mercoledì 17 dicembre 2014

Stati Uniti e impuniti: eroina afghana, business record

Stati Uniti e impuniti: eroina afghana, business record


Pochi giorni fa è arrivata la notizia di un ennesimo record della produzione di oppio in Afghanistan. Non è una sorpresa, dato che dal 2002 ogni anno ha segnato un ulteriore incremento della produzione di papavero da oppio in quel paese, casualmente dopo la sua occupazione da parte della Nato. In base ai dati ufficiali, si tratterebbe di un incremento sia in quanto a raccolto che a terreno coltivato. Una notizia un po’ più inattesa è giunta l’anno scorso, quando sono stati pubblicati i dati sulla produzione di cannabis in Afghanistan. Manco a dirlo, anche nella produzione di cannabis si è registrato il solito record. Il dato sulla cannabis è coerente con l’attuale business dell’eroina afghana, che è economica ed abbondante, e quindi destinata non all’ago – come negli anni ‘80 – ma al fumo, per poter conquistare sempre nuovi consumatori. Anche se non esiste alcuna prova scientifica che l’uso di cannabis in se stesso predisponga al consumo di droghe più pesanti, è però frequente che nello spaccio si offrano contemporaneamente vari tipi di “fumo” per favorire la confusione dei consumatori.
Oggi un vero scoop sarebbe consistito nel registrare un decremento della produzione di droga in Afghanistan, ma si tratta di un’eventualità che al momento non avrebbe alcuna base realistica. Gli organi di stampa che hanno riportato la notizia hanno Militari Usa tra i papaveri da oppio in Afghanistaninsistito sul dettaglio che il governo statunitense avrebbe speso 7,6 miliardi di dollari per contrastare la produzione ed il traffico di oppio, ma senza risultato. La cosa fa sorridere, dato che, da almeno cinque anni, neppure il diretto coinvolgimento della Nato nel business dell’oppio rappresenterebbe più uno scoop. Lo scorso anno qualche barlume di notizia a riguardo è trapelato anche sulla stampa ufficiale, ma riferendosi solo ai casi di soldati della Nato coinvolti nel traffico; casi, peraltro, tutti rigorosamente insabbiati, sia in Italia, che in Canada, che nel Regno Unito. La stampa ha fatto finta di credere che il coinvolgimento riguardasse soltanto dei militari di bassa forza o, al più, dei sottufficiali, oltre che i già ampiamente screditati “contractors”.
Il massimo della critica che ci si è concesso è stato quello di fustigare il cinismo o l’ingenuità della Nato, la quale, pur di sconfiggere i cattivissimi Talebani, avrebbe “chiuso gli occhi” sui loschi traffici di personaggi legati al governo filo-occidentale di Karzai. Si tratta della solita fiaba ufficiale sugli “scomodi alleati” degli Usa. Se dalla carta stampata si passa alla “informazione” televisiva, le cose vanno addirittura peggio, poiché lì è obbligatorio far finta di credere che siano i malvagi Talebani ad autofinanziarsi con l’oppio, perciò persino accennare alla “giovane narcodemocrazia” afghana rappresenta ancora un tabù. Eppure si tratta di notizie ufficiali che si riscontrano sui siti delle organizzazioni internazionali. La Banca Mondiale ha recentemente dedicato un rapporto alla situazione in Afghanistan, osservando che il 90% della produzione mondiale di eroina proviene oggi da quel paese. La Banca Mondiale si lancia in solenni ammonimenti al governo afghano circa i rischi di “deragliamento” che la drug-economy potrebbe provocare ad un paese così faticosamente avviato verso la democrazia e lo sviluppo.
Lo stesso carosello di ipocrisie lo si riscontra da parte dell’organizzazione gemella della Banca Mondiale, cioè il Fondo Monetario Internazionale. Più di dieci anni fa, addirittura nel 2003, il Fmi già ammoniva il governo afghano circa i rischi di trasformarsi in un narco-stato. La colpevolizzazione anche allora era tutta per il paese colonizzato, mentre non si accennava alle responsabilità dell’occupante Usa-Nato, il quale, se “sbaglia”, lo farebbe solo per troppa bontà. Del resto ilFmi e la Nato sono praticamente la stessa cosa. Quindi si può riscontrare una pseudo-informazione a doppio livello: uno per le masse, le quali devono credere che i Talebani, oltre che fanatici, siano anche narcotrafficanti, e un altro livello per i “cittadini più informati”, ai quali è concesso di sapere che il governo Karzai è coinvolto nel traffico, e per questo ogni tanto è costretto a beccarsi una reprimenda dagli organismi internazionali. Paradossalmente, il maggior grado di infantilizzazione tocca proprio Oppio in Afghanistanai “cittadini più informati”, ai quali spetta di credere che il “troppo buono” papà statunitense spenda 7,6 miliardi per redimere dalla droga il figlioletto discolo, ma che questi continua a deluderlo.
La realtà è invece che come narcostato e narcodemocrazia, l’Afghanistan di Karzai ha ancora parecchio da imparare dai Narcostati Uniti d’America. Ma legioni di giornalisti e di intellettuali si incaricano di narrare alle masse la storia inversa, secondo la quale i guai del mondo deriverebbero dal parassitismo e dall’indisciplina dei poveri, ritratti come sempre pronti ad estorcere favori da governi troppo generosi e premurosi. L’impunità che gli Usa e la Nato possono ostentare nella vicenda della droga afghana, è davvero totale; nel senso che, grazie all’armatura propagandistica del “troppobuonismo”, riescono a sfuggire persino a sanzioni puramente morali. L’impunità viene addirittura percepita da gran parte dell’opinione pubblica come garanzia di moralità, perciò non vi è nulla di strano nel fatto che agli Usa si riconosca tranquillamente un ruolo internazionale di giudice e di censore nei confronti di altri Stati; cosa che consente agli Usaogni genere di provocazione e di doppio gioco. Infatti, mentre l’amministrazione Obama dichiara di essere in guerra contro l’Isis, in realtà sta ancora cercando di colpire e isolare la Siria di Assad con insistenti accuse per il presunto uso di armi chimiche.

Racconto un sacco di balle, ma se lo chiamo storytelling…

Racconto un sacco di balle, ma se lo chiamo storytelling…


Dicesi storytelling un complesso sistema di pubblicazioni, notizie, modi di comunicarle, stili innovativi, segnali mediatici, ripetizioni ossessive perché il concetto entri anche nelle teste più dure, nuovi approcci, citazioni. Insomma un po’ tutto quello che una volta si chiamava “comunicazione” e ora fa più fico dirlo in inglese. «L’arte del raccontare storie impiegata come strategia di comunicazione persuasiva», dice il vocabolario. Ecco. Ora va da sé che il confine tra storytelling e leggenda metropolitana è un po’ labile e viene ogni giorno superato. Molto spesso invece impatta con la realtà con la potenza di un frontale tra camion e allora si crea un effetto lisergico: da una parte lo storytelling, e dall’altra quello che succede veramente. Ora si può scegliere, naturalmente: abbeverarsi alla leggenda, che si ripete nella speranza che qualcuno la prenda per vera, oppure guardare ai fatti.
Immaginiamo, per esempio, un medio imprenditore tedesco, o cinese, che voglia investire qui. Potrà valutare lo storytelling corrente e ben oliato dai media – ottimismo, ripresa, riforme, Jobs Act, camice bianche, ministri da copertina, Robecchimodernità, parole inglesi – oppure valutare lo stato delle cose: leggi complicatissime, giustizia lenta, corruzione, malavita, er Guercio, il mondo di mezzo e altro ancora. Potrà leggere i discorsi “luminosi e progressivi”, oppure i titoli delle inchieste in corso. I recenti fatti di cronaca, per esempio, rendono l’attuale storytelling governativo, tutto incentrato sul futuro, un po’ fuori luogo. Bella storia, insomma, ma smentita ogni giorno. Si è provato, è vero, all’inizio e per un annetto a ridicolizzare che si opponeva al racconto sorridente, ottimista e positivo (“gufi”, è già parola soprassata, sepolta), ma poi le smentite della realtà si sono fatte implacabili, e quel racconto, quello storytelling, oggi non sfonda più, non conquista.
Non perché gli manchino elementi di fascino: a chi non piacerebbe essere moderni, carini, sexy, glamour, con un’economia frizzante e un governo di ragazzini ben pettinati? Piuttosto perde credibilità perché fornisce immagini troppo distanti dalla realtà che si vive ogni giorno. In certi casi, insomma, anche se è inglese e fa fico, costruire un elaborato racconto – una narrazione – troppo lontano da quel che accade può trasformarsi in autogol. Un caso di scuola è l’uso del concetto di “futuro” Le ministre Madia e Boschiper la nuova classe dirigente renzista. Lasciamo da parte gli slogan facili e leopoldeschi e prendiamo invece il succo: faremo, saremo – o meglio torneremo ad essere – svilupperemo, cresceremo, attireremo capitali stranieri, eccetera eccetera.
Lo storytelling è positivo e ottimista e si lascia intendere che domani andrà tutto molto meglio. Intanto, non domani ma oggi, uno non riesce ad avere un appalto perché non conosce nazisti dell’Illinois, o di Roma, oppure viene licenziato, oppure viene demansionato, oppure ascolta la solfa dell’abbassamento delle tasse più poderoso dai tempi di Ramsete II e si trova a pagarne di più. Ecco, allarme: lo storytelling renziano è molto distante dalla realtà. Futuro è un concetto luminoso ma distante, mentre qui e ora di luminoso c’è pochino. E siccome sanno tutti che per avere un buon futuro si parte da oggi e non da domani, la storia scricchiola, stona, suona falsa, e può diventare irritante. Si richiede un veloce ridisegno dello storytelling, una cosa che in italiano potrebbe suonare così: «Su, ragazzi, raccontatecene un’altra, che questa non ha funzionato».

martedì 16 dicembre 2014

Verità proibita in Europa, la vergogna dell’arresto di Chiesa

Verità proibita in Europa, la vergogna dell’arresto di Chiesa


Sbattuto in cella e tenuto in arresto per sette ore, rilasciato solo grazie al tempestivo intervento dell’ambasciatore italiano a Tallinn e del ministero degli esteri di Roma, che ha convocato alla Farnesina l’ambasciatore estone chiedendo spiegazioni: com’è possibile che un cittadino europeo – per giunta giornalista ed ex europarlamentare – venga improvvisamente arrestato nella capitale dell’Estonia senza che abbia commesso alcun reato? Le autorità di Tallinn – imbeccate dai loro “custodi” atlantici o convinte di render loro un servizio? – hanno balbettato dichiarazioni che non spiegano nulla, citando un decreto che considera Giulietto Chiesa “persona non gradita”, documento di cui però non c’è traccia. Il provvedimento sarebbe datato 13 dicembre 2014, cioè il giorno dopo il meeting internazionale organizzato a Roma proprio da Chiesa, con grandi giornalisti e autorevoli politologi russi e americani, tra cui Paul Craig Roberts, già viceministro di Regan, tutti critici con la gestione Usa della crisi ucraina. Chiesa è stato arrestato a Tallinn, dov’era invitato per un convegno, poco dopo aver rilasciato un’intervista a una televisione estone.
E’ abbastanza evidente, dice, il maldestro tentativo di impedire a un cittadino europeo di esprimere le proprie idee e raccontare le verità che conosce. «Questa – aggiunge Giulietto Chiesa dopo il rilascio – non è certo l’Europa che sognava Altiero Spinelli». Giulietto ChiesaIl “decreto di espulsione” dall’Estonia, scrive Pino Cabras su “Megachip”, il newsmagazine web fondato da Chiesa, sarebbe stato «emanato ad personam» dal governo di un paese membro dell’Unione Europea, «senza nessuna accusa formulata in nome di una qualche fattispecie di reato». Quindi, «si è voluto colpire un cittadino di quella stessa Unione Europea, una personalità pubblica nel pieno dei suoi diritti politici e di parola, da sempre proclamati come il miglior primato dell’Europa». In teoria, aggiunge Cabras, tutti hanno quei diritti, «ma vengono usati poco e sempre meno», anche perché «per i diritti funziona al contrario dei vestiti: meno li usi più si sgualciscono». Giulietto? «Indossa invece tutte le sfumature del diritto di parola e perciò mostra la veste integra della libertà, che spicca in mezzo a un sistema dell’informazione ormai agli stracci».
Vent’anni prima che diventasse popolare la denuncia della disinformazione di massa organizzata in modo sistematico del mainstream, Giulietto Chiesa ne ha fatto una ragione di vita: «Non sappiamo nulla di quanto avviene attorno a noi, perché non ce lo dicono, e se non sappiamo nulla potrebbe accadere di tutto, al riparo dalla verità». Durissime le denunce sulla Guerra del Golfo, costruita con le false accuse contro Saddam, e sui crimini di Israele verso i palestinesi. E poi la mattanza nei Balcani, i bombardamenti “umanitari” per il Kosovo, le atrocità della guerra in Cecenia: tra i pochissimi, Giulietto Chiesa, a denunciare la Russia per la guerra nel Caucaso, “organizzata” direttamente dal Cremlino per creare un fronte interno in grado di fabbricare consenso a beneficio del pericolante “zar” privatizzatore Boris Eltsin. In contatto con Gino Strada e la struttura di “Emergency”, Giulietto Chiesa è stato il primo giornalista italiano – tra i primi al mondo – a entrare a Kabul nella primavera 2002, durante la “liberazione” dai Talebani, nel corso dell’offensiva dell’Alleanza del Nord scatenata per “punire” Al-Qaeda all’indomani del Ceceniasuper-attentato dell’11 settembre 2001, rispetto al quale – oggi è accertato – il network terroristico di Bin Laden non ebbe alcuna responsabilità.
«Giulietto Chiesa mente», scrisse l’agenzia sovietica “Tass” ai tempi dell’Urss, sperando di liberarsi dell’allora corrispondente de “L’Unità”, ritenuto scomodo perché sincero, non allineato al potere. Fu Berlinguer in persona, ricorda Chiesa, a chiarire al Cremlino che il giornale non lo avrebbe sostituito. Un’autorevolezza, quella di Chiesa, che gli ha consentito di collaborare per lunghi anni coi maggiori organi d’informazione italiani, da “La Stampa” ai telegiornali Rai e Mediaset. Stretto collaboratore di Mikhail Gorbaciov a partire dagli anni ‘90, Chiesa ha condiviso l’impegno del “padre della perestrojka” per sviluppare una visione multipolare del mondo, archiviata la guerra fredda. Ma la storia s’è rimessa a correre in direzione contraria: la “guerra infinita”, innescata proprio dall’11 Settembre, ci ha regalato un conflitto dopo l’altro. «La peggiore arma di distruzione di massa è la menzogna», dice Chiesa. «Proprio sulla manipolazione della verità si basa la preparazione di ogni guerra di aggressione: tutte guerre asimmetriche, ormai, particolarmente sanguinose, non più tra eserciti contrapposti ma tra milizie e popolazioni civili». In crisi, Giulietto Chiesa, anche con la sinistra, da cui pure proviene: «La sinistra – dice – non ha “visto” il rivolgimento epocale in corso, l’affermarsi delle grandi oligarchie finanziarie che hanno piegato la politica al loro volere. E se la politica democratica sparisce, non abbiamo più difese».
Le ultime grandi battaglie civili l’hanno condotto, ancora una volta, nell’ex Unione Sovietica. Prima nell’Ossezia del Sud, aggredita dalla Georgia armata dalla Nato su ordine di Bush. E poi nell’Ucraina sfigurata dal golpe di Kiev, orchestrato da Washington e affidato alla manovalanza neonazista che ha sparato sulla folla di piazza Maidan e assassinato più di cento inermi alla “casa dei sindacati” di Odessa, provocando la secessione della Crimea. Poi, a seguire, i bombardamenti indiscriminati sulla popolazione civile del Donbass “ribelle”. Tutti episodi documentati e filmati, ma oscurati dal mainstream occidentale secondo cui l’aggressore è il vecchio nemico, l’Orso russo, incarnato oggi da quel Putin a cui non si perdona di non volersi “arrendere” al dominio occidentale. «Il mondo sta cambiando e cambierà sempre più in fretta, grazie ai Brics», ha avvertito Pepe Escobar di “Asia Times” al simposio organizzato a Roma da Giulietto Chiesa il 12 dicembre. «Il problema – ha Marcello Foaaggiunto Marcello Foa, opinionista del “Giornale” e allievo di Indro Montanelli – è che l’opinione pubblica occidentale non se ne rende conto, perché i media non la informano».
L’attività più recente di Giulietto Chiesa, la direzione della web-tv “Pandora Tv”, impegnata a svelare i torbidi retroscena della crisi ucraina, gli è probabilmente costata l’inaudito arresto a Tallinn, in quel Baltico dove il risentimento contro l’ex “padrone imperiale” sovietico è ancora così forte da armare violente discriminazioni contro le minoranze russe, fino al punto da applaudire i “rivoluzionari” di Kiev che sfilano sotto bandiere con la svastica. Non è un caso, osserva Pino Cabras, che nel punire con metodi squadristici gli scomodi portatori di verità «si cominci da uno dei paesi baltici, quelli in cui, assieme alla Polonia e all’Ucraina, con la benedizione della Nato, si sta formando un cuore nero dell’Occidente: lì, in piena Europa, si sta “normalizzando” un modo di concepire l’Occidente alla maniera dell’America Latina degli anni Settanta». Per essere chiari: «È un sistema in cui le strategie militari e finanziarie le decide Washington, gli apparati repressivi sono in mano a manovalanza di ispirazione nazista, i simboli storici sono manipolati con ogni mezzo, si rimuove con la forza ogni memoria antifascista e si recuperano segni, monumenti, cimeli legati al peggiore nazionalismo. Per le idee diverse c’è la repressione».
Anche in questo caso, Giulietto Chiesa aveva fiutato il pericolo con largo anticipo: si era candidato al Parlamento Europeo in una lista creata per tutelare la minoranza russa della Lettonia. E nel 2009, nel libro “Il candidato lettone”, scriveva:  «Mi rendevo conto, nonostante fossi lontano, che si stava preparando un focolaio, che avrebbe presto potuto trasformarsi in un incendio. E avvertivo anche che l’informazione che arrivava da Tallinn era – per usare un eufemismo – incompleta, inadeguata, e che, per capirci qualche cosa, si doveva integrarla con le notizie che venivano da Mosca. L’esperienza mi diceva che le crisi non nascono per caso. Anche se appaiono all’improvviso, hanno sempre una gestazione lunga ed è quella che bisogna scandagliare. Sono come corsi d’acqua, che escono dagli argini all’ultimo momento. Ma è evidente che la questione non è soltanto se gli argini siano sufficientemente alti; bisogna capire perché tanta acqua sia scesa dai monti». L’acqua baltica dell’ultimo decennio, aggiunge Cabras, è quella del recupero della memoria delle SS, della persecuzione dei russi, delle ondate repressive in stile G8 di Genova, tutte raccontate nel libro, «che ancora non poteva descrivere gli sviluppi che invece nel 2014 ha poi raccontato “Pandora Tv”: la guerra ucraina, la veloce e drammatica militarizzazione Nato dell’Est europeo; l’oltranzismo dei leader di quell’area, sempre più organici ai loro burattinai d’Oltreoceano, al punto che cedono platealmente i ministeri Pino Cabraschiave e la finanza a ministri stranieri, come in Ucraina; le stragi naziste e i villaggi bombardati dall’artiglieria, le centinaia di migliaia di profughi, l’Europa delle sanzioni autolesioniste».
Su questo fiume di eventi, conclude Cabras, c’è l’alba cupa dell’Europa che va incontro alla guerrada Est, non trattenuta dall’altra Europa più a Ovest, a sua volta devastata dall’austerity del regime europeo. «Solo in un contesto simile potevano eleggere il polacco Donald Tusk come presidente del Consiglio Europeo: ai piani alti vogliono quanta più russofobia possibile». L’incredibile arresto intimidatorio e illegale cui è stato sottoposto Giulietto Chiesa a Tallinn «ci dice che il regime europeo non solo emargina le voci dissidenti ma non vuole più tollerarne l’esistenza». Per Pino Cabras, evidentemente, «il silenzio mediatico su notizie importanti non basta più alle correnti atlantiste che dominano il continente. Vedono che c’è chi non si rassegna al silenzio, mentre avverte – qui e lì per l’Europa – che bisogna fare molto chiasso, e urlare che la guerra non sarà in nostro nome». Per Giulietto Chiesa, l’arresto è anche «una lezione da imparare», perché «ci aiuta a capire che razza di Europa è quella che ci troviamo davanti ora, e che battaglia dovremo fare per cambiarla, per rovesciarla come un calzino, se non vogliamo che questa gente rovesci noi».

lunedì 15 dicembre 2014

Tutti precari, anche i pensionati: dovranno tornare al lavoro

Tutti precari, anche i pensionati: dovranno tornare al lavoro


La flessibilità azzoppa tutti: non solo i giovani precari, ma anche i loro nonni, erodendo la loro pensione. Paolo Barnard rievoca un incontro con Cinthya Fagnoni, direttrice dell’“Education, Workforce, and Income Security Issues” del General Accounting Office americano, organo del Congresso Usa. «A Washington faceva caldo, ma lei mi offriva solo caffè». La Fagnoni era autrice di uno studio commissionato dal Senato Usa sulla flessibilità. «Flessibilità sul lavoro, eravamo 14 anni fa». Gli disse: «Risulta ovvio che la flessibilità può solo essere un optional del mercato del lavoro, cioè limitata allascelta del lavoratore/trice di voler lavorare meno e a singhiozzo. I nostri dati ci dicono che se la flessibilità diventa la regola, distruggerà non solo l’economia dei giovani, ma anche quella dei pensionati». Era il giugno del 2000. Quattordici anni dopo, calcolati i danni delle super-privatizzazioni del governo D’Alema alla vigilia dell’ingresso nell’Eurozona, eccoci alle prese con «il disastro epico di una disoccupazione giovanile italiana al 43%». Ovvero: «Ci stiamo dirigendo esattamente verso quella distruzione».
Oggi, scrive Barnard nel suo blog, in America la cosiddetta “Labour Participation Rate” (quota di lavoratori attivi sul mercato del lavoro) è un numero che «precipita come una palla di piombo giù dall’Everest, perché letteralmente per i giovani non Cinthya Fagnoniconviene più lavorare». Nel senso che «gli costa di più di quanto guadagnano con la flessibilità e coi mini-lavori, e meno che far debiti con lebanche (coi tassi quasi a zero di oggi)». Tutto questo, «mentre i pensionatiUsa devono tornare sul mercato del lavoro a 65 anni, se no muoiono letteralmente di fame». Cosa è successo a questi ultimi? «Non solo è crollata la quota di contributi dei giovani per le loro pensioni, ma i pensionati americani hanno dato retta alla loro Cgil e alle loro Fornero 25 anni fa, cioè si sono messi nella mani dei fondi pensione integrativi». Il meccanismo è noto: i fondi pensione «prendono i tuoi contributi e li investono, promettendoti un futuro brillante grazie alle magie della Finanza». Il refrain è noto: «Ma ancora stiamo con lo Stato? Decotto e babbione? Goldman Sachs, Jp Morgan, Unicredit, Axa, Zurich, sono il tuo sereno futuro, pensionato John! Fidati».
I fondi pensione «prendono i tuoi contributi e li investono sul mercato, soprattutto in titoli di Stato». Poi accade che «mentre il pensionato John è a farsi le birre al bar sotto casa, o a portare a spasso il cane», i boss delle banche centrali «prendono un paio di decisioni che portano i tassi d’interesse a quasi zero». Sorpresa: «La pensione accumulata oggi dal pensionato John non rende più nulla, soprattutto certi titoli di Stato (hey Giacomo, hai qualcosina investita in titoli tedeschi? Sei nella merda)». Infatti, “John” sbatte la faccia a sangue contro lo Zirp, “Zero Inbred Rate Policy”, «cioè i suoi risparmi di pensione integrativa non rendono più un cazzo d’interessi». In più, «se lo sventurato aveva il suo gruzzolo sparso/investito dal suo promotore finanziario anche fra banche d’investimento, i buchi contabili e i fallimenti a catena di queste dal 2007 al 2013, gli “Hair Cuts” Barnardimposti agli investitori (anche ai piccoli) pur di salvare ’ste mega-banche, gli hanno anche mangiato più della metà della pensione, spesso tutta».
Sono moltissimi, infatti, i pensionati che oggi fanno fatica, negli Stati Uniti, ad arrivare a fine mese. Per questo è sempre più alto il numero di anziani che tornano a lavorare a settant’anni. «Come voi lettori sapete – continua Barnard – l’Italia è un paese che, senza fallire un colpo negli ultimi 70 anni, imita tutto il peggio degli Usa (e mai il meglio) sempre e regolarmente 15 anni dopo. Abbiamo oggi Renzi per questo, mica per altro», “complice” un politico come Napolitano, che Barnard definisce «vecchio amico delle multinazionali Usa degli anni’ 70», e quindi corresponsabile, politicamente, del disastro socio-economico – la disarticolazione finanziaria dello Stato – avviata all’inizio degli anni ‘80 da Ciampi e Andreatta, con la rinuncia a Bankitalia come “bancomat del governo”. Manovra perfezionata da Draghi e applicata alla lettera da D’Alema quasi vent’anni dopo. Smantellamento del sistema-Italia, cessione della sovranità, messa all’asta del debito, ingresso nell’euro e quindi resa alle politiche di rigore imposte dai padroni dell’Eurozona. Risultato: giovani senzalavoro, in tutta Europa, come nel 1945. E fosca vecchiaia per i loro nonni: «Auguri, pensionato Giacomo, ma non per te: per tuo figlio Giacomino, che fra 40 anni si ricorderà disperato di questo articolo. Disperato».

venerdì 12 dicembre 2014

Galloni: nuova Norimberga, per punire i criminali della crisi

Galloni: nuova Norimberga, per punire i criminali della crisi


Mentre la situazione economica e politica internazionale va deteriorandosi, nonostante le ottime prospettive di crescita di importanza dei Brics, si stanno prospettando soluzioni e proposte pericolose, nel senso del conflitto con l’interesse all’evoluzione positiva e pacifica del genere umano (oggi e ieri minacciata dalle follie di eliminazione della spesa pubblica e di privatizzazione anche di ciò che è bene non dipenda dalla condizione finanziaria dei singoli, come la sanità, la formazione, la sicurezza, l’acqua, l’aria e via dicendo): c’è chi prospetta un ritorno all’oro dopo che il dollaro tracollasse o chi propone una riserva del 100% per le banche; ma stanno emergendo anche i nuovi “gattopardi” che – persino in nome dell’abbattimento dell’euro – propugnano tesi che, nel recente passato, non hanno mai condiviso. Sia chiaro: quello che è stato compiuto o avallato in questi ultimi trentacinque anni (indebolimento degli Stai nazionali, macelleria sociale, impoverimento e depredamento della popolazione) sono crimini contro l’umanità che, come tali, dovranno essere affrontati.
Una nuova Norimberga, in altri termini, appare proponibile, onde evitare che in un domani sempre più prossimo, ognuno dei responsabili di questi crimini possa dire quanto condivide il cambiamento e quanto è lontano dal presente e dal passato Nino Gallonirecente. Oggi, in Italia, ad esempio, siamo 60 milioni (dove sono i demografi che pochi decenni fa prevedevano, per il presente, una popolazione sotto i 55 milioni?); di questi, circa 20 milioni versano in miseria, altri 20 milioni arrivano con difficoltà a fine mese ed il restante – pur tendendo a diminuire – riesce a riempire cinema e ristoranti, col risultato di far sottovalutare la gravità dell’attuale crisi. Più si taglia la spesa pubblica per ridurre le tasse (la cui pressione è eccessiva, per chi le paga) e più si riduce il Pil; col risultato che, poi, mancano le risorse per tagliare le tasse: si bloccano i contratti dei pubblici dipendenti ed il loro turn over col risultato che peggiorano e diminuiscono i servizi essenziali e, quindi, la gente – oltre le tasse – deve spendere di più, impoverendosi, per mandare i figli a scuola o curarsi o viaggiare.
Però, se si tagliano le spese per ridurre le tasse e si ottiene l’esatto contrario, una ragione forse c’è: i debitori (famiglie, imprese e Stati) devono stare sempre peggio, perché l’attuale modello economico si basa non sulla redditività finanziaria, ma sul numero delle emissioni dei titoli (derivati, derivati su derivati, titoli tossici di tutti i tipi) e, quindi, meno i debitori potranno ripagare i loro impegni e maggiore sarà l’accelerazione delle emissioni derivate. In tutto, ciò la gente muore, le imprese muoiono, gli Stati muoiono… cosa si aspetta?

mercoledì 10 dicembre 2014

Escobar: la Nato può solo sognare di battere i missili russi

Escobar: la Nato può solo sognare di battere i missili russi


Roulette russa. Un gioco pericoloso, soprattuttto per l’Occidente. Perché Mosca è in grado di neutralizzare qualsiasi attacco, anche nucleare, proveniente dagli Usa e dalla Nato. Lo sostiene un osservatore internazionale come Pepe Escobar: il Pil occidentale non potrebbe nulla contro le capacità di difesa dei russi, che al vecchio arsenale atomico sovietico hanno aggiunto armamenti midiciali, capaci di annullare qualsiasi attacco aereo e missilistico. Armi strategiche che verrebbero prontamente impiegate per difendere la Federazione Russa se anche Ucraina e Bielorussia dovessero passare alla Nato, disintegrando l’ultimo residuo diaframma di sicurezza rappresentato dalla “shatterbelt”, zona-cuscinetto che separa «l’aquila tedesca e l’orso russo». Mentre l’élite di Washington e Wall Street preme per far precipitare la crisi fino alla guerra con la Russia, incoraggiata da Kiev, Varsavia e paesi baltici, «gli americani informati si chiedono il motivo per cui gli Usa dovrebbero pagare per la difesa dell’Europa quando il Pil europeo è più grande di quello degli Usa». Specie se la Russia, finora, non ha fatto altro che difendersi. Ma attenzione: quello degli Usa è un bluff.
«I missili balistici intercontinentali russi armati di testate multiple Mirv viaggiano a una velocità di circa 18 Mach», scrive Escobar in un post ripreso da “Megachip”: quei missili sono «fondamentalmente imbattibili», perché «assai più veloci diLa Russia è difesa da missili supersoniciqualsiasi cosa presente nell’arsenale Usa». Poi c’è il «doppio guaio» rappresentato dai missili S-400 e S-500: «Mosca ha accettato di vendere il sistema missilistico S-400 terra-aria alla Cina», e questo «renderà Pechino impermeabile alla potenza aeronautica degli Usa, ai loro missili balistici intercontinentali nonché ai missili Cruise». La Russia, da parte sua, si sta già concentrando sugli S-500 di ultimissima generazione, «che sostanzialmente fanno sì che il sistema anti-missile Patriot sembri un V-2 della SecondaGuerra Mondiale». Senza contare il missile russo Iskander, che viaggia a Mach 7, con un raggio di 400 chilometri, e trasporta una testata da 700 chili di diverse varietà, e con una probabilità di errore pari a 5 metri. «Traduzione: un’arma letale finale contro aeroporti e infrastrutture logistiche. L’Iskander può raggiungere obiettivi nel profondo dell’Europa». Quanto al duello aereo, il super-caccia Sukhoi T-50 “Pak Fa”, nuovissimo stealth russo, promette di sovrastare largamente l’F-35.
«I pagliacci della Nato che sognano una guerra alla Russia», scrive Escobar, dovrebbero giungere ad avere «un sistema ferreo per mettere fuori gioco gli Iskander, ma non ne hanno alcuno». Inoltre, «dovrebbero affrontare gli S-400, che i russi possono distribuire a tutto spettro: pensate a una pesante partita di S-400 posizionati nell’enclave russa di Kaliningrad; essa trasformerebbe le operazioni aeree della Nato in profondità all’interno del’Europa in un incubo assolutamente orrendo». La difesa missilistica russa potrebbe distruggere «centinaia di caccia», a spese di una Ue «già finanziariamente devastata e impestata fino alla morte dall’austerity». Come se non bastasse, aggiunge Escobar, nessuno conosce l’esatta portata delle capacità strategiche della Nato, di cui Bruxelles infatti non parla. «Fuori dall’ufficialità, queste capacità non sono esattamente una meraviglia. E l’intelligence russa lo sa». Se la Nato divesse insistere nella scommessa bellica, «Mosca ha già fatto capire chiaramente che la Russia farebbe uso del proprio impressionante arsenale costituito da 5.000 o più armi nucleari tattiche – eIl Sukhoi T50 Pak-Faqualsiasi altra cosa occorresse – per difendere la nazione contro un attacco convenzionale Nato. Inoltre, alcune migliaia di S-400 e S-500 sono sufficienti a bloccare un attacco nucleare Usa».
Ce n’è abbastanza, aggiunge Escobar, per disegnare un «orripilante scenario da “Apocalypse Now”», e senza ancora tener conto della nuova alleanza tra Russia e Cina, che è «il maggior fattore di cambiamento di gioco nella storiaeurasiatica». Pechino, infatti, «sta investendo massicciamente in sistemi di rimbalzo laser satellitare, in missili in grado di colpire i satelliti, sottomarini silenziosi che emergono accanto a portaerei Usa senza farsi rilevare». In più, c’è anche un nuovo missile anti-missile “made in China” che può colpire in movimento un satellite più velocemente di qualsiasi missile balistico intercontinentale “Icbm”. «In poche parole: Pechino sa quanto la flotta di superficie degli Stati Uniti sia obsoleta – e indifendibile. E non c’è bisogno di aggiungere che tutti questi sviluppi cinesi modernizzatori stanno procedendo modo più velocemente di qualsiasi altra cosa negli Stati Uniti». Mosca minaccia l’Europa? Falso. Semmai è vero il contrario: è la Nato che si sta avvicinando alla frontiera russa. Ma con un armamento fatto più di propaganda che di Pepe Escobararmi letali. «Quel che è realmente accaduto – scrive Escobar – è che Mosca ha abilmente voluto vedere il bluff ispirato da Brzezinski in Ucraina, con tutte le sue sfumature: nessuna meraviglia che l’Impero del Caos sia furioso».
Secondo il giornalista, per «disinnescare l’attuale corsa isterica verso la logica di guerra» basterebbe, letteralmente, “disfare Stalin”, cioè le frontiere artificiosamente ridisegnate alla fine della SecondaGuerra Mondiale, quando l’Urss «si prese la Prussia orientale dalla Germania e trasferì la parte orientale della Polonia all’Ucraina». L’Est Ucraina, invece, «era originariamente della Russia: è parte della Russia e venne data da Lenin all’Ucraina». Per “cancellare Stalin” dalla carta geografica europea bisognerebbe quindi “restituire” alla Germania la Prussia orientale, oggi polacca, e alla Russia le regioni orientali dell’Ucraina. Una “restituzione” simile a quella della Crimea, storicamente russa e “regalata” all’Ucraina da Khrushev all’epoca dell’Urss. Niente più confini arbitrari? I cinesi la definirebbero «una situazione “a vittoria tripla”», che premierebbe tutti e allontanerebbe la guerra, perché «non ci sarebbe più un caos manipolato al fine di giustificare una crociata contro una “aggressione” russa fasulla». Una mossa del genere, ovviamente, oggi sarebbe impensabile, contrastata fino alla morte dall’“Impero del Caos”. A meno che non sia la Germania, in primis, a sganciarsi dalla carovana della guerra.

Pubblico impiego, assumere subito un milione di giovani

Pubblico impiego, assumere subito un milione di giovani


Pensate che i dipendenti pubblici in Italia siano troppi? Errore: sono troppo pochi. Nel 2011 erano 3 milioni e 435.000, di cui 320.000 precari, tra collaboratori e partite Iva, contro i 6 milioni e 217.000 della Francia e i 5 milioni e 785.000 del Regno Unito, paesi con una popolazione molto simile alla nostra e un Pil non troppo superiore. Anche in Spagna e negliUsa i dipendenti pubblici sono più numerosi che in Italia, rispettivamente 65,6 e 71,1 ogni mille abitanti, contro i 56,9 del nostro paese. Solo il dato tedesco è simile a quello italiano (54,7 ogni mille abitanti), ma è influenzato verso il basso dal regime privatistico della sanità. Se consideriamo il solo personale amministrativo, affermano gli economisti delle università di Torino e del Piemonte Orientale, per avere in Italia lo stesso numero di dipendenti pubblici pro capite che c’è in Germania bisognerebbe ricorrere a 417.000 nuove assunzioni, a fronte di uno stock attuale di 1.337.000: un incremento del 31%. E per raggiungere gli stessi livelli degli Usa bisognerebbe assumerne addirittura un milione e 310.000. Obiettivo, quindi: stabilizzare i precari già in servizio e, in più, assumere subito almeno 800.000 giovani nel pubblico impiego.
E’ ovvio, premettono i docenti piemontesi, che nella pubblica amministrazione ci siano anche esuberi: la commissione di Carlo Cottarelli sulla “spending review” ne ha contati 58.000, cioè «un numero quasi trascurabile rispetto alle esigenze qui pubblico impiegoprospettate». Esempio: nel servizio sanitario nazionale, le dotazioni di organico nel 2012 erano di 760.000 posti, contro una presenza di 670.000 addetti. Oggi, il numero di addetti si è ridotto di altre 50.000 unità. Più dipendenti pubblici possono sicuramente rilanciare l’economia nazionale, spiegano su “Micromega” Bruno Contini, Nicola Negri, Francesco Scacciati e Pietro Terna dell’Università di Torino, insieme ai colleghi Angela Ambrosino, Maria Luisa Bianco e Guido Ortona dell’Università del Piemonte Orientale (Novara e Alessandria). «Se ammettiamo che un’economia non può funzionare bene senza uno Stato che funzioni bene, la ripresa della crescita del paese richiede contestualmente una altrettanto vigorosa crescita dell’efficienza della amministrazione pubblica in quasi tutti i suoi settori». Il malfunzionamento del pubblico impiego, infatti, «costituisce uno degli ostacoli più rilevanti alla competitività dell’Italia».
Il vero problema, aggiungono i professori, è che risulta velleitaria qualsiasi ipotesi di modernizzazione della pubblica amministrazione che contempli solo una crescita di efficienza, e non anche di personale. «Se l’ordine di grandezza “giusto” di pubblici dipendenti è quello dei paesi con cui solitamente ci confrontiamo, un aumento consistente del loro numero è una condizione necessaria (anche se certo non sufficiente) per riavviare la tanto sospirata crescita», anche in chiave di riduzione della disoccupazione. La loro proposta? «E’ che la pubblica amministrazione assuma in tempi rapidi da ottocentomila a un milione di nuovi addetti, con contratti che tengano conto della situazione di emergenza in cui versa la nostra economia». Per i docenti, è inoltre indispensabile tener conto che oggi l’età media dei dipendenti pubblici si avvicina a 50 anni, e che il 48% del personale attuale andrà in pensione prima del 2029 e il 27% prima del 2024. Ricambio generazionale urgente: «Bisogna che le assunzioni avvengano là dove servono, cioè dove sono più utili per lo sviluppo dell’economia», cioè nella giustizia civile, nella Pietro Ternaformazione tecnica e professionale, nella ricerca, nella sanità e nei servizi di assistenza extra-ospedaliera, nei servizi per l’impiego, nell’ordine pubblico e nei progetti miranti al riassetto del territorio e alla manutenzione dei beni culturali.
Negli altri paesi, il settore pubblico rappresenta una quota cospicua della domanda di laureati, grazie anche all’elevata scolarità della forza lavoro. Al contrario, in Italia, al sotto-dimensionamento della pubblica amministrazione si accompagna un livello di scolarità del personale particolarmente basso: solo il 26% degli addetti è in possesso di una laurea, cui si deve aggiungere un 4% con la laurea triennale, a fronte, per esempio, di una percentuale del 54% in Gran Bretagna, dove i “civil servants” laureati sono oltre 3 milioni (i pubblici dipendenti laureati italiani sono soltanto un milione). «Se si volesse adeguare il settore pubblico agli standard europei si riassorbirebbe completamente la disoccupazione dei laureati». Fondamentale, ovviamente, evitare di assegnare il personale a compiti non prioritari ed effettuare le assunzioni sulla base delle pressioni politiche locali più che delle reali necessità. Soluzione: «Gli enti e gli uffici locali interessati dovrebbero fare delle proposte di aumenti del personale sulla base di progetti o programmi dettagliati, che dovrebbero essere valutati e approvati da un ente centrale, rigorosamente non politico».
Le risorse umane sono sterminate: una massa enorme di disoccupati e inoccupati, laureati e diplomati, qualificabili in tempi brevi con un addestramento orientato al nuovo lavoro. Quanto ai costi, non supererebbero i 15-20 miliardi l’anno: una cifra «consistente, ma reperibile, tanto più in quanto l’imposizione fiscale necessaria sia una vera imposizione di scopo». Parte del finanziamento potrebbe provenire da fondi europei, e un’altra parte da una limitata imposta patrimoniale sulla ricchezza finanziaria, che – cosa per nulla trascurabile – non confliggerebbe coi vincoli europei sul rapporto deficit/Pil. I docenti ipotizzano un’aliquota progressiva compresa tra il 2 e il 6 per mille – da cui sarebbero completamente esenti metà dei nuclei familiari, poichè la loro ricchezza finanziaria è inferiore ai 150.000 euro – sarebbe sufficiente a finanziare tre quarti dell’intero progetto, che “varrebbe” 28 miliardi in tre anni. Ovvero: «Se il finanziamento straordinario durasse tre anni, genererebbe per Guido Ortonaciascuno dei tre anni una crescita di quasi un punto e mezzo di Pil». Di conseguenza, «alla fine dei tre anni le risorse finanziarie straordinarie per sostenere l’occupazione aggiuntiva non sarebbero più necessarie».
Le assunzioni sarebbero un toccasana: per il pubblico impiego che è sottodimensionato, per i giovani laureati e disoccupati, quindi per la domanda interna che è in crisi e mette in difficoltà le aziende, il Pil, il gettito fiscale e di conseguenza il debito pubblico. I contribuenti? Pagherebbero volentieri una mini-tax, «qualora potessero essere sicuri che il gettito vada realmente ed esclusivamente a creare posti di lavoro utili alla collettività per i disoccupati, soprattutto giovani». In Italia vi sono oggi 22,5 milioni di nuclei familiari, di cui 11-12 che sarebbero chiamati a contribuire alla “patrimoniale di scopo” per sostenere l’occupazione. E sono 3 milioni i “Neet” (giovani tra i 18 e i 29 anni che non studiano né lavorano), ancora ospitati dai genitori. Di fatto, un milione e mezzo di famiglie con figli ormai adulti ancora a carico. Ovvio che il consenso sarebbe largo, se un piccolo sacrificio contributivo desse l’ossigeno necessario alla campagna di assunzioni. Soluzione perfettibile? Parliamone, dicono i professori, ma le difficoltà tecniche «non possono in alcun modo esimere il potere politico dalla necessità di affrontare i problemi che abbiamo citato».