mercoledì 14 gennaio 2015

VIABUY ATTENZIONE TRUFFANO !!


"state attenti alle truffe di VIABUY"

Se si richiede e non si attiva ,comunque dopo tre mesi vi fanno chiamare da una societa' recupero crediti dove chiedono di versare € 90 non chiedetela



Tsipras come Monti: curare la Grecia col pareggio di bilancio ????

Tsipras come Monti: curare la Grecia col pareggio di bilancio


La Troika va trascinata in tribunale, perché i popoli europei – a partire da quello greco – siano finalmente risarciti delle atroci sofferenze loro inflitte dai “nani” tecnocratici di Bruxelles, la feroce casta filo-tedesca, neoliberista e mercantilista che ha trasformato l’Europa nel regno neo-feudale della crisi, minacciando l’intera economia mondiale. Aberrazioni spacciate per dogmi, da funzionari mediocri: gentaglia che in un’azienda sarebbe in grado, al massimo, di accendere e spegnere i computer. Si esprime in questi termini Alexis Tsipras, in vista del voto greco forse decisivo per il futuro dell’euro, senza però annunciare la chiara volontà di uscire dall’orrore della moneta unica che ha ridotto alla fame la Grecia e terremotato mezza Europa. Di più: a parole, il leader di Syriza si scaglia contro l’austerity. Ma non intende rinunciare neppure al più micidiale strumento di austerity imposto dall’Ue, il pareggio di bilancio. Incongruenze incomprensibili o ambigui tatticismi pre-elettorali, nel timore che i “mercati” facciano a pezzi la sinistra greca dopo il voto?
Tspiras, scrive l’“Huffington Post”, ha sintetizzato il suo pensiero in un libro-intervista del giornalista Teodoro Andreadis Synghellakis, “Alexis Tsipras, La mia Sinistra”, stampato dalle edizioni Bordeaux con prefazione di Stefano Rodotà. PrimaAlexis Tsiprasincoerenza: Tsipras annuncia che Syriza non intende tornare a una politicademocratica basata sul deficit positivo, l’investimento dello Stato per i cittadini. Intoccabile, quindi, la mostruosità economica del pareggio di bilancio. «Il riuscire a proseguire tenendo come punto fermo il pareggio di bilancio è realmente un punto nodale della nostra strategia, perché ci dà la possibilità di trattare da una posizione di forza», sostiene Tsipras, secondo cui «pareggio di bilancio non significa, per forza, dover ricorrere all’austerità». Il leader della sinistra greca preferisce parlare di «giusta divisione dei vari pesi» e «redistribuzione vera, nel sostegno ai più deboli». Tradotto: la cintura resta stretta, ma le torture sociali andranno estese anche ai meno poveri. «La sinistra – dice Tsipras – non è arrivata sul proscenio per servire gli interessi dei potenti, ma per essere capace di attuare una politica socialmente giusta».
Retorica a parte, Tsipras si dichiara fedele al suicidio economico programmato: col bilancio inchiodato al pareggio, lo Stato non spende un euro in più di quelli che riceve sotto forma di tasse, con un saldo per i cittadini pari a zero, quindi catastrofico. Tutto questo, per tenere a bada i mercati e disinnescare il ricatto dello spread. Non spendere per i cittadini, secondo Tsipras significa «limitare fortemente i bisogni di contrarre prestiti». Austerity pura, dunque, come Mario Monti? Tsipras ripete che la priorità è «rimettere in moto l’economia». Già, ma come? Più tasse o più spesa pubblica? Visto che Syriza non intende espandere la spesa per paura di Bruxelles e della Bce, non resta che una redistribuzione fiscale, destinata forse a incidere sulla società ma non certo sull’economia, che è al collasso. L’Europa teme il voto greco, e la prudenza di Tsipras è dichiarata: «Non intendiamo ricattare nessuno e non intendiamo neanche presentarci alla trattativa indossando una cintura esplosiva», dice il leader della sinistra ellenica, alludendo al negoziato per l’unica proposta – molto modesta – per la quale Syriza si candida: dilazionare semplicemente la liquidazione del debito.
Eppure, nonostante il bassissimo profilo di Tsipras, secondo il filosofo Slavoj Zizek una vittoria di Syriza «darebbe la sveglia all’Europa». Tsipras conferma: «L’Europa è come un sonnambulo che sta procedendo verso il dirupo, e noi saremo la sveglia del sonnambulo». E come? Confermando il pareggio di bilancio? Tsipras resta ben incollato al grande diktat di Bruxelles, anche se sa benissimo che conduce alla rovina: «Credo che il modello “Sud in deficit e Nord in surplus” non costituisca un esempio attraente neanche per i popoli del Nord Europa. Presuppone, infatti, che gli stipendi debbano smettere di crescere per un tempo piuttosto lungo. Allo stesso tempo, questa logica di iper-accumulo della ricchezza (che viene accumulata nei risparmi ma non investita) costituisce un pericolo enorme per l’economia europea e per quella di tutto il mondo. Accumulando la ricchezza, si accumula la crisi che sarà destinata a scoppiare domani». Con questa strategia, aggiunge Tsipras, «l’Europa è destinata a non sfuggire al suo cammino recessivo: la recessione tornerà presto, e questo vuol dire che viene avvelenata l’acqua Slavoj Zizekdell’economia di tutto il mondo. Vediamo, infatti, che l’Europa esporta recessione nel resto dell’economiamondiale e credo che sia proprio ciò che fa innervosire enormemente gli americani».
Non dobbiamo scordarci, aggiunge il leader di Syriza, che «per riuscire ad affrontare lacrisi, gli americani hanno seguito una politica economica totalmente diversa, unapolitica espansiva», cioè basata sull’incremento della massa monetaria e del deficit. E’ il tabù europeo che Syriza non osa infrangere, ben sapendo che a imporlo sono stati proprio i tecnocrati di Bruxelles: «La Grecia l’hanno rovinata e insistono nell’applicare le loro ricette distruttive». In altre parole: anche se Syriza non propone ricette per uscire dalla crisi e neppure dal cappio del rigore, limitandosi solo a una più equa ripartizione del peso sociale del disastro, secondo Tsipras la sola vittoria della sua sinistra in Grecia basterebbe a mettere paura ai padroni tedeschi dell’Europa, gli inventori dell’austerity, generando uno smottamento virtuoso in senso democratico. Tutto questo, senza osare alcunché: Syriza annuncia che non farà nulla per mettere in discussione l’impianto economico di Bruxelles, basato sui falsi dogmi di chi ha ideato e imposto la tragedia europea. Per contro, finora la sinistra greca non è stata “complice” dell’euro-sistema. Basta dunque questa sua estraneità a farne il salutare spauracchio di cui parla Zizek?

martedì 13 gennaio 2015

VIA IL LAVORO DALLE CARCERI? Ancora violato l'articolo 27 della costituzione

Ancora violato l'articolo 27 della costituzione "VIA IL LAVORO DALLE CARCERI?"


Manconi:è la vittoria dei giustizialisti Pubblicazione: martedì 13 gennaio 2015 INT. Luigi Manconi Via le cooperative sociali dalle carceri. Il governo tira dritto, e a quanto pare non è intenzionato a rinnovare l'affidamento del servizio per la fornitura di pasti ai detenuti. Con il provvedimento andrà perduta l'opportunità, per i detenuti che aderiscono al progetto, non solo di lavorare in carcere, ma anche di imparare un lavoro, in modo da essere pronti al "dopo", a quando saranno in libertà. Un duro colpo alla loro dignità, a quella riscoperta di sé come uomini che viene dal lavoro. L'ultima novità, in ordine di tempo, è la mancata concessione della proroga di 16 giorni alla gestione delle cucine (dal 16 al 31 gennaio 2015), annunciata il 30 dicembre nell'incontro con il ministro Andrea Orlando, il capo di gabinetto Giovanni Melillo e il capo del Dap Santi Consolo. I 15 giorni dovevano servire a incontrare le cooperative e trovare delle soluzioni per evitare l'interruzione dei progetti di gestione delle cucine in dieci carceri, che hanno dato risultati estremamente positivi. Ne abbiamo parlato con Luigi Manconi, sociologo e scrittore, già sottosegretario alla Giustizia. Che ne pensa, Manconi? Quanto va succedendo intorno a questa vicenda appare difficilmente comprensibile. In ogni caso, non sono state fornite finora dall'autorità competente adeguate motivazioni. Mi spiego. Lasciando da parte per un attimo gli argomenti delle
cooperative sociali, mi risulta che direttori, provveditori, personale dell'amministrazione, agenti di polizia penitenziaria, educatori, cappellani, volontari, magistrati di sorveglianza siano concordi in grandissima maggioranza, e forse all'unanimità, nel valutare positivamente questa modalità di attività lavorativa in carcere. Dunque, ciò che non è stato esplicitato e che, comunque, io non riesco a comprendere, è quali e dove siano i fatti e gli aspetti negativi.
Dal punto di vista economico questa scelta dell'amministrazione penitenziaria porta o no un risparmio per le casse dello Stato e quindi per i cittadini?
Dal punto di vista economico, non sembra esservi alcun dubbio sul fatto che con l'attività delle cooperative sociali non solo si risparmia, ma — fatto ancora più importante — si ottengono risultati altrimenti irraggiungibili. Pertanto, se pure con il ritorno alla vecchia gestione si avesse un qualche risparmio, risulterebbero annullati l'utilità sociale e benefici derivanti dall'attività delle cooperative. Se poi aggiungiamo le multe che l'amministrazione deve pagare per i ricorsi (e sono molti di più quelli per il lavoro rispetto a quelli per il sovraffollamento), faccio fatica a capire dove stia l'interesse pubblico. Da ultimo, la risocializzazione, il rispetto dei diritti, la dignità della persona, anche se privata della libertà, non possono essere ignorati o messi in secondo piano. È un problema della società e del suo livello di civiltà giuridica. Se,

quindi, questi interrogativi che, come ho detto, non sono solo miei, non trovano risposte convincenti, rischia di venire confermata l'ipotesi peggiore

Jobs Act, fine del lavoro e di cent’anni di progresso in Italia

Jobs Act, fine del lavoro e di cent’anni di progresso in Italia


Era lecito domandarsi a che servisse togliere la tutela dell’articolo 18 a tutti i nuovi assunti, quando non si creano nuovi posti di lavoro e la disoccupazione aumenta. Il decreto natalizio del governo Renzi supera questa contraddizione. Senza che se ne fosse minimamente accennato nella discussione parlamentare sulla legge delega, il testo sfrutta al massimo l’incostituzionale mandato in bianco imposto col voto di fiducia e estende la franchigia anche al mancato rispetto delle regole sui licenziamenti collettivi. La legge 223 infatti, recependo principi e regole in vigore in tutti i paesi industriali più avanzati e sostenute con forza da tutte le organizzazioni internazionali, Onu in testa, da oltre venti anni disciplina i licenziamenti collettivi per crisi, stabilendo criteri e regole nel loro esercizio. Ad esempio essa applica un concetto principe del diritto del lavoro degli Usa, la “seniority list”. Se proprio si deve licenziare si parte dagli ultimi arrivati, dai più giovani, da coloro che non hanno carichi familiari e si risale verso le madri e gli anziani capi di famiglia. In vetta a quella lista, nelle aziende Usa sindacalizzate, stanno addirittura i rappresentanti dei lavoratori.
In Italia non siamo così rigidi, ma il senso della regola è lo stesso. La 223 stabilisce che solo con un accordo sindacale controfirmato da una pubblica autorità si possa derogare ai criteri dell’anzianità e dei carichi familiari. Così son state definite Giorgio Cremaschicon le aziende, da ultimo con Meridiana, le uscite dei più anziani, in grado di raggiungere la pensione con la indennità di mobilità. Se un’azienda prima del decreto Renzi avesse voluto fare licenziamenti indiscriminati di massa, avrebbe subìto un doppio danno. Avrebbe dovuto pagare consistenti penali e avrebbe rischiato la reintegra da parte di un giudice di tutti i dipendenti licenziati senza il rispetto di regole e procedure. Questo vincolo ha frenato i licenziamenti di massa, anche in una crisi senza precedenti come quella attuale. Ora viene tolto e le aziende potranno liberamente sbarazzarsi, per crisi e ragioni economiche, di lavoratrici e lavoratori che hanno l’articolo 18 e sostituirli con dipendenti precari a vita, pagati molto meno e per la cui assunzione riceveranno anche un consistente finanziamento pubblico.
La portata reazionaria di questo decreto mostra tutta la malafede di un governo che sa perfettamente che la liberalizzazione dei licenziamenti non ha mai prodotto né mai produrrà un solo posto di lavoro aggiuntivo a quelli esistenti. Nessuno assume in più se non ha lavoro in più da far fare. Ma se viene offerta la possibilità di realizzare, a condizioni più che favorevoli, quello che le imprese chiamano il ricambio organico del personale, perché rifiutarla? Questo è lo scopo vero del Jobact: un gigantesco scambio di manodopera tra chi ha più e chi ha meno diritti e salario. Come più di cento anni fa, quando i braccianti venivano cacciati dalla terra che avevano coltivato, perché agrari e baroni reclutavano gente più povera disposta a subire condizioni peggiori. Non solo il Jobact non fa nulla contro la disoccupazione, ma anzi proprio per funzionare ha bisogno di una massa ricattabile di senza lavoro, senza i quali le sue norme resterebbero lettera morta.
Alla fine l’occupazione complessiva sarà ancora minore, come già sapientemente prevede la Confindustria, ma quella rimasta somiglierà molto di più a quella che lavora oggi in Cina rispetto a quella che aveva conquistato diritti e dignità in Italia. Le imprese rimaste festeggeranno per i maggiori profitti, mentre il lavoro sarà sottoposto alla schiavitù di un Medio Evo tecnologico. A questo punto non serve aggiungere altre parole. Ogni atto del governo Renzi rappresenta una coerente azione di restaurazione sociale. Non si colpisce solo il lavoro, ma la scuola, la sanità, i servizi pubblici, mentre si rafforzano le spese Napolitano e Renzimilitari. Quando si interviene, come all’Ilva, lo si fa per permettere alle multinazionali cui verrà ceduta di risparmiare i costi del risanamento e degli investimenti. Tutte le riforme politiche proposte stravolgono principi e libertà costituzionali.
Ma a questo punto continuare a rimproverare a Renzi e a Giorgio Napolitano, che ne è il primo sostegno, di fare quello che dichiarano di voler fare non serve a niente. Il governo Renzi è la personalizzazione della distruzione della Costituzione Repubblicana, è nato e opera per questo. Rappresenta una classe dirigente italiana che ha deciso che il sistema sociale e democratico del dopoguerra non possa più essere mantenuto, di fronte ai vincoli della Troika e della finanza globale. O si contestano quei vincoli, euro compreso, o si insegue il modello del capitalismo selvaggio senza vincoli. Renzi e Napolitano hanno scelto di essere fino in fondo fedeli esecutori di quei vincoli, per questo oggi son avversari di tutto ciò che nellastoria italiana ha significato progresso sociale e democratico. Renzi e Napolitano hanno scelto e chi si oppone a questa loro scelta deve essere altrettanto intransigente e rigoroso. Altrimenti la coerenza reazionaria del governo sarà la sola devastante forza in campo.

Licio Gelli: “Provo una certa soddisfazione nel vedere il popolo morire”

Licio Gelli: “Provo una certa soddisfazione nel vedere il popolo morire”


licio gelli
-Redazione- Si riaffaccia il Gran Maestro Venerabile.

 A 96 anni Licio Gelli dice ancora la sua. Lo fa parlando col Fatto Quotidiano, a cui consegna una frase destinata a far discutere: "Non le nascondo che vedo, con una certa soddisfazione, il popolo soffrire. Non mi fraintenda: non sono felice di questa situazione. Sono felice, invece, che vengano sempre più a galla le responsabilità della politica".
 Così il Venerabile Maestro della Loggia P2, secondo il quale "probabilmente solo un tributo di sangue potrà dare una svolta, diciamo pure rivoluzionaria a questa povera Italia".
 Gelli, dopo le affermazioni tra il sadico e il proto-golpista, boccia il premier Matteo Renzi (che fu definito da Beppe Grillo il boy scout di Gelli).
"E' un bambinone – sentenzia il Venerabile maestro". E' "pieno di parole e molto ridotto di fatti. Non è destinato a durare a lungo". Sulle sue riforme (legge elettorale e Senato) afferma: "Sono goffe". Però, sornione, aggiunge che limitare le funzioni del Senato è un'idea presente nel "Piano R., di Rinascita nazionale. Prevedeva una serie di norme e riforme che avrebbero potuto creare i fondamenti per uno Stato più efficace".
 Secondo Gelli il fenomeno-Renzi è "parzialmente italiano", poiché "mi risulta chefra i suoi mentori ci siano persone che vivono a Washington. E' circondato però da mezze tacche: gli ex lacchè di Berlusconi".

Padoan Diventa Veggente :La recessione scomparira’ nel 2015,Tornera’ la crescita

Padoan  Diventa Veggente :La recessione scomparira’ nel 2015,Tornera’ la crescita

Padoan la recessione scomparira  nel 2015  tornera  la crescita


 Strasburgo, 12 gen. - La recessione "purtroppo in Italia c'e' da tre anni ma nel 2014 si e' affievolita e nel 2015 scomparira'". Lo ha detto al Parlamento Europeo di Strasburgo il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan. "La disoccupazione purtroppo e' cresciuta - ha aggiunto - perche' segue sempre l'andamento della crescita in tutti i sensi.
  Quindi - ha concluso il ministro - la crescita riprendera' e l'occupazione migliorera' nei prossimi mesi". Meno di due settimane dopo la fine del semestre di presidenza italiana del Consiglio Ue, e' tempo di bilanci per il governo. Il bilancio, ha anticipato Padoan al suo arrivo nella sede dell'assemblea, e' "molto positivo sia in termini di risultati specifici e concreti e di misure decise ma anche per l'impronta sul dibattito e sulle priorita' della nuova Commissione", in particolare per quanto riguarda "crescita, investimenti e occupazione: sei mesi fa - ha aggiunto il ministro - non eravamo a questo punto. Penso che abbiamo fatto passi avanti anche se molto resta ancora da fare". Domani, a riepilogare i risultati del semestre sara' il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Il debito pubblico italiano e' "elevato" e "aumentera' nel 2015", per "cominciare a diminuire l'anno prossimo". Ma, ha aggiunto il ministro dell'Economia rispondendo a Strasburgo alle domande degli europarlamentari della Commissione Affari economici, "e' assolutamente sostenibile", anzi, "a lungo termine secondo gli indicatori della Commissione e' fra i piu' sostenibili". Potra' "diminuire rapidamente" a partire dal 2016 "se la dinamica dei prezzi nell'Ue e soprattutto nell'Eurozona tornera' vicina ai livelli normali, cioe' al 2% di inflazione".
  Inoltre, ha aggiunto il ministro, "le riforme strutturali introdotte danno linfa vitale alla crescita a lungo termine".- La deflazione nell'Eurozona "e' pericolosamente vicina soprattutto in alcuni paesi", ma il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan e' fiducioso "che la Banca centrale europea prendera' le misure appropriate entro pochi giorni". Padoan ritiene che "sia importante che si continui a lavorare per un euro solido, unito, in cui tutti i paesi contribuiscono ciascuno per la sua parte". L'anno appena iniziato, ha aggiunto riferendosi alle difficolta' della Grecia, "in termini di crescita andra' meglio del precedente per tutti, e questo aiutera' anche la sostenibilita' del debito".

lunedì 12 gennaio 2015

Spaventare la Francia: ieri il petroliere, oggi il banchiere

Spaventare la Francia: ieri il petroliere, oggi il banchiere


Certo, c’è ingombro grottesco e mediatico degli jihadisti fanatici, i tagliagole che – nessuno lo ricorda mai – sono stati incoraggiati, protetti, armati e finanziati dall’Occidente e dagli alleati occidentali del Golfo. E si parla come sempre anche dell’immancabile Mossad, campione mondiale della strategia della tensione per sabotare la democrazia in ogni angolo del pianeta. Ma se il principale bersaglio della strage di Parigi fosse un banchiere? Tra le vittime freddate nella redazione di “Charlie Hebdo” c’è infatti anche il professor Bernard Maris, economista e dirigente della Banca di Francia, protagonista di una clamorosa denuncia dell’austerity europea messa in atto dall’oligarchia che tutela il sistema bancario. La morte di Maris segue di pochi mesi quella di Christope de Margerie, numero uno della Total, scomparso il 20 ottobre scorso in uno strano incidente all’aeroporto di Mosca. De Margerie era stato protagonista di un vigoroso braccio di ferro contro le sanzioni da imporre alla Russia: il capo della Total voleva il dialogo, a tutti i costi. Dialogo che lo stesso Hollande aveva provato a riaprire, proprio alla vigilia della strage di Parigi, ipotizzando la revoca delle sanzioni contro Putin.
Marco della Luna esplora l’ipotesi della “strage al-banqaidista”, cioè compiuta come “bank aid”, come soccorso allebanche, avente come bersaglio effettivo proprio Maris. Che «mai aveva offeso Allah», ma in compenso aveva attaccato ben altre Bernard Marisdivinità, interamente europee: «Con le sue ricerche e pubblicazioni, minacciava gli interessi dei creditori-usurai (soprattutto franco-tedeschi) e l’imperialismo finanziario di Berlino in Europa, spiegando che i debiti pubblici sono ingiusti, insostenibili e vanno parzialmente condonati», Soprattutto, continua Della Luna nel suo blog, Maris «aveva confutato e ridicolizzato i dogmi della falsa fede su cui si regge il potere e il profitto dei grandi banchieri: il globalismo, il neoliberismo, la creazione privata del danaro bancario e la mancata registrazione contabile di questa creazione da parte delle banche», quindi anche «la conseguente evasione fiscale per centinaia di miliardi l’anno». Lo stesso Della Luna aveva denunciato il fenomeno in diversi saggi, insieme a Marco Saba, Carlo Sibilia, Nino Galloni e Nicoletta Forcheri: i bilanci delle banche sono falsi, perché non registrano come “attivo” la creazione monetaria.
Lo ha dimostrato il professor Richard Werner, in un recente “paper” ufficiale della Bank of England. Werner, che insegna all’università di Southampton, spiega che i prestiti bancari avvengono senza che la banca disponga del denaro che presta, mentre la banca si presenta come intermediaria del credito, basandosi su una massa di depositi. “Smontata” da Werner anche l’altra dottrina, quella della “riserva frazionaria”, secondo cui la banca, per prestare, attingerebbe alle proprie riserve presso la banca centrale. «Che le banche creino “ex nihilo” il grosso del “money supply”», continua Della Luna, «era stato anticipato il 26 marzo scorso da un “paper” della Bank of England, che ha spiegato come le banchecreino la moneta bancaria con l’atto e nell’atto del prestarla, “by lending it into existence”, non preesistendo quanto prestato all’atto del prestare». Bernard Maris, sostiene Della Luna, faceva parte di questa comunità internazionale di economisti impegnati per un risveglio democratico Christophe de Margeriedell’economia in Europa, denunciando gli abusi del sistema e le menzogne del potere Ue che impone il declassamento dei cittadini, mendiante austerity e smantellamento dello Stato, privatizzazioni selvagge, precarizzazione del lavoro.
La vittima numero uno della tenaglia europeista è lo Stato, visto come “sindacato dei cittadini”, in quanto “prestatore di ultima istanza”. Con l’euro, questa vitale funzione dello Stato è completamente disabilitata: sono solo le banche a “creare denaro dal nulla”, denaro che però non è più “pubblico”, è privato, costa carissimo (debito pubblico) e arricchisce soltanto l’élite finanziaria. Bernard Maris l’aveva denunciato in modo chiaro, attraverso “Charlie Hebdo”. Se ora si aggiunge la sua morte a quella del patron della Total, si può leggere un chiaro disegno per colpire la Francia di Hollande? Secondo Gioele Magaldi, autore dell’esplosivo libro-denuncia “Massoni”, che indica in alcune superlogge mondiali i mandanti dei peggiori crimini, Hollande – che pure si era fatto eleggere per porre fine all’austerity – ha bruscamente riallineato la sua politica al rigore Ue perché sarebbe stato personalmente minacciato di morte. Quando il terrorismo è opaco e manipolato, i boia si assomigliano tutti. E i media mainstream evitano di ricordare che proprio l’Occidente ha “coltivato” i peggiori tagliagole, dall’Afghanistan all’Iraq, passando per la Libia e la Siria. Macellai perfetti, per silenziare un banchiere scomodo e un petroliere di Stato? Perfetti, sicuramente, per terrorizzare la Francia di Hollande, architrave della traballante Ue. Il clima di “guerra” può far digerire ai francesi la disciplina sociale della crisi, e anche il clima di militarizzazione del mondo su cui gli Usa stanno investendo incessantemente, nella loro pericolosa geopolitica del caos che non esita a reclutare i “nemici della civiltà”.