giovedì 19 febbraio 2015

Adesso Cambia La politica Monetaria in europa L'Fmi fa mea culpa "Molti errori sulla Grecia"


L'Fmi fa mea culpa
"Molti errori sulla Grecia"

Il Fondo monetario conferma in un documento interno di aver sbagliato la ricetta del salvataggio: troppo pesante la cura, troppi ritardi nel taglio al debito. E ammette: "L'intervento su Atene è servito più che altro a consentire all'Europa di mettere in sicurezza gli altri paesi a rischio"





MILANO - Scusate abbiamo sbagliato la cura. La medicina era troppo pesante e il malato, che poteva rimettersi con una giornata in day hospital, è finito in rianimazione. A tre anni dal salvataggio della Grecia, il Fondo Monetario internazionale ammette per la prima volta in un documento riservato pubblicato dal "Wall Street Journal" che il piano della Troika per Atene è stato sbagliato fin dall'inizio. I giudizi messi nero su bianco nel memorandum riservato sono impietosi: la ricetta di austerity lacrime e sangue imposta assieme a Bce e Ue al governo ellenico sottostimava largamente i suoi effetti recessivi. Non solo. Gli stessi vertici dell'Fmi sapevano fin dall'inizio che i disastrosi parametri economici di Atene non consentivano un intervento del fondo in suo soccorso. Ma hanno chiuso un occhio, continuando a sostenere in pubblico (Christine Lagarde compresa) che il debito del paese era sostenibile. L'intera operazione, è scritto nel documento, "è stata fatta per prendere tempo e consentire all'area euro di costruire le difese necessarie per salvare gli altri paesi che rischiavano di essere travolti dall'effetto contagio della crisi dei debiti sovrani". Le conseguenze sono oggi sotto gli occhi di tutti: l'area euro, in effetti, non è (ancora) implosa. Ma la Grecia ha perso il 25% del Pil in quattro anni (quasi il triplo di quanto stimato dalla Troika) ha una disoccupazione arrivata al 27% e l'effetto contagio dell'austerity ha messo in ginocchio con pesanti effetti recessivi tutti gli altri Piigs. E sulla dinamica del debito nazionale l'Fmi riconosce di aver sbagliato "di molto". Osservazioni cui un portavoce della Ue ha risposto sottolineando che "Bruxelles dissente su molti aspetti".


Si poteva far meglio? Ovviamente sì. Il Fondo ammette nel suo documento che bastava tagliare subito il debito di Atene per rendere il salvataggio non solo molto più rapido ma pure più indolore. Ma una scelta di questo genere era "politicamente difficile" perché diversi paesi della comunità, Germania in primis, erano contrari. Così la Grecia ha continuato a pagare per due anni il 100% dei suoi interessi a banche e fondi speculativi e oggi si trova con l'esposizione allo stesso livello ma solo verso Fmi, Bce e paesi sovrani. A pagare sono così i contribuenti. Nel documento ce n'è pure per il governo greco, colpevole di aver ritardato di molto il via libera alle riforme strutturali e di aver elaborato provvedimenti "che hanno aumentato la sperequazione sociale del paese".

La ratio di questa analisi severissima è chiaro: da una parte provare a trarre una lezione da questi errori per non ripeterli in futuro. Il salvataggio della Grecia è costato finora 230 miliardi di prestiti (di cui 48 usciti dalle casse del Fondo, di gran lunga la maggior operazione di questo tipo mai approvata da Washington) e le critiche sembrano concentrarsi su due aree: la collaborazione con la Ue e la valutazione delle ricette uscite dagli uffici studi degli economisti, compresi gli errori nei multipli per valutare gli effetti dell'austerity. A spingere al mea culpa è però anche una considerazione politica più sottile. Il peso dei paesi emergenti nel fondo sta continuando a crescere. E anche se la loro rappresentanza nel board non è ancora altissima, il peso specifico del loro ruolo ha obbligato Lagarde ad ammettere che l'esposizione sull'Europa (e soprattutto l'arrendevolezza alle tesi di Bruxelles e della Germania) sono state eccessive. Il monito è sottinteso: se la crisi dei debiti sovrani dovesse tornare a peggiorare, la Ue dovrà a quel punto arrangiarsi da sola.

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