giovedì 10 settembre 2015

Sfruttati da Amazon, sono i nuovi schiavi del XXI secolo

Sfruttati da Amazon, sono i nuovi schiavi del XXI secolo


Un articolo dell’“Huffington Post” interviene sulla polemica fra il “New York Times” e il boss di Amazon, Jeff Bezos, innescata dal recente servizio che il prestigioso quotidiano ha pubblicato sulle spaventose condizioni di lavoro che il colosso globale del commercio online impone ai propri dipendenti. Il tema non è nuovo (anche in Europa ci sono state denunce del fenomeno e diverse vertenze sindacali) ma il pezzo dell’“Huffington Post” arricchisce il dossier di alcuni particolari raccapriccianti, come i “processi” nei confronti dei dipendenti “pigri” (spesso istruiti in base alla delazione di qualche collega, pratica che viene sistematicamente incoraggiata e premiata dalla direzione), laddove il concetto di pigrizia è ben definito da una ex dipendente: «Se non sei in grado di dare assolutamente tutto per 80 ore settimanali, vieni classificato come un peso da scaricare». E ancora: dipendenti malati di cancro rimproverati per il loro scarso rendimento, e via di questo passo. Ma in fondo non c’è motivo di stupirsi. Infatti, come recita giustamente il titolo dell’articolo, “Amazon si è limitata a perfezionare ciò che la cultura americana del lavoro ha creato”.
Un concetto ribadito da Sydney Finkelstein, un docente di management che dichiara all’autrice del pezzo: «Amazon sta perfezionando il modello di business americano: lavorare giorno e notte: loro rappresentano la punta di diamante che traccia il Jeff Bezos, di Amazonfuturo del lavoro nel nostro paese, ci fanno vedere cosa ci aspetta e non è un bel vedere». Ma non si era detto che le condizioni dellavoro nell’industria hi tech sono le migliori che un lavoratore possa sognare? Chi non ricorda le descrizioni entusiastiche di un ambiente dilavoro come il Googleplex, cuore dell’impero del motore di ricerca? La verità è che il panorama è assai variegato e le condizioni possono variare significativamente da un’impresa all’altra, come ricorda l’articolo di cui mi sto qui occupando.
Articolo che però omette di chiarire come le condizioni, più che in relazioni alle politiche aziendali, cambino in relazione all’appartenenza ai diversi strati di lavoratori: da un lato, una minoranza di privilegiati (che spesso hanno, fra gli altri, il compito di studiare come aumentare la produttività dei colleghi “meno meritevoli”), dall’altro lato una maggioranza di addetti a mansioni esecutive (non a caso i lavoratori più schiavizzati da Amazon sono gli addetti ai magazzini di stoccaggio delle merci) che sono oggetto di tassi feroci diAmazon magazzinisfruttamento. Una stratificazione di classe che emerge anche dai conflitti sempre più frequenti fra élite tecnologiche e lavoratori dei servizi che operano nelle stesse aree geografiche.
Resta solo da aggiungere che Amazon non è un modello solo per le imprese americane ma anche per quelle di tutto il mondo, Italia compresa. Un filo rosso congiunge il viaggio di Matteo Renzi negli Stati Uniti e la sua visita-omaggio ai boss di Silicon Valley con il Jobs Act che sta concludendo in questi giorni il suo iter parlamentare: con la legittimazione del controllo tecnologico a distanza dei lavoratori (ciliegina sulla torta degli altri attacchi ai loro diritti contenuti in quel provvedimento) si apprestano gli strumenti per trasformare anche i nostri operai e impiegati nei nuovi schiavi del XXI secolo.

mercoledì 9 settembre 2015




Straordinaria scoperta a Roma: torna alla luce dimora arcaica del VI secolo a. C.


<p>
<?EM-dummyText Didascalia>

</p>

Scoperta a Roma, nei pressi della Stazione Termini, una dimora arcaica risalente all'inizio del VI secolo a.C. L'antica abitazione, situata all'interno di Palazzo Canevari (l'ex Istituto Geologico) si presenta come una delle più importanti scoperte archeologiche avvenute nella Capitale negli ultimi anni. La scoperta è stata presentata oggi alla stampa dal soprintendente del Colosseo, Museo Nazionale Romano e Area Archeologica di Roma, Francesco Prosperetti.
La struttura è stata rinvenuta questa estate durante gli scavi di archeologia preventiva della Soprintendenza condotti all'interno dell'ex Istituto Geologico diretti da Mirella Serlorenzi. La dimora, e i resti rinvenuti, d imostrano che questa parte della città, in epoca arcaica, non era destinata come si riteneva prima della scoperta soltanto all'uso funerario, ma era abitata. La scoperta della dimora, coeva al circuito delle mura serviane, si aggiunge a quella annunciata nel 2013 che hanno portato alla luce un gigantesco tempio databile all'inizio del V secolo a. C.
"Più di recente, approfondendo lo scavo fino alla quota corrispondente a quella della strada, sono stati ritrovati resti più antichi, quelli della dimora". Si tratta, ha continuato Prosperetti, "di resti di una casa degli inizi del VI secolo a. C., un esempio di architettura arcaica come pochissimi ne restano in questa città".
Il palazzo in cui è stata effettuata la scoperta, in ristrutturazione, è stato acquistato nel 2015 da CdP Immobiliare Srl. (100% Cassa Depositi e Prestiti) e sarà destinato a sede di società del gruppo Cassa Depositi e Prestiti. I resti, comunque, dovrebbero essere offerti alla fruizione del pubblico. E' allo studio, infatti, un progetto di musealizzazione dei reperti con la possibilità di renderli visitabili. "Nulla verrà rimosso e stiamo discutendo il modo in cui potrà essere fruito dal pubblico. Ciò che posso anticipare con certezza è che questi ritrovamenti non saranno reinterrati", ha evidenziato il soprintendente.
I materiali rinvenuti indicherebbero una destinazione domestica, mentre la posizione in una zona elevata della città, le dimensioni, la pianta e la tecnica costruttiva fanno ipotizzare l'appartenenza ad una famiglia di rango. L'eccezionalità della scoperta, ha sottolineato l'archeologa Serlorenzi, consiste nel fatto che "Roma, all'inizio del VI secolo, era molto più ampia di come immaginavamo che fosse prima di quest'ultimo scoperta".
Questo dipende dal fatto "che le ricerche realizzate in maniera massiva dopo l'Unità d'Italia purtroppo hanno cancellato le tracce più labili. Per cui della Roma arcaica o precedente alcune testimonianze sono state spazzate via". Ciò significa, ancor più nel dettaglio, che la maggior parte delle informazioni erano sul "Foro e sull'Area Centrale. Si immaginava che quest'area non fosse abitata. Laddove si fanno scavi di emergenza, nelle poche parti di tessuto antico conservate, si vede che non è così", ha concluso l'archeologa.

Tutti contro tutti, come nel Grande Gioco tra ‘800 e ‘900

Tutti contro tutti, come nel Grande Gioco tra ‘800 e ‘900


«Stenta ad affermarsi un nuovo ordine mondiale inteso come equilibrio stabile fra le potenze: siamo a metà fra un ordinamento monopolare ed uno policentrico». Certo, «c’è ancora una sola superpotenza in grado di intervenire militarmente in ogni parte del mondo», ma in compenso ci sono almeno altre quattro grandi potenze – Russia, Brasile, India e Cina – in grado di «controllare le rispettive zone sub-continentali e di respingere attacchi esterni, anche americani». Ovviamente, gli Usa continuano a lavorare a un progetto monopolare, mentre gli altri, e soprattutto Pechino, puntano ad un progetto multipolare basato su grandi aree continentali controllate ciascuna da una grande potenza. «Qualcosa che somiglia allo scontro fra la supremazia inglese e la sfida tedesca a cavallo fra XIX e XX secolo», secondo Aldo Giannuli, che osserva come il “grande gioco” della geopolitica sia continuamente riscritto, dando luogo a un’attualità tutt’altro che stabile. Da oltre mezzo secolo, peraltro, non si sono più visti scontri aperti tra grandi blocchi, «pena un conflitto nucleare reciprocamente distruttivo». Si ripiega allora sulla “strategia totale”, cioè politica, economica, diplomatica e militare.
Il concetto di strategia, scrive Giannuli nel suo blog, è diventato sempre più onnicomprensivo, inghiottendo l’economia, la ricerca scientifica, il sistema satellitare, la finanza, la propaganda politica, le reti telematiche. Le guerre? Sempre meno Obama e Xi Jinping“aperte”, a carattere militare, e sempre più commerciali, valutarie, finanziarie. «La dimensione militare deve essere coperta: come reagirebbe un paese se il suo confinante rivendicasse un attacco alle sue reti informatiche o un attentato batteriologico? La strada sarebbe aperta verso la guerra dichiarata». Il conflitto “coperto” può anche essere condotto in modo che l’aggredito non sappia con certezza da dove gli viene il colpo e, pertanto, diriga le sue ritorsioni o misure cautelari verso più antagonisti. «E con questo l’aggressore registra già un successo, moltiplicando le situazioni di conflitto dell’aggredito». Conseguenza: la possibilità che il conflitto di interessi riguardi due paesi legati da una alleanza politico-militare ma divisi da rivalità commerciali o da ragioni valutarie. E dunque, il sistema di relazioni internazionali doventerà “a geometria variabile”. «Questo è tanto più probabile che accada in un sistema policentrico e in una situazione in cui non ci sia pericolo di scontro militare imminente».
Per Giannuli, la situazione attuale è esattamente questa: il pericolo di un conflitto militare aperto e generalizzato fra grandi potenze non sembra imminente, mentre si moltiplicano i motivi di contrapposizione fra esse. Sul piano valutario, gli Usa e la Cina sono apertamente in conflitto, i paesi esportatori di materie prime (Russia, India, Brasile) sono esposti al rischio di una guerra monetaria e alle difficoltà di esportare; la Russia è sotto pressione per il blocco commerciale seguito alla crisi ucraina; e Ue e Giappone sono stritolati fra le opposte manovre di Cina edUsa. Pechino e Washington, a loro volta, sono in piena guerra commerciale: conflitto che «sta assumendo anche una dimensione di deterrenza militare da parte degli Usa che, a novembre 2011, hanno realizzato una sorta di accerchiamento aeronavale della Cina per indebolire i suoi rapporti commerciali nel Portaerei VaryagPacifico e ostacolare il rifornimento di materie prime». Manovra poi «ripetuta in forme meno evidenti nel 2014», mentre ora, come risposta, «si prospettano manovre navali congiunte russo-cinesi nello stesso spazio marittimo».
Sul piano militare, continua Giannuli, esiste ancora l’alleanza fra gliUsa e molti paesi europei, ma la solidarietà atlantica è avvertita in gradi molto diversi da ciascuno e lo scandalo ricorrente delle intercettazioni americane di telefoni dei leader europei turba periodicamente i rapporti fra le due sponde dell’Atlantico. «Non esistono altre alleanze politico-militari del genere, ma c’è l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai». Si tratta di «qualcosa di più di un semplice accordo economico fra Cina e Russia, ma meno di una organica alleanza militare». In pratica, «una sorta di “entente cordiale” per preservare uno comune spazio strategico da intromissioni esterne». Sul piano dell’accaparramento di materie prime, poi, si manifesta un conflitto di “tutti contro tutti” nel caso della politica di “land grabbing” in Africa, «dove Usa, Francia, Russia, Cina, Corea del Sud, Arabia Saudita ed Emirati arabi si contendono le terre fertili d’Africa». Soprattutto, «è riemersa una antica “logica di potenza” per la quale, di fronte a una potenza che cerca di imporre la propria egemonia, le altre si coalizzano per bloccare il tentativo».
E questo, in fondo, è il senso dell’intesa dei Brics, mentre Giappone e Ue «restano in una posizione ambigua, ma tendenzialmente vassalla degli Usa». Pertanto, il “nuovo ordine mondiale” anelato dall’élite statunitense stenta ad affermarsi. «Il blocco asiatico, peraltro, è tutt’altro che compatto: fra Cina e Giappone e fra Cina e India le fasi di disgelo e quelle di tensione sono continue». Soprattutto i rapporti sino-indiani sono per più versi problematici, precisa Giannuli. In primo luogo, la sfida fra i due colossi è per il controllo dell’Oceano Indiano, che l’India considera di sua esclusiva pertinenza, contrariando la Cina. A sua volta, Pechino ha recentemente varato la sua prima portaerei (di classe Varyag), ma l’India ne ha già tre con una flotta di 170 unità, fra cui diversi sommergibili nucleari. «E, più ancora, i due paesi risentono della linea di faglia che corre fra India e Pakistan, entrambe potenze nucleari che hanno già combattuto tre guerre (1948, 1965 e 1971) oltre a due conflitti Giannulilimitati (Siachen 1984 e Kargil 1999)». Inoltre, l’India ha ripetutamente accusato il Pakistan di essere dietro agli attentati dei terroristi kashmiri come la strage di Mumbai (novembre 2008).
Giannuli ricorda inoltre che il Pakistan è, insieme alla Corea del Nord, l’unico alleato della Cina che, dunque, corre il rischio di essere risucchiata in un eventuale conflitto indo-pakistano. Inoltre, l’India accusa la Cina di fomentare la guerriglia nell’Andra Pradesh, e Pechino accusa l’India di aizzare il separatismo del Tibet. «Dunque, una situazione complessa e instabile, nella quale anche i disegni di alleanze non durano molto, e spesso non riescono neppure ad assumere forma: nel 2006 parve che India e Cina superassero i loro contenziosi per trovare una forte convergenza economica, si parlò addirittura di “Cindia”, il nuovo grandissimo attore della scena mondiale, ma l’intesa durò meno di un anno. Nel 2009 sembrò affermarsi un nuovo bipolarismo fra Cina e Usa, si parlò di G2 e di “Chimerica”, ma, appunto, fu una chimera durata meno di quattro mesi». Peraltro, il “grande gioco” è ulteriormente complicato dalle inedite dinamiche fra protagonismi nazionali e scenario globalizzato, con strategie, alleanze, ipotesi commerciali e orientamenti militari e politici diversi fa loro. I rispettivi disegni «si incrociano e condizionano a vicenda in continuazione, rendendo il quadro sempre più fitto di dinamiche interdipendenti». Infatti, «ogni potenza agisce come un magnete sulle componenti delle altre», ma inevitabilmente ne subisce «la stessa forza di attrazione».

Migranti, il Pentagono: 20 anni di crisi, per piegare l’Europa

Migranti, il Pentagono: 20 anni di crisi, per piegare l’Europa


Siano maledetti per l’eternità i vertici politici e militari degli Stati Uniti d’America, a partire da Obama e dal Pentagono, con tutti i capi degli Stati-canaglia coinvolti in questo Risiko mondiale, giocato sulla pelle di milioni di innocenti a esclusivo vantaggio delle aristocrazie del denaro e della finanza. La crisi scatenata dalle guerre, dalla destabilizzazione degli Stati e dalla supremazia dell’economia finanziaria globale, come rivela “candidamente” il Pentagono, è stata programmata per durare un ventennio. Estratto dall’articolo di “Repubblica”, “Migranti, il Pentagono: una crisi che durerà almeno 20 anni”: «“Dobbiamo affrontare sia unilateralmente che con i nostri partner questa questione come un problema generazionale, e organizzarci e preparare le risorse ad un livello sostenibile per gestire (questa crisi dei migranti) per (i prossimi) 20 anni”. Lo ha dichiarato alla Abc il capo degli Stati maggiori riuniti degli Stati Uniti (il più alto ufficiale in grado), il generale Martin Dempsey, che ha anche auspicato che la drammatica fotografia di Aylan “abbia un simile effetto a quella del 1995 del mortale attacco con i mortai alla piazza del mercato di Sarajevo, che spinse verso l’intervento della Nato in Bosnia”».
Son cazzi amari, come si direbbe senza troppi complimenti nei bar di periferia… Il richiamo a Sarajevo fa tremare i polsi, preoccupa un Pentagono che scalpita e la Nato che si mette “in marcia”. Contro chi? Non è che, per caso, si agirà militarmente Il generale Martin Dempseycontro Assad, in Siria, e il cielo non voglia, contro Putin in Europa? Fra l’altro, l’esternante generale d’alto rango Martin Dempsey, ha partecipato al “fiasco” statunitense in Iraq, durante la seconda guerraamericana del Golfo che, guarda caso, ha “dato i natali” all’organizzazione criminale dello stato islamico, anche se allora non si chiamava così. In ogni caso, saranno venti lunghi anni di guerre, di ondate di profughi, di stermini di massa e di crisi economica indotta. Vent’anni con la disoccupazione galoppante in casa e lo Stato islamosunnita alle porte, se non scoppia prima un conflitto nucleare con la Russia, tanto desiderato dagli americani e dalle loro comparse masochiste nell’est europeo, come l’Ucraina euronazista e i baltici anti-russi.
Vent’anni di annegamenti in massa nel mare e colonne di disperati che cercheranno di raggiungere, attraverso il sud dell’Europa e i Balcani, la spocchiosa Germania arricchitasi grazie all’euro, ai trattati e al saccheggio dell’Europameridionale. Vent’anni di stragi di innocenti, di distruzione delle infrastrutture e del patrimonio storico in Medio Oriente e in Africa settentrionale, per opera degli assassini islamosunniti molto utili al Pentagono, molto efficienti nel seminare morte e distruzione, molto abili nel generare nuove ondate di profughi. Sono certo che fin dai prossimi mesi potremo osservare il “fronte del conflitto” che si avvicinerà pericolosamente a noi, a causa di un’avanzata islamista che non si arresta, dalla Siria alla Libia. Tunisia e Algeria saranno a rischio… e l’Italia meridionale e insulare? E’ proprio quello che vogliono i signori del denaro e della finanza, che controllano anche il Pentagono, ed è proprio per questo che la “coalizione internazionale” a guida americana non interviene con decisione contro i macellai della sunnah. Qualche bomba su edifici vuoti e qualche drone bastano e avanzano.
L’Europa deve esser messa alle strette per cedere definitivamente sovranità e risorse a loro beneficio. I vertici dell’alleanza atlantica e il Pentagono, in situazioni di guerra, la faranno da padroni. A quel punto, tutto sarà chiaro, e persino i Renzi, gli Hollande e gli Tsipras non serviranno più, a Lor Signori, perché saranno le armi, e chi le controlla (cioè loro stessi), a dettar legge ai popoli. Se scoppierà un conflitto nucleare con la Federazione Russa, dopo tutte le provocazioni orchestrate per arrivare La drammatica foto dell'annegamento del piccolo Aylana questo limite, loro s’illuderanno di vincerlo per il controllo dell’intero continente europeo – o di ciò che ne rimarrà in piedi – fino al ventiduesimo secolo. Destabilizzeranno nei prossimi mesi anche un importante Stato-canaglia, la Turchia islamista di Erdogan, che non ha più governo stabile e se ne va verso le elezioni d’autunno, fra attentati e attacchi ai curdi?
E’ possibile che lo sacrificheranno cinicamente, per calcolo strategico, generando altre, spaventose ondate di profughi che avranno come unica e sola meta l’Europa. Inoltre, se non hanno mostrato scrupoli a scatenare il satanismo sunnita contro le popolazioni di Siria, Iraq e Libia, causando centinaia di migliaia di morti e più di dieci milioni di profughi, avranno qualche remora a spalancare davanti a noi le porte dell’inferno, per poi “salvarci” e dominarci a piacimento? Chiedetevelo, anche se non potete far nulla e vi sentite impotenti davanti a una dura realtà, perché questa crisidurerà venti anni. Lo dice il Pentagono, che se ne intende…

lunedì 7 settembre 2015

Vuoi un aumento di stipendio? Ecco i 10 consigli per ottenerlo

Vuoi un aumento di stipendio? Ecco i 10 consigli per ottenerlo


Per qualcuno equivale a un riconoscimento, per altri a una necessità, ma per tutti è una spinosa richiesta da presentare al proprio capo. L’aumento di stipendio, soprattutto in tempi di crisi, rappresenta una vera e propria chimera per la maggior parte dei professionisti italiani. Ottenerlo non è facile, ma neppure impossibile. Almeno secondo gli esperti di Hays Executive, la divisione del Gruppo Hays specializzata nel recruitment di figure dirigenziali, che hanno stilato una lista di 10 consigli per chi vorrebbe chiedere (e ottenere) un aumento in busta paga.
“Un colloquio con il proprio responsabile non è mai facile da affrontare, soprattutto se il tema dell’incontro è il proprio livello salariale. Ansia ed emotività potrebbero infatti giocare un brutto tiro, facendoci apparire titubanti, indecisi o peggio ancora avidi e arrivisti", afferma Erika Perez, responsabile della divisione Hays Executive .
"Per convincere il proprio capo - assicura - basta adottare piccoli e semplici accorgimenti. Spiegare con casi concreti perché si pensa di meritare un aumento, per esempio, può essere più efficace che pronunciare il solito ritornello del 'dopo tanti anni mi merito un aumento'. E se il capo decidesse comunque di non concedere quanto richiesto, non bisogna scoraggiarsi, ma considerare l’incontro come un’occasione di confronto per imparare e migliorarsi”.
Quali sono, dunque, le 'dritte' per convincere il proprio capo e ottenere il tanto desiderato aumento di stipendio? Ecco 10 consigli secondo Hays Executive:
1. Valutare le condizioni economiche dell’azienda. Se la propria azienda viaggia in cattive acque e alcuni colleghi rischiano il posto di lavoro, forse non è proprio il momento giusto per avanzare richieste. Meglio attendere tempi migliori per evitare un no quasi scontato o gaffe con chi condivide la nostra scrivania.
2. Raccogliere dati su posizioni simili. Prima di chiedere un aumento, può essere utile consultare siti o riviste di settore per conoscere meglio lo stato del mercato del lavoro in Italia e capire se il proprio stipendio corrisponde o meno alla media nazionale.
3. Pensare bene a come giustificare la propria richiesta e stabilire l’ammontare della cifra da raggiungere. Prima di affrontare la negoziazione è necessario definire bene i propri punti di forza, i risultati raggiunti e i problemi risolti: riportare casi concreti può rappresentare la chiave di volta per vedere la propria richiesta realizzata. Avere già in mente, poi, la cifra da richiedere, permette di mantenere le redini della trattativa.
4. Trovare il momento giusto per parlare con il proprio capo. Mai improvvisare un incontro per parlare di una questione delicata come il proprio stipendio. È consigliabile chiedere per tempo un appuntamento e, sotto data, se si percepisce che il superiore sta affrontando un periodo di particolare stress, spostare il meeting. Parlare con un capo mal disposto di certo non aiuta.
5. Curare l’aspetto. Anche l’occhio vuole la sua parte e, nonostante l’abito non faccia il monaco, i modi di porsi sono fondamentali. Vestirsi in modo semplice, ma curato, evitando l’eleganza fuori luogo (soprattutto quando nel resto del tempo si è piuttosto casual), può fare la differenza.
6. Tenere a bada le emozioni. Mantenere un certo self control, mentre si è a colloquio con il capo, è fondamentale per esporre le proprie ragioni con successo. Evitare, quindi, lamentele o rivendicazioni, ma soprattutto va sempre tenuto a mente che gli aumenti di salario vengono concessi a chi se li merita e non a chi ha bisogno di denaro.
7. Chiedere al capo cosa si può fare di diverso. Mostrarsi ben disposti ad avere una maggiore mole di lavoro o responsabilità può essere efficace per provare ad ottenere l’aumento tanto desiderato.
8. Ringraziare comunque il superiore per il tempo e l’attenzione dedicati Qualunque sia la risposta ricevuta, scrivere un’email di ringraziamento al proprio capo al termine del colloquio può rivelarsi una mossa vincente. Oltre ad essere segno di buona educazione, è prova della propria maturità e responsabilità soprattutto se non si è ottenuto l’aumento sperato.
9. Non vantarsi con i colleghi del risultato ottenuto. Confrontare le buste paga non è uno sport da praticare. Se il risultato è arrivato, meglio evitare di vantarsi in pubblico: si potrebbe causare malcontento tra i colleghi, oltre che a mettere nei guai il 'boss' con un’ondata di richieste di aumento dal resto dello staff.
10. Non deludere in alcun modo la fiducia dei superiori. Una volta raggiunto l’obiettivo tanto agognato, mai allentare la presa: meglio mostrarsi ancora più disponibili. Ne va della propria credibilità e professionalità.

Fame e cannibalismo: così divoriamo i figli dei poveri

Fame e cannibalismo: così divoriamo i figli dei poveri


Nel mese di luglio 2008 si è svolto a Coney Island il campionato del mondo dei divoratori di hot dog. Il giovane statunitense Joey Chestnut ha battuto in finale il giapponese Takeru Kobayashi e ha superato tutti i precedenti record mondiali inghiottendo 66 hot dog in 12 minuti, mandando in delirio i più di 50.000 spettatori presenti in diretta all’impresa. Come premio, il campione ha ricevuto un buono di 250 dollari di acquisti in un centro commerciale e un anno intero di hot dog gratis presso la catena Nathan’s. Oggi, mentre scrivo queste righe, si celebra il campionato mondiale dei perditori di peso. Ogni secondo cinque persone si disputano la finale – un haitiano, un somalo, un ruandese, un congolese, un afgano – e i cinque ottengono la vittoria. Il premio è la morte. L’appetito di Joey Chestnut non è niente paragonato a quello che ha divorato – chiamiamoli così – René, Sohad, Randia, Sevére e Samia.
Ogni 12 minuti la povertà uccide tramite la fame 3.600 tra uomini, donne e bambini in tutto il mondo. O, il che è lo stesso: per ogni 5 hot dog a Coney Island 300 essere umani muoiono di inedia in Africa. Nel 1876 il vicere dell’India, lord Lytton, Joey Chestnutorganizzò a Delhi il banchetto più costoso e sontuoso della storia per festeggiare l’assunzione della regina Vittoria a Imperatrice coloniale. Per una settimana 68.000 invitati non smisero di mangiare e bere; in quella settimana, secondo i calcoli di un giornalista dell’epoca, morirono di fame 100.000 sudditi indiani nel quadro di una carestia senza precedenti che falciò almeno 30 milioni di vite e che fu provocata e aggravata dal “libero commercio” imposto dall’Inghilterra. Mentre i colonialisti inglesi mangiavano pernici e agnelli, i sopravvissuti indiani mangiavano i loro stessi figli.
La fame, lo sapppiamo, dissolve tutti i legami sociali e impone il cannibalismo. Bisogna avere davvero molta fame per mangiarsi con le lacrime agli occhi il cadavere di un vicino, ma bisogna avere moltissima fame per divorare allegramente 66 hot dog in 12 minuti.  Confesso che, ogni volta che penso alle carestie, non mi viene in mente il ventre gonfio di René o il seno vuoto di Samia, ma la voracità applaudita di Joey Chestnut, quale simbolo pubblicitario di un’economia che non può permettersi nemmeno di calmare gli appetiti di chi è sazio. Chestnut non è un cannibale, no, ma in un certo senso si alimenta del dimagrimento degli etiopi, dei tailandesi e degli egiziani: la terza parte del raccolto mondiale di cereali serve ad ingrassare gli animali che noi occidentali ci mangiamo (1 chilo di carne a persona al giorno gli statunitensi, più di ½ chilo gli europei) e basterebbe a dar da mangiare alla terza parte dei 1.000 milioni di persone che, secondo la Fao, patiscono la fame nel mondo.
Esagerare è misurare l’incommensurabile, è rendere appprendibile l’irrapresentabile. Esageriamo: Chestnut è un cannibale. Davanti alle 500.000 persone che lo applaudivano si è mangiato René, Randia, Sevére e Samia e altri 3.595 uomini, donne e bambini. Neppure Bokassa dimostrò mai tanto appetito.  A Chestnut si può chiedere che mangi meno e anche che si opponga al suo governo, ma in realtà anche lui è solo un’altra vittima della fame. C’è la fame di quelli che non hanno niente e c’è la fame di quelli che non hanno mai abbastanza; la fame di quelli che vogliono qualcosa e la fame di quelli che vogliono sempre di più: Jean-Bedel Bokassapiù carne, più petrolio, più automobili, più cellulari, più immagini, più giochi e – anche una moralità superiore. La relazione tra le due insoddisfazioni è un sistema globale. Vogliamo un uomo libero e abbiamo una fame libera.
Confesso che ogni volta che penso alla fame non mi viene in mente lo scheletro di Sohad né gli immensi occhi febbricitanti di Sevère, ma l’esercito degli Usa in Iraq e l’allegria depredatoria del Carrefour. Esagerare è rimpicciolire l’illimitato, è ridurre lo smisurato a scala umana. Esageriamo: il cannibalismo è, non più obbligatorio, ma elegante. Alcune poche menti privilegiate (da governi e da multinazionali) dedicano ogni loro sforzo a trovare il modo perchè a tutto il mondo, da tutte le parti, manchi qualcosa; perchè i i bambini di Haiti e della Sierra Leone soffrano la fame e si disperino per questo e perchè i consumatori occidentali – dopo aver divorato boschi, fiumi, minerali e animali (con le loro immagini) – si ritrovino affamati e se ne rallegrino.
Il capitalismo toglie ai paesi poveri le loro risorse e, allo stesso tempo, le forze per resistere; il capitalismo dà, a noi occidentali, le merci e, allo stesso tempo, la fame necessaria per inghiottirle senza fermarci; la fame diventa così, da un lato e dall’altro, la disgrazia oggettiva di Africa, Asia e America Latina e la felicità soggettiva di un’umanità culturalmente e materialmente insostenibile e condannata alla distruzione. Sì, la carestia dissolve tutti i legami sociali e impone il cannibalismo. La povertà relativa ravviva l’ingegno, inventa soluzioni collettive, improvvisa solidarietà e crea reti sociali di resistenza. Ma, sotto una Santiago Alba Ricocerta soglia, quando la fame minaccia la sopravvivenza, le trame si disfano e rimangono solo impulsi atomizzati, solitari, animali: individui puri opposti tra loro. Solo in questo senso – biologico e quasi zoologico – si può dire che le nostre società occidentali sono “individualiste”.
Qualche volta ho espresso la regola della soddisfazione antropologica con la seguente formula: “Poco è abbastanza, molto è già insufficiente”. Sotto il “poco” c’è la fame e sono impossibili la coscienza, la resistenza e la solidarietà; sopra l’“abbastanza” c’è più fame e sono impossibili anche la coscienza, la resistenza e la solidarietà. “Troppo” vuole sempre “di più”. Abbiamo già superato questo punto, a partire dal quale l’unica cosa che abbiamo – non auto, non carne, non case, non immagini – è fame; e la nostra voracità, come quella di Joey Chestnut, si sta mangiando – mentre scrivo queste righe – non solo Sania e Sohadi e Sevère, tanto annebbiati e lontani, ma anche i suoi stessi figli.

Malori, incidenti, suicidi: sono tutti morti al momento giusto

Malori, incidenti, suicidi: sono tutti morti al momento giusto


La storia del nostro paese abbonda di morti improvvide quanto provvidenziali. Qualche anno fa il figlio di Vito Ciancimino espresse il sospetto che il padre fosse stato assassinato: il vecchio aveva detto “Parlerò se Andreotti sarà condannato” e, due giorni dopo la condanna in primo grado di Andreotti, moriva. Una morte tempestiva. Di morti “just in time” è costellata tutta la nostra storia nazionale e, tanto per cominciare, opportuna fu la morte del comandante generale dei carabinieri Hazon (bombardamento) a due settimane dal 25 luglio 1943. Il 24 agosto, Ettore Muti era falciato da una raffica, durante un improbabile tentativo di fuga e, il 14 settembre, il generale Ugo Cavallero si suicidava con un colpo alla tempia destra, pur essendo mancino (nella fretta…). Questo genere di decessi di solito avviene a grappoli, in due o tre per volta, come i cardinali, secondo il noto detto popolare.
Non sempre, però, le scomparse opportune avvengono a breve distanza. Si pensi al bandito Salvatore Giuliano (5 luglio 1950) preceduto da Salvatore Ferreri (26 giugno 1947) e seguito da Gaspare Pisciotta (9 febbraio 1954): tutti caduti – chi per piombo, Salvatore Giulianochi per “caffè corretto” – quando sembrava stessero diventando troppo loquaci sullo stesso tema. E poi il colonnello Renzo Rocca, “suicidatosi” il 27 giugno 1968, a venti giorni dalla costituzione della commissione di inchiesta sul caso Sifar, davanti alla quale morirà di infarto il generale Giorgio (25 giugno 1968), mentre stava deponendo. In attesa di testimoniare (sulla cellula nera di Padova) era il portiere Alberto Muraro, ma due giorni prima (13 settembre 1969) cadde nella buca dell’ascensore e morì. E poi altri noti e meno noti: Armando Calzolari, Dante Baldari, Vittorio Ambrosini, Luigi Calabresi, Gianni Nardi, Bruno Rieffeser, Giancarlo Esposti per limitarci alla strategia della tensione.
E poi, altri “gruppi collegati”: come Mino Pecorelli, Antonio Varisco e Giorgio Ambrosoli, o i fratelli Bisaglia e Ugo Niutta o, ancora Roberto Calvi e Graziella Corrocher; o Giovanni Casillo e Vincenza Matarazzo: impossibile fare l’elenco completo. Registriamo una preoccupante monotonia: infarti, fughe stroncate, incidenti d’auto e suicidi coprono circa il 75% dei casi. Rari i botti di fantasia, come quello che fece saltare in aria Vincenzo Casillo nei pressi della sede del Sismi. Almeno, una cosa un po’ originale. C’è sempre una occasione vicina a rendere quella morte auspicabile: una deposizione in tribunale, la minaccia di una conferenza stampa (come non ricordare Luigi Tenco?), più raramente qualche  particolare scadenza politica.
Mi è capitato di lavorare su una morte tempestiva, quella di Junio Valerio Borghese: che delusione! C’era tutto per pensare al solito lutto provvidenziale: a luglio Andreotti aveva fatto predisporre dal Sid il “malloppo” per la riapertura dell’inchiesta sul tentato golpe dell’8 dicembre 1970; ma, occorrendo “alleggerirlo” prima di darlo alla magistratura, dispose un rinvio al 15 settembre. Borghese spirava il 24 agosto 1974; da tre settimane aveva iniziato a dettare un memoriale convocando, per settembre, gli ex capi della X Mas, per spiegare come era andata “la notte della Madonna”. Più tempestivo di così il suo decesso non poteva essere. C’erano anche i casi collegati: il 12 novembre il tenente colonnello Giuseppe Condò – che teneva i contatti Luigi Tencofra Sid, Borghese e Sogno – moriva di infarto a 42 anni. “Esperti” della materia, come Ambrogio Viviani, Demetrio Cogliandro o Mino Pecorelli, parlarono di “felice coincidenza” o simili. Vi dico: c’era tutto.
Poi, interpellando diversi medici (tossicologi compresi), scoprii che i sintomi descritti dai testi (compresi gli amici convinti della tesi omicida) erano perfettamente compatibili con una pancreatite acuta, all’epoca difficilmente diagnosticabile, per cui spesso i medici pensavano a casi di suggestione ipocondriaca. E le pillole di acqua e zucchero, prescrittegli dal primo medico che lo visitò, ne sono una conferma indiretta. Il decorso clinico era da manuale e compatibile con l’anamnesi del paziente. Per di più: difficilmente quei sintomi (come ad esempio l’“addome a barca”) possono mascherare altre patologie, ed è escluso che possa essere provocata tossicologicamente. La vita a volte è crudele: un così bel caso di morte ad horas sprecato! Una coincidenza vera. Un caso sfortunato.