mercoledì 28 gennaio 2015

Grazie alla crisi, l’1% sta per superare in ricchezza il 99%

Grazie alla crisi, l’1% sta per superare in ricchezza il 99%


La ricchezza oggi è insaziabile. Premia sempre di più coloro che hanno già tutto, e toglie ancora di più a coloro che non hanno quasi niente. Alla vigilia del World Economic Forum di Davos, la Ong Oxfam ha pubblicato il rapporto annuale “Grandi disuguaglianze crescono”, che aggrava lo scenario tracciato solo un anno fa. All’inizio del 2014 Oxfam aveva calcolato che 85 persone possedevano la ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale, un dato choc che è stato ultra-citato in questi mesi a controprova del livello di estrema diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza e che oggi la lotta di classe esiste, e l’hanno vinta i ricchi. Le nuove stime, effettuate sui dati del Credit Suisse, ricalcolano il numero dei miliardari che nel 2013 possedevano la stessa ricchezza del 50% più povero, e attesta che oggi il loro numero esatto è 92 e non più 85. Oxfam fa una previsione: nel 2016 la ricchezza dell’1% della popolazione mondiale supererà quella del 99%, rendendo obsoleto persino lo slogan del movimento di Occupy Wall Street.
L’1% dei super-ricchi possiede oggi il 48% della ricchezza globale e lascia al restante 99% il 52% delle risorse. Questo 52% è, a sua volta, posseduto da 20% di “ricchi”. Il restante 80% si deve arrangiare con il 5,5% delle risorse. Dal 2010, spiega il Bill Gatesrapporto, gli 80 ultra-miliardari della lista stilata da “Forbes” (primo Bill Gates, secondo Warren Buffett, terzo Carlos Slim, quindicesimo Mark Zuckerberg; primo tra gli italiani Michele Ferrero e famiglia) hanno visto le loro ricchezze moltiplicarsi con l’esplosione della crisi globale. Cinque anni fa detenevano una ricchezza netta pari a 1.300 miliardi di dollari. Oggi contano su 1.900 miliardi di dollari. Un aumento di 600 miliardi di dollari, il 50% in termini nominali. Oxfam segnala inoltre una lotta tra i ricchi, visto che il loro numero è diminuito dai 388 del 2010 agli attuali 92 che detengono il volume equivalente alla ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale. Tre miliardi e mezzo di persone si dividono dunque il totale della ricchezza posseduta da queste persone.
Nell’élite elencata da “Forbes” c’erano 1645 miliardari nel 2014. Il 30% (492 persone) sono cittadini statunitensi, oligarchi russi, nuovi ricchi cinesi, finanzieri come George Soros e i principi sauditi. Più di un terzo di queste persone ha ereditato, e non prodotto, la ricchezza che detiene, segno che il capitale di produce verso l’alto e non allarga la base della piramide. Il 20% di questi ricchi ha interessi nei settori finanziario o assicurativo dove la ricchezza è aumentata da 1.010 miliardi di dollari a 1.160 miliardi in un solo anno. Nel frattempo sono cresciuti i miliardari che operano nel settore farmaceutico e sanitario. Nel club sono entrati in 29 con un aumento del 47% della ricchezza collettiva, passata da 170 miliardi a 250 miliardi di dollari. I campi Michele Ferrerobiopolitici della cura o della prevenzione delle malattia, così come quello dell’assicurazione contro i rischi, costituiscono uno dei principali fattori dell’accumulazione.
Lo strumento principale per ottenere tale risultato è il lobbismo, una modalità alla quale lafinanza e le imprese ricorrono per ottenere benefici dalla politica e dagli Stati. Nel 2013, solo negli Usa, il settore finanziario ha speso oltre 400 milioni di dollari per fare lobby. Nell’Unione Europea la stima è di 150 milioni di dollari. Nel vecchio continente, tra il 2013 e il 2014, i super-ricchi sono aumentati da 31 a 39 con una ricchezza pari a 128 miliardi. Un’élite di oligarchi globali contro un mondo di working poors e poverissimi. Sono dati che smentiscono, una volta in più, la pseudo-teoria neoliberista del “trickle-down” (lo “sgocciolamento”). La ricchezza di pochi non traina lo sviluppo capitalistico né la redistribuzione delle ricchezze. Anzi, aumenta le diseguaglianze. Sono sette le proposte di Oxfam per invertire questa tendenza: contrasto all’elusione fiscale, investimenti in salute e istruzione pubblica e gratuita; redistribuzione equa del peso fiscale; introduzione del salario minimo e di salari dignitosi per tutti; parità di retribuzione, reti di protezione sociale per i poveri, lotta globale contro la diseguaglianza. Un’agenda in fondo minimalista per provare a rovesciare la direzione della lotta di classe dal basso verso l’alto.

martedì 27 gennaio 2015

Vogliono acqua, luce e gas: soldi a palate, e il Pd obbedirà

Vogliono acqua, luce e gas: soldi a palate, e il Pd obbedirà


Acqua, luce, gas. Perché il Pd vuole privatizzare i servizi pubblici fondamentali? Perché gliel’hanno ordinato gli speculatori: la finanza ci guadagna di più e non rischia niente. Ecco il motivo dell’invocata modifica del Titolo V della Costituzione, che tuttora affida agli enti locali il controllo delle reti di distribuzione. Tutto iniziò con Franco Bassanini, attuale presidente della Cdp, la Cassa Depositi e Prestiti. Già socialista, poi transitato al Pds: fu lui, ricorda Paolo Barnard, a sferrare il primo storico attacco alla gestione pubblica dei servizi degli enti locali, le “utility”. Risultato: la legge 267 del 2000, figlia del lavoro svolto negli anni ‘90 da questo tecnocrate europeista. Bassanini «obbediva al già infame trattato Gats dell’Organizzazione Mondiale del Commercio di Ginevra», cioè il trattato del Wto che «mirava a mettere nelle mani degli speculatori internazionali (cioè privatizzare) i tuoi servizi essenziali, come scuola, sanità, assistenza sociale, cimiteri, anagrafe, acqua, luce, gas». Poi il Gats «si è impantanato», ma niente paura: oggi rientra dalla finestra col nome di Tisa ed è collegato al Ttip, il Trattato Transatlantico sul commercio.
Dopo le “limature” di Prodi e D’Alema alla fine degli anni ’90, continua Barnard, oggi Renzi «vuole portare la stoccata finale alla privatizzazione dei servizi enti locali». Domanda: «Ma perché tutta ’sta furia del Pd (coccige di Wall Street) a fare ’ste Bassanini“riforme”?». La risposta è persino banale: «Gli investitori sanno da tempo che investire in un servizio “utility” rende molto di più e si rischia molto di meno che investire nelle banche». Per la precisione, «significa che uno speculatore/investitore americano o russo o cinese guadagna molto di più, e rischia 9 volte di meno!, a investire nell’acqua o nel gas di un Comune che li privatizza piuttosto che a investire in Unicredit o Intesa o Bank of America o Bnp Paribas o Deutsche Bank». Non ci credete? «Non credete che mettere 1 milione di dollari sull’acqua sia mooolto meglio che metterli nelle super-potentibanche?». Il modello, continua Barnard, viene ovviamente dall’America: «Le “utility”, cioè proprio i servizi locali di acqua, luce e gas, hanno garantito agli investitori americani degli utili dall’80% al 50% di media!».
Rendimenti stellari, se paragonati ai settori finanziari classici, le mega-banche: ai suoi investitori, Jp Morgan ha garantito il 30%, mentre Bank of America «un miserabile 4%», e un colosso come Citigoup «un’agonia dello 0,9%». Senza contare i debiti, naturalmente: «Imparate che il rapporto fra i debiti di una banca e il suo capitale (azioni) si chiama “leverage ratio”. Più alto è il debito e più basso è il capitale, più c’è “leverage” (rischio). Gli investitori hanno sempre guardato a questo rapporto debiti-capitale quando hanno messo soldi in banche o in “utility”. Oggi – aggiunge Barnard – la realtà che gli Stati Uniti hanno insegnato all’Europa è che chi investe in banca si becca in media un “leverage” di 1 di capitale contro 10 di debiti, mentre, e qui sta il punto dei punti, chi investe in “utilities” si becca un rischio 9 volte inferiore, oltre che molti più utili». Il nostro problema? «Il rapido Renzi scondinzola», quindi «noi cittadinisiamo fottuti», visto che «qui si chiude il cerchio maledetto: la finanza ordina, il Pd obbedisce». Disposizione chiara: via il Titolo V, per poter privatizzare le “utility”. Coi più sentiti ringraziamenti, da parte degli speculatori, agli italiani che hanno votato Pd.

Taglio alle pensioni in vista,Tito Boeri all'Inps

Tito Boeri all'Inps, taglio alle pensioni in vista


Immagine tratta da Dagospia

Che ci fa un professore della Bocconi (un altro...), presidente della Fondazione Debenedetti, editorialista di Repubblica, fondatore de Lavoce.info, ex senior economist dell'Ocse e tante altre cose alla presidenza dell'Inps?
A prima vista arriva a restituire normalità all'ente incaricato di ritirare i contributi previdenziali dalle imprese ed erogare le pensioni, secondo le regole stabilite in passato. Dopo la sciagurata stagione di Mastrapasqua e due commissari straordinari, un presidente autorevole potrebbe sembrare quello che ci vuole.
Il primo sospetto è venuto dalla constatazione della sproporzione evidente tra il curriculum del Boeri più noto (il fratello Stefano, architetto, ha firmato tra l'altro il "recupero" dell'arsenale de La Maddalena per un vertice G8, in regime berlusconiano) e la presidenza di un carrozzone di Stato, decisivo nelle politiche di redistribuzione ma pur sempre un carrozzone di Stato. Uno come lui, insomma, sta sempre nel listino dei candidati a ministro dell'economia...
Poi, dagli articoli dedicati alla nomina dai giornali mainstream, è cominciata a trapelare qualche ragione meno peregrina. Al Corriere della Sera, per esempio, si sono ricordati con affetto di quel che alcuni anni fa era stato un lavoro scientifico del prof. Boeri giudicato forse a torto "minore": il meccanismo di "ricalcolo" delle pensioni.
Ai profani può sembrare in effetti poca cosa, ma il meccanismo tecnico disegnato - in via d'ipotesi, per carità - da Boeri era incardinato dentro un'idea di riforma complessiva del sistema pensionistico pubblico. In pratica, Boeri si è segnalato in campo pensionistico per l'idea di ricalcolare le pensioni in essere interamente con il sistema contributivo, superando la stratificazione normativa - e monetaria - creata dal tempo della "riforma Dini" (1995).
Un'altra riforma delle pensioni è del resto stata più volte evocata come "necessaria" in ambito governativo e confindustriale, ma subito le voci sono state silenziate, perché facevano sembrare il governo Renzi un po' troppo simile a tutti quelli precedenti, specie all'odiatissimo Monti-Fornero, e stavolta pure senza alcuna lacrima dietro il sorriso strafottente.
L'idea di Boeri ha invece il pregio di apparire soltanto un "dettaglio tecnico", non proprio una "riforma". Consentirebbe grandi risparmi sulla spesa pensionistica senza dover allungare ulteriormente l'età pensionabile (67 anni sono un limite che per il momento neanche la Merkel chiede di superare).
Come? Tagliando gli assegni alle pensioni già in essere. Il ragionamento è semplice quanto omicida: se si "ricalcola" l'assegno pensionistico - di quelli che già si sino ritirati dal lavoro come di chi ci andrà in futuro, da qui all'eternità - secondo il sistema contributivo (in base cioé ai contributi effettivamente versati) si ottiene una riduzione più o meno drastica della cifra erogata. DIpende da quanti anni di servizio sono stati calcolati fin qui col "retributivo" e naturalmente dall'entità dei contributi versati annualmente (in proporzione allo stipendio).
A venir falciati in misura maggiore sarebbero dunque gli assegni attualmente pagati ai pensionati che hanno avuto tutta la loro carriera calcolata col retributivo (diciamo quelli che si sono ritirati dal lavoro fino a una decina di anni fa, grosso modo). A seguire ci sarebbe un taglio sostanzioso per quanti, all'epoca della "Dini", si sono visti spezzare la carriera in due periodi (una prima parte col "retributivo" e una seconda col "contributivo"). In linea teorica - ma non ci giureremmo - nulla cambierebbe per quanti già ora sanno che la loro vita lavorativa sarà compensata con una pensione da fame, quantificata in base al solo "contributivo". Constatiamo però che in campo pensionistico non sembra esistere limite alle riduzioni possibili; quindi anche i giovani attualmente al lavoro (quelli che hanno "la fortuna" di avercelo) potrebbero vedersi amputare parti più o meno consistenti dei quattro soldi che avranno a fine carriera (già ora è sotto attacco il Tfr...).
Insomma: una nomina che è tutto un programma. Di rapina.

lunedì 26 gennaio 2015

Elezione presidente della Repubblica, Zoggia (Pd): «Un errore la scheda bianca nei primi tre voti»

Elezione presidente della Repubblica, Zoggia (Pd): «Un errore la scheda bianca nei primi tre voti»



Il deputato bersaniano critica la strategia renziana. E su Prodi, rilanciato da Civati, frena: «La mia disponibilità c'è, ma non basta. Serve prima un largo consenso»

Elezione presidente della Repubblica, Zoggia (Pd): «Un errore la scheda bianca nei primi tre voti»


Con un partito lacerato alle spalle, Matteo Renzi ha bisogno di compattare i gruppi parlamentari democratici per evitare l’ombra di “imboscate” in Aula nella partita a scrutinio segreto per l’elezione del presidente della RepubblicaEppure, le minoranze dem restano critiche. All’assemblea del gruppo di Montecitorio con il premier, con l’ex segretario Pier Luigi Bersani assente, è stato il “fedelissimo” Davide Zoggia a contestare l’indicazione divotare scheda bianca per i primi tre scrutini, annunciata dall’ex sindaco di Firenze. «Secondo me è un errore non cercare subito l’unità in Parlamento, fin dal primo voto. Anche perché arrivare alla quarta votazione senza un nome potrebbe creare fibrillazione nei gruppi parlamentari».

Guardiola prepara l'addio al Bayern "Allenare qui è stato un sogno"

Guardiola prepara l'addio al Bayern
"Allenare qui è stato un sogno"





«Sono stato molto felice come allenatore qui, è stato un sogno per me»: il tecnico catalano parlando a un club di tifosi di Greding, cittadina bavarese vicino Ingoldstadt, ha usato solo il passato.

«Guardiola pensa già al divorzio?», titola Bild, che parla di una «irritante» presenza del tecnico alla serata dei tifosi. «È stata una grande sfida, per me, mia moglie e i bambini - ha detto Guardiola, parlando della richiesta del presidente del club Karl Heinz Rummenigge di discutere il rinnovo del contratto già da questa estate -. Non importa cosa succederà, ma qui al Bayern ho vissuto un gran periodo».

Golpe in vista, gli Usa si preparano a rovesciare l’Ungheria

Golpe in vista, gli Usa si preparano a rovesciare l’Ungheria


Il clima è teso, a Budapest. Non è la prima volta che avvengono proteste contro il governo per le strade della capitale in cui tutti urlano in coro “Più democrazia!” e “Orban, vai via!”. L’ultima dimostrazione ha avuto luogo il 2 gennaio. La prossima è in programma per il 1° febbraio – il giorno della visita di Angela Merkel. Gli oppositori di Viktor Orban dicono di voler mostrare al cancelliere tedesco che gli ungheresi scelgono l’Europa e non l’Asia (intendendo la Russia). Al di là dei fallimenti economici, l’opposizione accusa il primo ministro di “abuso geopolitico” per il suo legame con l’Est, includendo i piani intesi a sviluppare una cooperazione con la Russia e la Cina. La Russia è un importante punto di commercio per l’Ungheria e un partner economico fuori dall’Ue. Entrambi i paesi hanno firmato un accordo sulla struttura generale delle due nuove unità da costruire dell’impianto di energia nucleare Paks situato a 100 chilometri da Budapest. L’impianto è responsabile del 42% dell’energia totale prodotta nel paese.
L’Ungheria ha firmato un accordo dal credito di 10 miliardi di euro con la Russia per un potenziamento di Paks. Per la restituzione del prestito è stato stabilito un periodo di 21 anni. Dall’inizio l’Ungheria prese una posizione molto cauta riguardo Viktor Orban potrebbe essere rovesciatoalle sanzioni contro la Russia imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. Secondo Orban, l’Europa «si è tirata la zappa sui piedi da sola» con le misure punitive. Il primo ministro ungherese ha appoggiato il South Stream. Ha espresso il suo pentimento riguardo al fatto che il progetto di conduttura del gas sia diventato preda dei meccanismi geopolitici in atto. Ha criticato duramente l’Ue: ad esempio, ha affermato che «il progetto che chiamiamo Unione Europea è in fase di stallo». Da fedele cattolico e padre di cinque figli, rifiuta la libertà di rapporti sessuali non tradizionali diffusi inEuropa e si dichiara a favore dei valori della famiglia tradizionale.
Gli Stati Uniti non ci hanno messo tanto a rispondere. Il senatore John McCain ha detto che l’Ungheria è un «paese importante», in cui Orban ha concentrato troppo potere nelle sue mani. Successivamente, a sei individui ungheresi presumibilmente coinvolti nella corruzione e vicini al primo ministro, è stato vietato di entrare negli Stati Uniti. La riconciliazione di Budapest con Pechino ha causato una reazione negativa da parte di Washington. L’Ungheria è una zona strategica per la collaborazione tra Cina ed Europa, affermò il ministro degli esteri cinese Wang Yi quando incontrò la controparte ungherese Peter Szijjàrtò in ottobre. Budapest è la zona del Centro Europa più interessata dagli investimenti cinesi (attorno ai 4 miliardi di dollari). Il ministro degli esteri della Cina pose particolare attenzione sul fatto che il legame di Orban con l’Est corrisponde perfettamente alla diplomazia cinese “New Silk Road”. Il ricavo derivato dal commercio tra Cina e John McCain, specialista dei "regime change"Ungheria è aumentato di 6 volte. Washington ha quindi deciso che Budapest stava andando fuori controllo e non stava rispettando le regole stabilite per i membri della comunità euro-atlantica.
I leader del movimento di opposizione al governo hanno affidato le loro speranze a Gyurcsàny Ferenc, il leader della cosiddetta Coalizione Democratica, che non ha mai cercato di rovesciare l’attuale governo: «Se questo regime non viene rovesciato, prima o poi ci seppellirà con sé», ha affermato. «La democrazia parlamentare ungherese è morta, tutto ciò che ci rimane è democrazia e resistenza diretta», disse alla festa post-conferenza tenutasi a Budapest a novembre. L’incaricato d’affari statunitense in Ungheria, Andrè Goodfriend, fu visto tra i rivoltosi. Quando gli fu chiesto un parere riguardo ai 6 ungheresi a cui fu vietato di entrare negli Stati Uniti, rispose che troppe persone appartenenti al partito di Orban erano coinvolte nella corruzione. Secondo lui, questo avvenimento ha avuto un impatto del tutto negativo sulle relazioni tra Stati Uniti e Ungheria. Gli organi di stampa occidentali affermano apertamente Goodfriend, l'uomo Usa a Budapestche l’Ungheria potrebbe seguire l’Ucraina e affrontare un cambio di regime vista la propensione di Orban in senso dittatoriale, vedendo abusi di potere diventare una moda allarmante.
La Germania aspira a una supremazia regionale nell’Europa centrale e orientale. Quando si tratta dell’Ungheria, infatti, la Germania gioca a tutt’un altro gioco. Forse la visita di Angela Merkel in Ungheria il 1° febbraio diventerà un passo in più per realizzare quel tipo di politica. La dottrina dell’Atlantismo che prevale negli Stati Uniti e in Europa ha fatto in modo che i paesi dell’Europa centro-orientale – Ungheria, Repubblica Ceca, Bulgaria, Serbia, Slovacchia – stessero lontani dalla cooperazione dell’Eurasia, nonostante la convenienza fosse più che ovvia. Questi Stati devono allineare le loro attività all’obiettivo di dominio statunitense in Europa. La “Transatlantic Trade and Investment Partnership” (Ttip) è il nuovo strumento per fare in modo che la missione vada a buon fine. L’Ungheria sta per assistere a drammatici eventi, che potrebbero prendere il sopravvento. Né la Nato e né i membri dell’Ue garantiscono agli Stati europei che non ci saranno attentati mirati a rovesciare il governo, in caso vadano oltre i limiti stabiliti per l’indipendenzapolitica.

venerdì 23 gennaio 2015

Doppie poltrone in Parlamento, rivincita di Cantone su ordini professionali

Doppie poltrone in Parlamento, rivincita di Cantone su ordini professionali


Doppie poltrone in Parlamento, rivincita di Cantone su ordini professionali

Mossa a sorpresa del presidente dell'Anticorruzione, che cancella la delibera del 9 gennaio e ne scrive una nuova. L'Autorità potrà intervenire sugli enti di categoria bocciando per chi è già onorevole gli incarichi che comportino anche compiti di gestione

Ennesimo colpo di scena nel braccio di ferro tra ordini professionali e Autorità anticorruzione. La partita sulle doppie poltrone dei presidenti di ordini che siedono anche in parlamento, che sembrava definitivamente chiusa con la vittoria delle lobby professionali, si è infatti riaperta grazie a una nuova delibera del presidente dell’Anac Raffaele Cantone. Con il nuovo atto, che annulla il precedente del 9 gennaio, Raffaele Cantone obbliga gli ordini a verificare la presenza di “deleghe gestionali dirette” nell’incarico dei loro presidenti e di rimuovere l’incompatibilità che queste deleghe comportano con la carica parlamentare. Ovvero, più semplicemente, li obbliga a non rinnovare le presidenze se queste non equivalgono a sole funzioni di indirizzo politico, ma sono assimilabili ad un ruolo amministrativo. Gli ordini hanno 90 giorni di tempo trascorsi i quali l’Anticorruzione potrà procedere con le sanzioni.
La nuova delibera di Cantone risponde direttamente al Presidente dell’Ordine dei Farmacisti Andrea Mandelli, senatore di Forza Italia, che ha sollevato la questione all’Anac. “Nel caso sottoposto all’attenzione dell’Autorità, si tratta di accertare la specifica posizione ricoperta all’interno degli organi elettivi degli ordini professionali e, in particolare, se l’incarico di presidente dell’Ordine dei Farmacisti comporti deleghe gestionali dirette” è scritto nella delibera. Il tema è esattamente quello sollevato dal deputato 5 stelle Massimo Baroni, che aveva definito “deludente” e “sconcertante” la precedente delibera dell’Anticorruzione che rimandava esclusivamente al Parlamento il compito di decidere in merito all’incompatibilità degli incarichi
La nuova delibera, che annulla la precedente, chiarisce definitivamente il punto. L’Anticorruzione non può intervenire sull’incompatibilità parlamentare (a causa di un “vulnus” della legge, che cita solo cariche elettive regionali e locali) ma può farlo sul fronte degli ordini professionali. Ovvero non può decidere che i parlamentari coinvolti nell’affaireAndrea Mandelli (Fi) e  Luigi d’Ambrosio Lettieri (Fi), rispettivamente presidente e vicepresidente della Federazione nazionale dei farmacisti, Annalisa Silvestro (Pd), presidente della Federazione degli infermieri e Amedeo Bianco (Pd), presidente della Federazione dei Medici, lascino la loro poltrona da senatori. Ma può vigilare sugli ordini perché non rinnovino le loro cariche da presidente se queste prevedono anche mansioni gestionali.
“L’Anac è tenuta ad esercitare la vigilanza sul rispetto delle norme ivi previste da parte delle pubbliche amministrazioni”, è scritto nella delibera. “Non ha, invece, alcun potere di accertamento e contestazione delle cause di incompatibilità… che riguardino la permanenza in carica di un parlamentare, poteri riservati alla Camera di appartenenza”. La prossima mossa ora spetta agli ordini e ai loro presidenti, che per salvare le loro doppie poltrone dovranno dimostrare di non avere cariche gestionali “dirette” all’interno degli ordini che guidano.