mercoledì 15 febbraio 2012


PER AFFRONTARE LA CRISI: PUNTARE SULL’ECONOMIA REALE IN EUROPA E IN ITALIA


La crisi morde sempre più e il governo Monti colpisce i più deboli – cioè i redditi e i consumi popolari – con l’aumento dell’IVA, il congelamento delle pensioni attuali e la dilazione di quelle future e l’attacco ai contratti nazionali (è la politica dettata in primo luogo da Marchionne). Con i tagli alle amministrazioni locali si sta andando verso la fine dello stato sociale.
Molte imprese chiudono rami produttivi e licenziano, con ciò si avvantaggiano diminuendo la produzione per allinearsi all’andamento del mercato, ma pesano sulla società con il ricorso alla cassa integrazione e sul sistema produttivo provocando un ulteriore calo dei consumi.
Dalla crisi e dalle manovre vengono colpiti anche altri ceti (imprenditori piccoli e medi, padroncini, professionisti) oltre ai lavoratori dipendenti e ai pensionati. Crescono precari e sottoccupati, sotto il ricatto del licenziamento, e chi ha un contratto vero “a tempo indeterminato” si sente un privilegiato al loro confronto, anche se niente gli garantisce che l’attività non verrà chiusa o de localizzata. Tutto questo frena le lotte, che spesso si riducono a occupare l’azienda o bloccarne gli accessi e a salire su tetti e torri oppure sciamare in autostrade e stazioni quando ormai il padronato ha deciso lo smantellamento.
Con i cambiamenti in atto nelle forme di lavoro e nell’organizzazione stessa della società la lotta di classe ha uno sviluppo particolare per cui in questa fase le proteste vengono più da altri settori che dalle fabbriche.
Il capitalismo è senza testa, pensa solo all’oggi e se programma il futuro lo fa solo in funzione della singola impresa e senza una visione complessiva dello sviluppo sociale. L’anarchia produttiva e la speculazione selvaggia sono connaturati ad esso.
L’euro è una grande delusione rispetto alle sue potenzialità di alternativa e riequilibrio rispetto al dollaro. I politici e gli analisti economici puntano il dito sulla mancanza di governo centrale della politica e della finanza in Europa, ma non si tratta solo di questo: stipendi e stato sociale sono molto diversi da paese a paese, le principali produzioni non sono integrate tra loro, e non c’è nessuno sforzo di rendere più omogenea almeno l’eurozona, mentre sarebbe necessaria e urgente una politica collettiva in questo senso. Il paese più forte,la Germania si è rafforzata come paese esportatore di prodotti ad alto contenuto tecnologico ma, importando beni di consumo a basso costo dall’Asia , ha messo in difficoltà i paesi europei che producono gli stessi beni . Di conseguenza se non viene avanti una politica che migliori la qualità produttiva dell’insieme dei paesi della UE , l’Europa si troverà indebolita ed anche la stessa Germania .Grandi paesi come Russia, Cina, Giappone cercano di allearsi per non essere divorati dall’attacco dei grandi colossi, mentre da noi c’è chi sogna di uscire dall’Europa e dall’euro. Il ritorno alla lira è impensabile, avrebbe costi economici e sociali altissimi (es. rialzi pazzeschi dei mutui) e provocherebbe un attacco della speculazione internazionale rispetto al quale quello che subiamo adesso è irrisorio.
L’Italia è comunque sotto assedio, l’attacco è condotto a tutto il sistema Italia (in quanto punto debole dell’eurozona) , direttamente al debito pubblico e poi a banche e grandi imprese pubbliche. Ne consegue il rafforzamento delle funzioni dell’esecutivo: vedi l’insolitamente ampio consenso – quasi tutta l’ex maggioranza più quasi tutta l’ex opposizione – al governo Monti e ai suoi decreti legge, che potrebbe preludere a un sistema di governo più duro e autoritario; ne abbiamo visto un sintomo nella repressione dei pescatori davanti a Montecitorio.
Come uscire da questa situazione? La speculazione finanziaria si può combattere con una certa efficacia solo a livello almeno europeo. Quello che può fare l’Italia è guardare all’economia reale, al fatto di essere un paese fortemente manifatturiero dell’eurozona.
Occorre tassare seriamente le rendite e riequilibrare il peso fiscale che grava su lavoratori dipendenti, pensionati e piccole imprese.
E’ essenziale finanziare la ricerca, ma la ricerca pura può occupare circa l’1% della forza lavoro e a sua volta l’università più che un’istituzione per la ricerca è una sala d’attesa per futuri precari e disoccupati. Un reale vantaggio per l’occupazione si ha solo se dalla ricerca si sviluppano settori innovativi nell’industria e nei servizi. C’è inoltre l’abbandono delle scuole di mestiere e questo significa che non si ha alcuna visione di uno sviluppo industriale, che sarebbe assolutamente necessaria.
Lo stato può e deve offrire lavoro con piani organici per recuperare territorio (riassetto idrogeologico, rimboschimenti, risanamento di terreni inquinati o con costruzioni abusive), per restaurare monumenti e paesaggio, per la manutenzione il riuso e il rinnovo dell’edilizia pubblica (scuole, ospedali), per infrastrutture e loro industrie (ferrovie e motrici, trasporto marittimo e cantieri, trasporto locale e autobus), per servizi (es. banda larga).
Resta vitale produrre dove si consuma: mantenere qui le industrie esistenti, sviluppare industrie basate sulle nuove tecnologie, garantire industrie per il consumo di massa anche imponendo controlli di qualità e lotta al lavoro nero e alla contraffazione (per es. va abolita la legge per cui una piccola rifinitura o il semplice confezionamento consente di applicare a un prodotto estero l’etichetta made in Italy).

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