanto elevato. L’Italia, invece, è un Paese in cui tale livello è relativamente basso e attrae quindi immigrazione di livello altrettanto basso. Ma non è tutto.

Ci spieghi.

La dispersione scolastica dei giovani immigrati di prima generazione è elevatissima. E questo avviene anche perché tale livello è già alto per i ragazzi italiani. Inoltre, gli immigrati sono e saranno i primi a “pagare” la disoccupazione crescente. L’immigrazione, quindi, ci potrebbe aiutare se fosse davvero oggetto di attenzione e non solo di parole.

Come mai ci siamo ritrovati con questo declino demografico?

La spiegazione statisticamente più significativa è che ci sposa (o si va a convivere) più tardi e quindi anche il primo figlio nasce più tardi. Per l’arrivo del secondo capita spesso che non ci siano le condizioni biologiche o economiche. La condizione economica dei giovani, in particolare la prospettiva futura di reddito, si è molto deteriorata. E il tasso elevato di disoccupazione giovanile in questo senso non aiuta. Un ulteriore problema è che gli immigrati che arrivano in Italia, e che si integrano, dopo pochi anni incontrano le stesse difficoltà delle famiglie italiane e quindi anche la natalità “straniera” diminuisce.

Bagnasco ha detto che dovranno essere le politiche familiari a rispondere a questa problematica. Cosa ne pensa?

Ritengo che solo un Paese sano e robusto, che almeno rimane stabile sul piano demografico (come la Francia), può pensare di proiettarsi nel futuro. Nemmeno la Germania è in questa situazione, anzi è come un gigante dai piedi d’argilla. C’è poco da fare: ci vuole una politica a favore della famiglia. Questo non significa solo facilitare la conciliazione famiglia-lavoro per le donne, ma vuol dire soprattutto migliorare il reddito famigliare permanente. E non, magari, aumentare il reddito di uno dei due coniugi a discapito di quello dell’altro. Il problema è che in Italia si dice che per la famiglia si fa di tutto e di più. Ma in realtà si è fatto il contrario.

In che senso?

Dopo la riforma Dini delle pensioni del 1996 il saldo della cassa assegni famigliari dell’Inps è crollato. In pratica, si è spostato l’equivalente di 8 miliardi di euro l’anno dalle famiglie alle pensioni. Questo vuol dire che negli ultimi 12 anni 100 miliardi di risorse sono state tolte alle famiglie.

Lei continua a ritenere necessaria l’introduzione del quoziente familiare?

Il quoziente famigliare è il meccanismo che nell’esperienza ha mostrato di saper realizzare maggiormente un’equità orizzontale tra le famiglie. Oggi, anche se esistono detrazioni e deduzioni familiari, l’equità orizzontale non c’è. Il punto è che si tratta di una riforma che richiede risorse. Che però consentirebbero alle famiglie di respirare, di consumare di più, ma soprattutto di investire in figli già presenti e anche desiderati. Perché questa situazione di “suicidio demografico” non è voluta. Anzi, il numero di figli desiderati corrisponde a circa uno in più rispetto all’attuale natalità. Situazione che porterebbe ad avere perlomeno una popolazione stazionaria.


E ora è il Portogallo a far tremare l’Europa????


 E ora è il Portogallo a far tremare l’Europa

venerdì 9 marzo 2012
GEOFINANZA/ E ora è il Portogallo a far tremare l’EuropaFoto Imagoeconomica

In attesa che questa mattina alle 7 il governo greco ci sveli ufficialmente l’ennesimo trucco delle tre carte con cui, in collaborazione con Ue, Bce e Iif, ha dato comunque corso allo swap sul debito (alcune tornate elettorali in Zimbabwe e Bielorussia sono apparse più trasparenti di quanto accaduto nell’ultima settimana ad Atene), oggi parliamo un po’ della prossima Grecia: il Portogallo e le sue banche-zombie. Gli istituti lusitani, infatti, stanno prendendo a prestito circa 48 miliardi dai programmi a breve termine della Bce, soldi che non includono né le aste Ltro, né prestiti dalla Banca centrale portoghese, ma che includono quelli in Portogallo delle sussidiarie lusitane di banche estere.
Una bella cifra a fronte dei numeri delle principali banche del Paese: Banco Espirito Santo ha un market cap di 2,3 miliardi di euro e assets totali per 80 miliardi; Banco Comercial Portugues ha 1,2 miliardi di market cap e assets totali per 94 miliardi; Banco Bpi ha market cap di 0,5 miliardi di euro e assets totali per 43 miliardi; Banif ha market cap di 0,2 miliardi di euro e assets di 16 miliardi di euro. Insomma, il totale delle più grandi quattro banche portoghesi è di 4,2 miliardi di market cap e 233 miliardi in assets totali ed essendo questi istituti i pressoché unici beneficiari dei 48 miliardi di prestiti della Bce, ciò implica che il 20% del loro finanziamento è direttamente legato a programmi dell’Eurotower, Ltro escluso.

Uno scenario decisamente greco, a cui si unisce il fatto che, come per la Grecia, la Bce detiene molti bonds lusitani acquistati attraverso il programma Smp e che oggi come oggi viaggiano a prezzi da saldo rispetto al valore facciale, pur essendo per la gran parte denominati in diritto lusitano e non inglese. Esattamente come per la Grecia dello scorso agosto, oggi il bond decennale lusitano prezza circa 50 centesimi e paga un rendimento del 13% e proprio come per le banche greche, quelle lusitane sopravvivono grazie ai prestiti della Bce (e forse della propria Banca centrale attraverso l’Ela, sempre legati alla Bce).
La tensione sta salendo a Lisbona, con il ministro dell’Economia che lo scorso 1 marzo ha minacciato le dimissioni per la volontà di porre gli aiuti europei sotto la supervisione del ministero delle Finanze, primo passo di un commissariamento tecnocratico in stile Atene. Insomma, non abbiamo ancora patito il danno della vera ristrutturazione ellenica e già stiamo preparando le basi per quella lusitana, non male come risultato... Tanto più che se lo swap greco andrà a buon fine, magari senza nemmeno bisogno di attivare le clausole retroattive di class action (evitando quindi il pagamento dei cds), cosa vieterà al Portogallo di seguire la stessa strada? E all’Irlanda?
Una cosa è certa: swap o non swap, il caso greco ha creato un precedente in grado di minare alle basi l’eurozona. Anche perché il mercato obbligazionario rischia a breve un nuovo shock, visto che dopo l’asta Ltro del 29 febbraio, i depositi overnight presso la Bce hanno rotto un record dopo l’altro, segnale che le banche non hanno intenzione di dar vita a nuovo carry trade per comprimere gli spread sovrani. Ci sarà una terza asta Ltro, magari a maggio-giugno? Non ci sarebbe da escluderlo, affatto. Il problema è che non pare si voglia capire che l’unico, vero firewall è quello rappresentato da banche meglio capitalizzate e più forti, non impegnate in ogni modo a evitare la dieta e la pulizia dei bilanci, certe che dipendere come tossicodipendenti dai programmi della Bce porterà magicamente con sé la risoluzione di tutti problemi.
A oggi lo spread di circa 15-20 punti base di stigma tra titoli bancari che hanno usufruito del Ltro e titoli che si sono astenuti, ci dice che uno shock bancario potrebbe essere già in arrivo, fatto che renderebbe di fatto già prezzato dai mercati anche una terza asta Ltro. Per quanto si potrà andare avanti con il metadone di Francoforte? Non per molto, tanto più che nel silenzio generale la Bce ha cominciato ad alzare significativamente le margini calls sulle estensioni del credito verso le controparti (non solo il programma Ltro), ovvero la richiesta di maggior collaterale - sia esso cash o sotto forma di assets, attraverso vendite o dismissioni - verso le banche che hanno beneficiato dei programmi di finanziamento oppure il fatto che gli istituti debbano ripagare il prestito in parte. Insomma, siamo di fronte a un rapido deterioramento della qualità del collaterale e una netta accelerazione della voce “Deposits related to margin calls” nel bilancio patrimoniale della Bce, passata da 200 milioni di euro a 17 miliardi di euro da quando è iniziato il programma Ltro. Inoltre, l’aumento delle margin calls rischia di esacerbare lo stigma che il mercato ha già posto sugli istituti che hanno beneficiato del finanziamento della Bce.
Di più, l’assenza sul mercato di collaterale di qualità preclude di fatto la possibilità di una terza asta Ltro prima dell’estate, a meno che la situazione sia così disperata da far accettare all’Eurotower i bonds acquistati dalle banche con il denaro dei primi due programmi, una sorta di miasma reipotecario. Fate un attimo mente locale applicando questa logica alle banche portoghesi, le quali potranno far fronte alle margin calls solo attraverso la vendita di bonds in loro possesso, essendo talmente tanto a corto di collaterale da non aver praticamente partecipato al Ltro del 29 febbraio. Questa scelta obbligata, però, porterà maggiore pressione su un mercato già debole e a quel punto le banche dovranno dare in garanzia sempre più assets (svalutandosi il valore dei bond che detengono), subordinando i detentori di obbligazioni senior non assicurate, i quali a loro volta scapperanno a gambe levate dal mercato del debito, poiché spaventati da un trend che vedrà gli assets uscire dal free market e finire sotto l’ombrello subordinato per tutti della Bce.
Una volta partito il contagio dal Portogallo, l’effetto domino sarà rapido e difficilmente bloccabile. E con 1 triliardo di assets parte delle prime due aste del programma Ltro, anche un calo del 2% nel numero di assets posti a garanzia potrebbe richiedere alle banche un obbligo di fornire a garanzia ulteriori 20 miliardi di euro di collaterale. E che il Portogallo sia su una traiettoria ellenica lo dimostra la rinnovata attenzione dei mercati sulla Spagna, tornata nel mirino sia per le sue debolezze macro - l’indice Pmi disastroso della scorsa settimana e il tasso di disoccupazione infernale - sia per la sua esposizione monstre sul vicino lusitano. Non a caso, si è reinvertito il trend tra Btp italiani e Bonos spagnoli a dieci anni, con i nostri titoli che ieri sono scesi sotto quota 300 punti base mentre quelli iberici continuano a rimanere in area 5% di rendimento, uno spread di oltre 20 punti base.
Gli anelli della catena sono tornati nel loro ordine naturale, ma non per questo c’è da festeggiare: se non scatteranno i cds su debito greco ci sarà la fuga dall’obbligazionario sovrano periferico (senza strumenti di copertura e con un quadro europeo così fragile nella fondamenta, chi vorrà rischiare?), gli spread risaliranno, i prezzi dei bonds crolleranno e, nonostante la liquidità della Bce, il poco margine ottenuto con il carry trade dalla prima asta Ltro verrà eroso e i bilanci torneranno rapidamente in sofferenza. Terza asta d’emergenza? E con quale collaterale, la carta del salumiere? Non lo dico io, lo dice Juergen Stark, ex membro del Consiglio direttivo della Bce, che intervistato ieri dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung ha dichiarato che «lo stato patrimoniale dell’eurosistema non è solo gigantesco come misura, ma soprattutto sconvolgente come qualità». Ovvero, non saremo alla carta del salumiere, ma certamente a quella delle caramelle sì.

P.S. Due piccoli appunti su cui, se volete, riflettere nel fine settimana. Primo, stante il fatto che il premier spagnolo, Mariano Rajoy, ha annunciato a Bruxelles che non intende soggiacere alle nuove regole dell’Ue rispetto il limite del deficit - da portare quest’anno al 4,4% del Pil dall’8,5 % del 2011 -, definendo una “decisione sovrana” la scelta di porre il limite al 5,8%, il “Fiscal Compact” appena approvato, è ancora valido o è già carta straccia? La Spagna sarà forse espulsa dall’Ue per questa scelta? Subirà sanzioni, come imposto dalle teutoniche regole?
Secondo, occhio all’Ucraina. In un paio di settimane il Paese potrebbe precipitare nel caos a causa del prosciugamento delle riserve in valuta estera, letteralmente crollate a soli 31 miliardi di dollari, denaro sufficiente a finanziare l’importazione di beni e servizi per soli tre mesi e mezzo. Il problema è che con il prezzo dell’acciaio, la voce primaria su cui si basa l’economia del Paese, che continua a scendere e quello del gas da importare che continua a salire, entro quindici giorni - senza un aiuto esterno - la situazione potrebbe precipitare.

The Independent on Sunday, i dati del The global gender gap 2011 sui paesi per le donne



The Independent on Sunday, i dati del The global gender gap 2011 sui paesi per le donne


The Independent on Sunday, i dati del The global gender gap 2011 sui paesi per le donne
© LEON NEAL/AFP
The Independent on Sunday ha pubblicato i suoi dati delThe global gender gap 2011, a cura del World Economic Forum sui luoghi migliori dove vivere nel mondo per le donne.
1. Il Miglior posto dove essere una donna: L'Islanda è il paese con la maggior equità tra uomini e donne, in materia di rappresentanza politica, di istruzione, di occupazione, di sanità
2. Per essere un politico donna: Il Ruanda è l'unico Paese in cui le donne rappresentano la maggioranza dei parlamentari: 45 su 80. Le nazioni peggiori, come l'Arabia Saudita, lo Yemen e il Qatar, non hanno donne in Parlamento
3. Per essere madre: La Norvegià ha il più basso tasso di mortalità materna (un caso ogni 7.600). Le donne più a rischio sono le afghane. La probabilità di morire durante il parto è 200 volte superiore rispetto a quella di morire sotto le bombe
4. Per imparare a leggere: Lesotho. Il 95% delle donne sa leggere e scrivere, rispetto all'83% degli uomini. Male l'Etiopia, dove soltanto il 18% delle femmine è alfabetizzato (contro il 42% degli uomini)
5. Per diventare premier: Sri Lanka. In Sri Lanka le donne sono al potere da 23 anni
6. Per essere un'artista: Svezia. Lo Swedish Arts Council promuove l'eguaglianza dei sessi nelle arti, garantendo ad esempio delle quote rosa nelle produzioni cinematografiche
7. Per occupare posizioni alte: Thailandia. Qui le percentuale di donne che occupano posizioni alte è il 45%
8. Per partorire: Grecia. La Grecia è il paese al mondo più sicuro dove dar luce a un bambino. Il rischio è di soo 1 caso ogni 31,800
9. Per la partecipazione economica: Bahamas. Qui c'è il tasso più alto al mondo per la partecipazione economica e le opportunità per le donne
10. Per essere una giornalista: Caraibi. Qui c'è la più alta presenza di giornaliste (il 45%). Una percentuale superiore di 10 punti rispetto a quella europea (35%)
11. Per il diritto a scegliere: Svezia. Nel Paese le donne posso scegliere di abortire senza alcuna restrizione nelle prime 18 settimane di gravidanza. La pratica è totalmente vietata invece nel Salvador, nelle Filippine e in Nicaragua
12. Per il tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro: Burundi. Qui la partecipazione femminile è del 92%, quella maschile dell'88%
13. Per fare soldi: Lussemburgo. In media le donne guadagnano quanto i colleghi maschi. Il reddito medio si aggira sui 40 mila dollari. All'ultimo posto l'Arabia Saudita (7 mila dollari contro 36 mila guadagnati in media dai maschi)
14. Per andare all'università: Qatar. Qui a fronte di un uomo, ci sono sei donne che occupano posizioni nell'educazione
15. Per vivere: Giappone. Qui le donne vivono in media fino a 87 anni, 7 anni in più rispetto agli uomini. Quasi il doppio rispetto alle femmine in Lesotho (48 anni)
16. Per avere tempo a disposizione: Danimarca. Le donne in Danimarca spendono solo 57 minuti più degli uomini in lavori non pagati, mentre per esempio in Messico sale a 4 ore e 21 minuti il tempo che le donne occupano più degli uomini i lavori non pagati
17. Per fare sport: Stati Uniti. Gli Usa sono il Paese in cui vale la pena eccellere nello sport. Malissimo l'Arabia Saudita, che non ha mai inviato un'atleta alle Olimpiadi e continua a vietare lo sport alle ragazze a scuola
18. Per divorziare: Guam. L'isolotto del Pacifico, il più grande dell'arcipelago delle Marianne, vanta il più alto tasso di divorzi al mondo
19. Per guidare un macchina: India. La calssifica fa qui riferimento al mondo dei taxi dove le donne cominciano a occupare grande spazio
20. Per ottenere lavori qualificati: Jamaica. È il luogo con il maggior numero di donne che si guadagnano lavori altamente qualificati
In sostanza rimane quindi l'Islanda il paese in cui esiste il più alto livello di parità tra uomo e donna, in materia di rappresentanza politica, di istruzione, di occupazione, di sanità. Il Ruanda, invece, è l'unico paese al mondo in cui le donne detengono la maggioranza dei seggi in Parlamento (45 su 80), laddove in Arabia Saudita, Yemen, Qatar, Oman e Belize di donne deputate non c'è neppure l'ombra.

Il boato del terremoto in Giappone, ascolta l'audio del sisma registrato a Fukushima



Il boato del terremoto in Giappone, ascolta l'audio del sisma registrato a Fukushima 



Fino ad ora abbiamo solo avuto modo di vedere la devastazione che un terremoto come quello che ha colpito il Giappone è stato in grado di provocare.
Oggi, grazie al lavoro di un team di ricercatori della Facoltà di Scienze della Terra e dell'Atmosfera del Georgia Tech di Atlanta, guidati dal professore Zhigang Peng, possiamo anche udire il terribile boato che l'11 marzo 2011 devastò il Giappone provocando circa 20.000 morti.
Per trasformare le onde sismiche in file audio, gli studiosi hanno aumentato la velocità delle frequenze. In questo modo ciò che è successo in minuti o ore viene concentrato in pochi secondi e, soprattutto, reso percepibile dall'orecchio umano. 
Il video fa riferimento alle onde sismiche che hanno investito la costa giapponese nella zona compresa tra Fukushima, dove si trova la centrale nucleare danneggiata, e Tokyo. La scossa principale, quella di 9 gradi Richter, è il boato che si sente nella parte iniziale, mentre i rumori successivi sono le scosse di assestamento.

Inglesi cosa dire?? Fra paesi europei non ci si comporta così!!

NIGERIA, OSTAGGIO ITALIANO UCCISO IN UN BLITZ


ROMA - L'ostaggio italiano Franco Lamolinara e' rimasto ucciso durante un blitz condotto in Nigeria da un commando delle unita' speciali dell'esercito britannico (Sbs) insieme alle forze nigeriane nel tentativo di liberarlo dal gruppo islamico che lo aveva rapito il maggio scorso. Nel corso del blitz e' morto anche l'altro ostaggio, il britannico Chris McManus. Il tentativo, tragicamente fallito, e' avvenuto senza che l'Italia ne fosse al corrente e Roma ha chiesto spiegazioni dettagliate sulla dinamica del blitz. A dare il la' all'operazione militare sono state le autorita' nigeriane con il forte sostegno e l'appoggio militare di Downing Street sull'onda di un'accelerazione imprevista degli eventi nelle ultime ore e nel timore di un imminente pericolo di vita per i due ingegneri da maggio scorso nelle mani di frange estremiste di ispirazione islamica. Un raid avvenuto all'insaputa delle autorita' italiane che sono state informate solo a cose fatte, come puntualizza una nota di Palazzo Chigi, e sul quale il premier Mario Monti ha chiesto al presidente nigeriano di avere al più presto una ricostruzione dettagliata delle circostanze che hanno portato all'uccisione degli ostaggi. E' stato il premier David Cameron a telefonare al presidente del Consiglio Mario Monti - che era in volo da Belgrado diretto a Roma - per comunicargli la tragica notizia. ''La finestra di opportunita' per liberare Lamolinara e McManus stava chiudendosi'', si e' affrettato a spiegare Cameron a Monti precisando di aver autorizzato il blitz dopo aver ricevuto dai servizi segreti africani un video che dava indicazioni sul luogo della prigionia. ''Avevamo ragione di credere che le vite degli ostaggi fossero in imminente pericolo'', ha detto ancora Cameron, quasi a voler togliere qualsiasi dubbio sulla validita' della decisione assunta senza consultare l'Italia. Paese che, tradizionalmente, preferisce la via della trattativa a quella della forza. E a cui questa vicenda, con il suo drammatico epilogo, da' ragione. Stando a quanto riferito dall'intelligence nigeriana quando le forze dell'esercito africano insieme alle unita' dell'esercito britannico specializzate in operazione anfibie (tra le 16 e le 20, secondo il Daily Telegraph) hanno fatto irruzione in un'abitazione di Sokoto, nel nord-ovest della Nigeria, Lamolinara e McManus erano gia' morti. Poco dopo il presidente nigeriano Goodluck Jonathan ha annunciato l'arresto dei sequestratori-killer. Il luogo della prigionia non dista molto da Birnin Kebbi, capitale dello Stato di Kebbi, nell'estremo nord-ovest della Nigeria, vicino al confine del Niger, dove i due ingegneri sono stati rapiti il 12 maggio del 2011. Lamolinara - 48 anni di Gattinara, in provincia di Vercelli, da 11 anni in Nigeria - e McManus furono colti di sorpresa da uomini armati che avevano fatto irruzione nella loro abitazione ferendo un tecnico nigeriano. Un altro ingegnere tedesco riusci' a scampare al sequestro scavalcando una rete metallica. Dei due rapiti - entrambi dipendenti della Stabilini Visinoni Limeted - si ebbe notizia per la prima volta nell'agosto scorso quando i sequestratori inviarono un video all'ufficio della France Presse ad Abidjan. Nel filmato, lungo circa un minuto, non c'erano riferimenti alla data in cui era stato girato. I due, inginocchiati e con gli occhi bendati - circondati da uomini armati - a turno chiedono ai rispettivi governi di rispondere alle rivendicazioni dei rapitori che si presentano come membri di al Qaida.
ROMA - ''Sorpresa'' all'inizio, montata con il passare dei minuti in vera e propria ''irritazione''. L'Italia e' stata avvertita solo ''a cose fatte'' del blitz deciso dal premier britannico David Cameron che ha portato alla morte di Franco Lamolinara in Nigeria assieme all'altro ostaggio inglese, Christopher McManus. Un'operazione, fallita, condotta da forze nigeriane e da un pugno di commando delle Sbs britanniche, le teste di cuoio della Royal Navy. E' stato solo ''ad azione avviata'', come recita la nota di Palazzo Chigi, che Cameron ha alzato la cornetta per chiamare il premier Mario Monti, in quel momento sull'aereo che lo riportava a Roma da Belgrado. Per avvertirlo che le cose erano andate male, e che i due ostaggi erano stati uccisi dai rapitori - e' la versione britannica e nigeriana - prima che le forze speciali potessero intervenire. Immediate e febbrili le consultazioni con Quirinale, Difesa e Farnesina, per una vicenda che gli stessi servizi italiani hanno fatto sapere di ritenere ''sorprendente''. Il rapimento di Lamolinara è stato infatti seguito ''da vicino'' in questi dieci mesi dagli 007 dell'Aise in collaborazione con i colleghi inglesi e nigeriani. Con i quali, però, si apprende da fonti di intelligence, lo scambio di informazioni non e' sempre stato soddisfacente. Un 'difetto di comunicazione' che ha raggiunto l'apice proprio oggi: una circostanza grave, su cui il Copasir, l'organismo parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza, ha già fatto sapere per bocca del presidente Massimo D'Alema che vuole vederci chiaro. La prassi consolidata in casi del genere prevede infatti che la pianificazione, la decisione e l'esecuzione di un eventuale blitz veda il concorso di tutti i Paesi interessati. Prassi che in questa vicenda, evidentemente, non e' stata seguita. La nota di Palazzo Chigi seguita alla telefonata tra Monti e Cameron e' chiarissima laddove indica che ''l'azione e' stata avviata autonomamente dalle autorità nigeriane con il sostegno britannico, informandone le autorità italiane solo ad operazione avviata''. E a Roma, ovviamente, non puo' bastare che il premier britannico ci abbia messo la faccia, presentandosi in conferenza stampa per assumersi tutte le responsabilita' del fallimento. Atterrato a Ciampino, e' stato Monti stavolta a comporre il numero del presidente nigeriano Jonathan per chiedere anche a lui spiegazioni e una ''ricostruzione dettagliata delle circostanze che hanno portato all'uccisione degli ostaggi''. Una tragedia che porta con se' increspature evidenti e di cui il governo avrebbe fatto volentieri a meno in un momento delicatissimo in cui l'Italia e' gia' impegnata in un estenuante braccio di ferro con New Delhi per l'affaire dei due maro'.(