giovedì 19 febbraio 2015

Grazie Renzi: disagi economici per una famiglia su quattro

Grazie Renzi: disagi economici per una famiglia su quattro

Si tratta di quasi 15 mln di persone. Metà in gravi difficoltà

Istat: disagi economici per 14,6 milioni di individui © ANSA

 "Il 23,4% delle famiglie vive in una situazione di disagio economico, per un totale di 14,6 milioni di individui". Così l'Istat nel rapporto 'Noi Italia', sulla situazione nel 2013. L'anno prima comunque la percentuale era ancora più alta (24,9%). Tornando al dato più recente, circa la metà, il 12,4% dei nuclei, si trova in grave difficoltà. 

Le statistiche si basano sull'indicatore di deprivazione, che scatta quando si presentano almeno tre sintomi (dopo i quattro si parla di seria deprivazione) su un set di nove. La lista del fattori di rischio va dal non poter sostenere spese impreviste, ad accumulare arretrati nei pagamenti (mutui, affitti, bollette). Ecco che nel 2013 il 23,4% delle famiglie residenti in Italia presenta almeno tre delle difficoltà considerate (il 12,4% nel caso di quattro o più) con differenze marcate tra i diversi indicatori: il 2,6% dichiara di non potersi permettere l'acquisto di una lavatrice, un televisore a colori, un telefono o un'automobile, mentre sono il 50,4% quelle che non possono permettersi una settimana di vacanza lontani da casa. Circa il 19% dice di non riuscire a riscaldare adeguatamente l'abitazione e il 14,5% di non potersi permettere un pasto adeguato almeno ogni due giorni. Infine, il 12% è rimasto in arretrato con almeno un pagamento e il 40,5% non riuscirebbe ad affrontare una spesa imprevista di 800 euro. Il panorama territoriale mette in evidenza il forte svantaggio dell'Italia meridionale e insulare, con valori più che doppi rispetto alla media nazionale. Nel Mezzogiorno, le famiglie deprivate sono il 40,8% di quelle residenti, contro il 15,4% del Nord-ovest, il 13,1% del Nord-est e il 17,3% del Centro. Le situazioni più gravi si registrano in Sicilia (50,2), Puglia (43), Calabria e Campania (38,8). I valori più bassi invece si ritrovano nella provincia autonoma di Trento (10,6), nel Veneto (12,1), in Piemonte (12,2), in Toscana (12,5) e in Emilia-Romagna (14,1).

Neet uno giovane su quattro, peggio solo Grecia - Sono due milioni e mezzo i giovani tra 15 e 29 anni che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet. Dati del 2013 alla mano, si tratta del 26% degli under30, più di 1 su 4. Lo rileva l'Istat nel rapporto Noi Italia. In Ue peggio fa solo la Grecia (28,9%). Ne abbiamo il triplo della Germania (8,7%) e quasi il doppio della Francia (13,8%).

In Italia lavorano meno di 6 persone su 10 - In Italia lavorano meno di sei persone su dieci in età compresa tra i 20 e i 64 anni. Nel 2013, infatti, il tasso di occupazione per questa fascia d'età è calato, scendendo sotto quota 60% (si è fermato al 59,8%). Nella graduatoria europea, solamente Grecia, Croazia e Spagna presentano valori inferiori. Lo afferma l'Istat nel rapporto 'Noi Italia', spiegando come si tratti di un indicatore strategico per l'Ue (l'obiettivo sarebbe raggiungere il 75% per il 2020).

Tra big Ue solo in Francia pressione fisco più alta - "La pressione fiscale in Italia raggiunge il 43,3% nel 2013, collocando il nostro Paese al sesto posto nell'Ue28. Rispetto ai principali partner europei il valore italiano risulta inferiore solo a quello della Francia". Lo sottolinea l'Istat nel Rapporto 'Noi Italia'.


Carceri: agenti insultano su Facebook detenuto suicida

Carceri: agenti insultano su Facebook detenuto suicida

Per il Dap, convocato dal ministro della Giustizia, è una follia intollerabile

Risultati immagini per carceri

E' un sindacato non tra i più rappresentativi della Polizia penitenziaria, l'Alsippe, a scatenare su un tema tragico come i suicidi in carcere una polemica di cui non si avvertiva un'impellente necessità. Sulla sua pagina Facebook, l'Alsippe, acronimo di 'Alleanza sindacale polizia penitenziaria', ha ospitato commenti feroci (poi cancellati) di sedicenti agenti della Polpen a proposito del suicidio di Ioan Gabriel Barbuta, che si è tolto la vita nel carcere milanese di Opera, dove si trovava in seguito a una condanna in appello all'ergastolo da parte della Corte d'assise di Venezia per aver ucciso, nel giugno del 2013, un vicino di casa durante una rapina finita male. "Un rumeno in meno","speriamo abbia sofferto" sono i commenti che li sintetizzano tutti, mentre qualcuno che ha provato a essere più riflessivo ha scritto: "Lavora all'interno di un istituto. Sono solo extracomunitari. Per fare questo mestiere devi avere il core nero".
Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando ha convocato per domani il capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria, Santi Consolo sulla vicenda, ma è stato lo stesso Dap a reagire subito in modo severo perché considera i post "un'offesa al lavoro di tutti gli agenti che tutti i giorni sono impegnati a salvaguardare le persone che hanno in custodia". L'organismo del Ministero da cui dipende la Polizia penitenziaria ha già avviato un'inchiesta interna per accertare che gli autori degli insulti siano davvero dei poliziotti e assicura che, in caso positivo, scatteranno le dovute sanzioni dal momento che la faccenda è ritenuta una "follia intollerabile". Di diverso avviso il segretario della Lega, Matteo Salvini secondo cui "conoscendo quali sono le condizioni in cui lavorano gli agenti della Polizia Penitenziaria non dico che giustifico ma capisco".
Chiedono, invece, di fare luce sulla vicenda il Pd e Sel, mentre Patrizio Gonnella di 'Antigone' invita il Dap a chiudere ogni rapporto con l' Aslippe se sarà dimostrato che sono tesserati di questo sindacato quelli che hanno scritto "le frasi volgari e offensive". "Se è vero - dice Gonnella - che si tratta di agenti penitenziari questi hanno contravvenuto a un dovere di lealtà e legalità, tradendo la loro missione e il loro impegno istituzionale". Dura condanna arriva anche da uno dei principali sindacati degli agenti, il Sappe che, nel dare la notizia del suicidio di Barbuta, aveva spiegato: "Purtroppo, nonostante il prezioso e costante lavoro svolto dalla Polizia Penitenziaria, pur con le criticità che l'affliggono, non si e' riusciti ad evitare tempestivamente cio' che il detenuto ha posto in essere nella propria cella". Il segretario del Sappe, Donato Capece sferza inoltre i presunti colleghi "esultare per la morte di un detenuto - dice - è cosa ignobile e vergognosa".  


Adesso Cambia La politica Monetaria in europa L'Fmi fa mea culpa "Molti errori sulla Grecia"


L'Fmi fa mea culpa
"Molti errori sulla Grecia"

Il Fondo monetario conferma in un documento interno di aver sbagliato la ricetta del salvataggio: troppo pesante la cura, troppi ritardi nel taglio al debito. E ammette: "L'intervento su Atene è servito più che altro a consentire all'Europa di mettere in sicurezza gli altri paesi a rischio"





MILANO - Scusate abbiamo sbagliato la cura. La medicina era troppo pesante e il malato, che poteva rimettersi con una giornata in day hospital, è finito in rianimazione. A tre anni dal salvataggio della Grecia, il Fondo Monetario internazionale ammette per la prima volta in un documento riservato pubblicato dal "Wall Street Journal" che il piano della Troika per Atene è stato sbagliato fin dall'inizio. I giudizi messi nero su bianco nel memorandum riservato sono impietosi: la ricetta di austerity lacrime e sangue imposta assieme a Bce e Ue al governo ellenico sottostimava largamente i suoi effetti recessivi. Non solo. Gli stessi vertici dell'Fmi sapevano fin dall'inizio che i disastrosi parametri economici di Atene non consentivano un intervento del fondo in suo soccorso. Ma hanno chiuso un occhio, continuando a sostenere in pubblico (Christine Lagarde compresa) che il debito del paese era sostenibile. L'intera operazione, è scritto nel documento, "è stata fatta per prendere tempo e consentire all'area euro di costruire le difese necessarie per salvare gli altri paesi che rischiavano di essere travolti dall'effetto contagio della crisi dei debiti sovrani". Le conseguenze sono oggi sotto gli occhi di tutti: l'area euro, in effetti, non è (ancora) implosa. Ma la Grecia ha perso il 25% del Pil in quattro anni (quasi il triplo di quanto stimato dalla Troika) ha una disoccupazione arrivata al 27% e l'effetto contagio dell'austerity ha messo in ginocchio con pesanti effetti recessivi tutti gli altri Piigs. E sulla dinamica del debito nazionale l'Fmi riconosce di aver sbagliato "di molto". Osservazioni cui un portavoce della Ue ha risposto sottolineando che "Bruxelles dissente su molti aspetti".


Si poteva far meglio? Ovviamente sì. Il Fondo ammette nel suo documento che bastava tagliare subito il debito di Atene per rendere il salvataggio non solo molto più rapido ma pure più indolore. Ma una scelta di questo genere era "politicamente difficile" perché diversi paesi della comunità, Germania in primis, erano contrari. Così la Grecia ha continuato a pagare per due anni il 100% dei suoi interessi a banche e fondi speculativi e oggi si trova con l'esposizione allo stesso livello ma solo verso Fmi, Bce e paesi sovrani. A pagare sono così i contribuenti. Nel documento ce n'è pure per il governo greco, colpevole di aver ritardato di molto il via libera alle riforme strutturali e di aver elaborato provvedimenti "che hanno aumentato la sperequazione sociale del paese".

La ratio di questa analisi severissima è chiaro: da una parte provare a trarre una lezione da questi errori per non ripeterli in futuro. Il salvataggio della Grecia è costato finora 230 miliardi di prestiti (di cui 48 usciti dalle casse del Fondo, di gran lunga la maggior operazione di questo tipo mai approvata da Washington) e le critiche sembrano concentrarsi su due aree: la collaborazione con la Ue e la valutazione delle ricette uscite dagli uffici studi degli economisti, compresi gli errori nei multipli per valutare gli effetti dell'austerity. A spingere al mea culpa è però anche una considerazione politica più sottile. Il peso dei paesi emergenti nel fondo sta continuando a crescere. E anche se la loro rappresentanza nel board non è ancora altissima, il peso specifico del loro ruolo ha obbligato Lagarde ad ammettere che l'esposizione sull'Europa (e soprattutto l'arrendevolezza alle tesi di Bruxelles e della Germania) sono state eccessive. Il monito è sottinteso: se la crisi dei debiti sovrani dovesse tornare a peggiorare, la Ue dovrà a quel punto arrangiarsi da sola.

mercoledì 18 febbraio 2015

Fine della sovranità popolare, è l’autunno della democrazia

Fine della sovranità popolare, è l’autunno della democrazia


L’articolo 1 della Costituzione, comma II, recita: “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Anche molte altre costituzioni iniziano, più o meno, con la stessa dichiarazione di appartenenza della sovranità al popolo. Ed è proprio questa una delle norme più tradite dell’ordinamento giuridico: fra i popolo e la sovranità si frappongono molti ostacoli vecchi e nuovi, che vanificano in gran parte il valore. Fra gli ostacoli di sempre, prima fra tutti, c’è la tendenza oligarchica del ceto politico in tutte le sue forme. Nell’ordinamento liberale classico (retto a collegio uninominale) era un ceto notabilare a sollecitare, sulla sola base della fiducia personale, una delega piena che avrebbe speso a sua totale discrezione. Si pensò che il rimedio sarebbe stato la democrazia dei partiti, basata su una robusta e continua partecipazione popolare. L’eletto non sarebbe stato più solo nell’esercizio quinquennale del suo potere di rappresentanza, avrebbe dovuto render conto agli organi di partito, eletti con metodo democratico e rinnovati con frequenza molto meno che quinquennale. La voce della “base” si sarebbe fatta sentire di continuo.
Per qualche tempo, pur imperfettamente, il meccanismo funzionò, correggendo le tendenze elitarie del sistema didemocrazia rappresentativa; ma, dopo un po’, il metodo si corruppe: i partiti si dettero potenti apparati funzionariali costituiti da una casta Sovranità popolaredi professionisti, che subito si integrò con quella degli “eletti a vita” (parlamentari o consiglieri di enti locali). La burocrazia di partito ebbe buon gioco a rendere sempre più formale il potere della “base” e costituirsi in casta privilegiata ed autoreferenziale. Il meccanismo dei congressi, in cui i delegati di primo livello che sceglievano quelli di secondo che ne eleggevano di terzo livello, che avrebbero poi votato gli organi dirigenti del partito, assicurava che, della voce della base, alla fine restasse solo un debolissimo alito di vento. Nell’intervallo fra un congresso e l’altro, la pratica della distribuzione selettiva delle risorse assicurava al gruppo dirigente la fedeltà di parte degli iscritti per il successivo congresso. Poi, l’assenza di controlli esterni contribuì a pratiche quali il tesseramento gonfiato, i falsi congressuali, la corruzione dei delegati.
A dare il colpo di grazia venne la crescente passivizzazione della base fra una scadenza e l’altra e la confisca di tutte le tribune di partito da parte del ceto politico che impediva la nascita di potenziali concorrenti. La a democrazia interna di partito venne definitivamente seppellita. In definitiva, un rimedio quasi peggiore del male. E ci sono sempre stati anche altri diaframmi fra il popolo e la sovranità: la burocrazia di alto livello dello Stato, i diplomatici, i militari, tutti custodi gelosi del loro potere settoriale e del segreto di Stato. E come potrebbe un sovrano esercitare il suo potere se gli si negano le informazioni necessarie? A questa situazione già non brillante, la globalizzazione neoliberista di ostacoli ne ha aggiunti di nuovi: lo strapotere della finanza e l’emergere di una tecnostruttura internazionale che espropria gli Stati e che non risponde in nessun modo al potere Giannulipopolare. Anche nella fase precedente a quella attuale, il potere economico è sempre stato il contraltare del potere politico, e quindi dellademocrazia.
E si pensi solo a quanto si riduca l’area della sovranità popolare se gli si sottrae il controllo dellapolitica monetaria. Oppure a quanto pesi il mondo della finanza nel controllo degli organi di informazione. La globalizzazione neoliberista ha esasperato queste tendenze creando super-poteri finanziari che fanno ballare interi Stati al ritmo dello spread, che determinano l’andamento del credito, che controlla la rete di distribuzione e il sistema informativo e, di conseguenza, condiziona la politica sin nei minimi particolari. Siamo all’autunno della democrazia rispetto al quale occorre ripensare complessivamente il modello, muovendosi su due direttrici iniziali: una robusta dose di democrazia diretta da innestare sul sistema rappresentativo e la realizzazione di forti spazi di democrazia economica.

Muoia la Grecia, anche Renzi nel club del Venerabile Draghi

Muoia la Grecia, anche Renzi nel club del Venerabile Draghi


La vittoria di Syriza in Grecia, nell’attesa di capire le reali intenzioni di Tsipras, ha comunque movimentato le acque paludose dove sguazzano anguille, pescecani, meduse e alligatori del calibro di Merkel, Schauble, Renzi e Draghi. Da anni va impunemente in scena il solito teatrino che rappresenta a beneficio dei gonzi una inesistente dialettica che vedrebbe fronteggiarsi i finti falchi tedeschi (spalleggiati delle immancabili nazioni del nord) contro le altrettanto inesistenti colombe mediterranee. Questa recita, in mancanza di contrapposizioni reali nel merito delle questioni, è utile a tutti. E’ utile ai tedeschi che, in tal modo, possono presentarsi di fronte all’elettorato germanico vestendo senza arrossire i panni di quelli che difendono le tasche del virtuoso contribuente del Nord Reno-Westfalia; ma è utile pure ai tanti pagliacci italiani e francesi che, conseguentemente, imbrogliano i rispettivi cittadini simulando una strenua battaglia finalizzata a rendere meno intransigenti i cocciuti discendenti di Arminio.
Inoltre, a voler dare retta alla stampa prezzolata, le paure dei tedeschi andrebbero ricollegate allo scioccante ricordo del fenomeno iper-inflattivo che devastò l’economia teutonica nel biennio 1921/1923. Un trauma che i tedeschi, secondo le Renzi e Draghiintelligenti analisi partorite dalle penne lucidissime dei vari Antonio Polito e Massimo Franco, non sarebbero ancora riusciti a superare. Evidentemente i connazionali di Angela Merkel hanno metabolizzato molto meglio un’altra sciagura, quella riguardante la completa distruzione di Amburgo avvenuta nel luglio del 1943 per mano dell’aviazione britannica con la collaborazione dalle forze aree statunitensi. Lode quindi al nuovo ministro greco Varoufakis che ha pubblicamente rinfrescato la memoria ad alcuni apprendisti stregoni che non hanno ancora ben compreso la reale gravità di alcune ripetute e scellerate condotte.
Di fronte alle modeste e insufficienti proposte avanzate dal governo greco per rispondere a una crisi interna che ha oramai assunto i contorni della vera e propria emergenza umanitaria, i tecno-nazisti hanno reagito compatti come un sol uomo. Weidmann, Schauble e Merkel hanno subito ringhiato all’indirizzo di Atene, spalleggiati questa volta pure da Mario Draghi, lupo travestito da agnello pronto adesso a minacciare addirittura il blocco della liquidità in maniera intimidatoria e ritorsiva. Il presidente della Bce ha oltrepassato il segno. In preda a un giustificato e comprensibile nervosismo, il Venerabile Mario Draghi ha finalmente palesato al mondo la sua vera natura di antieuropeista, pronto a mandare in frantumi il progetto di integrazione pur di non ridiscutere alcune fallimentari ricette economiche. Come mai gli arcigni sacerdoti del rigore ad ogni costo sembrano voler costringere Tsipras a scegliere fra la povertà più nera e l’abbandono dell’euro? Forse perché il dissimulato Il Golpe dei Colonnelli in Greciaobiettivo perseguito nell’ombra dai massoni contro-iniziati che oggi guidano questo mostro di Ue è proprio quello di favorire dappertutto il ritorno di regimi filo-nazisti?
Forse Mario Draghi, iniziato non a caso anche presso la Ur-Lodge “Three Eyes”, officina che supervisionò il golpe greco del 1967, crede che esistano oggi le condizioni per archiviare definitivamente in Europa tanto la democrazialiberale quanto la sovranità popolare? Mi auguro che il banchiere centrale recuperi in fretta quella lucidità che, unita allo spregiudicato e manipolatorio cinismo, fino ad oggi lo ha sempre accompagnato. Da segnalare infine il comportamento farsesco tenuto dal sedicente progressista Matteo Renzi. Il premier italiano, a capo di un partito che ha perfino organizzato una trasferta sognante per dare manforte al compagno Tsipras, si è subito schierato a favore dell’ingorda tecnocrazia europea e contro il popolo greco. Il Pinocchietto fiorentino, pronto per essere accolto all’interno della Ur-Lodge “Pan-Europa” proprio per merito di Draghi, non poteva fare diversamente.

martedì 17 febbraio 2015

Tsipras nelle mani della Lazard, la piovra del regime Ue

Tsipras nelle mani della Lazard, la piovra del regime Ue


Mentre i media tallonano Yanis Varoufakis e Alexis Tsipras, in realtà «uomini di facciata ad uso del pubblico», il vero cervello dell’evoluzione tecnocratica europea è un super-banchiere francese, che risiede a Parigi in Boulevard Hausmann. Si chiama Matthieu Pigasse, si definisce “un socialista pro-mercato” nonché un fan dello “scontro frontale”. Secondo il “Wall Street Journal”, disegnerà «il futuro finanziario dell’Europa». Ha 46 anni ed è a capo dei consulenti del governo greco, in quota alla famigerata Lazard, banca d’investimenti internazionali già implicata nella maxi-speculazione contro il popolo greco. Pigasse «è stato coinvolto in alcune delle più importanti ristrutturazioni del debito sovrano in questi ultimi dieci anni», rivela Deborah Zandstra, socia di un team di avvocati che lavorano al dipartimento del debito sovrano della “Clifford Chance Llp”. La Lazard è una società di consulenza e gestione patrimoniale di New York, nata nel 2005. Il suo business: consulenze ai governi. Lazard è stata anche molto attiva in Africa, dove ha dato consulenze a Egitto, Mauritania, Congo, Gabon e Costa d’Avorio. L’anno scorso ha “aiutato” l’Etiopia ad emettere il suo primo miliardo di dollari di prestito in obbligazioni sovrane: un cappio attorno al collo del paese africano.
Un business da capogiro, scrive “Zero Hedge” in un post tradotto da “Come Don Chisciotte”: già nel 2012, la Grecia ha versato a Lazard  28,5 milioni dollari per la consulenza degli ultimi due anni. Perché scegliere proprio Lazard anziché una delle altre Mattieu Pigasse (Lazard), super-consulente di Tsiprasboutique delle ristrutturazioni del debito? «La risposta: molti paesi non dispongono di elementi sufficienti per prendere le decisioni necessarie a negoziare il proprio debito basandosi solo sulle informazioni interne». In altre parole, anche il governo Tsipras sarebbe “ostaggio” dei tecno-bankster. Francis Fitzherbert-Brockholes, un esperto di ristrutturazioni del debito presso lo studio legale “White & Case”, dice che alcuni governi – loro clienti – potrebbero preferire Lazard «perché non negozia debito pubblico» e lascia trapelare «una percezione di assenza di conflitto di interessi». Tecnici che sembrano neutrali, ma in realtà lavorano per la speculazione internazionale a scapito degli Stati. Lazard ha quindi un’immagine diversa da quella della Rothschild, altra super-banca “indipendente”, che però ha lavorato per Cipro durante la sua crisi del debito e ha “aiutato” il Portogallo a ricapitalizzare il suo sistema bancario.
«Mentre il background accademico di Pigasse non è niente di speciale – scrive “Zero Hedge” – è invece notevole che uno dei suoi colleghi di lavoro non sia altro che l’ex capo del Fmi ed ex candidato alle presidenziali francesi, caduto in disgrazia: Dsk», Dominique Strauss-Kahn. «Pigasse si è laureato in Francia alla Ena, una prestigiosa scuola per l’amministrazione che ha formato molti dei migliori funzionari del paese». Alla fine del 1990, ha lavorato al ministero delle finanze francese proprio sotto la direzione di Strauss-Kahn. «E’ entrato nella Lazard nel 2002 e si è guadagnato una reputazione di forte negoziatore dopo aver lavorato su una serie di affari molto grossi, compresa la fusione da 38 miliardi di dollari tra i giganti delle “utilities” Suez e Gaz de France». Curiosamente, aggiunge “Zero Hedge”, in questo ultimo specifico incarico greco, «non solo sarà in sintonia monetaria con il suo cliente», ma Pigasse condividerà – per così dire – anche «i legami ideologici», visto che «il banchiere è un socialista devoto», cioè aderisce al gruppo che più di ogni altro ha lavorato per costruire il regime oligarchico di Bruxelles e dell’Eurozona. Per inciso, Pigasse è anche comproprietario di “Le Monde”, che “Zero Hedge” definisce «quotidiano di sinistra».

Anche i Ricchi Piangono:Foggia: furto caveau Unicredit di Corso Vittorio Emanuele

Foggia: furto caveau Unicredit di Corso Vittorio Emanuele
„Foggia: furto caveau Unicredit di Corso Vittorio Emanuele
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Colpo da professionisti al caveau dell'Unicredit: svaligiate 300 cassette di sicurezza“

Foggia: furto caveau Unicredit di Corso Vittorio Emanuele
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Colpo da professionisti al caveau 
dell'Unicredit: svaligiate 300 cassette di 
sicurezza

Foto R. D'Agostino


Foggia: furto caveau Unicredit di Corso Vittorio Emanuele
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Trecento cassette di sicurezza svaligiate per un bottino non ancora quantificato, ma certamente ingente. Sono questi gli unici elementi al momento nelle mani degli agenti di polizia che stanno indagando in merito al “misterioso” furto messo a segno all’interno del caveau della filiale Unicredit di corso Vittorio Emanuele, a Foggia.
Ad accorgersi dell’avvenuto furto sono stati, nella tarda mattinata di oggi, gli stessi dipendenti dell’istituto di credito. La banca aveva riaperto gli sportelli al pubblico questa mattina, dopo la consueta chiusura nel fine settimana, quindi il furto potrebbe essere avvenuto anche due giorni fa. Nessun segno di effrazione, però, è stato riscontrato dagli agenti della polizia scientifica, il che vuol dire che i malviventi hanno potuto contare su strumentazioni sofisticate e professionalità criminali elevate.
La polizia ha accertato che i ladri hanno svuotato quasi tutte le 300 cassette di sicurezza della banca contenenti documenti sensibili, ma anche denaro e preziosi. Al momento, non è possibile procedere ad un stima compiuta dell’ammontare del colpo perché il contenuto delle cassette di sicurezza è noto solo ai titolari delle stesse. Bisognerà quindi attendere che i proprietari, probabilmente domani, si recheranno in banca per rendersi conto di eventuali ammanchi.
Sul posto sono giunti gli agenti della squadra mobile di Foggia, della sezione volanti e della scientifica che non escludono che i ladri - almeno quattro - possano essere entrati dall'ingresso principale, utilizzando copie delle chiavi. Da un primo esame dei filmati del sistema di videosorveglianza della banca, non sarebbero emersi elementi utili alle indagini. Non è la prima volta che a Foggia si registrano furti di questo tipo.
L’ultimo in ordine di tempo risale al marzo del 2012 quando un commando ben organizzato svaligiò il caveau della filiale foggiana del Banco di Napoli del gruppo Intesa San Paolo. Anche allora nessun segno di effrazione riscontrato, nessun foro praticato nei muri, nessuna traccia lasciata nel cuore d’acciaio - blindatissimo - della filiale di piazza Puglia. In quell’occasione, delle 400 cassette di sicurezza, solo 141 furono aperte e saccheggiate dai rapinatori che “sciolsero” le serrature con sostanze acide, altamente corrosive.
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