venerdì 20 febbraio 2015

Le strane consulenze della Madia Poltrone a raccomandati e amici

Le strane consulenze della Madia Poltrone a raccomandati e amici


Il ministro Madia vuole a tutti i costi ridurre il numero di auto blu nella pubblica amministrazione e far risparmiare soldi alla Pubblica amministrazione. Ma la corte dei Conti esprime dubbi su due consulenze esterne che ha affidato


 Marianna Madia è una ministra piena di buone intenzioni. Per dire,. Giorni fa, attraverso Twitter - la tipa è anche piuttosto tecnologica e social - ha invitato tutti i dicasteri a far sapere entro dieci giorni come intendessero adeguarsi al taglio dei cavalli-vapore di Stato.
Ma Marianna Madia è anche una ministra che, all'interno del suo dicastero (la Funzione Pubblica), fa strane scelte. Prendete le consulenze, da sempre uno dei talloni d'Achille dell'amministrazione, una zona grigia con ampi margini di discrezionalità e nella quale qualche volta si acquattano favori, vendette, sprechi. Ripetiamo: qualche volta. Forse non è il caso degli incarichi esterni conferiti dal ministero della Madia. Però almeno su due sembra esserci più di un motivo di riflessione. Leggete quello che vi stiamo per raccontare e poi traete voi le conseguenze, se vi va.
Il primo caso è quello di Patrizio Caligiuri. Romano, avvocato, 34 anni, amico di Marianna, con cui cinguetta spesso su Twitter e alla quale lo lega anche la comune militanza nel Pd, per il quale Caligiuri è stato anche segretario di sezione in un quartiere romano. Ebbene, il giovane professionista è nel ristretto novero dei consulenti della Madia in qualità di «esperto per l'attività normativa e amministrativa di semplificazione delle norme e delle procedure»: 40.500 euro lordo annuo il suo compenso, tre gli anni del contratto, dal 17 settembre 2014 al 16 settembre 2017.
Certamente si tratta di un avvocato, ancorché amico della ministra, capace e meritevole. Forse perfino troppo. Caligiuri infatti ha la tendenza ad assommare incarichi e prebende, senza badare molto alle incompatibilità. Intanto è un dirigente della Regione Lazio, ove svolge il non trascurabile incarico di capo della segreteria dell'assessore al Lavoro Lucia Valente. Nella sua scheda sulla sezione trasparenza del sito della Regione Lazio compare soltanto il curriculum. Nessuna notizia su stipendio tabellare e retribuzione di posizione e di risultato. Nessuna notizia sulla dichiarazione di incompatibilità e inconferibilità. Nessuna notizia su «incarichi o titolarità di cariche in enti di diritto privato regolati o finanziati dalla P.A. o relativi allo svolgimento di attività professionali». Alla faccia della trasparenza.
Ci sono un paio di altre stranezze. Fino a qualche giorno fa Caligiuri risultava ancora nell'elenco online degli iscritti all'ordine degli avvocati di Roma, con tanto di studio in viale delle Milizie. Oggi è misteriosamente scomparso. Ebbene, la legge detta una serie di incompatibilità per chi svolge l'attività forense, compresa quella di avere un lavoro subordinato anche part-time. Peraltro Caligiuri fino a poco tempo fa risultava anche tra i collaboratori dello studio romano Ghera&Associati, che ha ricevuto diverse decine di migliaia di euro dalla Regione per incarichi vari. Un po' troppe coincidenze per una storia sola, non trovate?
Altra vicenda anomala quella di Francesca Perini, la seconda consulente pagata del ministero della Madia (gli altri tre sono a titolo gratuito). In questo caso è il curriculum a far discutere. La Perini, che come il collega Caligiuri è stata scelta come «esperto per l'attività normativa ed amministrativa di semplificazione delle norme e delle procedure», ma solo fino al 31 dicembre 2015 e con un compenso lordo annuo più basso (26.500 euro), non sembra avere le stimmate del genio: si è diplomata al liceo classico Scipione Maffei di Verona a 21 anni, si è laureata in Giurisprudenza a Torino a 32 e ha passato l'esame di abilitazione alla professione forense solo nel 2010, a 35 anni. Malgrado ciò è ritenuta una professionista esperta «nella stesura dei testi normativi e nella valutazione dell'impatto delle norme». La cosa è sembrata strana anche alla Corte dei Conti, che mesi fa ha mosso un rilievo all'incarico conferito alla Perini con lettera 31348 dello scorso 10 novembre.



Wall Street Journal: le armi della Cia ai tagliagole dell’Isis

Wall Street Journal: le armi della Cia ai tagliagole dell’Isis


Già nel 2012 osservatori indipendenti come Thierry Meyssan l’avevano annunciato: centinaia di jihadisti provenienti dalla Libia erano stati segretamente trasferiti in Siria, attraverso la Turchia, per dare il via all’operazione degli Usa contro il governo Assad, travestita da “rivoluzione democratica”. Ora la partita è persa, ammesso che la Russia – assediata al confine con l’Ucraina – riesca a mantenere la sua assistenza alla Siria. Punto di svolta, la strage di civili del 2013 sterminati dai “ribelli” col gas nervino per tentare di incolpare il governo di Damasco. Il casus belli perfetto per inennescare i bombardamenti della Nato, fermati in extremis nel settembre del 2013 da un’inedita alleanza: i milziani libanesi di Hezbollah e le truppe speciali inviate dall’Iran in Siria, il “no” di Papa Francesco e quello del Parlamentobritannico, le navi da guerra dislocate dalla Cina nel Mediterraneo in appoggio alla flotta del Mar Nero schierata da Putin a protezione dei siriani. Adesso che l’operazione è fallita, lo ammette anche il “Wall Street Journal”: sono stati gli Usa ad armare i “ribelli” che, vista la mala parata in Siria, ora combattono in Iraq sotto il nome di Isis.
Il “Wall Street Journal”, scrive il newsmagazine “Controinformazione”, ha svelato i dettagli sul programma della Cia  per armare i gruppi dei “ribelli” in Siria, documentando anche il fallimento del piano eversivo. Il giornale ammette che i miliziani Usa, denominati “ribelli moderati”, hanno abbandonato il campo per unirsi all’Isis, come peraltro già intuibile dalle foto fatte circolare nei mesi scorsi, che mostrano il senatore John McCain in Siria, in un covo dei “ribelli”, a colloquio con il futuro Un ostaggio dell'Isis poco prima della feroce esecuzione“califfo” dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi. Secondo il “Wall Street Journal”, a metà del 2013 la Cia aveva monitorato alcuni capi dei “ribelli”, controllando anche le loro e-mail e le comunicazioni telefoniche per assicurarsi che si trovassero realmente al comando degli uomini che affermavano di comandare. Il giornale sostiene che i “ribelli” furono sostenuti solo a partire dal 2013, ma aggiunge che molti di essi rimasero delusi dal trattamento economico della Cia, uno “stipendio” mensile di appena 200-400 dollari. In ogni caso, continua “Controinformazione” citando sempre il “Wall Street Journal”, gli Usa e i loro alleati crearono nel nord della Siria «una centrale unitaria di comando delle operazioni».
Lo stato maggiore del golpe contro Assad «includeva sia elementi della Cia sia di altri servizi segreti, come quelli dell’Arabia Saudita, del Qatar e della Turchia». Inoltre, i capi dei “ribelli” «ebbero colloqui anche con ufficiali dell’agenzia statunitense negli hotel del sud della Turchia». Tutte le fonti del giornale riferiscono adesso che l’aiuto della Cia ai “terroristi moderati” della Siria finì in un fallimento totale, e gli ultimi nuclei sarebbero tuttora asserragliati nel sud del paese e nei dintorni di Aleppo. «Il resto del territorio occupato dai gruppi jihadisti si trova sotto il controllo dei gruppi estremisti come l’Isis ed il “Fronte al Nusra”». Altro problema, quello delle centinaia di mercenari reclutati dalla Cia ma «passati armi e bagagli all’Isis ed  “al Nusra”». Di recente, vista la resistenza dell’esercito nazionale siriano, composto da oltre 300.000 soldati di leva, la Cia ha smesso di offrire aiuto ai miliziani, «ad eccezione di un gruppo di comandanti di sua fiducia». Secondo la visione ottimistica Jihadistidel “Wall Street Journal”, «la Cia non aveva previsto la crescita del gruppo dello “Stato islamico in Siria ed in Iraq”». Affermazione azzardata: fu proprio la Cia a reclutare in Afghanistan l’allora sconosciuto Osama Bin Laden.
Sempre secondo il giornale statunitense, ora Washington avrebbe «paura» che le armi inviate ai “ribelli” possano «cadere nelle mani dell’Isis», cioè la struttura fondamentalista arabo-sunnita che in realtà sarebbe stata direttamente progettata dalla Cia per dividere il mondo islamico e colpire gli sciiti, a cominciare dall’Iran: è a tutti noto che Obama abbia lasciato crescere l’Isis per mesi, consentendo che seminasse il terrore in Iraq, senza muovere un dito. Nel suo libro “Massoni”, lo storico italiano Gioele Magaldi rivela inoltre – sulla base di documentazione riservata di origine massonica – che il futuro “califfo” al-Baghdadi fu misteriosamente scarcerato nel 2009 dal campo di detenzione Usa di Camp Bucca, in Iraq, su ordine di personalità dell’intelligence riconducibili alla superloggia segreta “Harthor Pentalpha”, creata da George Bush padre. Il piano: trasformare il “califfo” nel nuovo Bin Laden, il nemico pubblico dell’America, giusto in tempo per la candidatura di Jeb Bush alle presidenziali 2016. Della “Ur-Lodge” complottista farebbero parte George W. Bush e Dick Cheney, ma anche Tony Blair e Nicolas Sarkozy. “Hathor” è anche il secondo nome di “Isis”, la dea egizia Iside vedova di Osiride, venerata da alcuni circoli massonici che si definiscono “figli della vedova”. Culture maniacalmente attente ai simboli: per questo, dice Magaldi, l’adozione del nome Isis non è casuale, ma rivela l’identità delle “menti” che hanno organizzato l’esercito jihadista dell’orrore. Sia pure nella sua analisi limitata a un ristretto orizzonte temporale, anche il “Wall Street Journal” conferma la clamorosa manipolazione svolta dalla Cia in Siria, nel tentativo di utilizzare per i propri scopi i peggiori terroristi del Medio Oriente.

giovedì 19 febbraio 2015

MONSANTO:Voi pensate alla guerra, noi intanto ci mangiamo l’Ucraina

Voi pensate alla guerra, noi intanto ci mangiamo l’Ucraina


Nello stesso momento in cui gli Stati Uniti, il Canada e l’Unione Europea annunciavano una nuova serie di sanzioni contro la Russia nella metà del dicembre dello scorso anno, l’Ucraina riceveva 350 milioni di dollari in aiuti militari da parte degli Usa, arrivati subito dopo un pacchetto di aiuti da un miliardo di dollari approvato nel marzo 2014 dal Congresso degli Stati Uniti. Il maggior coinvolgimento dei governi occidentali nel conflitto in Ucraina è un chiaro segnale della fiducia nel consiglio stabilito dal nuovo governo durante i primi giorni di dicembre. Questo nuovo governo è più unico che raro nella sua specie, dato che tre dei suoi più importanti ministri sono stranieri a cui è stata accordata la cittadinanza Ucraina solo qualche ora prima di incontrarsi per questo loro appuntamento. Il titolo di ministro delle finanze è andato a Natalie Jaresko, una donna d’affari nata ed educata in America, che lavora in Ucraina dalla metà degli anni ’90, sovraintendente di un fondo privato stabilito dal governo Usa come investimento nel paese. La Jaresko è anche amministratore delegato dell’Horizon Capital, un’azienda che amministra e gestisce svariati investimenti nel paese.
Per strano che possa sembrare, questo appuntamento è in linea con ciò che ha tutta l’aria di essere una acquisizione dell’economia ucraina da parte dell’Occidente. In due inchieste – “La presa di potere delle aziende sull’agricoltura ucraina” e Campagna contro la Monsanto“Camminando dalla parte dell’Ovest: la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale nel conflitto ucraino” – l’Oakland Institute ha documentato questa presa di potere, in particolarmente evidente nel settore agricolo. Un altro fattore importante nella crisi che ha portato alle proteste mortali ed infine all’allontanamento dagli uffici del presidente Viktor Yanukovich nel febbraio 2014, è stato il suo rifiuto di un patto dell’Associazione Ue, volto all’espansione del commercio e ad integrare l’Ucraina alla Ue, un patto legato a un prestito di 17 miliardi di dollari da parte del Fondo Monetario Internazionale. Dopo la dipartita del presidente e l’installazione di un governo pro-occidente, il Fondo Monetario Internazionale ha messo in atto un programma di riforme come condizione a questo prestito, allo scopo di incrementare gli investimenti privati nel paese.
Il pacchetto delle misure adottate include la fornitura pubblica di acqua ed energia e, ancor più importante, si rivolge a ciò che la Banca Mondiale identifica col nome di “radici strutturali” dell’attuale crisi economica esistente in Ucraina, con un occhio in particolare all’alto costo del generare affari nel paese. Il settore agricolo ucraino è stato un obiettivo primario per gli investitori stranieri ed è quindi logicamente visto dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Centrale come un settore prioritario da riformare. Entrambe le istituzioni lodano la prontezza del nuovo governo nel seguire i loro suggerimenti. Ad esempio, il piano d’azione della riforma agraria guidata dall’Occidente nei confronti dell’Ucraina include la facilitazione nell’acquisizione di terreni agricoli, norme e controlli sulle fabbriche e sulla terra, e la riduzione delle tasse per le aziende e degli oneri doganali. Gli interessi che gravitano intorno al vasto settore agricolo dell’Ucraina, che è il terzo maggior esportatore di mais ed il quinto Il grano ucrainodi grano, non potrebbero essere più alti. L’Ucraina è nota per i suoi ampi appezzamenti di suolo scuro e ricco, e vanta più di 32 milioni di ettari di terra fertile ed arabile, l’equivalente di un terzo dell’intera terra arabile di tutta l’Unione Europea.
La manovra per il controllo sul sistema agricolo del paese è un fattore decisivo nella lotta che sta avendo luogo negli ultimi anni tra Occidente e Oriente, fin dalla Guerra Fredda. La presenza di aziende straniere nell’agricoltura ucraina sta crescendo rapidamente, con più di 1.6 milioni di ettari acquistati da compagnie straniere per scopi agricoli negli ultimi anni. Sebbene Monsanto, Cargill e DuPont siano in Ucraina da parecchio tempo, i loro investimenti nel paese sono cresciuti in modo significativo in questi ultimi anni. Cargill, gigante agroalimentare statunitense, è impegnato nella vendita di pesticidi, sementi e fertilizzanti, e ha recentemente espanso i suoi investimenti per acquistare un deposito di stoccaggio del grano, nonché una partecipazione nella UkrLandFarming, il maggiore agrobusiness dell’Ucraina. Similarmente, la Monsanto, altra multinazionale americana, era già da un po’ in Ucraina, ma ha praticamente duplicato il suo team negli ultimi tre anni. Nel marzo 2014, appena qualche settimana dopo la destituzione di Yanukovych, l’azienda investì 140 milioni nella costruzione di un nuovo stabilimento di sementi in Ucraina. Anche la DuPont ha allargato i suoi investimenti annunciando, nel giugno 2013, la volontà di investire anch’essa in uno stabilimento di sementi nel paese.
Le aziende occidentali non hanno soltanto preso il controllo su una porzione redditizia di agribusiness e altre attività agricole, hanno iniziato una vera e propria integrazione verticale nel settore agricolo, estendendo la presa sulle infrastrutture e sui trasporti. Per dire, la Cargill al momento possiede almeno quattro ascensori per silos e due stabilimenti per la lavorazione dei semi di girasole e la produzione di olio di girasole. Nel dicembre 2013 l’azienda ha acquistato il “25% + 1% condiviso” in un terminal del grano nel porto di Novorossiysk, nel Mar Nero, terminal con una capacità di 3.5 milioni di tonnellate di grano all’anno. Tutti gli aspetti della catena di fornitura dell’Ucraina Agricola – dalla produzione di sementi ed altro, all’attuale Penny Pritzker con Obamapossibilità di spedizione di merci fuori dal paese – stanno quindi incrementando sotto il controllo dei colossi occidentali. Le istituzioni europee e il governo degli Usa hanno attivamente promosso questa espansione.
Tutto è iniziato con la spinta per un cambiamento di governo quando il fu presidente Yanukovych era visto come un filorusso, manovra ulteriormente incrementata, a cominciare dal febbraio 2014, attraverso la promozione di un’agenda delle riforme “pro-business”, come descritto dal segretario statunitense del commercio, Penny Pritzker, durante il suo incontro con il primo ministro Arsenly Yatsenyuk nell’ottobre 2014. L’Unione Europea e gli Stati Uniti stanno lavorando duramente, mano nella mano, per prendere possesso dell’agricoltura ucraina. Sebbene l’Ucraina non permetta la produzione di coltivazioni geneticamente modificate (Ogm), l’Accordo Associato tra Ue e l’Ucraina, che accese il conflitto che poi espulse Yanukovych, include una clausula (articolo 404) che impegna entrambe le parti a cooperare per “estendere l’uso delle biotecnologie” all’interno del paese. Questa clausula è sorprendente, dato che la maggior parte dei consumatori europei rifiuta l’idea delle coltivazioni Ogm. Ad ogni modo, essa crea un’apertura in grado di portare i prodotti Ogm in Europa, un’opportunità tanto desiderata dai grandi colossi agroalimentari, come ad esempio Monsanto.
Aprendo l’Ucraina alle coltivazioni Ogm si andrebbe contro la volontà dei cittadini europei, e non è chiaro come questo cambiamento potrebbe portare migliorie alla popolazione ucraina. Allo stesso modo non è chiaro come gli ucraini beneficeranno di questa ondata di investimenti stranieri nella loro agricoltura, e quale sarà l’impatto che questi ultimi avranno su sette milioni di agricoltori locali. Alla fine, una volta che si distoglierà lo sguardo dal conflitto nella parte est “filorussa” del paese, i cittadini ucraini potrebbero domandarsi cosa è rimasto della capacità del paese di controllare e gestire l’economia e le risorse a loro proprio beneficio. Quanto ai cittadini statunitensi ed europei, alla fine si sveglieranno dalle retoriche sulle aggressioni russe e sugli abusi dei diritti umani, e contesteranno il coinvolgimento dei loro governi nel conflitto ucraino?

Grazie Renzi: disagi economici per una famiglia su quattro

Grazie Renzi: disagi economici per una famiglia su quattro

Si tratta di quasi 15 mln di persone. Metà in gravi difficoltà

Istat: disagi economici per 14,6 milioni di individui © ANSA

 "Il 23,4% delle famiglie vive in una situazione di disagio economico, per un totale di 14,6 milioni di individui". Così l'Istat nel rapporto 'Noi Italia', sulla situazione nel 2013. L'anno prima comunque la percentuale era ancora più alta (24,9%). Tornando al dato più recente, circa la metà, il 12,4% dei nuclei, si trova in grave difficoltà. 

Le statistiche si basano sull'indicatore di deprivazione, che scatta quando si presentano almeno tre sintomi (dopo i quattro si parla di seria deprivazione) su un set di nove. La lista del fattori di rischio va dal non poter sostenere spese impreviste, ad accumulare arretrati nei pagamenti (mutui, affitti, bollette). Ecco che nel 2013 il 23,4% delle famiglie residenti in Italia presenta almeno tre delle difficoltà considerate (il 12,4% nel caso di quattro o più) con differenze marcate tra i diversi indicatori: il 2,6% dichiara di non potersi permettere l'acquisto di una lavatrice, un televisore a colori, un telefono o un'automobile, mentre sono il 50,4% quelle che non possono permettersi una settimana di vacanza lontani da casa. Circa il 19% dice di non riuscire a riscaldare adeguatamente l'abitazione e il 14,5% di non potersi permettere un pasto adeguato almeno ogni due giorni. Infine, il 12% è rimasto in arretrato con almeno un pagamento e il 40,5% non riuscirebbe ad affrontare una spesa imprevista di 800 euro. Il panorama territoriale mette in evidenza il forte svantaggio dell'Italia meridionale e insulare, con valori più che doppi rispetto alla media nazionale. Nel Mezzogiorno, le famiglie deprivate sono il 40,8% di quelle residenti, contro il 15,4% del Nord-ovest, il 13,1% del Nord-est e il 17,3% del Centro. Le situazioni più gravi si registrano in Sicilia (50,2), Puglia (43), Calabria e Campania (38,8). I valori più bassi invece si ritrovano nella provincia autonoma di Trento (10,6), nel Veneto (12,1), in Piemonte (12,2), in Toscana (12,5) e in Emilia-Romagna (14,1).

Neet uno giovane su quattro, peggio solo Grecia - Sono due milioni e mezzo i giovani tra 15 e 29 anni che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet. Dati del 2013 alla mano, si tratta del 26% degli under30, più di 1 su 4. Lo rileva l'Istat nel rapporto Noi Italia. In Ue peggio fa solo la Grecia (28,9%). Ne abbiamo il triplo della Germania (8,7%) e quasi il doppio della Francia (13,8%).

In Italia lavorano meno di 6 persone su 10 - In Italia lavorano meno di sei persone su dieci in età compresa tra i 20 e i 64 anni. Nel 2013, infatti, il tasso di occupazione per questa fascia d'età è calato, scendendo sotto quota 60% (si è fermato al 59,8%). Nella graduatoria europea, solamente Grecia, Croazia e Spagna presentano valori inferiori. Lo afferma l'Istat nel rapporto 'Noi Italia', spiegando come si tratti di un indicatore strategico per l'Ue (l'obiettivo sarebbe raggiungere il 75% per il 2020).

Tra big Ue solo in Francia pressione fisco più alta - "La pressione fiscale in Italia raggiunge il 43,3% nel 2013, collocando il nostro Paese al sesto posto nell'Ue28. Rispetto ai principali partner europei il valore italiano risulta inferiore solo a quello della Francia". Lo sottolinea l'Istat nel Rapporto 'Noi Italia'.


Carceri: agenti insultano su Facebook detenuto suicida

Carceri: agenti insultano su Facebook detenuto suicida

Per il Dap, convocato dal ministro della Giustizia, è una follia intollerabile

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E' un sindacato non tra i più rappresentativi della Polizia penitenziaria, l'Alsippe, a scatenare su un tema tragico come i suicidi in carcere una polemica di cui non si avvertiva un'impellente necessità. Sulla sua pagina Facebook, l'Alsippe, acronimo di 'Alleanza sindacale polizia penitenziaria', ha ospitato commenti feroci (poi cancellati) di sedicenti agenti della Polpen a proposito del suicidio di Ioan Gabriel Barbuta, che si è tolto la vita nel carcere milanese di Opera, dove si trovava in seguito a una condanna in appello all'ergastolo da parte della Corte d'assise di Venezia per aver ucciso, nel giugno del 2013, un vicino di casa durante una rapina finita male. "Un rumeno in meno","speriamo abbia sofferto" sono i commenti che li sintetizzano tutti, mentre qualcuno che ha provato a essere più riflessivo ha scritto: "Lavora all'interno di un istituto. Sono solo extracomunitari. Per fare questo mestiere devi avere il core nero".
Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando ha convocato per domani il capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria, Santi Consolo sulla vicenda, ma è stato lo stesso Dap a reagire subito in modo severo perché considera i post "un'offesa al lavoro di tutti gli agenti che tutti i giorni sono impegnati a salvaguardare le persone che hanno in custodia". L'organismo del Ministero da cui dipende la Polizia penitenziaria ha già avviato un'inchiesta interna per accertare che gli autori degli insulti siano davvero dei poliziotti e assicura che, in caso positivo, scatteranno le dovute sanzioni dal momento che la faccenda è ritenuta una "follia intollerabile". Di diverso avviso il segretario della Lega, Matteo Salvini secondo cui "conoscendo quali sono le condizioni in cui lavorano gli agenti della Polizia Penitenziaria non dico che giustifico ma capisco".
Chiedono, invece, di fare luce sulla vicenda il Pd e Sel, mentre Patrizio Gonnella di 'Antigone' invita il Dap a chiudere ogni rapporto con l' Aslippe se sarà dimostrato che sono tesserati di questo sindacato quelli che hanno scritto "le frasi volgari e offensive". "Se è vero - dice Gonnella - che si tratta di agenti penitenziari questi hanno contravvenuto a un dovere di lealtà e legalità, tradendo la loro missione e il loro impegno istituzionale". Dura condanna arriva anche da uno dei principali sindacati degli agenti, il Sappe che, nel dare la notizia del suicidio di Barbuta, aveva spiegato: "Purtroppo, nonostante il prezioso e costante lavoro svolto dalla Polizia Penitenziaria, pur con le criticità che l'affliggono, non si e' riusciti ad evitare tempestivamente cio' che il detenuto ha posto in essere nella propria cella". Il segretario del Sappe, Donato Capece sferza inoltre i presunti colleghi "esultare per la morte di un detenuto - dice - è cosa ignobile e vergognosa".  


Adesso Cambia La politica Monetaria in europa L'Fmi fa mea culpa "Molti errori sulla Grecia"


L'Fmi fa mea culpa
"Molti errori sulla Grecia"

Il Fondo monetario conferma in un documento interno di aver sbagliato la ricetta del salvataggio: troppo pesante la cura, troppi ritardi nel taglio al debito. E ammette: "L'intervento su Atene è servito più che altro a consentire all'Europa di mettere in sicurezza gli altri paesi a rischio"





MILANO - Scusate abbiamo sbagliato la cura. La medicina era troppo pesante e il malato, che poteva rimettersi con una giornata in day hospital, è finito in rianimazione. A tre anni dal salvataggio della Grecia, il Fondo Monetario internazionale ammette per la prima volta in un documento riservato pubblicato dal "Wall Street Journal" che il piano della Troika per Atene è stato sbagliato fin dall'inizio. I giudizi messi nero su bianco nel memorandum riservato sono impietosi: la ricetta di austerity lacrime e sangue imposta assieme a Bce e Ue al governo ellenico sottostimava largamente i suoi effetti recessivi. Non solo. Gli stessi vertici dell'Fmi sapevano fin dall'inizio che i disastrosi parametri economici di Atene non consentivano un intervento del fondo in suo soccorso. Ma hanno chiuso un occhio, continuando a sostenere in pubblico (Christine Lagarde compresa) che il debito del paese era sostenibile. L'intera operazione, è scritto nel documento, "è stata fatta per prendere tempo e consentire all'area euro di costruire le difese necessarie per salvare gli altri paesi che rischiavano di essere travolti dall'effetto contagio della crisi dei debiti sovrani". Le conseguenze sono oggi sotto gli occhi di tutti: l'area euro, in effetti, non è (ancora) implosa. Ma la Grecia ha perso il 25% del Pil in quattro anni (quasi il triplo di quanto stimato dalla Troika) ha una disoccupazione arrivata al 27% e l'effetto contagio dell'austerity ha messo in ginocchio con pesanti effetti recessivi tutti gli altri Piigs. E sulla dinamica del debito nazionale l'Fmi riconosce di aver sbagliato "di molto". Osservazioni cui un portavoce della Ue ha risposto sottolineando che "Bruxelles dissente su molti aspetti".


Si poteva far meglio? Ovviamente sì. Il Fondo ammette nel suo documento che bastava tagliare subito il debito di Atene per rendere il salvataggio non solo molto più rapido ma pure più indolore. Ma una scelta di questo genere era "politicamente difficile" perché diversi paesi della comunità, Germania in primis, erano contrari. Così la Grecia ha continuato a pagare per due anni il 100% dei suoi interessi a banche e fondi speculativi e oggi si trova con l'esposizione allo stesso livello ma solo verso Fmi, Bce e paesi sovrani. A pagare sono così i contribuenti. Nel documento ce n'è pure per il governo greco, colpevole di aver ritardato di molto il via libera alle riforme strutturali e di aver elaborato provvedimenti "che hanno aumentato la sperequazione sociale del paese".

La ratio di questa analisi severissima è chiaro: da una parte provare a trarre una lezione da questi errori per non ripeterli in futuro. Il salvataggio della Grecia è costato finora 230 miliardi di prestiti (di cui 48 usciti dalle casse del Fondo, di gran lunga la maggior operazione di questo tipo mai approvata da Washington) e le critiche sembrano concentrarsi su due aree: la collaborazione con la Ue e la valutazione delle ricette uscite dagli uffici studi degli economisti, compresi gli errori nei multipli per valutare gli effetti dell'austerity. A spingere al mea culpa è però anche una considerazione politica più sottile. Il peso dei paesi emergenti nel fondo sta continuando a crescere. E anche se la loro rappresentanza nel board non è ancora altissima, il peso specifico del loro ruolo ha obbligato Lagarde ad ammettere che l'esposizione sull'Europa (e soprattutto l'arrendevolezza alle tesi di Bruxelles e della Germania) sono state eccessive. Il monito è sottinteso: se la crisi dei debiti sovrani dovesse tornare a peggiorare, la Ue dovrà a quel punto arrangiarsi da sola.

mercoledì 18 febbraio 2015

Fine della sovranità popolare, è l’autunno della democrazia

Fine della sovranità popolare, è l’autunno della democrazia


L’articolo 1 della Costituzione, comma II, recita: “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Anche molte altre costituzioni iniziano, più o meno, con la stessa dichiarazione di appartenenza della sovranità al popolo. Ed è proprio questa una delle norme più tradite dell’ordinamento giuridico: fra i popolo e la sovranità si frappongono molti ostacoli vecchi e nuovi, che vanificano in gran parte il valore. Fra gli ostacoli di sempre, prima fra tutti, c’è la tendenza oligarchica del ceto politico in tutte le sue forme. Nell’ordinamento liberale classico (retto a collegio uninominale) era un ceto notabilare a sollecitare, sulla sola base della fiducia personale, una delega piena che avrebbe speso a sua totale discrezione. Si pensò che il rimedio sarebbe stato la democrazia dei partiti, basata su una robusta e continua partecipazione popolare. L’eletto non sarebbe stato più solo nell’esercizio quinquennale del suo potere di rappresentanza, avrebbe dovuto render conto agli organi di partito, eletti con metodo democratico e rinnovati con frequenza molto meno che quinquennale. La voce della “base” si sarebbe fatta sentire di continuo.
Per qualche tempo, pur imperfettamente, il meccanismo funzionò, correggendo le tendenze elitarie del sistema didemocrazia rappresentativa; ma, dopo un po’, il metodo si corruppe: i partiti si dettero potenti apparati funzionariali costituiti da una casta Sovranità popolaredi professionisti, che subito si integrò con quella degli “eletti a vita” (parlamentari o consiglieri di enti locali). La burocrazia di partito ebbe buon gioco a rendere sempre più formale il potere della “base” e costituirsi in casta privilegiata ed autoreferenziale. Il meccanismo dei congressi, in cui i delegati di primo livello che sceglievano quelli di secondo che ne eleggevano di terzo livello, che avrebbero poi votato gli organi dirigenti del partito, assicurava che, della voce della base, alla fine restasse solo un debolissimo alito di vento. Nell’intervallo fra un congresso e l’altro, la pratica della distribuzione selettiva delle risorse assicurava al gruppo dirigente la fedeltà di parte degli iscritti per il successivo congresso. Poi, l’assenza di controlli esterni contribuì a pratiche quali il tesseramento gonfiato, i falsi congressuali, la corruzione dei delegati.
A dare il colpo di grazia venne la crescente passivizzazione della base fra una scadenza e l’altra e la confisca di tutte le tribune di partito da parte del ceto politico che impediva la nascita di potenziali concorrenti. La a democrazia interna di partito venne definitivamente seppellita. In definitiva, un rimedio quasi peggiore del male. E ci sono sempre stati anche altri diaframmi fra il popolo e la sovranità: la burocrazia di alto livello dello Stato, i diplomatici, i militari, tutti custodi gelosi del loro potere settoriale e del segreto di Stato. E come potrebbe un sovrano esercitare il suo potere se gli si negano le informazioni necessarie? A questa situazione già non brillante, la globalizzazione neoliberista di ostacoli ne ha aggiunti di nuovi: lo strapotere della finanza e l’emergere di una tecnostruttura internazionale che espropria gli Stati e che non risponde in nessun modo al potere Giannulipopolare. Anche nella fase precedente a quella attuale, il potere economico è sempre stato il contraltare del potere politico, e quindi dellademocrazia.
E si pensi solo a quanto si riduca l’area della sovranità popolare se gli si sottrae il controllo dellapolitica monetaria. Oppure a quanto pesi il mondo della finanza nel controllo degli organi di informazione. La globalizzazione neoliberista ha esasperato queste tendenze creando super-poteri finanziari che fanno ballare interi Stati al ritmo dello spread, che determinano l’andamento del credito, che controlla la rete di distribuzione e il sistema informativo e, di conseguenza, condiziona la politica sin nei minimi particolari. Siamo all’autunno della democrazia rispetto al quale occorre ripensare complessivamente il modello, muovendosi su due direttrici iniziali: una robusta dose di democrazia diretta da innestare sul sistema rappresentativo e la realizzazione di forti spazi di democrazia economica.